martedì 4 agosto 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (9/15)

POLVERE V


Le 19,30 erano già passate da qualche minuto, ma la serranda era ancora aperta. Pietro varcò la soglia. La titolare del negozio era da sola e stava sistemando delle banane dentro una cassetta.
«Disturbo?»
La donna non alzò lo sguardo.
«No. Stavo chiudendo, ma non è un problema. Che cosa desidera?»
«Sapere come mai la proprietaria di un negozio di frutta e verdura si sia spacciata per una giornalista che ha collaborato con Ottavia Mattioli. È questo che ha raccontato a un certo Fischer, o sbaglio?»
Lucia sussultò.
«Che cos-...»
Pietro la interruppe: «Credo che, per perdere meno tempo possibile, farebbe meglio a raccontarmi che cosa le passa per la testa.»
Finalmente Lucia si voltò.
«Il tuo amico ha creduto senza battere ciglio alla mia versione dei fatti. Come mi hai trovata?»
Visto che Lucia era passata dal lei al tu senza preavviso, Pietro fece lo stesso.
«Il mio amico...» Gli sfuggì un sorriso, nel definire Oliver a quella maniera. «Il mio amico, a dire il vero, si è un po’ insospettito, e non poteva essere diversamente. Dato che ti ho vista, anche se da lontano, ho pensato di cercarti. Al giorno d’oggi, sono quasi tutti sui social. Se avevi collaborato con Ottavia, era molto probabile che fossi tra i suoi contatti o tra i suoi follower. È stato così che ho trovato una Lucia che ti somigliava tanto. Peccato che non fosse una giornalista. Spiegami perché una venditrice di frutta si è spacciata per tale.»
Lucia sospirò.
«Si dice che la curiosità uccide. Probabilmente è proprio così.»
«Tu sei viva.»
«Già.»
«Per ora.»
«Cosa vuoi dire?»
«Stai tranquilla, Lucia. So benissimo di dare l’impressione di essere il bel tenebroso venuto a ucciderti. In realtà sono semplicemente un bel tenebroso venuto a fare domande... alle quali non stai rispondendo. Curiosità, eh? Ti trovavi nello stesso locale di un tizio al quale molto probabilmente Ottavia aveva posto delle domande – un certo Bonetti, prima che tu finga di non sapere di chi si tratta – e ti sei messa a parlare con un noto giornalista fingendo di essere una sua collega. Mi sembra un po’ strano che la semplice curiosità ti metta di fronte a tutto questo in maniera casuale. Tu eri là per un motivo ben preciso.»
«Curiosità, te l’ho detto.»
«Puoi raccontarlo a Fischer, ma non a me... E comunque ti consiglio di non sottovalutare Fischer. Ha risolto casi di omicidio, figuriamoci se si lascia ingannare da una fruttivendola che finge di avere lavorato con Ottavia Mattioli.»
«A tale proposito, qual è il legame tra te e Oliver Fischer? So che sei stato insieme alla madre di suo figlio, una fotografa che risponde al nome di Colombar-...»
Pietro non la lasciò finire: «Lascia in pace Dalila. Vorrei chiederti di riservare la stessa cortesia anche a me, ma credo che sia solo fiato sprecato. A quanto pare, sai benissimo chi sono.»
«Come potrei non saperlo? Appartieni a una famiglia importante. Mi stupisce che quella Dalila non sia ancora caduta ai tuoi piedi. Sei un uomo molto attraente, hai fascino e sei ricco e famoso. Deve proprio piacerle quell’Oliver Fischer.» Lucia lo guardò dritto negli occhi. «Sai, Pietro – è così che ti chiami, mi pare...»
«Sì.»
«Uno come te dovrebbe essere in grado di sbarazzarsi facilmente di un simile “concorrente”. Magari posso aiutarti.»
«In cambio di che cosa?»
«Di qualche informazione in più.»
«Su Ottavia Mattioli? Mi dispiace, ma non so niente di lei, se non che era un’impicciona di prima qualità. E poi sono una persona corretta, non accoltello i miei avversari alle spalle.»
«Però sei qui, da solo» puntualizzò Lucia. «Non ti sei portato Fischer.»
«Non avevo ragioni per portare Fischer in questa circostanza. Non sei così importante.»
«Non mi chiedi che cosa sto cercando di scoprire?»
«Posso immaginarlo. Ottavia stava indagando su Vittoria Montevecchio. Ti interessano le corse degli anni Cinquanta?»
«Nemmeno lontanamente.»
«Che cosa, allora?»
«La sua leggenda. Ho organizzato una “caccia al fantasma”, cinque anni fa, a ridosso del suo anniversario di morte.»
Pietro rabbrividì, nonostante facesse molto caldo e nel negozio non vi fosse l’aria condizionata. Chissà come avrebbe reagito Lucia, se le avesse riferito di avere avuto una potenziale apparizione del fantasma della Montevecchio.
Ovviamente non le disse nulla di tutto ciò, ma si limitò a domandarle: «C’è molta gente che dà la caccia ai fantasmi?»
«Più di quanto credi... e non solo ragazzini. Anzi, quasi solo gente adulta, anche se comunque due giovanissimi c’erano. La ragazza non era nemmeno maggiorenne, credo. Mi è rimasta impressa, specie considerato che si chiamava Lucia proprio come me. Si chiama così tuttora, è chiaro. Non mi ricordo il nome del ragazzo, invece. Prestava più attenzione a Lucia che non alla caccia. Penso che si siano messi insieme, dopo.»
«Che cosa avete fatto alla “caccia al fantasma”?»
«Niente di che. Abbiamo organizzato un incontro nei pressi del luogo del delitto e aspettato che succedesse qualcosa.»
«Immagino che non sia accaduto nulla.»
«No.»
«Come si incastra Ottavia in tutto questo?»
«L’ho conosciuta qualche mese fa. È venuta a cercarmi dopo avere trovato un vecchio post che avevo pubblicato. Ha iniziato a farmi domande. Abbiamo iniziato a seguirci sui social. Ho capito che non le importava niente del fantasma, ma solo delle corse e del personaggio. Pazienza, nessuno è perfetto.»
«Perché a te interessa il fantasma?»
«Mi piacciono le leggende metropolitane... e poi l’idea che ci sia un mondo che non conosciamo è intrigante, non lo puoi negare. Le persone che abbiamo perso potrebbero essere intorno a noi. Chissà, anche Ottavia potrebbe essere qui da qualche parte.»
L’idea di essere di fronte a un’invasata priva di utilità si stava ormai prepotentemente facendo largo in lui, ma Pietro decise di insistere, se non altro per chiarire il punto che gli interessava: «Che cosa volevi da Fischer, quella sera?»
«Te l’ho detto, sono curiosa» insisté Lucia, «tutto qui. Mi piacciono le questioni esoteriche.» Rise. «Se mia nonna mi sentisse, si rivolterebbe nella tomba. Era una fervente cattolica, quindi penso che per lei queste cose fossero il male assoluto.»
«Oliver Fischer non è esoterico» replicò Pietro, «e non lo è nemmeno Flavio Bonetti. Nemmeno il poker è esoterico: si vincono e si perdono soldi veri.»
«Tu e Fischer eravate là per Bonetti?»
«Rivolgo la stessa domanda a te.»
«Sì, ero là per Bonetti» ammise Lucia. «Mi incuriosisce. È un tipo pacato. Mia nonna conosceva i suoi genitori. Era un’amica di sua madre, mentre non le piaceva suo padre. Diceva che il signor Vittorio aveva reso infelice la povera Franca.»
Pietro azzardò: «Qual era il nome di tua nonna?»
«Si chiamava Silvana» fu la piatta risposta di Lucia. «Perché ti interessa?»
Pietro cercò di contenere l’entusiasmo. Era plausibile che fosse la stessa Silvana che con Franca e altre due donne organizzava le riunioni parrocchiali menzionate nel diario di Vittoria Montevecchio. Era una delle due più giovani e, a quanto pareva, in un momento successivo alla morte di Vittoria doveva avere avuto una famiglia.
«Semplice curiosità anche la mia. Davvero i genitori di Flavio Bonetti erano una coppia infelice?»
«Franca aveva un negozio al quale teneva molto» rispose Lucia. «A un certo punto rischiò di doverlo vendere a causa del marito.»
«A Vittorio Bonetti non piaceva l’idea che sua moglie lavorasse?»
«Questa storia secondo cui un tempo le donne non dovevano assolutamente avere un’occupazione vale nella tua classe sociale, non nella nostra, in cui un’entrata in più faceva sempre comodo. Direi piuttosto che a Franca Bonetti non piaceva l’idea di lavorare tutto il giorno per portare a casa l’unico denaro che garantiva la sussistenza familiare, dato che Vittorio sperperava tutto ciò che guadagnava... e spesso sperperava anche una parte degli introiti del negozio di Franca, tanto da rendere difficile pagare i fornitori, in certe circostanze.»
«A Vittorio Bonetti non piaceva lavorare?» azzardò Pietro. «Sapevo che era uno dei meccanici della nipote. Dopo la sua morte ha dovuto cambiare strada e non ha mai trovato un posto nel mondo?»
«Il suo posto nel mondo era piuttosto dispendioso» replicò Lucia, secca. «Flavio deve avere ereditato da lui la passione per il gioco d’azzardo. Pare avere molta più fortuna del padre, che era sempre pieno di debiti. Ovviamente Franca ha dovuto spendere un sacco di soldi per parargli il fondoschiena. Forse avrebbe fatto meglio a rimanere zitella. In fondo, il suo destino sembrava quello... ma perché questo interesse nei confronti di Vittorio Bonetti?»
Pietro precisò: «Mi interessa il figlio, per quella che tu chiameresti semplice curiosità. Conoscere il suo background familiare può contribuire a farmi un’idea su di lui.»
«Non ne sono tanto convinta. A te non interessano né le corse né i fantasmi, ma i delitti, non è vero?»
«Cosa te lo fa pensare?»
«Oliver Fischer ha risolto casi di omicidio, hai detto. Credo che sia quella la ragione per cui sei venuto in quel locale insieme a lui, nonostante le vostre tensioni personali.»
«Gradirei che non si facessero insinuazioni sulle mie presunte tensioni con Fischer, né su quelle con chiunque altro. Spero di non chiederti troppo. Comunque ti sbagli, trovo le corse del passato molto affascinanti.»
«Ma i delitti lo sono ancora di più, non è vero?» insisté Lucia. «Non ci credo che ti interessa solo Flavio Bonetti.»
Desideroso di mettere fine alle sue illazioni, Pietro azzardò: «Sono fuori tempo massimo per comprare due pomodori?»
Lucia non parve troppo delusa da quel repentino cambiare discorso.
«Ho la cassa ancora aperta... e comunque, due pomodori per te sono gratis. Che qualità vuoi?»
«Quelli» le indicò Pietro, «però li pago. Non sono venuto qui per fare lo scroccone.»
«Come desideri» ribatté Lucia, «in fondo i clienti hanno sempre ragione.»
Però gli ortaggi richiesti, li mise in un sacchetto di carta, gli comunicò un prezzo palesemente scontato, accettò le sue monete e infine lo salutò.
Appena varcata la soglia del negozio, Pietro telefonò a Dalila, seppure consapevole che fosse meglio evitare di accennare ad argomenti pericolosi. Erano passate più di due settimane dal delitto e nessuno di loro aveva avuto seccature, ma era meglio continuare a prendere precauzioni.
Dalila rispose soltanto al settimo squillo, quando Pietro aveva ormai perso le speranze.
«Ehi, dimmi.»
«Che fine avevi fatto?»
«Stavo parlando con Fischer. È venuto a cena da noi stasera.»
«Oh, fantastico» ribatté Pietro, sprezzante. «Scusami se ti ho disturbato mentre da brava donna di casa cucinavi per il padre di tuo figlio. Dobbiamo vederci subito.»
«Neanche per sogno!» replicò Dalila. «Ci vediamo domani.»
«È urgente» insisté Pietro. «Dobbiamo vederci al più presto, non posso accettare rifiuti.»
«Come ti pare. Ci vediamo stasera, però non subito.»
La concessione di Dalila era già qualcosa. Pietro concluse: «Va bene. A più tardi.»

***

«Allora?»
Il tono di Fischer era piuttosto insistente, mentre sedevano tutti e tre al solito tavolo situato all’interno della proprietà condominiale.
«Allora cosa?» obiettò Pietro. «Sono venuto per parlare con Dalila, non con te.»
Oliver lo ignorò.
«Ci sono sviluppi, immagino. Puoi metterci al corrente di questi sviluppi senza farci perdere tempo?»
«Ho rovinato la vostra serata insieme, eh?» Pietro ridacchiò. «Ho fatto proprio bene a fare un giro in un certo negozio di frutta e verdura. Ho anche comprato due pomodori a prezzo stracciato, sono stati la mia tristissima cena. Ho l’impressione che producano acidità di stomaco, ma questo è un altro discorso. Vuoi sapere chi è la proprietaria di quella bottega?»
«Non credo che tu sia venuto qui per parlarci dei pomodori» ribatté Oliver, «quindi presumo che il dettaglio importante sia questo.»
«Lucia.»
«Chi?»
«Appunto, chi?» intervenne Dalila.
«Una tizia che ha cercato di intrattenersi con Fischer qualche tempo fa» rispose Pietro. «Te la ricordi, immagino.»
«Ah, quella del pub» osservò Oliver. «Non mi ricordavo il suo nome. Non doveva essere una giornalista? Così mi aveva detto.»
«Ebbene, non lo è» rispose Pietro. «Ha un negozio di ortaggi. Nel tempo libero, organizza battute di caccia ai fantasmi o cose del genere.»
«Che cosa significa?» volle sapere Dalila. «In che senso dà la caccia ai fantasmi?»
«Non ho voluto indagare, ma l’impressione è che organizzi spedizioni in luoghi in cui si narra vi siano state apparizioni, una roba del genere. Attira gente tramite i social, immagino. Dice che non sono soltanto ragazzini. Anzi, la maggior parte sono adulti da un bel po’.»
Oliver si intromise: «Non mi stupisce che ai ragazzini non interessi andare a stanare fantasmi insieme a quella donna. Hai capito perché abbia finto di conoscere Ottavia?»
Pietro lo smentì: «La conosceva davvero e non le piace molto il fatto che non le interessassero i fantasmi. Pare che la Mattioli l’abbia contattata qualche tempo fa, dopo avere trovato informazioni a proposito di una “caccia” risalente a cinque anni fa. Inutile dire che il fantasma in oggetto era quello di Vittoria Montevecchio.»
«Nel sessantacinquesimo anniversario di morte?»
«All’avvicinarsi della data.»
«Quindi non la notte tra il primo e il secondo giorno del mese.»
«Non credo l’abbia fatto di notte. È probabile che la spedizione sia stata organizzata alla sera, quando la gente si scomoda di andare fuori, invece di rimanersene a letto. Mi ha raccontato che erano tutti adulti, tranne due ragazzini. Pare che tra loro sia sbocciato l’amore, che si siano conosciuti proprio quella sera. La ragazza era la più giovane dei presenti, non era ancora maggiorenne. Le è rimasta impressa perché si chiama Lucia proprio come lei.»
Dalila scattò in piedi e si prese la testa tra le mani.
«Oh, cazzo!»
Pietro non si aspettava una simile reazione da parte sua, né riusciva a spiegarsela.
Non era il solo, dato che Fischer le si avvicinò e le chiese: «Cosa succede? C’è qualche problema?»
«Non lo so» ammise Dalila. «Quella Lucia poteva avere circa diciassette anni, ha conosciuto il fidanzato il primo maggio... tutto sembra combaciare.»
Pietro obiettò: «Combaciare con cosa?»
«Lucia Chiari» rispose Dalila, «la sposa bimbaminchia!»
«Che cosa c’entra adesso la sposa bimbaminchia?»
«Non lo so, ma ha festeggiato il matrimonio all’Agriturismo Farfalla Perduta e suo padre ha fatto finta di non vedere l’effetto di luce o fantasma che fosse! Ogni fottuta persona che troviamo sulla nostra strada sembra avere a che fare con questa storia, in un modo o nell’altro.»
«Non siamo ancora certi che la sposa bimbaminchia sia la stessa ragazza che ha partecipato alla caccia al fantasma di Vittoria Montevecchio cinque anni fa.»
«Basterà andare da Lucia la fruttivendola con una foto di Lucia la bimbaminchia e chiederle se si tratta di lei.»
L’idea di Dalila era sensata, ma Pietro preferì cambiare discorso.
«Vittorio Bonetti era un giocatore d’azzardo.»
Oliver tornò a sedersi.
«Come lo sai?»
«Me l’ha detto Lucia. Sua nonna era quella Silvana delle riunioni parrocchiali, l’amica di Franca. Conosceva piuttosto bene Bonetti e ne ha parlato male alla nipote.»
«Oh, interessante.»
Anche Dalila fece ritorno al tavolo.
«Anche il gioco d’azzardo torna spesso a farci visita. La domanda è: come mai quattro uomini dei quali Vittorio Bonetti non faceva parte avrebbero giocato a carte proprio nel cortile del casolare della nipote di un abituale giocatore d’azzardo?»
«Forse non stavano davvero giocando a carte» suggerì Oliver, «come abbiamo dedotto in diverse occasioni. Hanno dovuto inventare una scusa credibile.»
«Ho riletto alcuni passaggi del diario» li informò Dalila, «nello specifico quelli dei giorni antecedenti alla sua morte. A un certo punto Vittoria afferma che presto per Leslie non ci sarà più niente da fare. La sua presenza è stata solo temporanea.»
Pietro non poté fare a meno di lanciare un’occhiata penetrante a Fischer, mentre affermava: «Laszlo Halasz è stato solo una presenza fugace nella vita di Vittoria. Il suo vero amore doveva essere Robbie Redgrave. Del resto, era un uomo affascinante, che esercitava senza dubbio una certa influenz-...»
Oliver lo interruppe: «Parli di Redgrave o di te stesso?»
«Mi fa piacere che mi trovi affascinante e influente, Fischer.»
«È meglio che non dica altro. Non...»
Dalila li interruppe: «Se volete ricominciare a misurarvelo per vedere chi ce l’ha più grosso, fatelo in un altro momento. Lasciamo perdere un attimo le vicende sentimentali. Vittoria Montevecchio è morta di morte violenta, dobbiamo proprio chiederci a tutti i costi quale dei suoi cavalieri avrebbe scelto se fosse rimasta in vita? Non possiamo cercare di dare un significato a quello che affermava? Ha chiamato Laszlo Halasz al casolare per una sorta di indagine. Sostiene che presto non ci sarà più niente da fare per lui. Che cosa vuole dire, secondo voi?»
Pietro rifletté. Non fece in tempo a formulare una teoria sensata, perché Oliver si affrettò a rispondere: «Vittoria credeva di essere sul punto di risolvere il “caso”. Era convinta che qualcuno avesse eliminato Teddy Redgrave di proposito e che quel qualcuno fosse presente.»
Dalila azzardò: «Il signor Valenti?»
Pietro suggerì, invece: «Robbie Redgrave?»
«Charpentier?» aggiunse Oliver. «Anche quello partecipava a gare internazionali. Dovremmo verificare se fosse presente il giorno dell’incidente di Redgrave.»
«Che cosa ne pensi della mia teoria, Fischer?»
«La tua teoria non è del tutto insensata, ma Robbie dovrebbe essersi esposto a dei rischi notevoli, in primis cedere il diario di Vittoria alla sua amica Diana Bianchi. Sarebbe stato meglio distruggerlo. In più, perché negare che il fratello fosse stato ucciso prima che anche Vittoria morisse e poi, di colpo, iniziarla a considerare un’ipotesi ragionevole? Altro che giocare d’azzardo, se fosse il colpevole!»
Pietro osservò: «Robbie Redgrave sfidava la morte ogni volta che scendeva in pista. Aveva un senso del rischio sicuramente molto diverso del nostro.»
«Ma perché avrebbe dovuto uccidere il fratello?»
«Sembrerebbero esserci state delle tensioni tra di loro, che si contendevano un volante alla Scuderia Saetta Cremisi.»
«Sono figlio unico, quindi il mio parere vale fino a un certo punto» obiettò Oliver, «ma non mi sembra una ragione valida per uccidere il proprio fratello.»
«Neanche l’eredità, a dire il vero, ma i gialli classici, di cui immagino tu sia un avido lettore, sono pieni di parenti che si uccidono per un po’ di denaro in più.»
«Ti sbagli, Bruni, non sono un avido lettore di gialli. Sono piuttosto un avido risolutore di veri casi di omicidio e la letteratura non è d’aiuto, in questa circostanza. A meno che Robbie Redgrave non sia uno di quegli assassini che davvero amano sfidare la sorte, avrebbe mantenuto un profilo più basso, se fosse stato lui ad ammazzare il fratello.»
«Può darsi» ammise Pietro, «però, in questo caso, siamo di nuovo al punto di partenza. Non abbiamo elementi nuovi.»
«Io sì, invece» ribatté Oliver, «anche se non sul delitto. Non vi ho interrotti, prima, perché il discorso sulla sposa bimbaminchia era interessante, però vorrei capirne di più: di che gioco di luce stavate parlando?»
«Come sai» disse Dalila, «io e Pietro ci siamo incontrati per caso la sera del primo maggio. Ero la fotografa al matrimonio di questa Lucia Chiari e...»
«Questo lo so» puntualizzò Oliver. «Hai menzionato testualmente un gioco di luci “o fantasma che fosse”. Di che fantasma stavi parlando, Dalila?» Si rivolse a Pietro: «La domanda vale anche per te, Bruni. Immagino che tu sappia perfettamente di che cosa si tratta.»
«Lascia perdere, Fischer» gli suggerì Pietro. «Non è niente di importante.»
«È la ragione per cui abbiamo iniziato la nostra indagine» obiettò Dalila. «O meglio, è stata la mia ragione. Come ben sappiamo, tu eri spinto da ben altri motivi.»
«Non lascio perdere affatto» insisté Oliver, e non c’era da sorprendersi, vista quanto affetmato da Dalila. «Adesso voi due mi raccontate per filo e per segno tutto quello che ignoro.»
Pietro sbuffò.
«E va bene, Fischer. Abbiamo assistito a uno di quei misteri che i complottisti attribuiscono ai poteri forti e pubblicano con didascalie tipo #NonCieloDikono.»
«La scia di un aereo?»
«Non dire cazzate.»
«Anche quelle vengono attribuite ai poteri forti» precisò Oliver. «Forse dovresti essere più chiaro su quello che hai visto.»
«Sembrava un gioco di luci, la sagoma di una farfalla» gli spiegò Pietro. «Io l’ho vista, Dalila anche. Il signor Chiari, invece, ha negato di avere notato alcunché, anche se Dalila, in sua presenza, si è comportata come se fosse convinta che fosse tutto parte della scenografia.»
«Mhm.»
«Non hai niente da dire, Fischer?»
«Ci sto pensando.»
«Ti aiuto io, allora. Dimmi che sono un pazzo visionario e che non mi rendo conto della realtà, dimmi che...»
Oliver non lo lasciò finire: «Forse era davvero lei. Nel suo settantesimo anniversario di morte ha chiesto il vostro aiuto.»
Pietro spalancò gli occhi.
«Parli sul serio, Fischer?»
«Sì, parlo sul serio. La specie umana parla dell’oltretomba fin dalla notte dei tempi. Ciascuna religione ha una propria idea di aldilà. Il paranormale ha le proprie idee di aldilà. Perfino persone non religiose o che non credono nel paranormale vi fanno menzione. Eppure è sempre qualcosa di vago e lontano. Anche chi sostiene fermamente di credere nell’esistenza della vita dopo la morte inizia a vacillare, quando si tratta di associare questo concetto a qualcosa che non sia distante e astratto. Non pensi che, in certe circostanze, sia meglio fare uno sforzo in più?»
«Non pensi che sia facile dirlo, quando non sei tu quello che ha visto un fantasma?» La risposta di Oliver Fischer tardò ad arrivare, con poca sorpresa da parte di Pietro, che lo esortò: «Adesso non dici più niente?»
«Dico solo che perché non conosciamo qualcosa non significa necessariamente che non esista» replicò Oliver, senza scomporsi. «È vero, quello che tu e Dalila avete raccontato è abbastanza inconsueto, ma...»
Dalila lo interruppe: «Doveva essere per forza un gioco di luci. Il fatto che la sposa bimbaminchia abbia partecipato a una caccia al fantasma della Montevecchio cambia tutto: pensavamo che fosse un messaggio per noi... e invece no, forse era per Lucia Chiari o per suo marito. Oppure sono stati loro stessi a decidere, per rievocare il modo in cui si sono conosciuti, di fare proiettare la farfalla.»
Pietro sospirò.
«Fammi capire, adesso sei convinta che io te e non c’entriamo niente? Abbiamo pensato l’esatto contrario per settimane!»
Dalila obiettò: «Settimane fa non sapevamo di questo retroscena. Dovremmo parlare con Lucia.»
«Pensi che vorrà risponderci?» le domandò Pietro.
«Non lo so, ma dobbiamo provarci.»
Dalila lo affermò con una certa decisione, prima di annunciare che doveva salire, perché aveva lasciato Mirko con la madre promettendole che sarebbe andato a prenderlo di lì a poco per metterlo a letto.
Salutò entrambi e li lasciò soli.
«Ottimo lavoro, Bruni» si complimentò Oliver. «Non so come tu abbia trovato quella donna, ma è senz’altro interessante avere la certezza che tanta gente random si stia impicciando in una storia che non la riguarda.»
Pietro replicò: «Dovremmo andarci cauti nell’affermare che la questione non li riguardi, non credi?»
«Se tutti hanno segreti da nascondere come te e sono imparentati con i soggetti coinvolti nel mistero...»
«Pensi che mi faccia piacere, Fischer?»
«Non l’ho mai insinuato.»
«Eppure non vedi l’ora di mettermi in cattiva luce.»
Oliver rimarcò: «Questo è perché vedi nemici con la stessa facilità con cui Lucia l’acchiappafantasmi vorrebbe vedere spiriti erranti. Non facciamo altro che ripetere che siamo dalla stessa parte, eppure ti comporti come se non ci credessi davvero.»
Pietro rise.
«Non è forse vero?»
«Questo lo dici tu.»
«È inutile girarci intorno, Fischer. Sappiamo entrambi perfettamente quale sia la situazione. Alla fine non ci sarà posto per entrambi.»
«Intendi dire che non potremmo prenderci tutti e due i meriti della soluzione del caso? Su questo non devi preoccuparti, non se li prenderà nessuno: verremo considerati due impiccioni che si sono intromessi in una faccenda che non li riguardava. So come funzionano queste cose. Il mio primo caso mi ha quasi rovinato.»
«Non parlavo di questo.»
«E di cosa, allora? Del fatto che, comunque vada, sarò sempre il padre del figlio di Dalila?»
Pietro si irrigidì.
«Lo dici come se non fosse un problema.»
«Per chi è un problema? Per te o per la tua famiglia altolocata che non vorrebbe vederti accanto a una donna del popolo che ha un figlio nato da una relazione precedente?»
Le parole di Oliver lo fecero rabbrividire. Pietro abbassò lo sguardo.
«Non sai quello che dici.»
«Invece lo so bene. Pensi che non ti abbia inquadrato per quello che sei? Hai una fottuta paura di non essere all’altezza, non perché tu voglia essere come i membri della famiglia Forti, ma perché temi il giudizio della società. È questa la ragione per cui non le dici chiaro e tondo quello che provi per lei?»
«Ci ho provato molto tempo fa, a dirle cosa provo per lei» replicò Pietro. «Penso che tu sappia bene che cosa mi ha detto. “Voglio un futuro insieme a Fischer e sono disposta ad aspettarlo per decenni”. La società e la mia famiglia non c’entrano un cazzo. Evidentemente la tua presenza è decisamente più ingombrante di quella di Laszlo Halasz nella vita di Vittoria Montevecchio.»
«Cosa te lo fa pensare?»
«Non mi pare che Vittoria si sia tirata indietro di fronte alla prospettiva di un presente con Robbie Redgrave.»
«Però, quando questo le ha detto che voleva sposarla, ha reagito con indifferenza.»
«Gliel’ha chiesto nel momento peggiore. Vittoria aveva in mente solo il Trofeo delle Due Province, il modo in cui l’innominabile signor Valenti si comportava nei suoi confronti e gli intrighi legati alla corsa.»
«Oppure» obiettò Oliver, «la presenza di Halasz era più importante di quello che pensi.»
«Vittoria scriveva che presto non ci sarebbe stato più niente da fare per lui. Pensava che se ne sarebbe andato dopo avere fatto quello che dovevano.»
«La Montevecchio pensava anche che certe cose fossero sconvenienti, ma si guardava bene dall’evitarle.»
«Non mi dire che sei Team Laszlo/ Vittoria.»
«Non sono alcun team, anche perché Vittoria è morta da settant’anni... e Halasz chissà che fine ha fatto.»
«Magari era tutta una fregatura» azzardò Pietro. «Chi ci dice che Robbie Redgrave l’abbia davvero aiutato a scappare? Forse gli ha teso una trappola e l’ha ammazzato, facendo sparire le sue tracce.»
«È quello che faresti tu per sbarazzarti di me, per caso?»
«Puoi stare tranquillo, Fischer. Non ho alcun desiderio di macchiarmi del tuo sangue.»
«La tua idea, comunque, è ben lontana dall’essere ragionevole» replicò Oliver. «È una teoria assurda. Inoltre non capisco perché dobbiamo per forza appioppare a Redgrave il ruolo dell’assassino: o il fratello, o il rivale in amore... vuoi insinuare che abbia ucciso anche la Montevecchio? Immagino di no, visto che li shippi come se non ci fosse un domani, ma mi sembra improbabile.»
«Sarà anche improbabile, ma non sappiamo molto su questo Redgrave. La sua personalità ci arriva filtrata dai racconti storici, che si soffermano più sui risultati, e dal diario di Vittoria, che potrebbe non essere del tutto neutrale. Anzi, immagino che non lo sia affatto. Magari questo Redgrave era un criminale che esercitava su di lei un certo fascino.»
«È per questo che ti identifichi così tanto in lui?»
«Non mi identifico in lui.»
«Oh, sì, invece. Hai deciso che io e te siamo una versione moderna dei due spasimanti di Vittoria Montevecchio. Mi sfugge come tu possa identificare Dalila in Vittoria, ma...»
Pietro mise fine ai vaneggiamenti di Fischer: «Non mi identifico in nessuno e non c’è nulla di male nel tifare per il presunto criminale.»
«Quando guardi un film o leggi un libro no» ribatté Oliver, «ma questa è la realtà. Certo, è una realtà dalla quale sono passati settant’anni, ma sempre realtà rimane.»
«Allora guardala da un’altra prospettiva» replicò Pietro. «Mio nonno potrebbe avere complottato contro Vittoria Montevecchio o contro il “signor Leslie” facendolo accusare di un omicidio che non aveva commesso. Ti sembra così strano che io mi auguri di non discendere da un assassino? Che io speri che esistano anche altre possibilità?»
«Inizio a credere che ci sia un’altra opzione alla quale non abbiamo dato peso.»
«Ovvero?»
«Concentrati su Robbie Redgrave. Io mi focalizzerò sulla mia ipotesi.»
Pietro spalancò gli occhi.
«Hai un’altra idea e mi stai tagliando fuori?»
«Non taglio fuori nessuno» replicò Oliver. «È solo un pensiero, forse senza fondamento. Non sono pronti per condividerlo.»
«Come pensi che io possa concentrarmi su Robbie Redgrave?»
«Mettiti in contatto con Edward Roberts. Magari non chiedergli esplicitamente se pensa che il suo prozio possa essere un assassino, potrebbe non gradire. Chiedigli qualcosa che ti aiuti a scoprire di più sulla sua personalità.»
Pietro concluse: «Come vuoi, Fischer, ma non mi dimenticherò della tua volontà di separare le nostre strade.»
«Mi fa piacere l’idea che tu ti senta perso senza di me» ribatté Oliver, «ma separare le nostre strade non è forse quello che desideriamo entrambi?»
Il giornalista non aveva tutti i torti, ma Pietro preferì tacere piuttosto che ammetterlo. In fondo, quel tentativo di indagine era sempre stato un velato scontro tra di loro. Accusare Redgrave di nefandezze varie non era il modo migliore per vincerlo, ma avrebbe almeno cercato di non sfigurare troppo.

***

Durante il funerale, Robbie aveva intravisto una donna dal volto coperto da una spessa veletta, ma non le aveva dato peso. Non la considerò, almeno finché questa non gli si avvicinò fuori dalla chiesa.
«Monsieur Redgrave?»
Robbie alzò lo sguardo. Nonostante i lineamenti fossero mascherati, la voce fece svanire ogni dubbio sulla sua identità. Parlando nella lingua natale di lei, Robbie la salutò: «Buongiorno, signorina Arquette. La ringrazio per essere venuta.»
Il tono di Josephine era piatto, mentre replicava: «Ci tenevo a suo fratello, lo sa bene. Era piuttosto Teddy a non capire quanto fossimo legati.»
Teddy e Josephine Arquette erano stati molto vicini al fidanzamento ufficiale, prima che la signorina Diana conquistasse il suo cuore. Robbie non voleva offenderla, pertanto preferì non farle notare che il fratello si era innamorato di un’altra donna.
«Le auguro il meglio» le disse, piuttosto. «Spero che possa trovare qualcuno che la ami come merita.»
«Grazie.» Il tono della signorina Arquette si fece più dolce. «Nonostante tutto, ho sempre desiderato il meglio per Teddy. Sono davvero addolorata.»
Robbie sospirò.
«Anch’io. Come forse qualche malalingua le avrà detto, ci sono stati dei contrasti tra di noi. Questo non significa che non fossi profondamente legato a lui. Gli volevo bene. Il vuoto che ha lasciato non sarà mai colmato. Una parte di me è morta insieme a lui.»
Josephine Arquette si limitò a qualche parola di circostanze prima di congedarsi e allontanarsi. Robbie intravide Diana, ma preferì non avvicinarsi. Voleva essere lasciato solo, nessuno poteva comprendere davvero il suo profondo smarrimento.
Nei mesi che seguirono, la vita proseguì, per tutti, alla stessa maniera di prima. Lo zio Robert parlava di Teddy in modo fatalista. Secondo lui, il suo destino era sempre stato segnato, così come lo era quello di Robbie. A volte se lo chiedeva. Avrebbe fatto la stessa fine di suo fratello? La sua vita sarebbe stata spezzata da un momento all’altro al volante di un’automobile da competizione?
Solo la sua compagna di scuderia, Vittoria Montevecchio, mostrava un certo turbamento. Era stata una cara amica di Teddy e aveva senz’altro sperato che potesse avere un’esistenza felice insieme alla signorina Diana. All’inizio aprirsi con lei non fu facile, ma qualcosa mutò. Robbie realizzò che non gli interessavano le maldicenze. I domestici di Redgrave Manor borbottavano il suo nome, accennando al fatto che ci fosse stato qualcosa di “disturbante” tra lei e il signor Halasz. A Robbie non importava nulla. Ormai il fedele segretario di Teddy era soltanto un ricordo lontano.
L’amore sbocciò da un giorno all’altro, non perché prima non ci fosse stato lo stesso sentimento, ma perché entrambi avevano cercato di negarlo. Quando si lasciarono andare, si dissero che ormai non potevano più tornare indietro.
La passione non mancò mai tra Robbie e Vittoria. Gli sembrava di avere finalmente trovato l’unica anima che potesse completarlo. La amava così tanto che, nel corso del tempo, maturò la convinzione di volerla sposare. Non aveva mai seriamente considerato il matrimonio. Non voleva che una donna lo considerasse il centro del proprio mondo, quando correva il rischio di lasciarla vedova. Con Vittoria era tutto diverso. Condividevano lo stesso mestiere e gli stessi pericoli. Dopo Le Mans le avrebbe fatto la proposta, ormai era deciso.
La Scuderia Saetta Cremisi non poteva puntare a grossi risultati a Sarthe, ma il signor Valenti credeva molto nelle potenzialità della squadra. Aveva desiderato fortemente sia Robbie sia Vittoria ed era convinto che, indipendentemente dalla posizione finale, avrebbero contribuito a scrivere una storia di cui tutti facevano parte. Robbie era animato da belle sensazioni e, per quanto ne sapeva, la Montevecchio condivideva la stessa positività.
Alle 16,00 in punto di sabato 11 giugno la 24 Ore scattò, pronta a entrare negli annali dell’automobilismo. Per due ore e ventisei minuti trionfò l’illusione che quello fosse un pomeriggio normale.
Soltanto molte ore più tardi Robbie avrebbe scoperto, con esattezza, che cosa fosse davvero accaduto accaduto. Uno dei concorrenti rallentò per rientrare ai box, dopo una tardiva segnalazione dei meccanici. Dietro di lui, colui che lo seguiva frenò di colpo per evitarlo, venendo centrato da una delle automobili che sopraggiungevano. Questa venne lanciata in aria e sbalzata sul pubblico, prima di schiantarsi contro una barriera di protezione. Scoppiò un incendio, pezzi metallici si riversarono sugli spettatori.
Robbie aveva visto la morte in più di un’occasione, ma non aveva mai assistito a qualcosa di simile. Si parlava di un bilancio di decine e decine di morti e ancora di più erano i feriti. Mantenere la calma in una simile situazione era impossibile. Non si stupì, quando seppe di come Vittoria aveva perso il controllo. Non poteva biasimarla.
Il signor Valenti non la pensava allo stesso modo. Per lui, Vittoria avrebbe dovuto mostrare contegno anche di fronte all’orrore. Arrivò a dire che se non accettava l’idea che le corse fossero pericolose avrebbe fatto meglio a smettere. Se non era abbastanza convinta, poteva aiutarla in una simile decisione.
Da un giorno all’altro, Vittoria Montevecchio smise di fare parte della Scuderia Saetta Cremisi. Una brillante carriera venne stroncata all’ombra del disastro che si era portato via ottantuno vite, quella del corridore francese Pierre Levegh e quelle di ottanta sventurati spettatori.
L’accaduto fu una scossa per il mondo dell’automobilismo. Molte nazioni vietarono temporaneamente le corse, fintanto che i circuiti non fossero stati messi in sicurezza. Per Robbie e Vittoria rappresentò un addio. Finita l’avventura con la Scuderia Saetta Cremisi, alla Montevecchio non rimaneva altro da fare che tornare al casolare e chiudere il capitolo delle competizioni internazionali.
Robbie valutò l’idea di chiederle di sposarlo, ma rinunciò. Non poteva domandare a Vittoria di seguirlo, quando tutto ciò che sembrava desiderare era abbandonare un mondo dal quale si sentiva delusa. L’addio fu struggente. Scelsero di evitare allontanamenti graduali. La loro ultima conversazione da amanti si svolse in camera da letto, entrambi seminudi.
«Quindi non torni sui tuoi passi. Te ne andrai?»
Vittoria annuì.
«Parto domani.»
«Mi mancherai.»
«Mi mancherai anche tu.»
«Scrivimi.»
«Scrivimi anche tu.»
A quelle richieste reciproche seguì un silenzio che nessuna parola avrebbe mai potuto colmare.
Robbie rifletté a lungo, prima di affermare: «Ti amo come non ho mai amato nessuna prima do te.»
«Ti amo anch’io» rispose Vittoria.
Non gli disse che non aveva mai provato quei sentimenti nei confronti di altri. Gli aveva parlato di un altro uomo con il quale aveva avuto una relazione, senza fare nomi. Robbie non le aveva detto che sapeva di chi si trattasse. Non aveva idea di che tipo di sentimento avesse unito Vittoria e Laszlo Halasz, ma continuava a non importargli. L’ex segretario di Teddy non aveva più alcun influsso su di loro.
La guardò mentre finiva di vestirsi. Non le domandò se potesse accompagnarla nella stanza in cui avrebbe dovuto passare la notte. Sapeva che gli avrebbe detto di no. Amare Vittoria Montevecchio significava rispettare i suoi tempi e i suoi spazi.
Robbie non smise di sperare che potesse esserci un ripensamento, ma non si sorprese quando non ci fu. Vittoria partì, esattamente come programmato. Tornò al casolare, di cui Robbie aveva l’indirizzo. Le scrisse diverse lettere, alle quali Vittoria rispose prontamente, alternando dichiarazioni d’amore alla consapevolezza che tra di loro non potesse esserci un futuro.
Decisero di comune accordo di non considerarsi più una coppia. Si scrissero a lungo, ma sempre meno spesso. La distanza tra loro non era solo fisica, ma anche spirituale. Robbie non amava i vaneggiamenti di Vittoria, quando l’argomento di discussione non era più il loro legame. La Montevecchio aveva strane idee sulle corse. Affermava che Teddy era stato ucciso e che non avrebbero dovuto accontentarsi della spiegazione ufficiale. Robbie fu piuttosto chiaro in una delle lettere che le scrisse: le competizioni automobilistiche erano pericolose a sufficienza da non doversi meravigliare in caso di tragedia. Purtroppo era capitato a Teddy, invece di succedere a un corridore sconosciuto a entrambi. Vittoria gli rispose che rispettava il suo punto di vista, seppure non lo condividesse. Le lettere, però, iniziarono a farsi ancora più rare, i loro contatti a distanza soltanto l’ombra di quelli di un tempo.
Robbie ne era certo: Le Mans era l’origine della loro spaccatura. Non solo aveva messo fine alla carriera di Vittoria, ma doveva averne influenzato il modo di considerare le competizioni. Vedeva ombre anche dove non c’erano e il trauma di avere assistito al più terribile incidente della storia l’aveva condotta – per uno strano paradosso – a rifiutare l’idea che fossero il caso e la fortuna a decidere chi doveva vivere e chi doveva morire.
Il signor Valenti non spendeva quasi mai parole per Vittoria. Dopo averla messa da parte era andato avanti. Nessuno, alla Scuderia Saetta Cremisi, sembrava sentirne la mancanza. Solo il meccanico Berto Ronchi, che aveva lavorato a stretto contatto con lei, pareva non essersi rassegnato al fatto che non fosse più parte della squadra, o almeno così si diceva. Robbie non ne era del tutto certo: Ronchi parlava soltanto in italiano e comprendere i suoi discorsi non era tanto semplice.
Capitò solo una volta che Valenti gli chiedesse di lei.
«Redgrave?» lo apostrofò, mentre Robbie era già concentrato sulla corsa che avrebbe dovuto disputare di lì a un’ora.
Alzò lo sguardo.
«Mi dica.»
«La signorina Montevecchio le scrive mai?»
«V-Vittoria?» balbettò Robbie, colto di sorpresa da una simile domanda.
«Vittoria Montevecchio. Immagino che si ricorderà di lei.»
«Sì, signor Valenti» confermò Robbie. «Me la ricordo piuttosto bene. Mi stupisce che sia lei a rammentarsene.»
Il direttore sportivo sospirò.
«Avrei voluto che le cose andassero diversamente. Eravamo una grande squadra quando c’era la signorina Montevecchio. In tanti mi hanno criticato, affermando che una donna non potrà mai valere tanto quanto un uomo, al volante di un’automobile da corsa. Non so se sia vero. Se lo è, Vittoria Montevecchio era un’eccezione.»
Robbie non riuscì a trattenersi: «Allora perché l’ha mandata via?»
«Era inevitabile.»
«Se era così inevitabile, perché ne sta tessendo le lodi?»
«Perché avrei preferito che non accadesse» rispose il signor Valenti. «Aveva talento e capacità, aveva concentrazione... almeno finché non ha preferito trasformarsi in una pazza isterica, capace solo di piangere e strepitare.» Sbuffò. «Come avrei voluto che fosse capace di accettare il fattaccio!»
«Il fattaccio ha provocato la morte di un corridore e di ottanta spettatori» puntualizzò Robbie. «Forse sarebbe stato meglio mostrare un po’ più di clemenza e di comprensione.»
«Le corse non si vincono con la clemenza e con la comprensione. Noi siamo belve feroci. Vittoria Montevecchio non si è dimostrata tale. Questo le è stato fatale. Nonostante avessi creduto in lei fin dal primo momento e per me non sia mai stata una seconda scelta, ho dovuto prendere l’unica decisione possibile.»
Le parole di Valenti lo colpirono nel profondo.
«Che cosa significa che la signorina Vittoria non è mai stata una seconda scelta?»
«Esattamente quello che ho detto. La ragione per cui faceva parte della squadra era che credevo in lei. Se Teddy Redgrave non avesse perso la vita, avrebbe comunque perso il posto. Robbie Redgrave e Vittoria Montevecchio: questa era l’unica coppia perfetta.»
«Quindi mio fratello aveva ragione.»
«Su cosa?»
«Accettando l’ingaggio, andavo indirettamente a colpire lui.»
«Si tratta di un’evoluzione naturale» replicò il signor Valenti. «Suo fratello sapeva che non sarebbe rimasto per sempre alla Scuderia Saetta Cremisi, che prima o poi qualcuno l’avrebbe rimpiazzato. Lei non ha rubato nulla a nessuno, Redgrave. Non l’avrebbe fatto nemmeno se suo fratello fosse sopravvissuto. È così che funziona il nostro mondo.»
Robbie sospirò.
«Funzionerà anche così, ma quante tensioni inutili con Teddy. Avrei voluto che tutto andasse diversamente, tra me e lui.»
«Non pensi al passato, Redgrave» cercò di rincuorarlo il signor Valenti. «Non le dirò che lei è vivo mentre suo fratello è morto, quindi deve comportarsi di conseguenza. Anch’io ho perso delle persone care. So come ci si sente. Tutto ciò che posso dirle è che, se anche le cose fossero andate diversamente, suo fratello non ci sarebbe comunque più e questo non cambierebbe il presente.»
Robbie abbassò lo sguardo.
«Non cambierebbe il presente di Teddy, che non c’è più, ma cambierebbe il mio. Non mi sentirei colpevole come mi accade in certe circostanze.»
Il signor Valenti lo esortò: «Sia positivo. Suo fratello è morto. La donna che amava se n’è andata. Però c’è tanto altro.»
«La donna che amavo?»
«Lo so, non dovrei impicciarmi, ma ho sempre avuto questa sensazione.»
Robbie preferì non aggiungere altro su Vittoria e, focalizzandosi sull’altra osservazione, affermò: «È difficile credere che ci sia altro. Ho perso Teddy. Ho perso l’amore. Cosa c’è d’altro? Niente.»
«Si sbaglia, Redgrave: c’è una corsa da vincere» sentenziò il signor Valenti, e qualche ora più tardi Robbie la vinse.

***

La “sposa bimbaminchia” lavorava in un negozio di abbigliamento e accessori. L’apertura pomeridiana era fissata per le 15,30. Pietro e Dalila attesero con pazienza che la serranda venisse alzata.
Per non destare sospetti con la donna più matura che venne ad aprire, si spacciarono per clienti. Con la solita sfacciataggine che la contraddistingueva, Dalila affermò che avrebbe preferito che ad assisterla fosse la commessa più giovane, in quanto più propensa ad azzeccare i gusti di una persona della sua età. L’altra, che doveva avere pochi anni in più di Dalila, la guardò malissimo, ma diede l’impressione di essere disposta a tutto pur di soddisfare i bisogni della clientela.
«Lucia» ordinò, «occupati di questa signora!»
La sua giovane assistente non se lo fece ripetere due volte.
Diede l’impressione di saperci fare, da come abbassò la voce per non fare capire che già si conoscevano.
«Signorina Colombari?»
«In persona.»
«Non pensavo di vederla qui.»
Dalila guardò in direzione della negoziante più adulta. Era impegnata con una cliente appena entrata.
Mantenne comunque il tono di voce basso, nell’osservare: «Nemmeno io pensavo che sarei mai venuta qui.»
«In che cosa posso esserle utile?» domandò Lucia. «Sono arrivati proprio nei giorni scorsi dei nuovi capi. Se mi dice che cosa le serve, posso mostrarl-...»
Dalila la interruppe: «Non me ne frega un fico secco della roba che vendi. Sono qui per Vittoria Montevecchio!»
«Oh!» Lucia Chiari guardò in direzione dell’altra commessa. «Non so se sia il caso di parlarne qui. Possiamo vederci dopo l’orario di chiusura e...»
Ancora una volta, Dalila non la lasciò finire: «Neanche per sogno! Non ho intenzione di aspettare quattro ore! Sarò molto breve. Vorrei solo capire che cosa ne sai della Montevecchio. Abbiamo la forte convinzione che tu abbia partecipato a una specie di caccia al suo fantasma, diversi anni fa.»
«Ho parlato con una certa Lucia che ha un negozio di frutta e verdura» chiarì Pietro. «Mi ha raccontato di una “caccia” alla quale partecipava una ragazzina che si chiamava proprio come lei. Eri tu? È stato là che hai conosciuto tuo marito?»
«Sì.»
«Come mai eravate interessati al fantasma?»
«Mio marito non era interessato al fantasma. Gli piacevo, ma non sapeva con quale scusa avvicinarmi. Una mia amica gli ha detto che sarei andata alla caccia. Dovevamo andare insieme, ma si è tirata indietro all’ultimo minuto con una scusa, in modo da non fare da terzo incomodo. Non la ringrazierò mai abbastanza.»
«Mi fa molto piacere che tu abbia conosciuto l’uomo della tua vita» si intromise Dalila, in tono vagamente canzonatorio, «ma quello che ci preme è Vittoria Montevecchio. Ti piacciono le storie di fantasmi in generale o solo quella di uno specifico fantasma?»
Lucia guardò ancora una volta in direzione della collega più matura. Anche Pietro diede un’occhiata da quella parte. La commessa era impegnata, non si sarebbe accorta che stavano discutendo di questioni che non avevano a che fare con il lavoro.
«Mio padre è un esperto di misteri locali. Non crede ai fantasmi, né a quello di Vittoria Montevecchio né ad altri. È solo folklore. Io ne sono rimasta affascinata fin da bambina. Non avevo mai trovato persone della mia età che condividessero il mio stesso interesse. L’amica che doveva accompagnarmi voleva venirci soltanto per me, non perché le importasse qualcosa della Montevecchio. Non ne ho trovate nemmeno adesso a dire il vero. Mio marito riconosce al fantasma di Vittoria il merito di averci fatti conoscere, nulla di più. È per questo che abbiamo deciso di organizzare il ricevimento all’Agriturismo Farfalla Perduta. Un tempo, quella era la residenza della Montevecchio.»
«Tutto qui?» chiese Dalila.
«Tutto qui» confermò Lucia.
«Non ci stai nascondendo qualcosa?» insisté Dalila.
«Mi scusi, signorina Colombari, ma proprio non capisco cosa dovrei nasconderle. Non mi pare che avere partecipato a un sopralluogo cinque anni fa sia un crimine. La signora Lucia, mia omonima, era così coinvolgente. Indicava la vetrata al piano di sopra, informandoci che là c’era il fienile dal quale Vittoria Montevecchio era stata buttata giù.»
«Immagino che saprai che una donna è stata uccisa nello stesso posto, all’inizio di questo mese.»
«Sì, certo. So che all’agriturismo ci sono ancora i sigilli, anche se ho sentito dire che presto potrà riaprire.»
«Per caso il delitto ti lascia indifferente?»
«No, certo. È un fatto molto sgradevole. Mi dispiace molto per la vittima, ovviamente. Voi boomer avete la sensazione che noi giovani siamo incapaci di distinguere la realtà dalla fantasia...»
«Ehi, Lucia, aspetta un attimo!» la interruppe Dalila. «I boomer non sono quelli che voi vedete come vecchi decrepiti, nati negli anni Cinquanta o Sessanta?»
«Beh, sì.»
«Io sono nata nel 1987, quindi non osare mai più paragonarmi a una persona di quell’età! E comunque siete voi giovani che catalogate le persone in base al decennio di nascita, con tanto di definizioni ridicole. Ai miei tempi non applicavamo etichette alla gente accusando la loro generazione di orribili nefandezze e convincendoci di essere stati noi giovani a cambiare il mondo. Credi che sia stata la tua gente di vent’anni a darti i diritti che hai o li hai trovati già impacchettati su un piatto d’argento?»
Pietro azzardò: «Non credo sia il momento per fare questo discorso, Dalila.»
La sua amica convenne: «Non lo è, infatti. Che cosa stavi dicendo, Lucia, prima di darmi della vecchia?»
«Che l’omicidio avvenuto poco tempo fa non mi riguarda personalmente» rispose la “sposa bimbaminchia”. «All’agriturismo ho solo festeggiato il mio matrimonio, un mese prima del delitto. Non so niente della donna che gestisce quel posto. Ho sentito dire che aveva una relazione con la vittima. Forse è stata lei a ucciderla? Questo mi farebbe davvero impressione, lo ammetto. Non sarebbe piacevole scoprire di avere avuto a che fare con un’assassina.»
«Immagino di no» convenne Dalila. Si guardò intorno e, senza alcun preavviso, domandò: «Posso vedere quei foulard?»
Pochi minuti dopo comprò il meno costoso. Pietro era pronto a seguirla fuori dal negozio, ma la vide fermarsi.
«Ho un’altra domanda, Lucia.»
«Mi dica.»
«Al tuo ricevimento c’è stato un gioco di luci che proiettava l’immagine di una farfalla?»
La giovane commessa annuì.
«Bello, vero?»
«Sì.»
«Avevo visto le prove, quindi mi aspettavo uno spettacolo... eppure è stato molto diverso. Le luci erano molto più forti. Davano i brividi.»
Dalila ammise: «Ho avuto i brividi anch’io e non sono stata la sola. Tuo padre, invece, pare non abbia visto nulla.»
«Gli interessa il folklore» ribatté Lucia, «ma non presta la stessa attenzione ai dettagli. Mi è dispiaciuto che non vi abbia dato peso. Dato che la farfalla era lo stemma di Vittoria Montevecchio, gli sarebbe piaciuto se non fosse stato troppo concentrato su altro, ovvero le pietanze e il vino.»
Quando uscirono, avevano la certezza che la presunta apparizione del fantasma era stata uno spettacolo deliberato, ma Pietro non dimenticava quanto detto da Lucia: il gioco di luci era stato più potente e “vivo” di quanto si aspettasse.
«Posso chiederti una cosa, Dalila?»
«Sì, certo.»
«Pensi che il fantasma ci fosse davvero? Che Vittoria abbia deciso di mostrarsi appofittando del gioco di luci?»
«È un’idea molto affascinante.»
«Quindi cercava noi?»
«Mi piace pensare che cercasse un aiuto generico. Noi due abbiamo colto la sua richiesta e stiamo cercando di portare la verità alla luce.»
Pietro sospirò.
«A volte mi chiedo se lo sto facendo anche per lei, oltre che per me stesso. Lo vorrei, ma non ne sono del tutto sicuro.»
«È umano» replicò Dalila. «Sarebbe bello essere così altruisti da mettere sempre le giuste cause al centro di tutto, ma la realtà non funziona così. Ciascuno di noi, almeno in fondo, ha il proprio tornaconto personale.»
Pietro domandò: «Anche Fischer?»
Dalila sbuffò.
«Perché tiri sempre fuori Fischer?»
«Perché è il padre di tuo figlio. Farà sempre parte della tua vita.»
«E allora? Perché dovresti essere preoccupato delle sue intenzioni?»
«Perché continua a interpretare la parte del cavaliere senza macchia, come se fosse animato soltanto dal desiderio della verità» replicò Pietro, «e non dal sentirsi al centro della scena. Ho la netta impressione che il suo obiettivo sia sentirsi protagonista.»
«Io, invece» ribatté Dalila, «ho l’impressione che tu sia fin troppo prevenuto nei suoi confronti. Ce l’hai con lui perché ti ho rifiutato e non puoi fare a meno di cercare di metterlo in cattiva luce.»
«Non ce l’ho con lui» obiettò Pietro. «Se non ci fossi tu, mi starebbe perfino simpatico. Però non credo che sia davvero il principe azzurro che dà l’impressione di essere e non mi dispiacerebbe se tu tornassi alla realtà.»
«Sono già tornata alla realtà» gli assicurò Dalila, «e ti garantisco che non sogno il principe azzurro.»
«Ammetto di non avere idea di quale significato dare alla tue parole.»
«Non importa dare un significato a tutto. Che programmi hai per stasera? Potremmo cenare insieme, che cosa ne dici?»
«Io, te e Fischer?» sibilò Pietro.
Dalila lo guardò negli occhi.
«Io e te.»
Pietro annuì, sperando che potesse trattarsi di un nuovo inizio.

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