giovedì 13 agosto 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (13/15)

POLVERE IX

Per cinquant’anni, vissuti sotto un falso nome che ormai era diventato la sua unica identità, Laszlo era rimasto lontano da Vittoria Montevecchio. La loro breve storia d’amore sembrava soltanto un sogno lontano, la sua tragica morte nient’altro che un incubo.
La vita vissuta dopo quel drammatico fatto non era stata troppo sgradevole. Laszlo aveva trovato un altro amore e si era perfino sposato, anche se si era sempre sentito incompleto. Sua moglie non aveva mai saputo che un tempo il suo nome era Laszlo Halasz, né ne erano al corrente i suoi figli.
La consorte ormai non c’era più e i ragazzi erano ormai adulti e presi dalle loro vite. Laszlo non doveva più rendere conto a nessuno di quello che faceva. Quella era la ragione che l’aveva condotto là dove il dramma si era consumato mezzo secolo prima. Gli era capitato, per puro caso, in una libreria, di trovare un libro su Vittoria Montevecchio. L’aveva comprato senza esitare, l’aveva letto in pochi giorni. Per quanto non vi fossero dettagli di grande interesse, era menzionato il luogo della sua sepoltura. Era stato allora che Laszlo aveva avvertito il desiderio di visitare la sua tomba prima di morire.
Gli era stato diagnosticato da ormai un anno una patologia cardiaca che avrebbe potuto aggravarsi. La situazione, per il momento, era sotto controllo, ma Laszlo sentiva di non avere più molto tempo a disposizione.
Giunse all’Agriturismo Farfalla Perduta il 29 aprile, l’anniversario della sessione non cronometrata. Tutto ciò che desiderava era la tranquillità, ma la direttrice parlava troppo e faceva troppe domande. La signorina Mirella era più vicina ai trent’anni che ai venticinque e c’era in lei qualcosa di antiquato che la faceva somigliare più alle donne del Novecento che a quelle degli anni Duemila. Di cognome faceva Pinardi, come uno degli uomini che cinquant’anni prima avevano dichiarato di avere assistito al delitto.
Non vi era stato alcun delitto, Laszlo ne era sempre stato certo. Vittoria Montevecchio era morta in un incidente durante la Corsa della Polvere e, per chissà quale ragione, il fatto era stato insabbiato. Dubitava che Mirella Pinardi fosse al corrente dei fatti, ma non aveva intenzione di menzionare la vicenda proprio con lei. Se fosse stato per lui, si sarebbe limitato al “buongiorno” e “buonasera”, evitando conversazioni che potessero metterlo a dura prova.
La signorina Mirella, purtroppo, sembrava intenzionata a infrangere a tutti i costi la sua labile tranquillità. Nel tardo pomeriggio, mentre Laszlo sedeva a un tavolo nel cortile sorseggiando un tè freddo, la direttrice si presentò di fronte a lui.
«Si sta bene oggi, non è vero?»
Laszlo alzò lo sguardo. Si pentì di averle mostrato la discreta padronanza della lingua italiana, maturata successivamente all’epoca in cui aveva amato Vittoria, e di non avere modo di eludere le sue chiacchiere.
«Sì, è un bel giorno.»
«Forse sono io che esagero, ma questo posto è un angolo di paradiso.»
«Mhm.»
«Sa che un tempo era il casolare di Vittoria Montevecchio? Ha mai sentito parlare di lei?»
Laszlo scelse di non essere troppo esplicito. Si limitò a ripetere: «Vittoria Montevecchio?»
«Pilota di automobilismo degli anni Cinquanta» chiarì Mirella. «Non sono mai stata un’appassionata di corse, ma la sua storia è piuttosto affascinante.»
Sperando che fosse sufficiente a farle capire che non aveva voglia di parlare, Laszlo suggerì: «Magari, nei prossimi giorni, me la può raccontare.»
Quelle parole ebbero invece l’effetto opposto. La signorina Mirella scostò la sedia di fronte alla sua e si accomodò al tavolo.
«Posso fare di meglio. Gliela posso raccontare ora.»
Lasciato senza alcuna possibilità di sottrarsi alla narrazione, Laszlo ascoltò quello che Mirella Pinardi aveva da dire. Come facilmente prevedibile, aveva le idee poco chiare su cosa fosse realmente accaduto. Secondo lei, Vittoria Montevecchio era stata uccisa da uno spasimante rifiutato, forse in nome del sentimento che provava nei confronti di un collega.
«Nessuno sapeva da dove fosse sbucato fuori il maggiordomo inglese» proseguì la signorina Mirella, «e nessuno seppe più niente di lui dopo il delitto. Ovviamente il suo strano comportamento fu considerato una palese ammissione di colpevolezza. Chissà che fine ha fatto quell’individuo. Non si sa nulla di lui, nemmeno quanti anni avesse. Me lo sono sempre immaginata più vecchio di Vittoria.» Ridacchiò. «Forse mi lascio influenzare dai romanzi polizieschi, dove il maggiordomo è sempre un inquietante uomo di mezza età, se non anziano.»
«Legge romanzi polizieschi?»
«No.»
«Eppure ne parla come se ne avesse una buona conoscenza.»
«Conosco i loro stereotipi. Comunque sia, se quel maggiordomo aveva quaranta o cinquant’anni molto probabilmente sarà già morto.»
Laszlo annuì.
«È plausibile. Immagino che nessuno lo rimpianga.»
«Presumo di no» convenne la signorina Mirella. «Mi scusi se le ho raccontato una storia così macabra.»
«Si figuri.»
«Le ho perfino detto che è una faccenda affascinante. Non mi sono spiegata bene, ovviamente. Vittoria Montevecchio era un personaggio affascinante, così come lo era la sua carriera nelle corse. Il signor Leslie era soltanto un disgraziato che le ha strappato la vita e le ha impedito di essere felice con l’uomo che amava. Si vocifera che ci fosse del tenero tra Vittoria e Robbie Redgrave, un importante pilota dell’epoca. Credo che fosse imparentato con Edward Roberts, quello che adesso corre nella Diamond Formula. Evidentemente quel signor Leslie non era capace di stare al posto suo e di rassegnarsi, come se la Montevecchio potesse davvero provare interesse nei suoi confronti.»
Quanto gli sarebbe piaciuto potere mettere a tacere una persona saccente come la Pinardi. Laszlo era certo che Vittoria avesse ricambiato il suo sentimento. Si erano amati, anche se per troppo poco tempo. Laszlo non dubitava che Vittoria avesse amato anche Redgrave. Molto probabilmente l’avrebbe sposato, se fosse sopravvissuta alla Corsa della Polvere, e a Laszlo non sarebbe rimasto altro che farsi da parte, ma quella era un’altra storia e non aveva a che vedere con un assassinio che in realtà non era mai accaduto.
Non poteva farlo. Doveva limitarsi a restare in silenzio e ascoltare le stupide esternazioni di Mirella Pinardi: «Credo che ciascuno di noi dovrebbe essere libero di amare alla luce del sole. Non dovrebbero esserci né pressioni sociali né mostri che ci strappano la vita quando non cadiamo ai loro piedi.»
Laszlo azzardò: «Vittoria Montevecchio è sepolta qua vicino?»
Nonostante conoscesse la risposta, ascoltò le indicazioni della signorina Mirella, che gli spiegava come raggiungere il cimitero e dove trovare la tomba.
Laszlo andò a farle visita l’indomani, recando con sé un mazzo di rose. Si guardò intorno, si accertò che non vi fosse nessuno. Era molto improbabile che qualcuno badasse a lui, in ogni caso, ma non voleva correre rischi. Qualche impiccione avrebbe potuto chiedersi come mai un signore anziano che si trovava in vacanza all’Agriturismo Farfalla Perduta fosse andato a depositare fiori accanto alla lapide di una donna deceduta da ormai mezzo secolo.
In quel tardo pomeriggio di aprile rimase a lungo accanto alla tomba del suo amore perduto, forse troppo. Nonostante ciò, l’indomani si sentì in dovere di recarsi di nuovo sul posto. Anche se sulla lapide vi era scritto che la morte era sopraggiunta il 2 maggio, Laszlo sapeva bene che Vittoria aveva perso la vita il giorno precedente. Il primo maggio era il suo vero anniversario di morte, se n’era andata esattamente cinquant’anni prima, anche se per lui ci sarebbe stata sempre.
Tornò all’Agriturismo Farfalla Perduta, un nome che richiamava Vittoria Montevecchio e il suo stemma, soltanto all’avvicinarsi dell’ora di cena. Mirella Pinardi gli chiese se avesse visitato qualcuna delle località circostanti. Laszlo fu molto vago in proposito. Per fortuna quella sera la direttrice sembrava troppo impegnata per restare a parlare con lui e riuscì ad apprezzare la tanto agognata tranquillità.
Dopo cena attese che quell’ampia fetta di clientela che si trovava all’Agriturismo solo per la serata se ne andasse. Quando la calma scivolò sulla Farfalla Perduta prese a vagare per il corridoio, al piano di sopra. Si introdusse in quello che un tempo era stato il fienile. Non accese la luce. Rischiò più di una volta di inciampare, ma riuscì a raggiungere la vetrata. Cinquant’anni prima quattro uomini avevano testimoniato di avere visto qualcuno – lo stesso Laszlo –che gettava la povera signorina Bonetti giù da lì.
«Vittoria, amore mio» mormorò, «non potrò mai dimenticarti.»
Fu allora che la vide. Non aveva alcuna prova che fosse davvero la donna che aveva amato, ma se lo sentiva dentro. Il bagliore sul muro di quella che un tempo era stata l’officina del padre di Vittoria prese subito forma, andando a tracciare la nitida sagoma di una farfalla.
«Vittoria, sei qui?» sussurrò Laszlo.
La luce sul muro si fece più intensa. Fu questione di un attimo, ma fu sufficiente ad abbagliarlo.
«Ti amavo, lo sai?»
Ancora una volta la luce si intensificò.
«Lo so, tu ormai eri passata oltre. Forse avresti sposato Redgrave e io non sarei stato che un ricordo, ma questo non cambia le cose. Sono stato felice, nella mia nuova vita. Ho avuto una moglie. Ho due figli e tre nipoti. Però non c’è stato un solo giorno in cui non abbia pensato a te, al tuo sorriso e a quello che hai rappresentato per me.»
La farfalla emanò un potente bagliore a intermittenza, prima di svanire. Era l’ultimo saluto di Vittoria Montevecchio, quello che non avevano potuto scambiarsi cinquant’anni prima, quando la sua amata era stata strappata alla vita.
Laszlo non aveva mai avuto dubbi: era stato un incidente. Le competizioni degli anni Cinquanta erano un continuo appuntamento con la morte e Vittoria aveva fatto la stessa fine di tanti altri corridori, tra i quali almeno ufficialmente il povero Teddy Redgrave, per il quale Laszlo aveva lavorato come segretario. Il signor Robbie gli aveva assicurato che Vittoria aveva preso un abbaglio, che quello del povero Teddy era stato un incidente come tanti altri. Laszlo aveva solo fatto finta di credergli. In realtà Robbie Redgrave aveva voluto consigliargli di rimanere lontano da certi affari.
Laszlo aveva rispettato la sua volontà. Del resto, era stato proprio Robbie Redgrave ad aiutarlo quando pendeva su di lui l’imminente accusa di avere assassinato Vittoria. Redgrave aveva fatto tutto ciò che poteva. Si era occupato del passaporto falso, quello di un cittadino ungherese che nessuno avrebbe mai collegato al misterioso signor Leslie, noto a tutti come maggiordomo inglese. Gli aveva fornito il denaro necessario per iniziare una nuova vita e la condizione implicita era che non facesse saltare la copertura. Non vi erano mai state ragioni per cui Laszlo dovesse mandare tutto all’aria, con il rischio di essere collegato a un delitto mai commesso. Qualunque fosse il motivo per cui Teddy Redgrave era morto non era più qualcosa che lo riguardasse. La triste fine di Vittoria aveva segnato un punto di non ritorno dal quale non poteva in alcun modo tornare indietro, Laszlo aveva dovuto accettare di non fare più parte del suo stesso mondo.
Qualche volta aveva immaginato di scoprire la verità su di lei e di dimostrare la propria innocenza, ma erano soltanto fantasie prive di una base concreta. Non sarebbe mai accaduto. Il misterioso signor Leslie sarebbe stato ricordato ancora a lungo come il brutale assassino che aveva privato della vita una povera donna che aveva osato rifiutare il suo amore.
Cinquant’anni dopo, Laszlo poteva accettarlo. Non importava quale fosse la verità che veniva sbandierata ai quattro venti da persone non informate dei fatti come la signorina Mirella Pinardi. Tutto ciò che contava era che Laszlo e Vittoria conoscessero la verità. Apparendogli nella forma di una farfalla di luci sul muro della vecchia officina e dandogli la possibilità di aprirsi con lei, la sua amata gli aveva dato un segnale molto chiaro.
Laszlo non era pentito di averle mentito, quando le aveva detto di avere avuto una vita felice. Al massimo poteva definirla serena, ma era giusto che Vittoria non sapesse come avesse sempre provato un dolore che non aveva mai potuto condividere con nessuno e come per cinquant’anni non si fosse mai davvero sentito in pace con se stesso.
A mezzo secolo di distanza dal giorno del Trofeo delle due Province in cui Vittoria era venuta a mancare, finalmente Laszlo si sentiva a posto. L’indomani sarebbe andato per un’ultima volta a visitare la sua tomba, poi sarebbe partito per tornare a casa. Sarebbe rimasto accanto ai suoi figli e ai suoi nipoti, continuando a fingere che il nome che portava fosse quello vero, ma l’avrebbe fatto con uno spirito diverso. Avrebbe atteso che la morte lo portasse via e che lo ricongiungesse a Vittoria. Poteva essere lontana anni, così come solo mesi oppure singoli giorni, ma non importava. La farfalla perduta l’aveva atteso per cinquant’anni e, qualunque cosa ci fosse dall’altra parte, Laszlo era certo che sarebbero stati vicini.

***

Nel tardo pomeriggio del 9 luglio, al bar, Dalila fu la prima ad andare via, dopo essersi soffermata a guardare vecchie fotografie appese in bacheca. Oliver rimase in silenzio, a fissare il tavolo al quale era seduto insieme a Edward e Selena.
«Pagherei qualsiasi cifra per poterti leggere nella mente.»
Alle parole di Selena, Oliver sussultò.
«Perché?»
«Ti sei comportato in modo strano, stasera» osservò Selena. «Eri quasi assente, anche quando c’era Dalila.»
Senza alzare lo sguardo, Oliver rispose: «Sono rimasto un po’ spiazzato dal fatto che, a distanza di vent’anni, la data di oggi venga ancora associata a una finale dei mondiali di calcio. Non c’è nulla di male, sia chiaro. Per me, però, significa qualcosa di completamente diverso. Oggi Tina avrebbe compiuto quarantun anni.»
«Oh» mormorò Selena. «Hai ragione.»
Oliver si alzò in piedi.
«Vado fuori a prendere una boccata d’aria.» Diede un’occhiata alla bacheca. «Chissà cosa c’era di così interessante.»
Non se ne curò troppo. Era molto probabile che Dalila fosse rimasta colpita, nel bene o nel male, da qualche inquadratura. Era una fotografa, dopotutto, certi dettagli non le passavano inosservati.
Si avviò verso l’uscita. Fu raggiunto pochi minuti più tardi da Edward.
«Ti va di cenare con noi stasera?»
«Dove?»
«All’Agriturismo Farfalla Perduta.»
«Si può? Io non sono un loro cliente.»
«Si può tutto, basta pagare» rispose Selena, comparendo all’improvviso alle sue spalle. «Non credo che Mirella Pinardi avrà molto da lamentarsi, se le portiamo altra gente.»
Oliver annuì.
«Va bene, come volete. Ceno con voi.»
«Allora andiamo» concluse Edward.
«Adesso? Non mi lasci nemmeno il tempo di andare a casa a cambiarmi?»
«Vai benissimo anche così. Non c’è bisogno di vestirsi in modo formale. Non siamo più ai tempi della Montevecchio, quando gli uomini indossavano giacca e cravatta in ogni occasione. E poi tu non volevi metterti la cravatta nemmeno per il tuo matrimonio.»
Arrivarono all’agriturismo una ventina di minuti più tardi. Trovarono Mirella Pinardi immersa in un’accesa discussione con un uomo vicino ai cinquant’anni, che insisteva sulla necessità che il proprietario vendesse l’attività.
La signorina Pinardi lo congedò con la secca affermazione: «Non prendo ordini da Ettore Chiari.»
Quell’individuo, dunque, era il padre di colei che Dalila chiamava “la sposa bimbaminchia”. Voleva mettere le mani sull’agriturismo e sembrava pronto a tutto per raggiungere quell’obiettivo. Oliver non si sarebbe stupito di scoprire che ci fosse proprio lui dietro ai presunti sabotaggi con tanto di apparizione del “fantasma”. In che modo Ettore Chiari e Ottavia Mattioli si fossero conosciuti era un grande mistero, ma nulla era impossibile. La defunta giornalista si era dimostrata piuttosto abile quando si trattava di mettersi in contatto con qualcuno. Non era da escludersi che un tizio come Chiari potesse essere avvicinato con una certa facilità, giocando le giuste carte.
Quella sera Chiari se ne andò, salutando Mirella in maniera vagamente minacciosa: «Buon proseguimento, ci vediamo presto.»
La Pinardi non replicò. Lasciò che si allontanasse, poi accolse i suoi clienti con un sorriso.
«Buonasera, signor Roberts. Buonasera anche a lei, signora.»
Anche Selena sorrise. Nel suo italiano perfetto le annunciò: «Io e mio marito abbiamo deciso di invitare un amico a cena con noi.» Glielo indicò. «Le presento il signor Fischer.»
«Il signor Fischer è il benvenuto» confermò la direttrice. «Prego, seguitemi.»
Mirella Pinardi li fece accomodare in sala da pranzo, informandoli che di lì a pochi minuti una cameriera si sarebbe occupata di loro.
A bassa voce, Oliver chiese a Edward: «Hai mai visto quel tale?»
«Chi?»
«Quello che parlava con la direttrice quando siamo arrivati.»
«Sì.»
«Viene spesso?»
Edward confermò: «L’ho visto qualche volta.»
«Quindi» dedusse Oliver, «viene spesso, se già l’hai visto diverse volte. Sei qui soltanto da pochi giorni.»
«Sì, però parlano sempre in italiano, quindi non posso dirti di che cosa abbiano discusso.»
«Questo posso dirtelo io» intervenne Selena. «Quel tale vorrebbe comprare l’agriturismo. Il proprietario, il cugino della direttrice, sarebbe anche interessato, ma lei si oppone strenuamente.»
«Interessante» affermò Oliver.
«Tu dici?» replicò Edward. «Secondo me ti stai perdendo in dettagli irrilevanti.»
Oliver lo fulminò con lo sguardo.
«Tu sei l’ultima persona al mondo che dovrebbe avere voce in capitolo. Il tuo intuito per le faccende macabre è pressoché inesistente.»
«Grazie al cielo» ribatté Edward. «Almeno ho qualche possibilità di vivere la mia esistenza di tutti i giorni senza rischiare di mettermi nei guai un giorno sì e l’altro pure come fai tu.»
Oliver obiettò: «Non mi sembra affatto di essermi messo nei guai, al momento. Sono stato piuttosto discreto, non ho nulla da temere. Però, dopo cena, intendo abbandonare la mia discrezione.»
Edward aggrottò le sopracciglia.
«Che intenzioni hai?»
«Stai tranquillo, Roberts. Non ti chiederò di fare nulla di compromettente.»
«Questo significa che mi chiederai comunque di fare qualcosa?»
«Eccome, ma il lavoro sporco lo farò io. Anzi, lo faremo io e la tua signora.» Si rivolse a Selena: «Ci stai, vero?»
«Adesso te lo chiedo io: che intenzioni hai, Fischer?» gli domandò questa, con voce tagliente.
«Non fare anche tu la guastafeste come Edward» replicò Oliver, in italiano. «Non è niente di peggio di quello che abbiamo già fatto. Ti ricordo che non troppo tempo fa abbiamo simulato un threesome in un locale pubblico. Stasera non dovrai sdraiarti accanto a me seminuda e tuo marito non avrà bisogno di essere sessualmente esplicito per mettere in chiaro che sei off limits.» Tornò a parlare in inglese: «Non preoccuparti, Roberts, non le ho detto nulla di negativo su di te. Se dovessi farlo, mi assicurerei che tu possa capire tutto, dalla prima parola all’ultima.»
Edward non obiettò. Poco dopo la cameriera preannunciata dalla signorina Pinardi si presentò al loro tavolo. Oliver evitò discorsi compromettenti fino alla fine della cena. Solo a quel punto si mise all’opera.
«Pensavo di andare a dare un’occhiata al luogo del delitto» mormorò, a voce sufficientemente bassa da potere essere abbastanza certo di non essere udito se non da Selena e Edward.
Quest’ultimo protestò: «Il luogo del delitto è stato sede di un altro delitto... e non settant’anni fa, ma il mese scorso. Te ne sei forse dimenticato?»
«No, non me ne sono dimenticato affatto» chiarì Oliver, «ed è proprio questa la ragione per cui voglio vederlo.»
«Non mi pare il caso.»
«È un luogo accessibile, perché non dovrei?»
«È uno spazio privato dell’agriturismo.»
«Mi concederò una piccola licenza poetica, fingendo che sia uno spazio pubblico. Non preoccuparti, non devi venirci tu. Ci verrà Selena, insieme a me. Tu ti limiterai a fare il cane da guardia e ad avvisarci se dovesse arrivare qualcuno.»
«Te lo scordi!»
«Selena è libera di decidere da sola. Non le impedirai di venire con me a fare un sopralluogo.»
«Anch’io sono libero di decidere» mise in chiaro Edward. «Non ho alcuna intenzione di...»
Selena lo interruppe: «Ti prego, non dire di no. È la nostra unica possibilità.»
«Questo è sfidare apertamente la sorte» obiettò Edward. «Potreste mettervi nei guai... e io con voi.»
«Andrà tutto bene, Roberts, stai calmo» lo esortò Oliver. «So quello che faccio.»
Edward rise, sprezzante.
«Come no!»
Oliver non replicò. Non sarebbe tornato indietro ed era meglio che Roberts iniziasse ad accettare la realtà.
Lasciata la sala da pranzo, salirono di sopra. Un’altra cameriera, che incrociarono lungo le scale, lanciò loro una strana occhiata. Selena parve divertita. Non appena la donna si fu allontanata affermò: «È palese che sia arrivata alle conclusioni sbagliate.»
«Quali conclusioni?» volle sapere Edward.
«Su noi tre» rispose Selena. «È così facile sembrare davvero un threesome.»
«Grazie al cielo non lo siamo» rimarcò Edward, con una certa freddezza. Arrivati al piano di sopra volle sapere: «Cosa devo fare?»
«Stai lì dove sei» gli suggerì Oliver, «e tieni d’occhio la rampa di scale, casomai qualcuno salga.» Si guardò intorno. «Direi che la finestra da cui Ottavia è stata buttata giù si trova da quella parte.»
Entrare dentro l’ambiente che un tempo era stato il fienile non fu difficile. Dall’esterno filtrava la luce dei lampioni, quindi Oliver si guardò bene dal premere l’interruttore. Si avvicinò alla vetrata, seguito da Selena.
Fu la Roberts a osservare: «Per l’assassino non deve essere stato facile muoverla quando era incosciente. La finestra è piuttosto in alto.»
«Già» convenne Oliver. «Mi viene da pensare che al nostro uomo – o alla nostra donna – piacciano i delitti teatrali. Ha voluto deliberatamente ricreare le atmosfere della morte di Vittoria Montevecchio, altrimenti non si spiega perché non abbia scelto un modo meno faticoso per sbarazzarsi della Mattioli.»
«Quindi» chiese Selena, «secondo te era consapevole delle indagini che Ottavia stava svolgendo?»
«Non le chiamerei indagini. Una volta Dalila l’ha chiamato voyeurismo. Inizio a pensare che l’approccio di Ottavia fosse ben diverso dal nostro.»
«Non hai risposto alla mia domanda.»
Oliver ammise: «Non so come rispondert-...»
Si interruppe di scatto. Udì la porta che si apriva. Era molto probabile che la persona che stava per entrare si trovasse già al piano superiore e che Edward non li avesse avvertiti perché non aveva avuto modo di vederla.
La luce si accese. Oliver ebbe a malapena il tempo di dirsi: “sono fottuto”. Selena lo travolse e le loro bocche si scontrarono. Con un gesto rapido, la Roberts lasciò scivolare giù le spalline del vestito.
Con una voce stridula, Mirella Pinardi borbottò: «Non mi sembra il caso di...»
Allontanandosi dalle labbra di Oliver, Selena la interruppe, parlando in tono supplichevole: «La prego, signorina, non dica niente a mio marito.»
La signorina Pinardi si addolcì appena: «Non dovreste stare qui.»
«La prego, ci lasci da soli almeno qualche minuto» la implorò Selena. «Faccia finta di non averci visti.» Si fece improvvisamente molto pragmatica: «Mi dica quanto mi costerà questo extra.»
«Ne parliamo con calma, in un altro momento» suggerì la direttrice. «Vi lascio soli.»
Senza aggiungere altro spense la luce e richiuse la porta.
Oliver non riuscì a trattenere una risatina.
«Come ti è venuto in mente?»
«Siamo credibili nei panni di una moglie annoiata e del suo affascinante amante, non credi?» ribatté Selena.
«Adesso, però, sarebbe meglio se tu ti sistemassi quel vestito e ti allontanassi a una distanza di sicurezza.»
«Perché, pensi di non riuscire a trattenerti?»
Oliver puntualizzò: «Siamo nel bel mezzo della supervisione di una scena del crimine. Non avrei comunque certe tentazioni. E poi, non c’è bisogno che mi baci o che ti spogli. So benissimo che, a modo nostro, io e te saremo sempre anime gemelle.» Sorrise. «Però, se proprio insisti...» Le si avvicinò e le sfiorò il collo con le labbra. «Indagare con te ha sempre il suo fascino.»
«Stai al posto tuo, Fischer» gli ordinò Selena, indietreggiando. «Se non sbaglio, ti ho friendzonato molto tempo fa.»
«Ci sono persone che fanno sesso con i propri amici» puntualizzò Oliver. «Se non ci fossimo innamorati di altre persone, questo scenario non mi dispiacerebbe affatto.»
«Mi stai dicendo che, se non ci fossimo innamorati di altri, io non sarei la donna della tua vita?» ribatté Selena. «Devo ammettere che sono un po’ delusa.» Si sistemò bene il vestito. «Dove la trovi un’altra che ti accompagna sulle scene del crimine?»
«Da nessuna parte» ammise Oliver, «devo dartene atto.» Rimase in silenzio per qualche istante, riflettendo. «Secondo te la direttrice ci ha creduto davvero?»
«Che io e te ci siamo appartati qui per dedicarci a piaceri proibiti? Non lo so, però potremmo lasciare qualche indizio che la convinca definitivamente.»
«Che tipo di indizio?»
Selena lo rassicurò: «Penso a tutto io, Fischer. Tu vai a casa, in attesa di nuovi sviluppi.»
«Quali sviluppi dovrei attendere?»
«Non so. Forse Chiari tornerà. Cercherò di scoprirne di più.»
Oliver scosse la testa.
«Non me ne resterò buono e tranquillo senza fare nulla.»
Selena azzardò: «Sarebbe meglio se...»
Oliver non la lasciò finire: «Non prendo ordini da te, quando si tratta di scene del crimine. Se un giorno andassimo a letto insieme, invece, ti garantisco che avresti la mia obbedienza più assoluta.»

***

Era ormai molto tardi, non c’era più nessuno in giro. Selena aveva già raccontato a Edward tre volte, aggiungendo dettagli più precisi a ogni narrazione, come si fossero svolti i fatti.
«Quindi ti sei buttata addosso a Fischer, eh?» borbottò Edward. «E dimmi, ti è piaciuto?»
«Gli ho solo sfiorato le labbra con le mie» rispose Selena, «e ho mostrato la scollatura a Mirella Pinardi.»
«Mhm.»
«Cosa c’è? Ti disturba che io sappia recitare molto bene?»
«No, mi disturba il fatto che ogni volta che c’è un’indagine in corso tu e Fischer finiate sempre in mezzo a situazioni equivoche» replicò Edward. «Mi stupisce solo che tu non abbia sentito il bisogno di toglierti anche la biancheria.»
«L’avrei fatto, se fosse stato necessario» ribatté Selena, «ma posso fare di meglio.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che non sono affatto certa di essere riuscita a fregare la signorina Pinardi, ma che di sicuro mi crederà, se domani troverà un paio di mutandine sexy nella stanza che si trova al posto del vecchio fienile.»
«Indossi mutandine sexy?»
«No, ma le indosserò ora e tu ti assicurerai che non siano pulite come se fossero appena uscite dal cassetto.»
«Che cosa mi stai chiedendo esattamente?»
«Di farmi tutto quello che la Pinardi deve pensare che mi sia fatta fare da Fischer. Immagino che la cosa non ti dispiaccia.»
Edward ammise: «Non mi dispiace affatto.»
«Allora fammi cercare il tanga di pizzo, poi spengo la luce.»
«Perché hai portato un tanga di pizzo?»
«Perché sono previdente. Ho pensato che potesse essermi utile... e avevo ragione.» Selena si mise a rovistare tra i propri effetti personali. «Eccolo qua. È arrivato il momento giusto per indossarlo.» Si cambiò, poi spense l’interruttore, proprio come aveva anticipato. «Adesso puoi farmi tutto quello che vuoi. L’importante è che, quando avrai finito, il tanga dia l’impressione di essere stato indossato fino all’ultimo moment-...»
Edward la interruppe: «Basta parlare, adesso. Mi sembra che tu abbia già detto anche troppo. Non pensi che sia arrivato il momento di stenderti sul letto?» Senza attendere una replica, la fece sdraiare. «Preparati, Selena, perché intendo farti dimenticare dell’esistenza di Fischer, almeno finché la luce sarà spenta.»
Selena ridacchiò.
«Non aspetto altro.»
«Vedremo se tra qualche istante dirai ancora la stessa cosa.»
«A meno che tu non abbia intenzione di tapparmi la bocca, penso proprio di sì.»
Edward non rispose. Si avventò su di lei. Sembrava carico di desiderio. Selena non dimenticò solo l’esistenza di Oliver, ma anche quella di Mirella Pinardi e di tutte le persone che avevano intorno.
Quando tutto fu finito, accese la luce e raccattò il tanga.
«Sai, Edward» ammise, «mi sento un po’ in imbarazzo ad andare a mettere nell’ex fienile le mie mutandine bagnate.»
«Quelle non sono mutandine. È un filo di tessuto che non copre nulla.»
«La cosa non cambia. Che cosa penserà Mirella Pinardi di me?»
«Eri tu che volevi che pensasse che Fischer sia il tuo amante.»
Selena mise in chiaro: «Non vedo alternative. Ci ha sorpresi là dentro. A parte due amanti, chi potrebbe andare a rintanarsi nel vecchio fienile in cui è stato commesso un delitto poco più di un mese fa?»
«Due impiccioni che indagano sul delitto stesso» suggerì Edward.
«Esatto, e noi non possiamo essere certi che la Pinardi non abbia nulla a che vedere con l’omicidio. È meglio andarci molto cauti, non credi?»
«Era meglio non entrare affatto in quel vecchio fienile.»
«Grazie per il tuo spassionato parere, Edward, ma non so cosa farmene» replicò Selena. «Se siamo andati a vedere la scena del crimine è per un motivo ben preciso. Ci siamo fatti la nostra idea.»
«Oh» esclamò Edward, «c’è stata anche un’effettiva indagine, quindi. Sentiamo, cosa ne avete dedotto?»
«Che ci sono modi molto più sbrigativi e meno dispendiosi di energie per uccidere una persona. Se l’assassino ha buttato giù Ottavia dalla finestra dopo averla stordita, è molto probabile che volesse richiamare proprio l’omicidio di Vittoria Montevecchio – la versione ufficiale, ovviamente.»
«Quindi?»
«Quindi l’omicidio di Ottavia Mattioli c’entra con le ricerche su Vittoria... o almeno, è quello che ci siamo detti io e Fischer» rispose Selena. «Non sono sicura che sia davvero così.»
«Cosa vuoi dire?»
«Ci sono due situazioni in cui l’assassino potrebbe fare quello che ha fatto. Cerca di immedesimarti.»
Edward protestò: «Come faccio a immededimarmi in un assassino?! Non ho alcun desiderio di commettere un omicidio.»
Selena lo ignorò.
«Esiste la possibilità che abbia voluto inscenare il delitto della Montevecchio perché Ottavia si stava impicciando troppo, oppure che l’abbia fatto per depistare. Immagina che abbia ucciso la Mattioli per ragioni totalmente diverse e che abbia voluto nascondersi. Potrebbe essere una sceneggiata per non farsi smascherare.»
«Perché dai per scontato che l’assassino abbia un modo di agire così complesso?»
«Perché è già passato più di un mese e nessuno è ancora stato sospettato, per quanto ne sappiamo. Siamo in un’epoca in cui tutto quello che facciamo rischia di lasciare tracce. Siamo di fronte a un criminale che ha sicuramente usato cautela la sera del delitto e che ne sta usando tuttora.»
Edward obiettò: «Stai sottovalutando il fattore fortuna.»
«Quindi credi che il nostro “amico” sia ancora a piede libero soltanto perché è stato fortunato?»
«Non soltanto per questo, ma di sicuro anche la fortuna ha inciso. Se avesse incontrato la persona sbagliata al momento sbagliato avrebbe rischiato grosso. In più, se fosse stato particolarmente scaltro, non pensi che avrebbe cercato di scaricare le colpe su qualcun altro?»
Selena scosse la testa.
«No, non penso.»
«Perché no?»
«Perché non siamo in un romanzo giallo, dove è necessaria una soluzione elaborata, ma nel mondo reale.»
«Non ti seguo.»
«Fare apparire un altro come colpevole potrebbe essere controproducente, dato che la sua prima reazione sarà quella di cercare di scagionarsi. Quello che facciamo lascia quasi sempre delle tracce, come ti ho già fatto notare. Questo non vale solo per i colpevoli. Un innocente tirato in ballo dal vero assassino potrebbe dimostrare che si trovava da un’altra parte al momento del delitto, se ne ha la possibilità, e questo rischierebbe di far saltare la copertura.»
«Quindi» dedusse Edward, «cercare di scaricare la responsabilità su qualcun altro potrebbe significare fregarsi da soli?»
«Secondo me sì.»
«Hai imparato molto da Fischer, a quanto vedo.»
«Mi stai dicendo che sono un’ottima spalla per un detective?»
«No. Sto dicendo che stai diventando brava tanto quanto il presunto detective. Mi auguro solo che rimanga tutto nell’ambito della teoria.»
Selena obiettò: «Non possiamo rimanere nell’ambito della teoria in eterno. Prima o poi l’assassino di Ottavia Mattioli commetterà un passo falso.»
Edward spalancò gli occhi.
«Stai davvero cercando di risolvere il caso?»
«Non posso risolvere il caso, con i pochi elementi che ho in mano. Posso solo fare in modo che Mirella Pinardi non sospetti che mi piacerebbe risolvere il caso, anche se credo che la mia presenza qui ormai le abbia già aperto gli occhi.»
«Cosa pensi di fare?»
«Lasciare il tanga nell’ex fienile, te l’ho detto.»
«Non parlavo del tanga, ma di tutto il resto. Va bene, Mirella o chi per lei troverà il tanga e penserà che tu e Fischer abbiate consumato là dentro, ma per il resto come pensi di comportarti? Non sospetta di te e Fischer come coppia investigativa, ma ti dici convinta che sospetti già almeno di te.»
Selena annuì.
«Sì, questo potrebbe diventare un problema, lo ammetto, ma non è ancora il caso di preoccuparsi. Per il momento sembra molto improbabile che sia stata la Pinardi a uccidere Ottavia.»
Edward puntualizzò: «Tu stessa hai detto che l’assassino potrebbe avere agito spinto da ragioni ben diverse dal fatto che Ottavia si stesse interessando alla morte di Vittoria Montevecchio. Mirella Pinardi sarebbe la candidata ideale.»
Selena obiettò: «Uccidere Ottavia qui all’agriturismo sarebbe stata una mossa fin troppo audace. Non ce la vedo a prendersi un rischio del genere.»
Edward le chiese: «Su chi punti, allora? Chi poteva sapere che Ottavia sarebbe venuta qui?»
Selena ammise: «È una bella domanda, Edward. Secondo me è proprio questo che dobbiamo chiederci. Ottavia si è introdotta all’agriturismo durante la chiusura per lavori, probabilmente attirata da quello che aveva visto nel cortile qualche ora prima. Immagino che la Mattioli non avesse l’abitudine di raccontare a chiunque che intendeva entrare senza autorizzazione in un luogo chiuso al pubblico. I casi sono due: o aveva un complice o qualcuno la teneva d’occhio e l’ha seguita fino a qui.»
«Mhm.»
«Ammesso che Ottavia abbia impersonato il fantasma di Vittoria Montevecchio, potrebbero aprirsi due scenari: il primo è che il suo complice l’abbia seguita, il secondo è che qualcun altro avesse intenzione di fermarla e che, per quella ragione, la stesse tenendo sotto sorveglianza.»
«Nel secondo caso torneremmo a Mirella. Era la persona che più di ogni altra ci aveva rimesso, se Ottavia era il “fantasma” che infastidiva i clienti.»
«Non so. Non me la sento di lasciare fuori il giocatore d’azzardo.»
«Il figlio di Bonetti?»
«Proprio lui. Proviamo a metterci per un attimo nei suoi panni: è al corrente delle malefatte del padre e si sente relativamente sicuro perché nessuno sa cosa sia accaduto davvero. Sono passati settant’anni, dopotutto, è quasi impossibile che qualcuno dell’epoca sia non solo vivo, ma anche lucido abbastanza da potere infangare il nome della famiglia Bonetti. Poi una donna inizia a impersonare il fantasma. È davvero un sabotaggio nei confronti dell’agriturismo? Così potrebbe essere, e questo ci rimanderebbe a Ettore Chiari. Flavio Bonetti, però, potrebbe avere l’impressione che l’intento del “fantasma” sia un altro e che qualcuno voglia rivelare la verità. Ottavia fa domande, troppe domande. Bonetti pensa di non avere alternative: bisogna metterla a tacere prima che dica una parola di troppo.»
Edward le strizzò un occhio.
«Caso risolto, quindi?»
Selena sbuffò.
«Purtroppo no. Sono in alto mare e non ho idea di come uscirne. Se solo sapessimo qualcosa in più della vittima! La verità è che non abbiamo idea di chi fosse Ottavia quando non cercava di ricostruire la vita della Montevecchio e non impersonava il fantasma. Sarebbe molto utile per capire se ci siano altre strade.»

***

Ettore Chiari contemplava già da diversi minuti la lapide di Vittoria Montevecchio. Ottavia non sapeva molto di lui, se non che era appassionato di misteri locali. Era molto probabile che fosse stato il suo interesse a condurlo di fronte alla tomba di una donna morta da esattamente cinquant’anni.
Ottavia si avvicinò lentamente. Ettore non si accorse di lei finché non gli parlò.
«Come stai?»
Ettore si girò lentamente.
«Ottavia, che cosa ci fai qua?»
Gli indicò la lapide.
«Vittoria Montevecchio è morta il 2 maggio. È passato mezzo secolo proprio oggi.»
«Perché ti interessa?»
«Perché la sua storia è interessante.»
«Non sapevo che ti piacessero le corse.»
«Non lo sapevo nemmeno io, ma ho collaborato alla stesura di alcuni trafiletti su una rivista del settore. Penso di avere trovato la mia strada.»
«Mi fa piacere per te.»
«È anche merito tuo. Se tu non mi avessi proposto di...»
Ettore la interruppe, brusco: «Io non ti ho proposto nulla. Non è mai successo niente.»
Ottavia sospirò.
«Ci siamo solo noi due. Entrambi conosciamo la verità.»
«Entrambi conosciamo una verità che dovrebbe essere dimenticata» puntualizzò Ettore. «Lo sai, vero, che se solo ti lasci sfuggire quello che è successo rischiamo di finire tutti nella merda? Ilaria non se lo merita.»
«Certo, c’è sempre Ilaria da difendere. Quando ti renderai conto che, se fossi stato felice con lei, non saresti mai caduto tra le mie braccia?»
«E tu quando ti renderai conto che ero disperato? Dopo quello che le avevo fatto...»
Ottavia gli ricordò: «È stato un incidente. Ci sono incidenti per via dei quali nascono bambini e altri a causa dei quali i bambini muoiono molto prima di nascere.»
Ettore la afferrò per un braccio.
«Non ti permetto di parlare in questo modo! Ilaria era incinta di nostro figlio!»
Ottavia indietreggiò, dopo essersi liberata con uno strattone.
«Sono io che non dovrei permetterti di usare un certo tono. Ti ho dato quello che volevi. Tua moglie è stata contenta e ti ha perdonato per l’incidente. È andata bene per tutti, alla fine, anche per Lucia. A proposito, te l’ho mai detto che lo trovo un nome da vecchia? Non mi sembra adatto a una bambina nata negli anni Duemila.»
«I genitori di quella bambina siamo io e Ilaria» le ricordò Ettore. «Per quanto riguarda il suo nome, tu non hai mai avuto voce in capitolo.»
«Però Ilaria non sa tutto» gli ricordò Ottavia. «Non sa come è stata concepita quella bambina. Non hai mai avuto il coraggio di dirle che tu sei davvero suo padre.»
«Non conta chi siano i suoi “veri” genitori. I genitori sono quelli che crescono un figlio, non quelli che lo concepiscono. Tu te ne sei liberata. Io e Ilaria ti abbiamo dato i soldi che volevi. Il tuo desiderio era iscriverti all’università e iniziare a scrivere. Hai fatto entrambe le cose. Che cosa vuoi ancora da me?»
«Voglio che io e te riprendiamo un certo discorso da dove l’avevamo abbandonato. Io non ci credo che non pensi più a me.»
Ettore annuì.
«Sì, è vero, penso ancora a te, ma che importanza credi che abbia? Ho preso le mie decisioni e tu hai preso le tue. Non potevo abbandonare Ilaria allora e non posso abbandonarla adesso.»
Ottavia chiarì: «Non ti sto chiedendo di lasciare tua moglie per me. Ti sto solo chiedendo di ammettere che ti faccio ancora impazzire, come è giusto che sia.»
«Sopravvaluti le tue capacità di seduzione.»
«Sei tu che mi sottovaluti, se pensi che io possa rassegnarmi.»
Ettore sbuffò.
«Vuoi altri soldi?»
«Mi credi davvero così attaccata al denaro?»
«Credo che tu sia a corto di liquidi e che, se stai tornando alla carica, sia proprio per questo. Mi dispiace per te, ma è solo tempo sprecato. Ti ho dato tutto quello che avevo da parte soltanto pochi anni fa. Ci vuole tempo per accumulare denaro.»
«I tuoi affari stanno andando bene.»
«I miei affari non ti riguardano.»
«Ti prego, Ettore, non lasciarmi nella merda» lo supplicò Ottavia, decidendo di essere molto diretta. «Vuoi che racconti a tua moglie che la bambina che avete comprato in realtà è sempre stata figlia tua?»
«Non lo faresti mai» sentenziò Ettore. «Il tuo è solo un bluff. Quanto ti serve?»
«Quanto basta per comprare una macchina di seconda mano. Ho adocchiato una Panda in buono stato, ma il proprietario vuole i soldi subito.»
«Li avrai, ma poi devi lasciarmi in pace.»
«Questo non posso garantirtelo. Sento la mancanza dei nostri incontri bollenti e sono certa che la senta anche tu.» Ottavia gli si avvicinò e gli diede un bacio su una guancia. «Non credo che tu sia l’amore della mia vita, ma questo non significa che dobbiamo privarci di ciò che ci fa stare bene.»
Ettore borbottò: «Non sono sicuro che tu mi faccia stare bene.» Guardò l’orologio che portava al polso. «Si sta facendo tardi, è meglio che vada a casa.»
«Sì, non fare tardi» lo derise Ottavia. «La tua cara Ilaria potrebbe fare domande.»
Ettore non replicò. Si allontanò in fretta e Ottavia lo lasciò andare via. Rimase al cimitero, seppure allontanandosi un po’ dalla tomba della Montevecchio.
Vide un uomo presentarsi accanto alla lapide. Doveva avere già superato i settant’anni. Chissà, forse era un vecchio amico di Vittoria. Ottavia si lasciò prendere dalla curiosità, oltre che dal potenziale scoop.
Si avvicinò a quel tale, lo salutò in quello che riteneva un tono sufficientemente formale e gli chiese: «La conosceva?»
L’altro sussultò.
«Come dice?»
Aveva un accento straniero, probabilmente era soltanto un curioso.
Ottavia gli domandò: «È un turista?»
«Sì.»
«Da dove viene?»
«Sono ungherese, anche se non vivo in Ungheria.»
«Come è arrivato in questo borgo?»
«Grazie a un’agenzia di viaggi.»
«Non so se sia finito qui per caso.» Ottavia indicò all’ungherese la lapide di Vittoria. «Conosce di fama la Montevecchio? È stata una stella dell’automobilismo degli anni Cinquanta. A me piace molto come personaggio.»
L’anziano ungherese si girò e la guardò negli occhi.
In italiano corretto affermò: «Quello che dice è vero, Vittoria Montevecchio è stata una stella. Ha significato tanto per le corse e, da quello che so di lei, ha significato tanto anche per le persone che le stavano intorno.»
«Quindi» dedusse Ottavia, «anche a lei piace come personaggio.»
L’ungherese annuì.
«Sì, mi piaceva molto.»
Il tono sembrava quasi personale, ma Ottavia dedusse che era impossibile. Inoltre quel tale non sembrava disposto a dirle altro, quindi tanto valeva andare via e concentrarsi su ciò che contava davvero.
Non riusciva ancora a credere che Ettore avesse accettato tanto facilmente di darle il denaro per comprare l’automobile usata sulla quale aveva messo gli occhi. Era palese che avesse delle strane idee su di lei, doveva essere stata Ilaria a condizionarlo.
Ottavia non aveva alcuna intenzione né di reclamare Lucia come figlia propria, né di fare nulla che potesse condurla a mettersi nei guai con la legge. Aveva venduto la bambina ai Chiari, che l’avevano adottata illegalmente. Non poteva permettersi che quell’azione venisse alla luce, rischiava di esserne rovinata tanto quanto Ettore e Ilaria.
Il fatto che Ettore fosse sempre corso a casa dalla moglie non la preoccupava. Ottavia non aveva mai voluto essere la sua donna alla luce del sole. Ettore non le piaceva nemmeno e, a dire il vero, si chiedeva sempre più spesso se gli uomini in generale l’avessero mai attratta. Le sue relazioni passate non erano state altro che obbedire a un condizionamento esterno: tutti si aspettavano che si trovasse un uomo e aveva trovato un uomo. In certe occasioni, come nel caso di Ettore, era ottimo anche come pollo da spennare. Chiari non disponeva di fondi infiniti e non aveva alcuna intenzione di sperperarli per ristoranti di lusso, indumenti di marca o gioielli, ma non erano cose per le quali Ottavia provasse alcun interesse. Ettore aveva contribuito a pagare i suoi studi ed era questo che contava per Ottavia. Purtroppo il denaro stava per finire e aveva di nuovo bisogno di lui. Avrebbe recitato la parte della ragazza innocente e innamorata, quando non era né una cosa né l’altra. Era certa che Ettore sarebbe caduto ai suoi piedi.
Nelle settimane che seguirono cercò di non essere troppo assillante. Di tanto in tanto gli fece qualche improvvisata quando usciva dal lavoro. Alla fine di giugno riallacciarono la loro relazione. Ettore, nel frattempo, le aveva pagato la macchina e qualche spesa più piccola. Sembrava desideroso di aprire il portafoglio, pur di tenerla stretta e di evadere da una vita coniugale che non doveva essere molto allettante.
L’apice giunse la sera della finale dei mondiali di calcio. Fu l’unica occasione in cui uscirono insieme, anche se non fecero nulla di eccezionale e trascorsero la serata al bar a guardare la partita. A Ottavia non importava nulla del risultato, fu indifferente nel momento in cui, ai calci di rigore, l’Italia batté la Francia tornando a vincere il titolo dopo ventiquattro anni – un’epoca che le sembrava lontanissima, non era ancora nata a quei tempi.
Qualcuno scattò delle fotografie. Ettore parve non preoccuparsi di essere stato immortalato in sua compagnia. Ottavia non avrebbe saputo dire se non temesse che Ilaria potesse un giorno vedere le foto o se semplicemente non gli importasse più nulla di quello che pensava sua moglie. I Chiari si lasciarono senza ripensamenti qualche anno più tardi. Ettore chiese a Ottavia di riprendere a frequentarsi. Ormai aveva un buon lavoro, non aveva più bisogno del suo denaro. Poteva dirgli la verità: a lei piacevano le donne e non voleva avere una storia con lui. Ettore non la prese troppo male.
«Certe volte l’ho sospettato» le disse.
Ottavia sorrise.
«Allora possiamo rimanere amici?»
«Direi di sì.»
«Non preoccuparti. Non ho alcuna intenzione di rivelare la verità a Ilaria.»
Ettore replicò: «Non ho mai pensato che l’avresti fatto.»
«Eppure mi hai pagato la macchina, qualche anno fa.»
«Te l’ho pagata perché volevo farlo. So che è stata una buona scelta. Anche se solo come amici, forse un giorno io e te faremo grandi cose insieme.»
Negli anni a venire, la previsione di Ettore si sarebbe trasformata in realtà. Superate le ristrettezze economiche degli anni dall’università, Ottavia avrebbe maturato la decisione di ripagarlo di quello che aveva fatto per lei. L’avrebbe fatto vestendo i panni del fantasma di Vittoria Montevecchio.

***

Dopo la cena con Selena e Edward all’agriturismo, Oliver continuò a ricevere informazioni dagli amici. Questi gli riferirono che un uomo che avevano identificato come Flavio Bonetti aveva fatto visita in almeno un paio di occasioni a Mirella Pinardi. Tra i due c’era una certa tensione, anche se i Roberts non avevano idea di che cosa stesse succedendo tra di loro e di quali fossero i loro argomenti di conversazione.
Anche Ettore Chiari si presentò all’agriturismo, seppure un’altra volta soltanto. Selena raccontò di averlo sentito ancora una volta tentare di convincere Mirella a smetterla di opporsi alla vendita dell’agriturismo.
«Le diceva che doveva smetterla di impuntarsi, che suo cugino era favorevole e che, se proprio ci teneva così tanto a lavorare in quel posto, le avrebbe trovato un ruolo.»
Oliver la esortò a continuare: «Ah, sì? Mirella cos’ha detto?»
«Non ne vuole sapere» rispose Selena. «Anzi, gli ha detto che non dovrebbe nemmeno avere il coraggio di presentarsi là, dopo che ha sabotato la Farfalla Perduta con l’aiuto di una persona che non hanno mai citato per nome. La sua identità, però, era chiara. Mirella ha perfino affermato che costei sarebbe riuscita a conquistarsi la sua fiducia con un secondo fine. In sintesi, la loro relazione non era tutta rose e fiori, come facilmente prevedibile. Può darsi che la Pinardi lo credesse, ma adesso sembra convinta che Ottavia non l’abbia mai amata.»
Oliver obiettò: «Questo non ha alcuna importanza. Il fatto che si amassero o meno non significa che Mirella sia coinvolta nell’omicidio. Può darsi anzi che abbia realizzato solo dopo la sua morte con chi aveva davvero a che fare.»
«Però deve essere brutto» borbottò Selena. «Ti immagini di stare insieme a una persona, di perderla e poi di scoprire soltanto dopo che non c’è più che non era sincera?»
«Sì, hai ragione, deve essere molto sgradevole. Per fortuna non è mai accaduto né a me né a te. Almeno abbiamo potuto conservare un buon ricordo delle persone che amavamo.»
«Ecco, un buon ricordo. Sei sicuro che questo ricordo non si stia frapponendo tra te e il presente?»
Oliver sospirò.
«Che cosa stai cercando di dirmi?»
«Che forse dovresti iniziare a riflettere sul tuo futuro» rispose Selena. «Credo che Dalila e Pietro si stiano vedendo in questi giorni.»
«Anch’io e Dalila ci vediamo.»
«Vi vedete in qualità di genitori dello stesso figlio.»
«Considerando che abbiamo un figlio insieme, la cosa non dovrebbe sorprenderti.»
«Smettila di sviare l’argomento. Sei davvero sicuro che non valga la pena di fare qualcosa?»
Oliver replicò: «Non c’è niente in sospeso tra me e Dalila. La vedrò stasera, se proprio lo vuoi sapere, e non ho alcuna intenzione di parlare di argomenti che non abbiano a che vedere con nostro figlio.»
«Cerca almeno di non perdere la sua amicizia.»
«Non c’è pericolo.»
«Parlo sul serio, Oliver. È brutto avere un figlio in comune e non riuscire ad andare d’accordo.»
«Io e Dalila andiamo perfettamente d’accordo. Non c’è nulla di cui tu debba preoccuparti, Selena.»
Non erano soltanto parole di facciata, Oliver era davvero convinto di non avere alcun problema con la madre di suo figlio. Certo, il discorso che Dalila gli aveva fatto qualche tempo prima era fonte di imbarazzo, ma sarebbe sopravvissuto senza difficoltà.
Si incontrarono da lei, quella sera. Oliver doveva portarle Mirko, che era stato con lui durante il giorno. Dalila lo fece entrare. Al bar, con Selena e Edward in quello che sarebbe stato il compleanno di Tina, non avevano avuto difficoltà a rivolgersi l’uno all’altra, ma da soli era un’altra storia.
Si fissavano, con palese indecisione, come se nessuno dei due volesse rompere il ghiaccio. Oliver non si aspettava che Dalila fosse così timorosa, di solito era fin troppo sfacciata e non si faceva scrupolo di mettere in imbarazzo le altre persone. Toccava a lui fare il primo passo e non poteva esimersi, visto che c’era di mezzo una faccenda importante: «Davvero non ti interessa più niente di Vittoria e di tu-sai-chi?»
Dalila lo guardò storto.
«Che cosa ti fa pensare che non mi interessino più né l’una né l’altra?»
«Non mi hai più chiesto niente» rimarcò Oliver, «nonostante ci siano Edward e Selena all’agriturismo. Non ti interessa sapere se ci sono delle novità?»
«Vuoi farmi vedere i tuoi progressi?» replicò Dalila, con freddezza. «Buon proseguimento, con le tue indagini.»
«Grazie.» Oliver rifletté, domandandosi se fosse il caso di girare intorno all’altra questione. Decise di non farlo, di smetterla di fingere che non ci fosse niente da dire. «Cosa sta succedendo tra te e Bruni?»
«Non sono fatti tuoi.»
«Non fraintendermi, Dalila. Non voglio impicciarmi nei tuoi fatti privati. Non voglio mettermi tra di voi.»
«Grazie per avermi detto che cosa non vuoi fare. Adesso, per cortesia, puoi dirmi che cosa vuoi? C’è qualcosa di cui dobbiamo parlare o puoi lasciarmi sola?»
Oliver sbuffò.
«Fammi capire, Dalila, ce l’hai con me perché ti ho detto di no? Perché esisto? Davvero, non riesco a capirti.»
«Non ce l’ho con te» gli assicurò Dalila. «È solo che... sono stanca.»
«Bella scusa, originale quasi tanto quanto il mal di testa. Non credi che dovresti almeno sforzarti di inventare qualcosa di nuovo?»
«Sono stanca di inventare, così come sono stanca di doverti dare delle spiegazioni. Io e Pietro ci vediamo. Perché lo facciamo non è affare tuo.»
Oliver azzardò: «Stai indagando con lui, non è vero?»
«Non ti riguarda.»
«Non metterti nei guai.»
Il tono di Dalila si addolcì: «Anche tu non metterti nei guai. Tanto lo so, stai indagando anche tu.»
Oliver sorrise.
«Mi hai colto sul fatto, vedo.»
«Che intenzioni hai?»
«Ti rispondo soltanto se mi dici che intenzioni hai tu.»
«Mi stai ricattando, Fischer?»
«Ti sto proponendo uno scambio equo. Io do un’informazione a te e tu ne dai una a me.»
«Prima tu» lo esortò Dalila.
«Secondo me ci sono due grandi questioni che non dovremmo sottovalutare» disse Oliver. «La prima riguarda il passato. Mirella Pinardi e Flavio Bonetti sono entrambi discendenti dei testimoni del presunto omicidio commesso da Laszlo Halasz.»
Dalila lo ammonì: «Non dovresti fare nomi.»
«Non penserai davvero di avere dei microfoni sparsi in giro per casa!»
«La prudenza non è mai troppa.»
Oliver la ignorò.
«La Pinardi e Bonetti si vedono all’agriturismo, in certe occasioni. Entrambi sanno che continuare a mantenere il riserbo sui fatti di settant’anni fa, che riguardano lo zio di lei e il padre di lui, potrebbe essere impossibile. Tu-sai-chi non sapeva niente di quella vicenda. È molto improbabile che sia stata uccisa per quella ragione, però non possiamo escludere che la Pinardi o Bonetti l’abbiano uccisa. Forse la temevano.»
«Hai detto due grandi questioni» osservò Dalila. «La seconda quale sarebbe?»
«Il padre di Lucia Chiari» rispose Oliver. «Vuole comprare l’agriturismo a tutti i costi. Il titolare glielo venderebbe anche, se non ci fosse Mirella che insiste affinché la trattativa non vada in porto. Deve tenerci molto a quel posto. Questa strada non porta al passato, ma al presente. Non penso che ci sarebbe da stupirsi troppo, se scoprissimo che Ettore e Ottavia erano complici. La Mattioli impersonava il fantasma e cercava di allontanare i clienti. Se gli affari fossero andati male, Chiari si sarebbe offerto come compratore. Adesso il “fantasma” non c’è più, ma è di nuovo un periodo di crisi ed è tornato alla carica.»
«Quindi» ribatté Dalila, «secondo il tuo spassionato parere il padre della sposa bimbaminchia avrebbe ucciso tu-sai-chi all’interno dell’agriturismo, dopo che questa era stata sua complice, in modo da potersi fiondare sull’agriturismo stesso?»
«Mi sembra un’ipotesi piuttosto fantasiosa.»
«Sì, ma è l’unica conclusione a cui potresti arrivare, Fischer. Non hai altri elementi.»
Oliver replicò: «Presto ne avrò. C’è una persona con la quale vorrei andare a scambiare due parole. Cercherò di farlo domani.»
«Chi?»
«Un’informazione per un’informazione. Io ti ho detto anche troppo, mentre tu sei rimasta sulle tue.»
Dalila gli strizzò un occhio.
«Ti ho fregato, Fischer. Non ti dirò niente.»
«Che donna diabolica» la sbeffeggiò Oliver. «Vorrei dire che sei imprevedibile, ma non lo sei affatto.»
«Vuoi dire che immaginavi che non avrei parlato?»
«Esatto.»
«Eppure tu l’hai fatto.»
«Volevo condividere con te le mie sensazioni. E poi non ti ho detto niente di compromettente. Non sai chi è la persona con cui intendo andare a parlare.»
«Dici che avrai elementi» osservò Dalila. «Immagino che tu abbia puntato qualcuno che ha a che fare con uno dei nostri due “amici” collegati a Vittoria Montevecchio. In alternativa, hai messo nel mirino qualcuno che sta vicino a Ettore Chiari.»
Oliver non le diede la soddisfazione di rispondere. Salutò Dalila e se ne andò, senza aggiungere altro. La Colombari non era troppo lontana dalla verità, anche se la persona con cui voleva parlare non era vicina a Chiari, almeno nel presente.
La sua ex moglie era la proprietaria di una lavanderia. Oliver aveva controllato quali fossero gli orari di apertura, in modo da poterla sorprendere all’uscita. Si presentò puntuale, alle 19.30, ma fu costretto ad attendere diversi minuti prima di vederla uscire e abbassare la serranda. La signora Ilaria era una bella donna sui quarantacinque anni, forse qualcuno in più. Era vestita piuttosto elegantemente e non aveva alcuna somiglianza con la figlia, almeno da quanto Oliver aveva visto consultando i profili social di quest’ultima.
Le si avvicinò.
«Posso parlarle un attimo?»
«Ci conosciamo?» azzardò Ilaria.
«No, ma sono qui per...»
Oliver non riuscì a finire la frase, dato che l’ex signora Chiari lo interruppe: «Mi scusi, ma vado di fretta. Sono già in ritardo per una cena.»
Si allontanò a piedi, non sembrava diretta molto lontano. Oliver la vide attraversare la strada e incamminarsi verso una piccola trattoria che aveva anche alcuni tavoli all’aperto.
Ilaria si accomodò fuori, dove un uomo la stava aspettando. Oliver aveva il sole negli occhi, quindi non riuscì subito a mettere a fuoco. Solo in un secondo momento si ritrovò, con la bocca spalancata, a constatare che quell’uomo era Pietro Bruni.

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