MILLY SUNSHINE // Mentre la Formula 1 dei "miei tempi" diventa vintage, spesso scrivo di quella ancora più vintage. Aspetto con pazienza le differite di quella attuale, ma sogno ancora uno "scattano le vetture" alle 14.00 in punto. I miei commenti ironici erano una parodia della realtà, ma la realtà sembra sempre più una parodia dei miei commenti ironici. Sono innamorata della F1 anni '70/80, anche se agli albori del blog ero molto anni '90. Scrivo anche di Indycar, Formula E, formule minori.
mercoledì 5 agosto 2026
Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (10/15)
Non successe nulla, la cena fu solo una cena, anche se molto meno triste di quella a base di soli pomodori acquistati presso il negozio di Lucia, la cacciatrice di fantasmi. A Pietro sembrava di vivere un’enorme fase di stallo. Qualcosa stava cambiando con Dalila, ma questa non si sarebbe mai allontanata dall’idea di un futuro insieme al padre di Mirko.
Anche per quanto riguardava l’indagine, Pietro non sapeva come muoversi. Fischer gli aveva suggerito di mettersi in contatto con Edward Roberts e lo fece senza esitare, chiedendogli aneddoti sui fratelli Redgrave nella speranza che potessero essere di qualche utilità. Naturalmente fu un enorme buco nell’acqua. Pietro stava iniziando a rassegnarsi all’idea che non vi fosse alcuna possibilità di scoprire qualcosa di più sulle vicende di settant’anni prima. Nel frattempo l’attenzione per l’omicidio di Ottavia Mattioli andava calando, soppiantata da notizie di cronaca più recenti. Le indagini sembravano ormai a un punto di stallo. Venti giorni dopo l’omicidio vennero tolti i sigilli e l’Agriturismo Farfalla Perduta poté riaprire, con grande gioia di Mirella Pinardi, che non disdegnò di informare Dalila, chiedendole nel frattempo se volesse recarsi con lei al cinema. Dalila rifiutò, ma lasciò aperta la possibilità di uscire insieme in un altro momento.
«Può sempre essere utile, in fondo aveva una relazione con Ottavia» fu la spiegazione che diede a Pietro.
«Siamo ancora al vecchio cliché secondo cui l’assassino deve essere il partner della vittima?» obiettò Pietro.
«Non sono affatto convinta che Mirella c’entri qualcosa» chiarì Dalila, «ma non possiamo escludere a priori questa pista. Bisogna ricordare che suo zio era uno degli uomini che testimoniarono sul delitto di Vittoria Montevecchio.»
Pietro sbuffò.
«Se un mio zio avesse commesso qualche illecito settant’anni fa, mi guarderei bene di andare ad ammazzare una persona per questa ragione!»
«Nemmeno io commetterei un omicidio, né per quella né per altre ragioni, ma certi criminali la pensano diversamente. Non importa quello che faremmo noi in una certa situazione.»
La constatazione di Dalila era molto ragionevole. Pietro non replicò, ma iniziò a pensare al da farsi. Una visita a Mirella Pinardi, per esempio, poteva essere un’idea.
Non sapeva che cosa le avrebbe detto, ma gli sarebbe senz’altro venuto in mente qualcosa in corso d’opera. Si diresse all’agriturismo in occasione del secondo giorno di apertura. La signorina Pinardi sembrava al settimo cielo: proprio quel giorno era arrivata una cliente francese e le aveva chiesto se avesse una stanza per qualche giorno.
«Temevo che non sarebbe successo così presto» ammise Mirella. «Gli altri clienti hanno cancellato le loro prenotazioni. Ho cercato di rintracciarne alcuni, ma molti hanno già trovato un’alternativa. Mi è rimasto soltanto un ricevimento per un cinquantesimo anniversario di matrimonio. La signora francese è stata una bellissima sorpresa.»
Fu una sorpresa anche per Pietro, che si concesse un po’ di tempo prima di decidere se fosse una sorpresa bella oppure estremamente sgradevole. All’ora dell’aperitivo, la cliente francese stava seduta all’esterno, sorseggiando un drink. Non era una cliente qualsiasi, era la moglie di Edward Roberts e doveva esservi una ragione precisa se si era recata all’agriturismo.
Selena lo salutò con un cenno della mano ed esclamò: «Pietro, non mi aspettavo di incontrarti qui!»
Pietro le si avvicinò, si sedette di fronte a lei e replicò: «Ah, no? Vuoi forse inventarti che sei qui per puro caso?»
«Non sono qui per caso» ammise Selena, in tono deciso, «ma non mi aspettavo di incontrarti qui e adesso. Che cosa ti porta da queste parti?»
In effetti, la risposta della Roberts era piuttosto sensata. Pietro, che non aveva apparecchi elettronici con sé e si sentiva al sicuro da ogni rischio, decise di parlare apertamente.
«Stai indagando anche tu su Vittoria Montevecchio?»
«Così pare.»
«Perché lo fai?»
«Perché Robbie Redgrave, lo zio di mio marito, era molto legato a lei. Vorrei capirne qualcosa di più.»
«Sì, come no» borbottò Pietro. «Vuoi forse negare che la ragione per cui stai indagando sia Oliver Fischer?»
«E se anche fosse?»
«Che cosa c’è tra te e Fischer?»
«Una splendida amicizia.»
«Stavate insieme.»
«Ciò non significa che tra noi non possa esistere una splendida amicizia, non credi?» obiettò Selena. «Quando due persone si lasciano, non devono per forza provare odio o indifferenza. Mi sembra che anche tu sia ancora molto legato a una certa tua ex.»
«Immagino che tu stia parlando di Dalila.»
«Proprio così.»
«E che tu lo stia facendo dalla prospettiva del tuo amico. Che cosa vuoi fare adesso? Dirmi che devo farmi da parte e lasciare campo libero a Fischer? L’ho fatto, su esplicita richiesta di Dalila, ma il tuo amico non ne ha voluto sapere. Mi dispiace per lui, ma...»
«Scusami se ti interrompo, Pietro» lo fermò Selena, «ma temo che tu abbia travisato.»
«Invece ho capito benissimo. Fischer ha bisogno di un angelo custode che lo difenda e tu ti stai calando nella parte. Evidentemente non è capace di cavarsela da solo.»
«Forse sei tu quello che non è capace di cavarsela da solo.»
Pietro spalancò gli occhi.
«Cosa vuoi dire?»
«Il mondo non è pieno di nemici pronti a danneggiarti» rispose Selena. «Non credi sia arrivato il momento di rendertene conto? Lo capisco, se hai avuto questa impressione. È lo stesso modo in cui sono cresciuta io.»
«Non ti seguo.»
«Sono la figlia di una spietata donna d’affari. Sono stata indottrinata a dovere, anche se ammetto di avere avuto la fortuna che i miei genitori mi trattassero come un pacco postale.»
«Perché la chiami fortuna?»
«Perché questo mi ha permesso di diventare chi volevo.»
«La fidanzata di Patrick Herrmann, quando avevi a malapena l’età sufficiente per ordinare un drink.»
«Avevo vent’anni. E comunque sono diventata di più della fidanzata di Patrick Herrmann. Sono diventata una donna felice.»
«Mi fa piacere per te.»
«Lo so, Pietro, ti starai chiedendo perché ti faccio questo discorso. Me lo chiedo anch’io. Forse voglio semplicemente cercare di aiutarti, di incoraggiarti. Come ben sai, sono felicemente sposata con Edward. Ci abbiamo messo anni per accettare i nostri sentimenti. Pensavo di non potere superare la morte di Patrick, così come Edward pensava di non potere superare quella di Sharon, la sua prima moglie. Non scoraggiarti, se pensi che Dalila ti abbia tagliato fuori. Prima o poi le cose potrebbero cambiare.»
«Dalila non riesce ad allontanarsi da Fischer. È diverso.»
«È la stessa identica cosa» fu la secca replica di Selena.
Pietro obiettò: «Non mi pare. Fischer non è morto.» Per evitare che la sua interlocutrice interpretasse male le sue parole, chiarì: «Per fortuna.»
«Non sono convinta che superare la morte della persona amata sia più facile che accettare che una relazione non abbia funzionato» rispose Selena. «Ero convinta che io e Patrick saremmo rimasti insieme per tutta la vita. Con la maturità di oggi non ti posso assicurare che sarebbe andata davvero così, ma l’ho pensato per tanti anni. Sarebbe stato molto più facile, per me, innamorarmi di nuovo, se semplicemente l’uomo che amavo mi avesse lasciata. Non penso che tu possa capire.»
«Hai ragione, non posso capire» ammise Pietro. «Allo stesso modo, però, non capisco nemmeno perché stiamo facendo questo discorso. Dove vuoi andare a parare?»
«Voglio farti capire che non faccio il tifo per Fischer sperando che Dalila ti metta alla porta. Spero solo che questa situazione si risolva nella maniera meno dolorosa possibile per tutti.»
«Meno dolorosa per chi? Di sicuro non per Fischer. Saremo io e Dalila a uscirne con il cuore spezzato. Oliver dice che gli dispiace per una situazione che non avrebbe voluto innescare, ma di certo non è lui quello che ci rimette più di tutti!»
«Vivere non significa fare a gara a chi soffre di più.»
«Non l’ho mai visto come tale.»
«Non è nemmeno una competizione continua. Non devi dimostrare niente. Dalila deciderà se stare con te o meno indipendentemente dal fatto che tu sia riuscito a dipingerti come migliore di Fischer.»
Pietro rimase in silenzio qualche istante, infine puntualizzò: «Mi sono seduto al tuo stesso tavolo perché volevo chiederti se stai indagando sulla Montevecchio. Come siamo finiti a parlare di Fischer?»
Selena gli ricordò: «Sei stato tu a metterlo in mezzo.»
«Forse perché è sempre in mezzo.»
«Perché non cerchi di chiarirti con lui?»
«L’ho già fatto.»
«Non sul serio, se continui a tornare sugli stessi passi.»
«Scusami, ma cosa dovrei fare secondo te?» obiettò Pietro. «Rimanere a guardare mentre la mia vita va a pezzi?»
«La tua vita è già andata a pezzi, e non solo per Dalila. Hai mai provato a staccarti dall’immagine che il mondo si è fatto di te? Non devi essere per forza qualcuno che non sei.»
«E tu che cazzo ne sai di chi sono?»
«Posso sempre tirare a indovinare, non credi?»
«Provaci, allora.»
Selena colse la sfida.
«Non sei felice né del tuo lavoro né della tua vita sentimentale. Non sai cosa vuoi davvero, quindi non fai niente per uscirne.»
Pietro convenne: «Ottima descrizione, ma non vedo che cosa ci sia di male. Non è forse qualcosa di comune a gran parte delle persone?»
«Sì, lo è, e si può vivere anche senza apprezzare il proprio lavoro» rispose Selena. «Tu, però, non puoi dire che ti fa schifo.»
«Non mi fa schifo. Mi fanno schifo le responsabilità che ne derivano soltanto perché mia madre si è sposata con un imprenditore importante. Mi fa schifo non avere mai potuto decidere nulla da solo. Mi fa schifo dovere rappresentare una certa immagine – hai vinto tu, sono diventato come mi dipingono.»
«E questo si applica anche ad altri aspetti della tua vita.»
Pietro si alzò in piedi.
«Ci vediamo, Selena.»
«Aspetta» lo trattenne la moglie di Edward Roberts. «Oliver mi ha detto che sei convinto che le tensioni tra i fratelli Redgrave possano avere avuto a che fare con l’omicidio di Vittoria Montevecchio.»
«Riferisci a Fischer che farebbe bene a badare ai cazzi suoi.»
«Lo conosci. Potrei mai dirgli di farsi gli affari suoi quando c’è di mezzo qualche morto ammazzato?»
«Immagino che non funzioni» ammise Pietro, «ma puoi sempre provarci. Hai una certa influenza su di lui.»
Selena obiettò: «Dovresti avvalerti della sua collaborazione. Mi pare di capire che tu abbia certi interessi personali. Tuo nonno era...»
Pietro la interruppe: «Fischer non è il solo che deve badare ai cazzi suoi, a quanto pare. Siete proprio una bella coppia, sai? È un vero peccato che tu non ti sia sposata con lui, così almeno non l’avrei mai avuto tra i coglioni!»
«Però non è accaduto, quindi dovrai continuare a sorbirtelo. Dobbiamo parlare.»
«Di Fischer?»
«Dei Redgrave» puntualizzò Selena. «Non qui. Conosci un posto sicuro? Possiamo andarci stasera?»
«Mi stai chiedendo di uscire insieme?»
«Ti sto chiedendo di occuparci di un’indagine insieme. Se tu e Fischer non siete in grado di stare cinque minuti senza litigare, allora è meglio che ci pensi io.»
«Come vuoi» concesse Pietro. «Dimmi a che ora devo passare a prenderti.»
«Non qui davanti» chiarì Selena. «Non mi fido troppo della direttrice.»
***
Selena non sembrava convinta dell’ambiente, ma Pietro non se ne curò troppo.
«Non fare la schizzinosa. Il tuo amico Fischer mi ha seguito qui senza esitare, qualche tempo fa.»
«Non riesco a immaginare te e Fischer in questo postaccio.»
«Non ci siamo venuti per diletto. Speravamo di parlare con un certo Flavio Bonetti, il cugino di Vittoria.»
«Oliver mi ha accennato qualcosa» lo informò Selena. «Ha detto che avete fatto un buco nell’acqua.»
Pietro si irrigidì.
«Per favore, Selena, non menzioniamo l’acqua.»
«Perché?»
«Non mi dire che non lo sai!»
«Che tu ci creda o no, non ho la più pallida idea di che cosa tu stia parlando.»
«Meglio così» ribatté Pietro. «È meglio che tu non lo sappia.»
«Va bene. Mi accontento di non sapere. Adesso, però, parliamo di Vittoria Montevecchio. Che cosa avete scoperto su di lei? Oliver mi ha detto che...» Selena si interruppe. Una cameriera si era avvicinata per chiedere loro che cosa dovesse portare da bere. «Una limonata, grazie.»
«Anche per me» si affrettò ad affermare Pietro, per liberarsi della ragazza. Rimasto nuovamente solo con Selena, la informò: «Dalila ha ricevuto una copia del diario dalla figlia di Diana, l’amica di Vittoria, e una copia di una lettera scritta da Robbie Redgrave a Diana stessa.» Le sintetizzò a grandi linee il contenuto di questa. «Redgrave aveva avuto una relazione con Vittoria, il signor Leslie, che in realtà si chiamava Laszlo Halasz anche, in un altro momento. Certo della sua innocenza, Redgrave ha aiutato Leslie a darsi alla macchia quando rischiava di essere accusato di omicidio. Sembra abbastanza palese che il delitto abbia a che vedere con le corse e, molto probabilmente, con la mancata iscrizione della Montevecchio.» Le riferì di come il nome di questa non fosse presente nell’entry list e la sua ammissione alla gara quando Josephine Arquette e il meccanico Ronchi erano intervenuti. «Il signor Valenti, invece, si opponeva strenuamente.»
«Mhm.»
«I rapporti tra lui e Vittoria non erano buoni. Non ci sarebbe da stupirsi se, con la complicità di qualcuno, avesse cercato di farla estromettere dalla gara.»
«Qual era la ragione dei loro cattivi rapporti?»
«Una diversa visione filosofica, pare. La Montevecchio era straziata dal disastro di Le Mans, Valenti sosteneva che bisognasse guardare avanti.»
«E l’avrebbe fatta estromettere per questo?»
«Perché no? In fondo non sembra che fosse il massimo della correttezza: per facilitare le cose alla Scuderia Saetta Cremisi sembrerebbe avere commissionato a piloti di squadre minori di intralciare gli avversari più pericolosi.»
Selena azzardò: «Vittoria Montevecchio era un’avversaria pericolosa?»
«No, non direi. Sarebbe un po’ come se colossi come Mercedes o Ferrari avessero avuto paura di temibili avversari come Pink Venus. Non sarebbe stato credibile.»
«Allora molto probabilmente il signor Valenti non aveva alcun interesse a farla tagliare fuori, non credi?»
«Non capisco.»
«Dovresti, invece. Sei un uomo d’affari.»
Pietro sbuffò.
«Solo perché non so come preparare un cocktail, altrimenti farei il barman ai Caraibi.»
«Perché proprio ai Caraibi?»
«Perché vengono percepiti come un posto da fighi.»
«Ti piace il mare?»
«A dire il vero mi è indifferente. Mi sono indifferenti anche i Caraibi. Ci sei mai stata?»
Selena sorrise.
«Sono indifferenti anche a me. O meglio, mi è indifferente il fatto che vengano visitati perché considerati un posto da fighi. Chi va ai Caraibi, cosa sa davvero dei Caraibi e della gente che ci abita?»
«Bene, la pensiamo allo stesso modo. Adesso che abbiamo appurato la nostra indifferenza nei confronti di una specifica area geografica e della sua considerazione unicamente in quanto località turistica, che cosa ne diresti di spiegarmi che importanza ha il fatto che io sia, almeno tecnicamente, un uomo d’affari?»
«Negli affari non importano le antipatie personali.»
«Cosa stai cercando di dirmi?»
«Che il signor Valenti badava agli interessi della Scuderia Saetta Cremisi, in modo corretto o scorretto che fosse. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi di eliminare Vittoria Montevecchio dalla gara? Perché avevano discusso a proposito di un incidente devastante e avevano forti differenze di vedute in proposito? Mi sembra poco plausibile. Non credi che Valenti avesse ben altro di cui occuparsi, in quell’occasione?»
«Forse sì. Però aveva senz’altro il potere che serviva per tagliarla fuori. Può darsi che Vittoria sapesse qualcosa di troppo sulla morte di Teddy Redgrave, che...»
Pietro venne bruscamente interrotto. Selena, infatti, rimarcò: «Se Vittoria sapeva troppo, Valenti non avrebbe avuto alcun interesse a estrometterla. Anzi, proprio durante la gara a cui non avrebbe dovuto partecipare la Montevecchio è morta. Non pensi che...» Si fermò di colpo. Era arrivata la cameriera con le due limonate. Quando si fu allontanata, riprese: «Sai cosa ti dico, Pietro? Che stiamo guardando le cose da una prospettiva sbagliata. Siamo sicuri che chi ha cercato di tenere Vittoria fuori dal Trofeo delle Due Province volesse davvero danneggiarla?»
«Non ti seguo.»
«Immagina di essere un pezzo grosso e di venire a scoprire che c’è qualcosa di losco. Non so, magari un sabotaggio, di cui Vittoria Montevecchio è la vittima. Potresti cercare di metterla in guardia, ma non ti crederà mai, influenzata dalle vostre tensioni personali ti accuserà di volerla scoraggiare. Che cosa fai, allora? Fare in modo che non gareggi potrebbe essere l’unica strada per tutelare la sua incolumità.»
«Stai insinuando che Valenti possa davvero avere fatto cancellare Vittoria Montevecchio dall’elenco degli iscritti, ma che l’abbia fatto nel tentativo di salvarle la vita?»
«Già.»
«La domanda, a questo punto, è un’altra: chi poteva volere attentare alla vita di Vittoria Montevecchio? Chi la odiava così tanto?»
«Non si uccide solo per odio. A volte lo si fa per interesse.»
«Da come parli, sembra che tu te ne intenda di delitti. Hai mai ucciso qualcuno, Selena?»
«Ringrazia che io sia una professionista rispettabile, quindi non posso risponderti a tono.»
«Dovresti farlo, invece. Oppure devo insinuare che avere studiato nelle migliori scuole da ricchi ti abbia tarpato le ali?»
«Sono felice di avere studiato nelle migliori “scuole da ricchi”. Non mi hanno tarpato le ali. Mi hanno aiutata a capire, piuttosto, che comportarsi in maniera rispettabile dovrebbe essere la prassi.»
«Stai insinuando che io non mi comporti in maniera abbastanza rispettabile?»
«Non mi sono dimenticata di quella volta in cui hai preso a pugni Fischer.»
Pietro minimizzò: «È stato il tuo amico a iniziare.» Evitò di precisare che ciò fosse accaduto per via di insulti irripetibili da lui rivolti proprio alla stessa Selena. «Comunque, se la cosa ti può consolare, io e Fischer ci abbiamo messo una pietra sopra molto tempo fa, almeno a questo. Faresti bene a badare a ciò che riguarda te, non ciò che ha a che vedere con me e con il tuo amico.»
«Come vuoi. Però non ho mai ucciso nessuno, te lo posso garantire.»
«Quindi» azzardò Pietro, «secondo te Vittoria sarebbe morta a causa di un sabotaggio?»
«Non possiamo escluderlo.»
«Direi di no. La stessa cosa, quindi, sarebbe capitata anche a Teddy Redgrave?»
«Così pensava Vittoria.»
«Robbie Redgrave, che idea ti sei fatta di lui? Lascia perdere il fatto che fosse un parente di tuo marito. Secondo te potrebbe avere attentato alla vita del fratello? In fondo si parla di tensioni tra di loro.»
Selena obiettò: «Io non avrei mai ucciso mio fratello, indipendentemente da eventuali tensioni.»
«Hai un fratello?»
«Sì.»
«Più giovane o più vecchio?»
«Poco più giovane di me.»
«Immagino che anche lui sia stato addestrato a mantenere contegno.»
«Probabilmente ne ha molto più di me.»
Pietro ridacchiò.
«È cresciuto in un convento?»
«No. Però c’è andato dopo che era già cresciuto. È un frate.»
«Non so se compatirlo o invidiarlo. Essere un giovane esponente di una famiglia ricca e buttare tutto al vento per diventare frate è ancora estremo che buttare tutto al vento per diventare barman ai Caraibi. Ha avuto coraggio a rinunciare a tutto... però posso immaginare che abbia trovato la pace che cercava.»
«Credo di sì.»
«Nemmeno io ucciderei la mia sorellastra, anche se cerca di controllare la mia vita.»
«Quindi» replicò Selena, «perché sospetti di Robbie Redgrave?»
«Perché, diversamente da tuo fratello e dalla mia sorellastra che sono vivi e vegeti, Teddy Redgrave è morto prematuramente e potrebbe essere stato ammazzato di proposito, o quantomeno essere stato vittima di un incidente innescato ad arte, anche senza l’intento di ucciderlo» rispose Pietro. «Essenzialmente Robbie Redgrave si è assicurato un posto alla Scuderia Saetta Cremisi, grazie alla morte di Teddy. Non possiamo fare finta di niente, non credi? Oppure...» Avvampò, di fronte a una prospettiva che non aveva mai preso in considerazione. «Lo so, il diario non suggerisce niente del genere, ma se fosse stata Vittoria?»
«A sabotarsi?»
«A sabotare Teddy Redgrave.»
«È assurdo.»
«Strano che lo dica tu, che non conosci i contenuti del diario. Dovrei dirlo io. Però è giusto vedere la situazione da più prospettive. Se qualcuno avesse ucciso tuo fratello, tu potresti arrivare a prendere in considerazione l’idea di abbandonare il tuo contegno e vendicarti?»
«Fammi capire» ribatté Selena, «sei passato dall’ipotizzare che Robbie abbia ucciso il fratello a insinuare che sia stata Vittoria e che Robbie abbia voluto vendicare Teddy?»
«Lo so, non torna, ma siamo in alto mare» replicò Pietro, «e io sono il nipote di un direttore di gara di cui fino a pochi mesi fa non sapevo nulla, se non che mio padre avesse preso da lui l’allergia alle mandorle. Nemmeno io le mangio, anche se non mi darebbero problemi. Il fatto che in famiglia si siano verificati più casi di allergia mi ha sempre spaventato un po’.»
«Interessante.»
«Che cosa?»
«L’allergia alle mandorle di tuo nonno. La gente che gli stava intorno, nel mondo delle corse, ne era al corrente?»
«Non ne ho la più pallida idea.»
«È ragionevole che qualcuno potesse saperlo?»
«Non ho idea neanche di questo, ma avrà pranzato o cenato insieme a qualcuno, a un certo punto. Non è così impossibile. Stai insinuando che sia morto per avere consumato mandorle a sua insaputa?»
Selena annuì.
«È più facile che avvelenare qualcuno, non credi?»
«Pensi che il veleno sia un’alternativa? Ti sei messa d’accordo con mia nonna? Anche lei lo pensava.»
«Fischer mi ha detto che Virginio Bruni sembra essersi sentito male all’improvviso. Tutto può succedere, ma sarebbe una grossa coincidenza morire di morte naturale proprio quando la tua dipartita fa comodo a qualcuno, non credi?»
«È stata tolta dall’elenco degli iscritti, avrebbe detto mio nonno all’infermiera. Parlava di Vittoria.» Pietro rifletté. «Forse c’era dietro anche lui! Magari sapeva del complotto e ha cercato di impedirle di partecipare alla gara in collaborazione con Valenti. Il suo vice, però, l’ha riammessa...» Abbassò lo sguardo. «E le cose non tornano, perché c’è la faccenda della partita a poker. Virginio Bruni non poteva essere sia al casolare sia in ospedale.»
Selena gli strizzò un occhio.
«Era più facile puntare sui fratelli Redgrave, non è vero?»
***
«Signor Redgrave.»
Robbie ricordava bene quella voce. Si girò lentamente.
«Signorina Arquette.»
«Come sta?»
«Bene e lei?»
«Bene anch’io» rispose Josephine. «Non sapevo che avrebbe partecipato anche lei a questa cena.»
«Sono stato costretto» ribatté Robbie. «Purtroppo il signor Valenti ha voluto che fossi qui. Lei, invece? Che cosa l’ha spinta a prendervi parte?»
«Il signor Charpentier non voleva venire da solo, quindi l’ho accompagnato.»
Robbie non riuscì a trattenersi: «Per caso Philippe Charpentier le piace?»
«Philippe Charpentier è lavoro» fu la secca replica della cronometrista francese.
«Mi scusi. Mi auguravo soltanto che fosse stata in grado di voltare pagina.»
«Non ho pagine da voltare, signor Redgrave. Come ben sa, suo fratello Teddy amava un’altra donna.»
«Non essere ricambiati come vorremmo non significa che i nostri sentimenti facciano meno male, non crede?»
«Non siamo qui per parlare di sentimenti, signor Redgrave» concluse Josephine Arquette. «Vada al tavolo, sono certa che il signor Valenti la stia aspettando. Restare in disparte è scortese nei confronti del signor Rambaldi, che ci ha invitati.»
Robbie abbassò lo sguardo. Prendere parte a una cena organizzata dall’assistente del direttore di gara non era un comportamento rispettabile. Chissà cosa avrebbe pensato l’integerrima Vittoria Montevecchio, se avesse saputo che concorrenti e direttori sportivi di un certo livello si intrattenevano con la direzione gara alla vigilia del Trofeo delle Due Province. Di certo non l’avrebbe apprezzato. Era capitato, in più di un’occasione, che si lamentasse della disparità di trattamento tra nomi grossi e nomi piccoli delle corse. Lo faceva già quando era ancora inclusa nell’Olimpo dei personaggi di un certo livello, figurarsi come avrebbe reagito dopo essersi trovata di punto e in bianco dall’altro lato della barricata.
Avrebbe meritato di rimanerci, in quell’Olimpo. Il signor Valenti era stato ingiusto nei suoi confronti e, anche se non l’avrebbe mai ammesso, di certo lo sapeva. Robbie non riusciva più a provare nei suoi confronti la stessa stima di un tempo.
La stima, ovviamente, contava poco. Doveva andare a sedersi accanto al signor Valenti e fingere di essere d’accordo con il suo punto di vista.
Mentre andava ad accomodarsi, gli occhi gli caddero su una cameriera. Questa distolse lo sguardo e si allontanò con aria indifferente. A Robbie non sfuggì dove si stesse dirigendo. Si avviò verso un uomo dall’aria piuttosto familiare.
Josephine Arquette non si era ancora seduta. Al suo fianco, gli domandò: «Va tutto bene?»
Robbie annuì.
«Ho già visto quel tale» borbottò la signorina francese. «Lavora ancora per la Scuderia Saetta Cremisi?»
«Non in questa circostanza, mi ha detto il signor Valenti.»
«Che cosa ci fa qui?»
«Non mi riguarda.»
«Ci riguarda eccome, invece!»
Senza dargli il tempo di ribattere, Josephine si diresse nella direzione in cui si trovavano la cameriera e Ronchi. Robbie la seguì. Né la giovane né il meccanico fecero caso a loro. Erano stranieri che molto probabilmente nell’ottica di quei due non potevano comprendere il loro discorso in un italiano molto stretto. Nel caso di Robbie era davvero così, discorso diverso per la signorina Arquette. Quando i due si lasciarono, Robbie volle sapere che cosa si fossero detti.
«Non ho capito molto bene. Avevano una forte inflessione dialettale. La cameriera si chiama Clara. Menzionavano una torta con le mandorle. Ronchi le ha detto: “non preoccuparti, nessuno sa che sei qui”. Le dava del tu, credo che la conosca piuttosto bene.»
«Mandorle?» ripeté Robbie.
«Mandorle» confermò Josephine Arquette.
«Perché mai il meccanico Ronchi dovrebbe parlare di mandorle con una cameriera?» obiettò Robbie. «Mi sta prendendo in giro, signorina?»
«Perché mai dovrei prenderla in giro?» replicò Josephine. «Avanti, signor Redgrave, andiamo a sederci. Abbiamo soltanto perso tempo!»
«Già. Io, comunque, non capisco che cosa ci faccia qui Ronchi.»
«Non abita tanto lontano. Magari se la intende con quella donna.»
«Non mi sembra né giovane né affascinante abbastanza per una come lei.»
«Che cosa ne vuole sapere dei gusti di quella cameriera in fatto di uomini? Forza, signor Redgrave, non ci pensi più!»
Robbie ammise: «Questo è proprio un buon consiglio.»
Lo seguì. Si annoiò in silenzio, riuscendo a captare qualche frase. La sua padronanza della lingua italiana era leggermente migliorata, negli ultimi tempi, ma non era comunque in grado di comprendere uomini che parlavano in fretta. Doveva ammettere di invidiare la signorina Arquette, che comprendeva tutto senza alcuna difficoltà. Non che a Josephine sembrasse importare molto, in quel momento, visto che colui con cui conversava parlava la sua stessa lingua. Nonostante avesse negato di provare attrazione per Philippe Charpentier, stava seduta accanto al corridore francese e lo ascoltava con gli occhi che le brillavano.
A parte la noia, nel corso della serata non accadde nulla che fosse degno di nota. Quando la cena terminò, il direttore di gara Virginio Bruni non uscì dal ristorante. A Robbie parve che si dirigesse verso la cameriera già vista discutere con Ronchi di una torta alle mandorle. Non vi era stata alcuna torta di mandorle, quella sera a cena, come dolce era stata portata della panna cotta.
Non si curò di Bruni. Non aveva alcun tipo di rapporto con quell’uomo, non l’aveva mai incontrato prima di quel momento. Uscì e si ritrovò di nuovo a tu per tu con Josephine Arquette.
Decise di essere nuovamente sfacciato: «Non crede che Charpentier potrebbe ingelosirsi, se la vedesse accanto a me?»
«Come le ho detto, tra me e il signor Charpentier esiste soltanto un rapporto di lavoro» gli assicurò la signorina Arquette.
«Non sono sicuro di crederle.»
«Che lei mi creda o meno non è affare mio.»
«Allora perché è qui?»
«Non certo per rispondere a domande personali, signor Redgrave.»
«Eppure c’è qualcosa che vuole dirmi, non è vero?» azzardò Robbie. «Per caso non trova le parole?»
Josephine Arquette sospirò.
«È una questione un po’ delicata, signor Redgrave. Si tratta di suo fratello.»
Robbie si irrigidì. Non gli piaceva parlare di Teddy, specie con le persone che non appartenevano alla famiglia Redgrave. Aveva l’impressione che tutti volessero giudicarlo e di certo la cronometrista francese non era un’eccezione.
«Cosa vuole da me?»
«Niente.»
«E allora mi lasci in pace!»
Josephine Arquette gli domandò: «Devo supporre che la mia allusione sia stata in qualche modo scomoda?»
«Ha mai perso dei familiari, signorina?»
«Sì, mia nonna, l’anno scorso.»
«Non vale.»
«E perché mai?»
«Per quanto sia una sofferenza, tutti sappiamo che vedremo i nostri nonni morire.»
«Sono spiacente. Nessun mio familiare giovane è mai venuto a mancare.»
«Mi auguro che non le succeda mai, ma allora saprà che cosa provo.»
«Era molto legato a lui, signor Redgrave?» insisté la signorina Arquette. «Quando frequentavo Teddy, non sono mai riuscita a capire quali fossero davvero i rapporti tra di voi.»
«Perché lo vuole sapere, signorina Arquette?»
«Per capire. Quando Teddy parlava di lei, c’era ammirazione nelle sue parole. Allo stesso tempo, però, mi sembrava di vedere qualcosa di oscuro nei suoi occhi.»
Robbie sospirò.
«Io e Teddy eravamo avversari.»
«Fino a che punto?»
«Quando scendo in pista, non ho legami. Allo stesso modo, non ho legami quando cerco di accaparrarmi la migliore opzione possibile per il mio futuro.»
«Che cosa sta cercando di dirmi?»
«Che volevo bene a mio fratello. Nel nostro mestiere, però, era un rivale, non era mio fratello.»
Josephine Arquette replicò: «Non necessariamente. Facevate parte della stessa squadra. Avreste potuto disputare corse importanti come la 24 Ore di Le Mans sulla stessa automobile.»
«Sì, ma cosa sarebbe successo, una volta discesi da quell’automobile?» obiettò Robbie. «Che cosa sarebbe successo se il signor Valenti avesse voluto rimpiazzare uno di noi? L’obiettivo ultimo della nostra professione è sopravvivere. Lo facciamo ogni volta in cui arriviamo vivi alla fine di una corsa, ma anche quando riusciamo a non sprofondare, a non essere annientati da chi compete contro di noi. Tra me e Teddy sarebbe stato scontro in ogni caso. Anche quando si fa parte di una squadra, non bisogna mai perdere d’occhio la propria individualità.»
«Mi sembra un discorso molto cinico.»
«Il mondo è cinico, signorina Arquette. Prima lo accettiamo e più abbiamo probabilità di sopravvivere. Le consiglio di avere mille occhi, perché fanno comodo anche a lei.»
Josephine parve divertita da quell’ipotesi.
«Chi potrebbe mai volere danneggiare una semplice cronometrista?»
Robbie ribatté: «Non sottovaluti il suo lavoro, signorina. Il suo ruolo è molto importante e tante ragazze ambiziose vorrebbero essere al posto suo. Quando dice che per lei Philippe Charpentier è solo lavoro, faccia attenzione. Qualche malpensante potrebbe vedere le cose da un’altra prospettiva.»
«Perché malpensante? Che cosa ci sarebbe di male se io e il signor Charpentier ci innamorassimo? È perfino francese.»
Robbie rise.
«Perché mai dovrebbe ambire a innamorarsi di un francese?»
«Abbiamo la stessa nazionalità» chiarì la signorina Arquette. «Questo semplifica le cose. O meglio, le semplificherebbe se ci fosse del tenero tra di noi, e non c’è.»
«Ne prendo atto» rispose Robbie, «ma le consiglio di fare attenzione. I pettegoli parlano e sparlano. Se non ama Charpentier, cerchi di non dare quell’impressione.»
«Mi sta minacciando?»
«Neanche per sogno. La sto solo avvisando che le dicerie possono essere pericolose.»
Josephine replicò: «Ci sono abituata. Ci sono state chiacchiere anche sul legame tra me e suo fratello, parecchio tempo fa. Non hanno condizionato la mia carriera.»
«Le auguro che tutto vada bene anche stavolta.» Robbie rifletté qualche istante, prima di proporle: «Se va già in albergo, posso accompagnarla?»
«No, signor Redgrave, non vado in albergo» fu la risposta di Josephine Arquette. «Vado a scoprire se l’irreprensibile meccanico Berto Ronchi ha qualcosa da nascondere con quella signorina.»
«Non parla sul serio.»
«Sull’andare a curiosare o sul fatto che abbiano una relazione?»
Josephine non gli diede la soddisfazione di scoprire cosa intendesse. Si limitò ad augurargli buona fortuna per il Trofeo delle Due Province.
«Ovviamente sono di parte e sostengo il signor Charpentier» aggiunse, «ma spero che possa togliersi qualche soddisfazione. Teddy ne sarebbe felice.»
Non gli diede il tempo di replicare. Gli voltò le spalle e si diresse verso il ristorante – forse voleva davvero andare a impicciarsi negli affari di Ronchi.
Robbie rimase solo e si domandò se Teddy sarebbe davvero stato contento di un suo buon risultato alla Corsa della Polvere, ma non riuscì a trovare risposta a quel dubbio.
***
«La sorella di Edward abita non troppo lontano da qui» affermò Selena. «Lo sapevi?»
Pietro, che si era lasciato trasportare dalle proprie riflessioni, alzò lo sguardo verso di lei.
«No, perché?»
«Prima di morire, la nonna di Edward – la sorella di Robbie e Teddy Redgrave – ha deciso di affidare a lei alcune carte personali. Tra queste, c’era anche una lettera che aveva ricevuto dopo la morte di Teddy.»
«Non ti seguo» ammise Pietro.
«Non sono venuta solo per l’agriturismo. Vedere la scena del crimine è interessante, ma non c’è nulla di utile, se non la direttrice. È una persona da tenere d’occhio, questo non lo metto in discussione.»
«Sei stata da tua cognata?»
«Sì.»
«Ti ha mostrato qualcosa di utile, almeno lei?»
«Robbie Redgrave aveva scritto una lettera a Teddy, prima che questo morisse. Teddy non l’ha ricevuta in tempo. Immagino che sia stata la loro sorella a leggerla, visto che l’ha conservata in una busta aperta. O lei o qualche altro curioso, ma questo non ci riguarda.»
«Però qualcosa ci riguarda» azzardò Pietro. «Mi diresti che cosa?»
«Ci hai visto giusto. È il contenuto della lettera ciò di cui voglio parlarti.»
«Che cosa scrive Robbie?»
«Accenna a una discussione avuta con il fratello la sera in cui è stato annunciato il suo ingaggio dalla Scuderia Saetta Cremisi. A questa sembrano essere seguiti diversi scontri più pesanti, ai quali Robbie fa riferimento. Riferisce a Teddy che vorrebbe parlarne di persona, in tono più calmo. In sintesi, gli sta chiedendo di chiarirsi. Se gli scrive, è perché non può sapere in anticipo che Teddy morirà, non credi? E prima di dirmi che potrebbe essere tutta una copertura e che, anche se non era presente, Robbie potrebbe avere ingaggiato qualcuno per sabotare la macchina, ti ricordo che la morte era una costante, nelle corse degli anni Cinquanta. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di pensare: “Teddy Redgrave ha litigato con il fratello qualche tempo fa, di certo questo l’ha fatto ammazzare”. Robbie non avrebbe avuto bisogno di coperture. È molto più plausibile che quello che afferma nella lettera sia la verità... e in quella lettera sostiene di essere molto legato a Teddy e dispiaciuto per le tensioni sorte tra di loro.»
«Possiamo scartare l’idea che Robbie Redgrave abbia fatto uccidere Teddy, forse» rispose Pietro, «ma restiamo nel dubbio su cosa sia successo davvero. Inoltre continuiamo a non vedere collegamenti chiari con i fatti accaduti prima, durante e dopo il Trofeo delle Due Province.»
«Proprio così.» Selena sospirò. «Sai cosa ti dico? Che se questo fosse un romanzo di bassa lega adesso salterebbe fuori un deus-ex-machina... qualche ultranovantenne o centenario che c’era a quei tempi e decide di rivelare fatti che si è tenuto dentro per decenni.»
«Perché dovrebbe, se ha taciuto per settant’anni?»
«Perché magari non si rendeva conto dell’importanza di certi dettagli e, messo di fronte a quello che sappiamo adesso, potrebbe capire che non erano da sottovalutare.»
«Ammesso che una persona del genere esista, come possiamo rintracciarla?» obiettò Pietro. «Ce la vedi un’ipotetica ex cronometrista di cent’anni con i social e i direct messages aperti? Io no.» Rise. «Altrimenti avrei già cercato notizie di Josephine Arquette.»
Selena spalancò gli occhi.
«Josephine Arquette? Quella vecchietta che un paio d’anni fa ha preso parte al memoriale del cinquantesimo anniversario di morte di Philippe Charpentier, suscitando un certo clamore mediatico?»
Pietro rabbrividì.
«È viva?»
«Non lo so. Lo era due anni fa. Aveva novantacinque anni o giù di lì. È plausibile che sia morta. Cosa c’entra con questa storia?»
«Fischer non ti ha detto che Vittoria Montevecchio è stata ammessa alla gara grazie all’intervento non solo di Ronchi, ma anche di una cronometrista francese?»
«Sì.»
«Era Josephine Arquette.»
«Oh» esclamò Selena. «Prega che sia ancora viva, lucida, rintracciabile e desiderosa di parlare di quei tempi.»
«Sono tutte opzioni abbastanza improbabili.»
«Ma non impossibili. Dobbiamo metterci all’opera. Andiamo via da questo posto?»
«Che intenzioni hai?»
«Ho lasciato lo smartphone sulla tua macchina, come avevi chiesto tu. Te l’avevo detto che sei paranoico. Se non lo fossi, l’avrei portato e potremmo fare ricerche qui.»
«Va bene. Vado a pagare.»
«No, ci vado io.»
«No, Selena, insisto. Tocca a me pagare.»
«Va bene. Ti lascio fare l’uomo galante.»
Pietro ridacchiò.
«Se solo sapessi perché ti sto offrendo da bere non mi considereresti tanto galante.»
«Lo saprei se tu me lo dicessi. Pensi di farmi la tua rivelazione scottante o dovrò lavorare di fantasia?»
«Una volta ho detto delle cose molto sgradevoli su di te, e ho anche picchiato Fischer quanto ti ha difesa.»
«Oh, allora in questo caso mi devi molto di più di un bicchiere di limonata. Alza il culo e vai subito alla cassa, che abbiamo qualcosa di più importante di cui occuparci.»
«Questo non è il modo in cui parla una donna di classe, proveniente dall’alta società.»
Selena puntualizzò: «Anche tu provieni dall’alta società, eppure non ti sei fatto troppi problemi a dire “cose molto sgradevoli su di me”... ovvero a insultarmi in maniera indecente.»
Pietro avvampò.
«Come fai a sapere che ti ho insultata in maniera indecente?»
«Se tu ti fossi limitato a dire che non ti piace come mi vesto, dubito che Oliver avrebbe reagito così male. Comunque non importa più. Vai a pagare e sbrigati.»
Di fronte all’ordine perentorio di Selena, Pietro obbedì senza alcuna esitazione. Uscirono dal locale e andarono a sedersi in macchina. Vista la presenza dei telefoni, Pietro preferiva non trattare argomenti inerenti l’omicidio di Ottavia Mattioli, ma non sarebbe stato necessario farvi allusioni. In fondo, cercavano soltanto una cronometrista degli anni Cinquanta, non c’era niente di sospetto in una simile intenzione. In più, aveva un’altra cosa da dirle.
«Sai, Selena, inizio a capire perché a Fischer piacevi così tanto.»
«Illuminami, allora.»
«Sei una bella donna e hai carattere.»
«Spero che tu non ci stia provando con me. In tal caso ti ricordo che ho un marito e che, per stare con lui, ho lasciato Oliver. Alla luce di questi elementi, credo che tu possa intuire che non potrei mai prenderti in considerazione.»
«Stai tranquilla, non voglio provarci con te» ribatté Pietro. «Non mi piacciono le donne che incutono timore.»
«Strano che tu sia stracotto di Dalila, allora.»
«Dalila può spaventare altri, ma non me. E comunque non mi interessano altre donne oltre a lei.»
«Mi auguro che prima o poi tu possa coronare i tuoi sogni... ma non staseraa, adesso abbiamo altro a cui pensare.» Selena recuperò lo smartphone e si mise a cercare qualcosa. «Ricordo dei post in cui compariva Josephine Arquette. Ne avevo salvato qualcuno tra quelli da ricordare per il futuro, perché volevo segnalarli a Oliver, ma poi mi è passato di mente. Sono sicura che una persona avesse risposto sostenendo che quella donna era sua zia.»
«Chiunque può millantare qualsiasi cosa sui social.»
«E chiunque ha l’abitudine di sbandierare ai quattro venti la propria vita. Al giorno d’oggi sono di più le persone che mettono in piazza tutto rispetto a quelle che hanno profili fake. In fondo non ci costa nulla provare. Male che vada non ci risponderà.»
«Cosa vorresti chiederle?»
«Le dirò che sono la moglie di Edward Roberts, che vorrei sapere se sua zia Josephine è ancora viva e se ci sono delle possibilità che si ricordi certi fatti accaduti ai tempi di Robbie e Teddy Redgrave, i prozii di mio marito.»
«Speriamo bene.»
«Già.»
Pietro rimase in silenzio mentre Selena proseguiva le ricerche. Passarono diversi minuti prima di sentire un’esclamazione di trionfo da parte sua.
«Cosa succede, Selena?»
«Ho trovato la presunta nipote della Arquette. Ha un profilo piuttosto attivo. C’è perfino una foto di lei insieme alla vecchia. Josephine è davvero sua zia.»
«È o era?»
«Speriamo di scoprirlo presto. Mi puoi riaccompagnare all’agriturismo?»
«Adesso?»
«Non penso che mi risponderà immediatamente.»
«Come vuoi» concesse Pietro. «Se succede qualcosa mi fai sapere?»
«Lasciami il tuo numero.»
«Non scrivere niente di troppo esplicito.»
«Ti chiederò soltanto di vederci, se per te va bene» rispose Selena.
«Non credo di avere molte alternative» concluse Pietro.
Fece ciò che la moglie di Edward Roberts gli aveva chiesto e tornò a casa chiedendosi se si sarebbe fatta viva o se si sarebbe limitata a svanire nel nulla.
Non si aspettava che Selena lo contattasse già il giorno seguente. Tornarono a vedersi alla stessa ora, Pietro la portò nello stesso pub. Ordinarono di nuovo due limonate e attesero che la stessa cameriera servisse loro da bere prima di arrivare al sodo.
«Allora?»
«Ho fatto una videochiamata con la nipote di Josephine Arquette.»
«Josephine è viva?»
«Sì, ma non ha voluto essere inquadrata durante la chiamata.»
Pietro strabuzzò gli occhi.
«Hai parlato con lei?!»
«Ha borbottato qualcosa a bassa voce» gli spiegò Selena. «Sua nipote riportava le risposte troppo impercettibili.»
«Che cosa sa quella donna?»
«Niente che tu già non sappia, temo. Sostiene che c’erano stati dei contrasti tra i fratelli Redgrave, ma ciò conferma le informazioni in nostro possesso.»
«Allora è stato tutto inutile!» sbottò Pietro.
«No, non direi.» Il tono di Selena era deciso. «Vedi, non ti ho detto tutto. Le ho chiesto se si ricordasse di Virginio Bruni, il direttore di gara. Il caso vuole che se lo sia rammentata, e tutto perché l’ha visto per l’ultima volta, prima che stesse male, a una cena a Reggio Emilia in cui origliò insieme a Robbie Redgrave una conversazione tra un meccanico italiano “il cui cognome iniziava per Ro-”, che ha poi confermato essere quello che lavorava per Vittoria Montevecchio al Trofeo delle Due Province, parlare con una certa Clara, che lavorava al ristorante all’insaputa di qualcuno, di una torta di mandorle, nonostante a cena sia stato servito un dolce totalmente diverso. In seguito, più tardi, curiosando al ristorante, ricorda di avere visto quella Clara insieme al direttore di gara Bruni. Ha detto che la ragazza era carina e che spera che si sia goduto un ultimo momento felice, visto che poi è stato male ed è morto.»
«Le mandorle» ripeté Pietro. «Quella Clara gli ha dato da mangiare un dolce che conteneva mandorle e Ronchi lo sapeva!»
«Ronchi, il meccanico della Scuderia Saetta Cremisi, che c’era quando è morto Teddy Redgrave e che ha testimoniato a proposito del presunto omicidio di Vittoria Montevecchio.»
«Non è tutto, Selena.»
«Cosa c’è ancora?»
«Vittoria aveva una cameriera di nome Clara, che si era licenziata poco tempo prima della sua morte. Secondo il diario, avrebbe accettato un lavoro a Modena. E se invece fosse andata da un’altra parte?»
«Stai insinuando che l’ex cameriera di Vittoria abbia attentato alla vita di Virginio Bruni, mentendo alla Montevecchio sul luogo in cui si trovava davvero? Perché avrebbe dovuto farlo?»
Pietro ammise: «Non ho idea, né sarà facile scoprirlo, ma è plausibile che lavorasse su commissione di qualcuno. Clara non c’entrava niente con le corse. Il coinvolgimento del meccanico, però, ci conferma che ci abbiamo visto giusto. Le vicende avvenute in pista hanno portato alla morte di Vittoria, non ci sono dubbi.»
***
Pietro guardò prima Dalila, poi Oliver.
«È andata così. Io ho fatto una scoperta importante, mentre voi credevate fosse inutile occuparsi delle vicende dei fratelli Redgrave.»
«Veramente non avresti scoperto proprio niente, se non avessi trovato sulla tua strada qualcuno che ti indicasse la via da seguire» replicò Fischer. Si rivolse a Selena, che sedeva alla sinistra di Pietro al solito tavolo sotto casa di Dalila. «Naturalmente non mi è passato inosservato il fatto che tu abbia deciso di fare comunella con lui e di rivelargli dettagli su quella signora Arquette.»
«Signorina» precisò Selena. «Non si è mai sposata. Ci ha tenuto a precisarlo mentre parlava di Teddy Redgrave. Ho avuto l’impressione che fosse molto legata a lui... o meglio, è quanto ha lasciato trasparire sua nipote.»
«Che fosse Josephine Arquette?» osservò Dalila, quasi distrattamente.
Pietro volle sapere: «Chi?»
«La misteriosa donna con la veletta spessa al funerale di Teddy Redgrave.»
«Adesso stiamo viaggiando un po’ troppo con la fantasia» replicò Oliver. «Dovremmo restare ancorati alla realtà. Già mi sembra un azzardo dedurre che quella Clara del ristorante fosse la stessa che faceva la domestica a casa di Vittoria Montevecchio...»
Pietro non lo lasciò finire: «Hai ragione, Fischer, ci sono tante persone che si chiamano allo stesso modo, questo non lo metto in discussione. Può essere tranquillamente una coincidenza, ma dovremo pure appigliarci a qualcosa.»
«Tu stavi soltanto facendo un sopralluogo all’agriturismo. Se non avessi incontrato Selena...»
«È vero, se non avessi incontrato Selena non avrei fatto alcun passo avanti. Però non le avrei detto che la cronometrista che ha fatto ammettere Vittoria alla gara era Josephine Arquette e non avrebbe mai parlato con quella vecchia!»
«Gliel’avrei detto io, se me l’avesse chiesto» ribatté Oliver. «Selena, se solo tu mi avessi informato delle tue intenzioni...»
La moglie di Edward Roberts non lo lasciò finire: «Adesso basta! Sono stanca di sentirmi dire che cosa dovrei fare! Io avrei continuato a vivere benissimo anche senza preoccuparmi per Vittoria Montevecchio. Sei stato tu, Oliver, a iniziare a fare ricerche insieme a mio marito! Mi hai trascinata in una storia che non mi riguardava!»
«Ben dett-...» cercò di concordare Pietro, ma venne presto messo a tacere.
«Tu, invece», Selena si rivolse proprio a lui, «hai chiesto a Edward informazioni su Robbie e Teddy Redgrave. Come potevo restarne fuori? Per giunta dopo che una donna è stata uccisa proprio all’agriturismo, in quello che un tempo era il fienile! Non potevo. Dovevo capire qualcosa di più.»
«E hai capito qualcosa di più?» azzardò Dalila.
«Ho capito quello che vi ho detto» replicò Selena. «Vi ho riferito per filo e per segno le conclusioni alle quali io e Pietro siamo arrivati.»
«Rimango del parere che non avresti dovuto allearti con lui, ma con noi» insisté Oliver. «In fondo io e te siamo amici. Siamo sempre stati dalla stessa parte.»
«Siamo tutti dalla stessa parte, stavolta» chiarì Selena. «Vogliamo scoprire cosa ne è stato di Vittoria Montevecchio, non solo perché sia fatta luce su un mistero sepolto, ma anche perché quel mistero è molto meno sepolto di quanto sembra.»
«Sepolto in senso letterale, visto che il rottame della macchina era sotto terra» borbottò Dalila, «e che almeno questo l’abbiamo appurato, diversamente da tutte le altre illazioni.»
Pietro sbuffò.
«Solo perché non è Fischer a servirle su un piatto d’argento sono illazioni senza fondamento per te?»
«Non ho detto questo» chiarì Dalila. «Mi sono solo limitata a far notare che non abbiamo alcuna certezza.»
«Come credi di potere avere certezze? È una storia di settant’anni fa! Non le avremo mai.»
«Di certo non le abbiamo prendendo per valide le affermazioni di una centenaria.»
«Josephine Arquette ha novantasette anni, non cento.»
«Non vedo quale sia la differenza.»
«A quell’età fanno la differenza, fidati. Non c’è alcuna certezza che Josephine Arquette arrivi a cent’anni.»
«Si può morire a qualsiasi età. Io ne ho trentanove, ma non posso sapere per certo che vivrò a lungo da arrivare a quaranta.»
Pietro alzò gli occhi al cielo.
«Quanto ottimismo!»
Selena intervenne: «Basta, smettetela. Non andremo da nessuna parte se continuiamo a discutere come dei ragazzini. È vero, Dalila ha ragione, non possiamo avere la certezza assoluta che la nostra ricostruzione dei fatti sia vera. Però è un punto di partenza.»
«Ah, sì?» ribatté Oliver. «Allora perché non ci illustri la tua ricostruzione? Magari hai ragione tu, ma ci sono tanti punti oscuri.»
Selena non se lo fece ripetere due volte.
«Pare che tutto inizi quando Teddy Redgrave muore in un incidente. Nessuno sospetta minimamente che ci sia qualcosa di diverso. In fondo le corse degli anni Cinquanta erano una sfida aperta alla morte. L’innamorata di Teddy, però, è convinta che ci sia qualcosa di più. Ne parla con la Montevecchio e qui succede qualcosa di impensabile: Vittoria crede alla versione dei fatti di Diana. Le crede abbastanza da portare in Italia Laszlo Halasz, il segretario di Teddy Redgrave. Con lui vuole fare luce su quello che ritiene un delitto, in occasione del Trofeo delle Due Province. È convinta che in questa circostanza incontrerà qualcuno che ha a che fare con il presunto omicidio del suo amico Redgrave.»
«Vittoria sospetta verosimilmente dell’innominabile signor Valenti» si intromise Oliver.
Selena lo ignorò.
«Nel frattempo i membri delle squadre di una certa importanza vanno a cena insieme alla direzione gara. Ci sono sia Bruni sia Rambaldi. È presente anche un certo meccanico della Scuderia Saetta Cremisi, ma non impegnato con la squadra nella Corsa della Polvere, il cui cognome inizia per “Ro-”. Ovviamente mi sono accertata che fosse Ronchi. La signorina Arquette non ne ricordava il nome completo, ma ha confermato che lavorava per la Bonetti Corse. Nessuno gli ha prestato attenzione, tranne Josephine, che l’ha visto e sentito mentre parlava con una dipendente del ristorante.» Si rivolse a Pietro: «Vuoi continuare tu?»
«Io e Selena sospettiamo che l’ex domestica di Vittoria, in combutta con Ronchi, abbia fatto ingerire delle mandorle a Virginio Bruni, che ne era allergico.»
Oliver domandò: «Quindi avrebbe avuto uno shock anafilattico?»
«Può darsi» rispose Pietro.
«E il suo peggioramento, tanto da morire alcuni giorni dopo?»
«Tu cosa faresti, Fischer, se una ragazza carina venisse a trovarti in ospedale, dove ti danno da mangiare pietanze di una tristezza infinita, e ti portasse dei biscotti o una fetta di torta? Magari gli ha fatto di nuovo ingerire delle mandorle a sua insaputa.»
«Ma perché? E come potevano Ronchi e la domestica di Vittoria sapere della sua allergia alle mandorle?»
«Rambaldi» azzardò Pietro. «Quei due, alla fine, hanno testimoniato insieme a Pinardi e all’uomo misterioso.»
«Quindi» dedusse Dalila, «il direttore di gara menzionato nella lettera era Rambaldi, non Bruni.»
Selena affermò: «La versione dei fatti di Josephine Arquette confermerebbe il malore e il ricovero in ospedale. Virginio Bruni non poteva essere presente al casolare la notte in cui è ufficialmente morta Vittoria.»
«E chi c’era allora?»
A Pietro non sfuggì il modo in cui Oliver abbassò lo sguardo, di fronte alla domanda di Dalila.
Fu Selena a risponderle: «Su questo, purtroppo, non abbiamo idee.»
«Io e te, almeno» precisò Pietro.
Oliver alzò gli occhi.
«Cosa vuoi dire?»
«Niente. A dire il vero non capisco nemmeno perché tu ti senta chiamato in causa.»
«Dici che tu e Selena non ne avete idea. La domanda l’ha fatta Dalila. Andando per esclusione, l’unico altro presente sono io.»
Pietro non replicò. A quanto pareva, Oliver Fischer era specializzato nell’avere sempre l’ultima parola.
Selena riprese: «Sospettiamo che Valenti e Bruni fossero al corrente di un probabile attentato contro la vita di Vittoria nel corso della gara. Hanno cercato di estrometterla per salvarla, ma proprio l’assenza di Bruni ha permesso di riammetterla in competizione. Ronchi ha inscenato l’insistenza nei confronti di Rambaldi e non ha nemmeno destato troppi sospetti, visto che Josephine Arquette, ignara di tutto, è intervenuta a sostegno della Montevecchio. A quel punto era fatta: approfittando dell’assenza di Vittorio Bonetti, Ronchi potrebbe avere sabotato l’automobile numero 32. Vittoria ha avuto un incidente. O è morta sul colpo, oppure era gravemente ferita. Nessuno che avesse una certa credibilità avrebbe mai più avuto dubbi sull’incidente di Teddy Redgrave. Non restava altro da fare che cancellare le prove. Per fortuna, Vittoria non risultava iscritta alla corsa. L’auto è stata nascosta e in seguito sepolta, mentre la Montevecchio è stata portata nel fienile e buttata giù. Di fronte a quattro testimoni che avrebbero puntato il dito contro il maggiordomo e spasimante Leslie, fornendo versioni dei fatti identiche nel minimo dettaglio, nessuno avrebbe mai insinuato che Vittoria fosse morta durante la Corsa della Polvere alla quale era stata ammessa a gareggiare clandestinamente.»
«Un piano perfetto» osservò Dalila, «ma Vittoria aveva davvero tutta questa credibilità?»
«Faceva parte del mondo delle competizioni automobilistiche.»
«Ed era stata tacciata di essere isterica a Le Mans, colpevole di avere avuto una reazione troppo forte al più cruento incidente della storia dell’automobilismo. Pensi davvero che, se avesse dichiarato che l’incidente di Redgrave era stato un sabotaggio, qualcuno le avrebbe creduto?»
Selena non rispose. Pietro la guardò con la coda dell’occhio e gli fu evidente che, di fronte alla considerazione di Dalila, le sue certezze fossero sul punto di crollare. La Roberts, però, non sembrava intenzionata ad arrendersi: «E va bene. Può darsi che ci sfugga la vera ragione per cui Vittoria Montevecchio è stata uccisa, ma non penso si possa dubitare che fosse in atto una congiura contro di lei.»
«Perché?» obiettò Dalila. «Rambaldi e Pinardi avevano forse qualche motivo per eliminarla? E anche lo stesso Ronchi, che era così pronto a sostenerla!»
«Non è mia intenzione andare a scomodare i gialli classici, che sono stato tacciato di leggere» intervenne Oliver Fischer, «ma vi ricordo che il denaro può spingere a compiere le peggiori nefandezze. Può darsi che il vicedirettore di gara e il pilota piacentino non fossero al corrente di tutta la verità e che volessero soltanto aiutare a coprire un incidente mortale che avrebbe potuto causare qualche noia di troppo.»
«Quindi avrebbe fatto tutto Ronchi?» obiettò Pietro. «Aveva così tanti soldi da spendere?»
«Sottovaluti il quarto uomo, Bruni» affermò Oliver. «È vero, hai ragione. Ho dei sospetti, ce li ho da quando ti ho detto che avrei voluto seguire un’altra pista.»
«Sentiamo, cos’hai in mente?»
«Fin dall’inizio non siamo mai riusciti a spiegarci come mai, se tuo nonno era in ospedale, ci fosse gente convinta che fosse al casolare quella notte. Ho una risposta ed è che l’abbiano letto sui giornali. O meglio, hanno creduto di leggerlo.»
Pietro replicò: «Come si può “credere” di leggerlo? O c’era scritto che Virginio Bruni era presente, oppure non c’era scritto!»
«Ti sbagli» insisté Oliver. «Non sempre i giornali fanno nomi e cognomi. In certe circostanze è meglio non farli, e lo era anche quando non c’erano le attuali leggi sulla privacy, ma si badava semplicemente al decoro. Si facevano solo le iniziali ed era facile lo scambio di persone. Qualcuno ha letto V.B. e ha pensato a Virginio Bruni, riportando la notizia. Del resto, se perfino la nipote sul diario si riferisce allo zio chiamandolo Bonetti, è molto probabile che la gente del posto neanche sapesse come facesse di nome!»
«Ma è assurdo!» sbottò Pietro. «Era il più grande sostenitore della nipote!»
Oliver gli ricordò: «Era un giocatore d’azzardo sommerso dai debiti... ed era il suo unico erede!»
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