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giovedì 24 maggio 2018

Un pezzo di storia che se ne va

Avendo seguito i campionati di automobilismo fin da quando ero molto piccola, è passato del tempo prima che sapessi distinguere i piloti dall'auto che guidavano. Per intenderci, quando ero molto piccola mi immaginavo Alesi come una macchina rossa, Senna come una macchina bianca e rossa, e cose del genere. Soltanto in un secondo momento ho iniziato a identificarli come persone, allo stesso modo in cui magari identificavo come persone i calciatori o altri sportivi più "visibili".

Quando si parlava molto dell'argomento grid girls, c'erano molte ragazze che sostenevano che fosse diseducativo per le bambine, perché queste sono propense a credere che nell'automobilismo solo gli uomini possano guidare e le donne abbiano funzione "decorativa". Ora, al di là del fatto che da bambina non avevo la più pallida idea di cosa fossero le grid girl (pre-gara e dopo-gara visti in casa mia durante la mia infanzia: siamo a ridosso dello zero) e che sono sicura che in qualche momento della mia infanzia mio padre mi disse che c'erano state delle donne, peraltro italiane, in Formula 1, il pensiero che *solo gli uomini possono diventare piloti* non mi ha mai sfiorata minimamente... nel senso, non mi sono MAI minimamente posta il problema, allo stesso modo in cui quando guardavo "Quelli che il calcio" insieme a mio padre, da bambina, non mi sfiorava mai minimamente il pensiero che esistessero squadre di calcio femminili.
Sarà che non ho mai avuto il desiderio di diventare una sportiva, in nessun ambito, ma tbh le donne nel motorsport le ho prese come una rarità e tale rarità è stato un dato di fatto, non ho mai pensato che non esistessero, semplicemente che fossero di meno. Non è che quando ero bambina o ragazzina attendessi con ansia l'arrivo di una donna o cose del genere. Semplicemente era l'ultimo dei miei pensieri, guardavo le gare e non mi importava chi guidasse. Anzi, in realtà penso che tutti i piloti che non si chiamavano Schumacher, Hakkinen, Montoya e altri pochi eletti fossero l'ultimo dei miei pensieri. Avere sulle vetture restanti degli uomini o delle donne non mi avrebbe fatto differenza.

Poi venne il 2005. Venne una copia della Repubblica su cui lessi un trafiletto sulla 500 miglia di Indianapolis. Non mi era MAI capitato di sentire parlare della 500 miglia di Indianapolis da fonti di informazione italiane. Parlava di una ragazza che era arrivata quarta. Quella ragazza era Danica Patrick.
Ho iniziato a seguire la Indycar nel 2012/2013 e, sebbene in un secondo momento abbia visto praticamente tutte le gare della sua carriera, avendo visto quasi tutte le gare dallo split CART/IRL in poi eccetto quelle poche mai trovate su Youtube, nell'epoca in cui ho seguito i campionati in tempo reale o quasi la Patrick non c'era più (andò via a fine 2011). L'ho vista gareggiare in NASCAR e obiettivamente parlando mi è bastato, pochi giorni fa, vederla qualificarsi per la Indy 500 per chiedermi perché sia rimasta così tanti anni in NASCAR a non cavare un ragno dal buco, quando in Indycar avrebbe potuto verosimilmente puntare a risultati di migliore livello e puntare almeno a piazzamenti in top-10 o addirittura sul podio.

Al di là di questo, mi rendo conto che ciascun pilota sa quello che desidera davvero e che non spetta a noi decidere chi deve gareggiare dove, fino a che età e se un pilota sia pronto per il ritiro oppure no.
Al di là di questo, non direi che Danica Patrick sia mai stata in cima alle mie preferenze, nemmeno tra le donne. Come personalità, Bia Figueiredo per tutta la vita.
Il punto è che, in qualche modo, suo malgrado la Patrick è stata "rivoluzionaria". E' stata forse la prima ragazza femminile a non essere una backmarker, almeno nella nostra epoca. E' stata la prima che in questo secolo ha dimostrato che le donne possono arrivare ai risultati ottenuti mediamente dagli uomini (dove vorrei ricordare che non solo Schumacher e Franchitti sono uomini) e questo ha aperto la strada a tante altre ragazze che forse avrebbero avuto maggiori difficoltà ad emergere.
Non è un caso che negli anni in cui la Patrick gareggiava in Indycar ci sia stato un boom di presenze femminili in molte serie e che le ragazze della sua generazione o poco più giovani siano emerse di più di quelle della generazione precedente e della generazione successiva.

E' brutto che il futuro di tutto il genere femminile nel motorsport debba dipendere dai risultati di una singola donna, ma è anche vero che la "representation" può dare il suo contributo.
Per questa ragione, così come per il fatto che all'epoca delle prese per i fondelli mie a Danica e al suo ex (Ricky Stenhouse, suo collega ai tempi della NASCAR - cfr. il commento ricorrente secondo cui chi otteneva il risultato peggiore in gara doveva stirare per entrambi fino alla gara successiva) alla fine mi ci sono affezionata e che a vederla su una indycar mi sembri tutto tranne che una pensionata, nonostante le critiche che ha ricevuto (mentre seguivo le qualifiche in streaming su Youtube c'erano commenti del calibro di "le donne dovrebbero stare in cucina perché non sono veloci abbastanza per stare in pista", quando si è classificata settima, peraltro davanti a gente tipo Castroneves e Dixon), che mi fa un effetto un po' diverso (e poco piacevole) da come avevo pensato.
Trovo bellissimo il fatto che abbia deciso di correre la Indy 500 per l'ultima volta, dopo anni, prima del ritiro definitivo dalle competizioni, ma l'impressione è quella di assistere a un pezzo di storia che se ne va.

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