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sabato 21 aprile 2018

The winner takes it all and the loser has to fall [cit. Abba]

Oggi come oggi mi verrebbe da dire: chissà se qualcuno si ricorda di quello che successe il 21 Aprile 2013. Me lo chiedo e la risposta è probabilmente no, perché certi eventi sono fatti per essere rimossi e non per rimanere nell'immaginario collettivo.
Cinque anni fa, al Gran Premio di Long Beach, per la prima volta un pilota giapponese vinse una gara di Indycar. Al giorno d'oggi fa meno effetto di un tempo, perché lo stesso pilota giapponese ha anche vinto la gara automobilistica più importante al mondo, ma per l'epoca era qualcosa di completamente nuovo.

Takuma Sato ha un passato in Formula 1 e per gli appassionati di Formula 1 è sempre stato un tipo da ridicolizzare.
O meglio, non lo è stato *sempre*. Anni fa trovai una traccia rimasta in Internet di un articolo uscito nel 2004 in cui veniva visto come il potenziale avversario di Michael Schumacher in quella stagione. Era l'epoca della B.A.R., era una stagione in cui la Ferrari era destinata a non avere avversari, ma se in quella stagione qualcuno si mise in mostra quelli furono senz'altro (e questo rispecchia il mio pensiero del 2004) Jenson Button e Fernando Alonso.
Sato fece una buona stagione e ottenne anche un podio, ma in quella stessa stagione, a parità di vettura, Button sul podio ci salì in una buona metà dei gran premi.
Button e Sato non erano fatti per stare dalla stessa parte della griglia di partenza, in Formula 1, infatti il 2005 di Button fu tutto sommato positivo, mentre quello di Sato fu disastroso. La gente faceva su di lui più o meno le stesse battute che in tempi più recenti sono state fatte su Maldonado. In più Sato aveva gli occhi a mandorla, quindi veniva immediatamente equiparato a qualsiasi pilota condividesse le sue origini e i suoi lineamenti.

Il 2005 finì, la B.A.R. divenne Honda e Sato venne messo a piedi e rimpiazzato da Barrichello. Poi venne la Super Aguri, venne il team tutto giapponese, vennero degli altri giapponesi a cui Sato venne equiparato, infine giunse la gloria, perché Sato ottenne un punto. Poi, non contento, un mese più tardi si prese il lusso di asfaltare Alonso.
Stare in un wannabe-top-team non era esattamente il suo mestiere, ma come pilota di carrette se la cavava alla grande. Ho sempre pensato che ci fosse un po' di pregiudizio nei suoi confronti ed è confermato dal fatto che anch'io ho lo stesso genere di pregiudizio. Se guardando una gara di Indycar vedo più di una vettura incidentata e una di quelle vetture è quella di Sato, la prima cosa che penso, in attesa del replay, è che il colpevole sia lui. Poi magari non lo è, ma non sono capace di controllare i miei pensieri e la prima cosa che penso è che il colpevole sia lui.

Guardiamo in faccia la realtà: Sato non è un pilota fatto per portare a casa punti preziosi, non sarebbe nemmeno un pilota fatto per competere per un campionato. Per lui una stagione non è fatta di risultati da portare pazientemente a casa, è fatta di gare in cui va straordinariamente bene, di gare in cui sfascia vetture e, soprattutto, di gare in cui va straordinariamente bene e poi di punto in bianco sfascia vetture.
Gli ho visto fare cose eroiche in senso positivo. A Fontana 2015 è stato in lotta per le prime posizioni per gran parte della gara nonostante per almeno tre volte sia precipitato nelle retrovie a causa di pitstop andati male o ingressi della safety car. Durante un restart (locuzione da interpretare in senso letterale) l'ho visto passare dalla diciottesima alla quinta posizione, per poi ritrovarsi nel corso di due minuti contati di nuovo in lotta per la prima posizione. L'ho visto tornare a lottare per le prime posizioni dopo essere essere stato doppiato ed essere riuscito a sdoppiarsi.
Quando è tornato nelle posizioni che contavano, è risalito fino alla quinta piazza. Poi ha affiancato quattro vetture già affiancate ed è stato sul punto di superare tutti in un colpo solo riportandosi in testa.
So che a questo punto entra in gioco il fattore del gusto personale, ma non ricordo di avere *mai* visto rimonte che mi siano parse altrettanto belle. Non fraintendetemi, ne ho viste di rimonte belle, ma non ricordo di avere mai visto un outsider fare una gara del genere.

L'unico problema? Essenzialmente che Sato è Sato e che è capace di passare dalle stelle alle stalle nello spazio temporale di un battito di ciglia. Quella volta a Fontana ha affiancato quelle vetture di cui ho già detto e, a metà di quella manovra, ha cozzato contro una di queste vetture, è finito a muro e non è stato il solo a finire a muro.
Fare una rimonta epica, prima di finire a muro, non serve a nulla. Il mondo acclama i vincitori o quelli che si accontentano di arrivare quarti o quinti per portare a casa punti. Non che il mondo abbia tutti i torti, perché alla fine i campionati li vincono o quelli che non sbagliano mai una gara e collezionano vittorie, oppure quelli che all'occorrenza si accontentano di stare giù dal podio perché è l'unica possibilità che hanno per non fare casini.
Non credo che ci sia una strada giusta e una sbagliata. Seguo il motorsport da tantissimi anni, ormai, e ho visto anche tante gare avvenute in un'epoca antecedente. Ho saputo apprezzare piloti diversi che avevano punti di forza diversi gli uni dagli altri. Ciascuno ha il suo modo di essere, ciascuno ha i suoi obiettivi.
Ci fu una volta, nel 2013, in cui Sato fu per breve tempo in testa al campionato. Non ho *mai* pensato, nemmeno per sbaglio, che potesse puntare al titolo. Sato è un pazzo scatenato, è una variabile impazzita che potrebbe fare qualsiasi cosa, la probabilità che superi dieci vetture in un colpo solo si equivale a quella che possa buttarne fuori dieci in un colpo solo.

Non ho mai creduto che potesse neanche lontanamente arrivare a lottare per un titolo, ma ho sempre creduto che un giorno potesse fare una gara eroica senza mandare tutto in vacca.
Negli anni post-Long Beach erano in tanti a criticarlo, a sostenere che non aveva mai concluso nulla, perché aveva ottenuto una sola vittoria, a prenderlo per i fondelli per avere fatto una cappellata clamorosa (che poi, clamorosa, parliamone, considerando il soggetto non mi pare affatto clamoroso) alla Indy 500 del 2012, quando era sul punto di superare Franchitti per la prima posizione con un solo giro da completare, gara che aveva terminato anzitempo, contro al muro.
Un'occasione sfumata, che non sarebbe tornata mai più, dicevano. Un'occasione sfumata che raccontava molto su di lui come pilota, dicevano.
È vero, i fatti del 2012 raccontavano molte cose su di lui, ma l'errore collettivo è stato quello di selezionarne soltanto una parte. Quel giorno Sato aveva dimostrato di essere bravissimo a mandare in fumo risultati preziosi, ma allo stesso tempo aveva dimostrato di essere in grado di competere per risultati preziosi.
Lo scorso maggio è stato tranquillo per tre ore di gara, di poche posizioni più indietro ai piloti che lottavano per la prima posizione. Poi ha dato la zampata finale. Ha superato Castroneves (uno che ha vinto la Indy 500 tre volte, non il primo che passa per la strada) a pochi giri dalla fine ed è andato dritto verso la strada che l'ha portato in victory lane e che l'ha reso, a modo suo, un eroe del motorsport.

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