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venerdì 25 maggio 2018

24.05.2015: emozioni sull'orlo dei tombini

Ci sono due tipi di gare: quelle in cui ti importa qualcosa di chi conquisterà l'ultimo punto disponibile e speri che possa farlo qualcuno che ottenendo un punto farebbe qualcosa di epico e quelle in cui non ti importa niente di tutto il resto della classifica che va oltre la prima posizione. Non ho dubbi ad affermare che ci sono poche gare che appartengono all'ultima categoria e che la Indy 500 è indiscutibilmente una di queste.
La Indy 500, inoltre, ha qualcosa che, mentre la guardi, ti prosciuga il fondo dell'anima. Non è la questione di essere lunga ed estenuante (le gare di NASCAR non è che siano più corte, anzi...), quanto piuttosto che ti lascia senza respiro, per quanti possono essere i colpi di scena.
Non credo che si possano fare paragoni tra la Formula 1 e la Indy 500: penso che quando guardiamo una gara di Formula 1 la guardiamo con certe aspettative e che quando guardiamo la Indy 500 abbiamo aspettative diverse. Guardare la Formula 1 pensando a una cinquantina di cambi di leadership nel corso della gara è impensabile, mentre allo stesso modo è impensabile sperare che il pilota partito in pole position alla Indy 500 possa dominare e vincere la gara, mentre tu te ne sbatti e tieni le dita incrociate per il backmarker risalito miracolosamente in top-ten.
Con questo non voglio dire che una cosa sia *meglio* dell'altra. Sarebbe un po' come chiedersi se sia meglio mangiare un piatto di tortellini alla panna o un gelato alla stracciatella. Sono confronti che lasciano il tempo che trovano e che, a mio parere, non ha tutto questo senso fare. Non sono sicura che chi afferma di desiderare gare di Formula 1 come la Indy 500 desidererebbe davvero vedere una gara di Formula 1 in cui al minimo intoppo entra la safety car, in cui le strategie possono stravolgere il risultato della gara (non fare arrivare secondo chi era in testa e viceversa, ma anche di far vincere chi era ultimo e viceversa) e in cui Hartley è sul punto di vincere ma finisce la benzina a un metro dal traguardo lasciando la vittoria a Magnussen, il tutto mentre i Vettelton partiti dalla prima fila si trovano oltre la 15esima posizione. O meglio, è probabile che i fan di Vettel vorrebbero vedere Hamilton arrivare 15esimo e viceversa, ma non tutte le altre cose che ho ipotizzato.

24 Maggio 2015: era un momento della mia vita in cui, per quanto ferocemente appassionata di motori, non stavo vivendo il mio momento migliore come appassionata. Vedevo le gare e pensavo che certe fossero molto belle, ma non mi restavano nel cuore come prima. Vedevo le gare per inerzia, le commentavo ed ero sincera quando dicevo di avere visto una bella gara, ma c'era qualcosa che non andava, c'era la sensazione che difficilmente avrei provato le stesse emozioni di un tempo.
Anche la Formula 1 nei mesi a venire mi avrebbe riservato qualche emozione intensa, fino a culminare nell'eroico Gran Premio degli Stati Uniti in cui ne successero di tutti i colori e in cui mi sentii finalmente di nuovo vicina come un tempo all'automobilismo, ma quella sera di tre anni fa ero destinata a vivere qualcosa di molto intenso.
Strano a dirsi, ci sono edizioni della Indy 500 nelle quali ci sono stati episodi che ricordo con maggiore chiarezza, quella del 2015 non è una di queste, ma qualcosa mi fa pensare che molto dipenda dallo stato mentale con cui vissi quella gara. Ci fu un momento in cui non mi sentii veramente in me e credo che quella sia stata una delle emozioni più marcate che io abbia mai provato guardando una gara.
Non so se avete presente quei momenti in cui a qualche pilota "importante" accade qualche genere di intoppo e lo date per spacciato, pensate che, vada come vada, finirà la gara nelle retrovie. Di norma funziona così, ma la Indy 500 è la Indy 500 e può succedere di tutto. Un pilota che si è ritrovato in ultima posizione può ritrovarsi a lottare per la top-5 o giù di lì. Certo, a seconda dell'identità del pilota è più o meno probabile, ma sta di fatto che quel giorno non pensavo minimamente, ad un certo punto della gara, che avremmo più sentito parlare di Montoya fino al termine della gara.

Il risultato fu che passai l'ultima mezz'ora convinta che Montoya avrebbe vinto. Era risalito tantissimo, stava stabilmente in top-3 e le posizioni cambiavano alla velocità del suono.
Fino a pochi mesi prima lo detestavo. Non so cosa sia successo: il giorno del GP di St.Pete, il primo del 2015, mentre andava a vincere la gara, mi ritrovai a tifare per lui. È difficile da spiegare, non fu una scelta. La mente mi diceva "che palle, JPM, levati di torno" e il cuore mi diceva "aaaaaaawwwwww, Montoya sta per vincere questo gran premio, sto vomitando arcobaleni". È una delle cose più strane che mi siano mai successe nella mia storia di appassionata di motori, ma l'ho presa come un dato di fatto. Forse è normale a 26 anni avere opinioni diverse da quando se ne hanno 12.
St.Pete fu una cosa, la Indy 500 fu una cosa completamente diversa. Quella mezz'ora trascorsa a pensare che Montoya avrebbe vinto fu una mezz'ora strana da vivere. Ero sola, verso la fine della gara, e non saprei dire se quello che mi passava per la testa lo pensavo oppure lo urlavo.
Non so se avete presente quando nei libri o nei film si parla della sensazione di rivedersi la propria vita scorrere davanti agli occhi. Ecco, io in quel momento non stavo rivedendo la mia vita scorrermi davanti agli occhi, ma stavo vedendo i duelli tra Montoya e i fratelli Schumacher, stavo immaginando in modo più vivido che mai Montoya che superava MSC al GP del Brasile 2001, portandosi in testa alla gara. Ho capito che, se quel giorno di tanti anni fa, era un rookie che in pochi si filavano e aveva superato il campione del mondo in carica portandosi in prima posizione in una gara di Formula 1, lì a Indianapolis poteva succedere di tutto, ma alla fine avrebbe tirato fuori la zampata fatale.

Mentre avevo questi pensieri, la gara si apprestava a finire e ormai in testa c'era Power. Era finita, mi dissi, quel giorno Montoya non avrebbe vinto e tutto sarebbe rimasto come prima.
O forse no. Forse nulla era destinato a rimanere come prima. Non era una cosa che mi succedeva tanto di frequente, ma assistere a un duello per la leadership di una gara poteva farmi quell'effetto... e quell'effetto poteva aiutarmi a prendere ancora una volta gli eventi motoristici come li prendevo una volta, con quel coinvolgimento di cui in un certo senso sentivo la mancanza.
Poi, a tre giri dalla fine, Montoya superò Power. Ce l'aveva negli scarichi e sarebbe stata un'incognita fino alla fine. Lo streaming era di bassa qualità, con il video e l'audio leggermente sfasati. Un attimo prima di vedere JPM vincere la gara sentii dire che JPM aveva vinto la gara.
Scoppiai a piangere a dirotto. Forse mi misi addirittura ad urlare. In pratica feci tutto quello che nel 2001 avrei trovato ridicolo, ma al cuore non si comanda.
Quella di tre anni fa è stata sicuramente una delle emozioni più grandi che una gara mi abbia mai riservato, derivata non solo dal fatto di avere capito, mentre vedevo JPM vincere la gara, che era proprio quello che desideravo, ma anche dal fatto che non era stato per niente un risultato scontato, visto come si erano messe le cose in un momento molto precedente, e per il fatto che non era per niente scontato che un quasi-quarantenne, ritornato in Indycar da poco più di un anno, potesse ottenere una vittoria dovuta al 99% al modo in cui aveva guidato invece che a intuizioni strategiche (senza nulla togliere alle intuizioni strategiche, ma da sole non bastano, per vincere la Indy 500 una gara senza sbavature è d'obbligo.
Vedere che Montoya, che avrebbe potuto puntare a diventare uno dei piloti di Indycar più vincenti della sua epoca, se non avesse trascorso i suoi anni migliori a gareggiare altrove (scelta che, come ho detto di Danica Patrick nel precedente post, spettava a lui e non a chi commenta i suoi risultati, probabilmente JPM voleva la F1 e la NASCAR, invece che una carriera di maggiore successo in Indycar), e che alla sua età vinceva a mani basse la Indy 500 fu un pensiero che mi diede speranza. Pensavo che anche noi, nel nostro piccolo, presto o tardi troveremo la nostra strada e saremo davvero noi stessi.
Tante ragioni si accumularono, per rendere tutto più emozionante di quanto pensavo, quel giorno, e ad oggi sono felice che quel giorno ci sia stato e che mi abbia ricordato che, per quanto a volte nel mondo dei motori ci sembri tutto nero, ci sia qualcosa che inaspettatamente ci restituisce la luce.
A ripensarci oggi, mi dico che JPM ha fatto benissimo a tornare in Indycar, nel 2014, e che se il prezzo di quella vittoria alla Indy 500 era essere messo a piedi un anno e mezzo più tardi perché i suoi compagni di squadra sono tutti dei campioni, ma sono anche tutti più giovani di lui, allora valeva la pena di pagarlo, anche se quest'anno non sarà presente nemmeno alla sola Indy 500, perché adesso la vettura in più per Indy è stata affidata a Castroneves, che a un anno di distanza è stato messo a piedi per ragioni simili a quelle di Montoya. Morale della favola: in Indycar, quando hai 40+ anni, hai ancora delle speranze di procacciarti un volante, a condizione che tu non stia in un team di primissimo piano.

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