CLOSING
Due settimane erano trascorse dalla morte di Lucia Chiari. I genitori e il marito avevano deciso di rivelare le confidenze della ragazza, ciò che la tormentava. Al pomeriggio, nei salotti televisivi, presunti esperti dibattevano di come fosse possibile che una giovane all’apparenza così inoffensiva potesse avere ucciso Ottavia Mattioli. Per quanto si fosse verosimilmente trattato di un incidente, Lucia aveva avuto la lucidità e la freddezza necessarie per gettare il cadavere giù dalla finestra – uno sforzo fisico non indifferente – richiamando il delitto di Vittoria Montevecchio.
C’era qualcosa che non quadrava, Pietro ne era certo. Per quella ragione aveva deciso di chiedere, ancora una volta, l’aiuto di colui che, in altre circostanze, aveva cercato di tagliare fuori.
Oliver Fischer si presentò a casa sua all’orario concordato. Pietro lo condusse nello studio dove fino a quel momento aveva lavorato in maniera svogliata.
Gli occhi di Fischer caddero sul posacenere, nel quale si trovavano un paio di mozziconi di sigaretta, una pessima abitudine alla quale Pietro era quasi riuscito a rinunciare, finendo per fallire mestamente.
La domanda di Oliver arrivò puntualmente: «Non avevi smesso di fumare?»
«Avevo, appunto» rispose Pietro, simulando noncuranza.
«Il fumo danneggia te e chi ti sta intorno. Non osare farlo quando sei a casa di Dalila, in presenza di mio figlio.»
«Non sto fumando nemmeno in tua presenza, Fischer, quindi vedi di non rompere i coglioni. Piuttosto prendi una sedia e siediti.»
Oliver si guardò intorno.
«Di sedie libere ne vedo un paio, ma sono entrambe sommerse di carte.»
Pietro salì sul bordo della scrivania.
«Metti le carte a terra e siediti. Oppure siediti direttamente sulle carte.»
«Mentre tu mi guardi dall’alto?»
«Allora resta in piedi, fai quel cazzo che ti pare, ma ascoltami. Ho in mente un piano, ma ho bisogno del tuo supporto.»
«Quale piano?»
«Suvvia, Fischer, non mi dirai che ti accontenti di una spiegazione che non sta né in cielo né in terra.»
Oliver insisté: «È finita, nel peggiore modo possibile. Mi dispiace per quella ragazza, nonostante tutto. Era così giovane e aveva tutta la vita davanti, anche se avrebbe dovuto convivere con il peso di quello che aveva fatto.»
Pietro sbuffò.
«Avanti, non dirmi che la soluzione ufficiale ti convince.»
«Perché non dovrebbe?» obiettò Oliver. «Rassegnati, è andata così. Abbiamo trasformato tutto in una sfida personale, ma abbiamo sbagliato. Abbiamo perso tutti e due, anzi, tutti e tre, visto che Dalila si è comportata esattamente come noi. Se vuoi aggiungo Edward e Selena, così possiamo tranquillamente arrivare a cinqu-...»
Pietro lo interruppe: «Non puoi crederci davvero! Lucia Chiari era la “sposa bimbaminchia”, non può essere divenuta anche l’ “assassina bimbaminchia”.»
Finalmente Oliver si sedette, dopo avere posato sul pavimento, con una certa riluttanza, un plico di carte.
«Ti capita mai di guardare il telegiornale e di sentire la notizia di un ragazzino che ha commesso un delitto atroce? A quel punto, magari, commenti: “le nuove generazioni sono rovinate, non conoscono più la differenza tra i videogiochi e la realtà”, oppure qualcosa di simile. A quanto pare è successo, a pochi passi da noi. La colpa viene attribuita in maniera casuale ai social media, alla musica volgare o a qualcosa del genere, come se avere passato intere giornate a scrollare bacheche piene di amenità o ad ascoltare gente che gracchia cose tipo "tutte le sis sono vere bad bitch" ti faccia pensare, di punto in bianco: “perché no, adesso è giunto il momento di commettere un omicidio”. Non sono mai stato convinto che cose del genere ti conducano a uccidere. È da decenni che si attribuisce ai crimini commessi da persone giovani una causa scatenante del tutto assurda: i giochi di ruolo, i videogiochi violenti, la musica metal, la musica trap...»
Pietro si mise alla ricerca del pacchetto delle sigarette. Sentiva il bisogno di fumare, un po’ come quando la sua sorellastra gli telefonava per lamentarsi di qualcosa.
«Vedi, Fischer, non me ne importa un fico secco dei “giovani che uccidono” e dei luoghi comuni in proposito. Anch’io ho fatto videogiochi violenti e ascoltato musica metal. La ascolto tuttora, a volume alto, facendo tremare le finestre...»
«Chissà come saranno contenti i tuoi vicini.»
«La signora di fronte mi ha minacciato brandendo una scopa.»
«E tu?»
«Sono rientrato in casa e ho alzato il volume.»
Aprì il pacchetto e prese fuori una sigaretta. Oliver scattò in piedi e gliela tolse dalle mani.
«Non fumare in mia presenza. Anzi, non dovresti fumare affatto.»
«Non è la prima volta che ci casco di nuovo» ammise Pietro. «Sono molto nervoso, ultimamente.»
Oliver ribatté: «Mi auguro che tu non voglia dare la colpa a me.»
Pietro mise via le sigarette.
«Non sei il centro della mia vita, Fischer. Marina si lamenta che sono sempre in ritardo con le scadenze di lavoro. Non ne posso più. Vorrei lasciare tutto.»
Oliver gli suggerì: «Sposa un’influencer.»
Pietro gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Piuttosto sposo Dalila e investo tutto ciò che possiedo nel suo studio fotografico.»
Oliver non replicò. Pietro si domandò se l’avesse spiazzato, ma Fischer rimase impassibile. Dopo una lunga pausa, il giornalista gli domandò: «Quindi non sei convinto che Lucia Chiari abbia ucciso Ottavia?»
«No, nemmeno un po’.»
«E io cosa posso fare per te? Vuoi che ti convinca del contrario?»
«No, voglio che ascolti il mio piano d’azione. A proposito, sai che Pinardi ha ceduto, così come Mirella?»
Oliver strabuzzò gli occhi.
«Ettore Chiari compra davvero l’agriturismo in cui sua figlia ha commesso un omicidio?»
Pietro sospirò.
«C’è gente strana. Pare che, in accordo con la sua ex moglie, pensi che comprare quel posto e stravolgerlo sia il modo migliore per andare avanti. Immagino che, cambiando totalmente il luogo del delitto, voglia illudersi che il delitto non ci sia mai stato.»
«In che modo tutto questo avrebbe a che vedere con il mio piano d’azione?»
«Lucia non ha ucciso Ottavia, voglio che i suoi genitori lo sappiano.»
«Non siete amici tu e Ilaria? Parlane con lei.»
«No, non siamo amici. Siamo andati a cena insieme una volta, tutto qui. Ilaria è stata molto felice di accettare il tuo invito soltanto un giorno più tardi.»
Oliver osservò: «È successo solo poche ore prima che Lucia si suicidasse.»
«Sempre ammesso che sia stato davvero un suicidio.»
«Non ti convince nemmeno questo?»
«Ovvio che no. Non credo che Lucia abbia ucciso la giornalista, di conseguenza non si è suicidata. L’assassino di Ottavia ha ucciso anche Lucia e ha mandato il messaggio al marito dal suo telefono.»
«Come faceva a sapere che non aveva un codice di blocco? E soprattutto, come faceva a sapere che Lucia non aveva un alibi per la sera del 2 giugno? Perfino il marito avrebbe confermato che era uscita ed era stata piuttosto vaga su dove fosse andata.»
Pietro replicò: «Hai ragione, sembra che molte cose si incastrino perfettamente, ma ti sei forse dimenticato che quella sera Flavio Bonetti ha lasciato il pub in largo anticipo? Potrebbe essere andato sul ponte a uccidere Lucia.»
«Quindi cosa pensi di fare?» volle sapere Oliver. «Vuoi farti buttare giù da un ponte a tua volta?»
Pietro accennò un sorriso.
«Sei totalmente privo di fantasia, Fischer.»
«Se lo dici tu.»
«Sei stato tu stesso a dire che l’azione non è tutto. Mi hai anche assicurato che mi avresti lasciato i meriti della soluzione del caso. Ti stai forse tirando indietro?»
«Non mi sto tirando indietro» precisò Oliver. «Il caso è stato risolto senza di noi.»
Pietro si alzò in piedi e girò intorno alla scrivania. Giunto di fronte a Fischer affermò: «La sposa bimbaminchia non ha ucciso nessuno. Io so come dimostrarlo.»
«Ah, sì? Vuoi organizzare un incontro con tutti i sospettati all’ora del tè e poi esporre la tua soluzione davanti a tutti, smerdando pubblicamente ogni singolo presente per via dei suoi scheletri nell’armadio, la maggior parte dei quali non hanno niente a che vedere con l’omicidio?»
«Non siamo nell’Inghilterra degli anni Cinquanta tra le polverose pagine di un romanzo poliziesco ingiallito» ribatté Pietro. «Il concetto di “ora del tè” non esiste, per noi. Tutto il resto, però, è meravigliosamente adatto al mio scopo. Ovviamente sarà necessaria anche una piccola variante. So di avere un certo fascino, ma alla tua amica Selena piacciono solo i tipi noiosi come te o come Roberts, quindi ti chiedo la cortesia di convincerla tu a farci un piccolo favore.»
Oliver rise.
«Certo, come no! Pensi che Selena torni qui per aiutarti a calarti nella parte dell’investigatore da romanzo?»
«Selena non deve venire qui» chiarì Pietro. «Anzi, è necessario che sia lontana. C’è di mezzo la buona riuscita del piano. Ci stai?»
«Spiegami di cosa si tratta.»
«Prendere o lasciare, Fischer. Ti fidi di me?»
Oliver rispose, con fermezza: «No, non mi fido.»
Pietro obiettò: «Come pensi che sarebbe finita per Laszlo Halasz, se non si fosse fidato di Robbie Redgrave?»
«Non lo so, immagino male.»
«Laszlo, però, si è salvato ed è riuscito a salvarsi.»
«Così pensiamo, almeno.»
«Come sei melodrammatico, Fischer. Non ti piace pensare che il tuo quasi omonimo abbia avuto una vita lunga e felice? Che sia riuscito a riscattarsi, in un modo o nell’altro?»
«Sì, mi piace pensarlo» confermò Oliver, «ma non sapremo mai cosa sia successo davvero.»
Pietro annuì.
«È esatto, non lo sappiamo. Abbiamo solo Robbie Redgrave che suggerisce a Halasz una via di fuga e Laszlo che accetta, nonostante i due siano probabilmente agli antipodi e non abbiano nulla in comune se non l’attrazione per la stessa donna. Io non ti propongo una via di fuga. Ti propongo di aiutarmi a incastrare l’assassino di Ottavia Mattioli e Lucia Chiari. Non credi che sia la cosa migliore per tutti? Finché il vero colpevole non verrà smascherato ci sarà sempre il rischio di un nuovo delitto. Almeno su questo possiamo essere d’accordo entrambi.»
«Va bene, ci sto» concesse Oliver. «Adesso che ho accettato, però, devi dirmi tutto.»
***
Mirella non si accorse di Flavio Bonetti fintanto che questo non si schiarì la voce per attirare la sua attenzione. Non era soddisfatta di vederlo, per niente. Non che su altri fronti ci fossero soddisfazioni di qualche genere, ma la visita di quell’uomo era il colpo di grazia.
«Perché sei venuto?»
«Sei stata tu a scrivermi» le ricordò il figlio di Vittorio Bonetti. «Mi hai chiesto di prendere parte a un incontro con...»
Mirella si irrigidì.
«Non pronunciare quel nome.»
«Eppure lo sentirai pronunciare molto spesso» ribatté Flavio. «Ho sentito dire che tuo cugino ha deciso di vendere.»
«Purtroppo sì.»
«Tu sei d’accordo?»
«Non sapevo più come oppormi» ammise Mirella. «Ho dovuto cedere, anche se non mi fa piacere.»
«Che cosa c’entro io?»
«Non lo so. Pietro Bruni dice che incontrarci tutti insieme è l’unica possibilità che ho per fare saltare la trattativa.»
Flavio Bonetti fece un lieve sorriso.
«In effetti ha senso, se ci pensi.»
«Io non ci vedo alcuna spiegazione sensata» obiettò Mirella, «ma mi piace pensare che tu abbia ragione.»
«Rifletti. La figlia di Chiari ha commesso un omicidio e poi si è suicidata buttandosi da un ponte. Dopo un simile scandalo, quel tizio dovrebbe solo nascondersi, altro che mettersi in mostra!»
«Anche noi rischiamo di rimanere coinvolti in uno scandalo.»
«Certo, il fatto che ci sia anche quel Bruni non è molto promettente» ammise Flavio, «ma penso che dovremmo stare tranquilli. Rifletti, Mirella: il nostro scandalo è un fatto di settant’anni fa e non vi sono nemmeno delle prove concrete, solo quello che sappiamo noi. Di fronte a quella ragazzetta che ha ucciso la giornalista tutto perde d’importanza.»
Mirella rifletté. In fondo non tutto il male veniva per nuocere, nemmeno la visita sgradita di Flavio Bonetti.
«Forse hai ragione.»
«Ci siamo fasciati la testa prima di essercela rotta, Mirella. Abbiamo temuto di finire in mezzo a una storia che non ci riguardava senza considerare che c’era una colpevole perfetta pronta a essere incastrata.»
Mirella fu scossa da un brivido.
«Cosa vuoi dire?»
«Niente.»
«No, Flavio» insisté Mirella, «non te la cavi così. Hai appena detto che era una colpevole perfetta “per essere incastrata”. Non è stata lei a uccidere Ottavia?»
Bonetti ridacchiò.
«Non lo so, dimmelo tu.»
«Cos’è quell’espressione da idiota? Stai forse insinuando che sia stata io a...»
Mirella non finì la frase. Non voleva pronunciare ad alta voce ciò che era già sottinteso.
«Non insinuo niente» la rassicurò Flavio. «Tutto ciò che posso dire è che ho parlato con quella ragazza una volta sola. Era l’epoca in cui temevamo Bruni, la sua amica fotografa e il resto della loro combriccola. Le ho detto che Dalila Colombari usava le immagini dei clienti per deep fake pornografici. Non le ho fornito prove, né le ho detto il mio nome. Non ho nemmeno finto che le presunte vittime avessero un nome e un cognome. È bastato inventare l’accusa perché ci cascasse. Era ingenua, molto ingenua... e non sapeva di esserlo. Nessuno meglio di lei poteva essere incastrato. Rifletti, Mirella: Ottavia ti stava usando per un secondo fine, non...»
Mirella lo interruppe: «Io e Ottavia ci siamo amate davvero. Non importa quello che pensi tu, né contano le apparenze. Ci ho riflettuto. Ci ho riflettuto tanto. Non può essere stato tutto finto. C’era sentimento, tra me e lei, e nessuno riuscirà a convincermi del contrario.»
«Chi mi dice che non sia una conclusione a cui sei arrivata dopo la sua morte?» obiettò Flavio. «Ti dico io come potrebbero essere andate le cose: credevi che Ottavia ti stesse ingannando, quindi l’hai uccisa e l’hai buttata giù dalla finestra. Hai avuto un certo gusto per il macabro. Mi verrebbe da dire che sei stata diabolica.»
Mirella gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Vattene!»
«Tanto ci rivedremo molto presto.»
«Non importa se ci rivedremo presto. Voglio che tu te ne vada subito. Non sono disposta a tollerare oltre la tua presenza.»
Flavio Bonetti le voltò le spalle e si allontanò senza proferire parola.
***
Era già buio, le giornate si erano accorciate molto. Sceso dall’auto, Pietro guardò Dalila alzare gli occhi al cielo. Sembrava coperto da un fitto strato di nubi e infatti la fotografia gli chiese subito: «Secondo te pioverà?»
«Non lo so e non mi riguarda... tanto noi saremo dentro.»
«Cos’hai in mente?»
«Presto lo scoprirai.»
«Non ti starai spingendo troppo oltre?» azzardò Dalila. «Lucia non c’è più. Non credo sia necessario riaprire certe ferite, peraltro davanti ai suoi genitori.»
Pietro replicò: «È necessario, non posso fare altrimenti.»
«Abbiamo sempre una scelta» obiettò Dalila. «Non è necessario intraprendere per forza la strada più dolorosa.»
«Sarebbe più doloroso fare finta di niente» concluse Pietro. «Per favore, non tirarti indietro proprio adesso. Ho bisogno che distrai Mirella per qualche minuto.»
Dalila annuì.
«Farò quello che abbiamo concordato, puoi contare su di me.»
Si diressero verso l’entrata. Pietro guardò Dalila dirigersi a passo deciso verso Mirella, seduta al banco della reception.
«Che piacere rivederti!»
La direttrice alzò lo sguardo.
«Vorrei potere dire la stessa cosa.»
Dalila iniziò un discorso strano a proposito di un film uscito da poco al cinema. La signorina Pinardi parve interessata all’argomento. Pietro si allontanò e fece ciò che doveva fare.
Un quarto d’ora più tardi tutti i convocati erano presenti. Oltre a Mirella, Pietro e Dalila c’erano Oliver Fischer, Flavio Bonetti, Ettore Chiari e l’ex moglie di quest’ultimo.
Come Pietro le aveva chiesto, Mirella fece accomodare tutti in una specifica sala concordata in precedenza. Tutti presero posto senza fare troppe domande.
Pietro li guardò tutti, uno dopo l’altro, infine affermò: «Immagino che vi stiate chiedendo perché siamo qui.» Si rivolse a Ilaria: «Te lo chiederai anche tu, che hai avuto modo di conoscermi.»
La madre di Lucia abbassò lo sguardo.
«Chi sei davvero? Che cosa vuoi da noi?»
«È una bella domanda, chi sono davvero?» ripeté Pietro. «Sono il nipote di Virginio Bruni. Non ho mai conosciuto mio nonno, è morto quasi trent’anni prima della mia nascita. Era il direttore di gara designato per il Trofeo delle Due Province, ma è finito in ospedale, colto da un grave malore. Una cronometrista di nome Josephine Arquette, che è ancora viva, ha riferito a una mia amica di avere sentito un meccanico di nome Ronchi e una cameriera parlare di una torta alle mandorle. Mio nonno ne era allergico. Sono arrivato alla conclusione che sia stato avvelenato allo scopo di toglierlo di mezzo, affinché il suo vice Rambaldi potesse prenderne il posto.»
Ettore Chiari obiettò: «Non vedo in che modo tutto questo mi riguardi.»
«Con pazienza ci arriveremo» gli garantì Pietro. «Adesso vorrei passare a Vittoria Montevecchio, nome di un certo spessore nelle corse degli anni Cinquanta. Aveva lasciato quasi del tutto le competizioni dopo il disastro di Le Mans, anche a causa delle interferenze del direttore sportivo della Scuderia Saetta Cremisi. Valenti la considerava troppo emotiva per le corse e l’aveva tagliata fuori dalla squadra. Vittoria aveva una pessima idea di lui ed è molto probabile che Valenti avesse una pessima idea di Vittoria. Però, venuto a sapere di una probabile congiura contro di lei, era pronto a fare il possibile per salvarla. Si era infatti attivato affinché il direttore di gara Bruni la estromettesse dalla competizione. Quando Bruni è finito in ospedale, la patata bollente è finita nelle mani di Rambaldi. Dopo la sessione di qualifica Vittoria ha scoperto di non essere nell’entry list, ma su insistenza del suo meccanico, quel Ronchi che ho già menzionato, è stata ammessa a condizione che partisse dall’ultima posizione.»
«Conosco bene la storia di Vittoria Montevecchio» replicò Ettore Chiari, «e non ha partecipato al Trofeo delle Due Province avvenuto il giorno prima di essere assassinata.»
«Se non si fida di me» suggerì Pietro, «può chiederlo al signor Bonetti. Suo padre Vittorio era il capomeccanico della Montevecchio. Il signor Flavio non era ancora nato a quei tempi, ma sa molto bene come siano andate le cose, visto che proprio suo padre era la mente pensante dietro alla congiura.»
«Che assurdità!» sbottò Bonetti.
«Suvvia, non lo neghi» lo esortò Pietro. «Suo padre era un giocatore d’azzardo ed era pieno di debiti. Uccidendo la nipote avrebbe messo le mani sul suo patrimonio, in parte dovuto al successo avuto dalla stessa Vittoria a seguito della morte di Teddy Redgrave – chissà, forse innescato di proposito dallo stesso Ronchi, che lavorava per la Scuderia Saetta Cremisi a quei tempi. È esattamente quello che è successo in seguito – Vittorio Bonetti ha ereditato – e il casolare è stato venduto a un certo Giovanni Pinardi, che aveva preso parte al Trofeo delle Due Province, ma soprattutto che aveva preso parte, a qualche titolo, al piano criminale. Vittoria Montevecchio, infatti, ha perso la vita in un incidente innescato verosimilmente da un sabotaggio.» Accennò alla direttrice. «La signorina Pinardi può confermare tranquillamente che quello che resta della macchina è sepolto qui.»
Prima che Mirella potesse dire alcunché, Dalila confermò: «Io stessa ho visto il rottame. È inutile negare. Vittorio Bonetti ha sabotato la macchina, si è procurato un alibi andando a un funerale e ha lasciato che fosse Ronchi a occuparsi del resto del lavoro. A quel punto, dato che Vittoria non era iscritta alla gara, almeno sulla carta, bisognava farla “morire ufficialmente” in un’altra maniera. Il cadavere è stato quindi nascosto, così come il rottame. Bonetti e Ronchi, con l’aiuto di Rambaldi e di Pinardi, hanno organizzato la sceneggiata del delitto passionale, affinché la colpa ricadesse su un maggiordomo straniero che lavorava per la Montevecchio e si era innamorato di lei. Il cadavere è stato buttato giù dal fienile. Quattro testimoni piuttosto rispettabili erano più che sufficienti affinché la dinamica fosse presa sul serio e non ci fossero indagini più approfondite sull’orario del decesso e sulle vere cause dei traumi che avevano condotto Vittoria alla morte.»
Bonetti insisté: «Che assurdità!»
«Può dirlo forte!» gli fece eco Mirella.
Oliver Fischer intervenne: «Se fossi al posto vostro, non sarei così drastico. Nessuno di voi era nato, non avete alcuna responsabilità in quello che è successo settant’anni fa. Il padre del signor Bonetti ha ucciso la povera Vittoria, lo zio della signorina Pinard-...»
«Basta!» lo interruppe quest’ultima, «che cosa vuole da me? Sto per perdere tutto.» Accennò al signor Chiari. «Non è sufficiente, signor Fischer? Non crede che io stia già pagando un prezzo sufficientemente alto? Mi lasci in pace. Lasciatemi tutti in pace.»
Mirella fece per alzarsi in piedi, ma Pietro si affrettò a trattenerla.
«Credo sia meglio rimanere qui. Chissà, la situazione può cambiare.»
«Non vedo in che modo.»
«Mi ascolti, signorina Pinardi. Non ho ancora finito. Vorrei appunto soffermarmi sul fatto che la figura di Vittoria Montevecchio suscita tuttora interesse. Il mio amico Fischer era in contatto con una sua collega giornalista che, la sera del 2 giugno, l’ha chiamato per avvisarlo della scoperta del rottame. Secondo Ottavia Mattioli, Vittoria non era affatto stata uccisa, ma era morta in un incidente. Ovviamente non era al corrente della verità che io e i miei amici abbiamo ricostruito mettendoci in contatto con la figlia di un’amica di Vittoria, leggendo il diario della Montevecchio, oltre che una lettera che ci ha schiarito le idee su certe circostanze. Ottavia è stata uccisa con le stesse dinamiche della Montevecchio, almeno di facciata. Ovviament-...»
Ilaria lo interruppe bruscamente: «Come ti permetti di parlare di quell’omicidio proprio qui, davanti a noi?»
«Calmati» le suggerì Pietro. «Non mi sembra che sia un argomento insostenibile, dato che il tuo ex marito è in trattativa per comprare l’agriturismo. A proposito, signor Chiari, le faccio i miei vivi complimenti per esserci riuscito nel momento peggiore possibile, dopo i tentativi falliti. Complimenti anche per l’inventiva, ma le storie di spettri non attirano più. Nessuno poteva credere davvero che Ottavia fosse il fantasma di Vittoria Montevecchio, è stato tutto tempo sprecato.»
Ilaria si girò a guardare l’ex marito.
«Che cosa sta dicendo?»
«Lascialo perdere» replicò Ettore, «sta vaneggiando.»
«Io non direi, signor Chiari» ribatté Pietro. «Mi dispiace dovere scomodare la sua vita privata, ma credo sia il momento di informare la sua ex signora dell’amicizia con Ottavia. A proposito, la signorina era molto fotogenica, però non sembrava molto interessata alla finale dei mondiali di vent’anni.»
«Quale finale dei mondiali?»
«Quella in cui l’Italia batté la Francia ai calci di rigore.»
«So di cosa sta parlando, ma cosa c’entra Ottavia?»
«Ha visto la partita insieme a lei in un bar. C’è una foto che vi ritrae, ben riconoscibili. La mia amica Dalila ne ha realizzato un ingrandimento.»
Ettore Chiari convenne: «Ho guardato quella partita in un bar, può darsi che ci fosse anche Ottavia Mattioli. In fondo abitava da queste parti e...»
Pietro non lo lasciò finire: «Ottavia Mattioli era la madre naturale di sua figlia Lucia?»
Ilaria si intromise: «Tutto questo è ridicolo!»
Dalila intervenne: «È una conversazione privata, signora. Non c’è bisogno di negare. Ottavia aveva la cicatrice di un taglio cesareo. Aveva partorito Lucia e l’aveva affidata a lei e a suo marito.»
Ilaria affermò: «Non può provarlo.»
«Nessuno può, così come non possiamo provare, da una semplice fotografia in cui guardavano una partita di calcio, che suo marito e Ottavia fossero stati amanti. Ciò non cancella la nostra convinzione che il signor Chiari sia il padre naturale di Lucia. Lo sapeva anche lei? L’ha scoperto dopo? È stata quella la ragione della fine del vostro matrimonio?»
Non fu Ilaria a rispondere, ma Ettore: «Il nostro matrimonio è finito perché a volte i legami finiscono.»
Pietro concesse: «La ragione della fine del vostro matrimonio non ci riguarda. Dobbiamo parlare di vostra figlia. So che è una questione dolorosa, ma...»
Ettore Chiari lo interruppe: «Non le permetto di dire niente a proposito della mia povera bambina. Se avesse un cuore, capirebbe anche lei quanto questo suo discorso sia del tutto inappropriato.»
Pietro non gli diede quella soddisfazione.
«Posso immaginare che Lucia abbia scoperto le proprie origini. Per la figlia di un uomo interessato ai misteri locali non doveva essere difficile scoprire qualcosa su Ottavia Mattioli, che non faceva altro che interessarsi della vita di Vittoria Montevecchio, personaggio alla quale la stessa Lucia era legata, dato che grazie a una “caccia al fantasma” di costei aveva conosciuto Gabriele, suo marito. Immagino che l’abbia seguita e avvicinata, quella sera all’agriturismo, che siano entrate e salite al piano di sopra, che abbiano avuto una discussione e che Lucia l’abbia colpita. Ottavia è caduta a terra e ha battuto la testa. A quel punto Lucia, non sapendo cosa fare, ha aperto la finestra e ha buttato giù il corpo di Ottavia.»
«Questa è la ricostruzione ufficiale» mormorò Ilaria. «Perché devi farci del male? Abbiamo perso una figlia. Si è tolta la vita. Non pensi che per noi sia troppo sopportare anche il tuo monolog-...»
Pietro non le lasciò completare la domanda: «Non è detto che sia andata esattamente come sembra. Anzi, se la ricostruzione ufficiale fosse errata può darsi che qualcuno avesse interesse a uccidere Lucia.» Si rivolse a Mirella: «Non so, magari qualcuno che la sera del 17 luglio si trovava al cinema in solitudine, senza che nessuno potesse confermarne l’alibi.»
«Ero al cinema, infatti.»
«Da sola?»
«Sì.»
«Come immaginavo.»
«Sono sicura che potrei trovare qualcuno che si ricordi di me.»
«Può darsi» convenne Pietro. «Allora qualcuno che quella sera aveva un torneo di poker ed è andato via in anticipo. Vuole spiegarci che cosa sia successo, signor Bonetti?»
«Lei vaneggia, Bruni» replicò il cugino di Vittoria Montevecchio.
«Può darsi, di nuovo, ma mi sembra corretto considerare tutte le ipotesi.» Pietro guardò Dalila e Oliver. «Voi due avete conosciuto Ottavia Mattioli molto meglio di me. Qual è la vostra opinione su di lei?»
«Preferirei non dire quello che penso» ammise Dalila. «Non avevamo un buon rapporto. Non avrei niente di positivo da dire.»
«Tu, invece, Fischer?»
«Era molto cinica e opportunista, da quello che ho avuto modo di vedere.»
«Pensi che, cadendo a terra, avrebbe potuto rimanere deliberatamente immobile, lasciando credere a Lucia di essere gravemente ferita o morta?»
«Non ne ho la più pallida idea, ma di certo non si sarebbe lasciata buttare giù dalla finestra. Sarebbe un’assurdità ritenerlo possibile.»
«Certo, ma a quel punto avrebbe potuto entrare in scena il vero assassino» suggerì Pietro. «Lucia spinge Ottavia a terra, Ottavia non si muove... Lucia, nel panico più totale, scappa a gambe levate. A quel punto Ottavia si alza e viene raggiunta da un’altra persona. È questa persona, e non Lucia Chiari, a commettere il delitto.»
«Oh, no, per niente» replicò Ilaria. «Mi dispiace doverlo ammettere, ma la stessa Lucia ha confermato di avere commesso il delitto. Me ne ha parlato, poche ore prima di fare quello che ha fatto. Io non volevo crederle, ma quello che è successo dopo non lascia spazio ai dubbi.»
Pietro insisté: «No, Ilaria, non è andata così. L’assassino ha lasciato credere a Lucia di essere la colpevole. In realtà è stata un’altra persona, che si è mostrata comprensiva con la ragazza e le ha fatto credere di volerla aiutare. Per caso sei stata tu, Ilaria?»
La madre di Lucia strabuzzò gli occhi.
«Come ti viene in mente una simile idea?»
«No, in effetti non c’era motivo, dato che Ottavia non si sarebbe mai messa in cattiva luce dichiarando di averti venduto la bambina. Inoltre la suddetta bambina era ormai cresciuta e non avrebbe mai chiuso i rapporti con te. Il reato commesso ai tempi doveva ormai essere caduto in prescrizione ed è difficile che la proprietaria di una lavanderia – tutto l’opposto di un personaggio pubblico – perda tutto quello che ha a causa di uno scandalo. Se avesse minacciato il signor Chiari di far saltare la sua trattativa per l’acquisto dell’agriturismo, invece?» Pietro guardò negli occhi il padre di Lucia. «Ha detto a sua figlia di andare via, le avrà assicurato che sistemava tutto lei e, rimasto solo con Ottavia, l’ha colpita alla testa, stordendola. A quel punto l’ha gettata dalla finestra, per richiamare il delitto della Montevecchio: essendo stata uccisa nello stesso posto, con le stesse modalità, il colpevole doveva essere qualcuno che aveva a che fare con Vittoria... è questo che ha pensato, non è vero? In effetti soltanto sua figlia avrebbe potuto affermare che non era andata come tutti pensavano. Però non l’avrebbe mai fatto. Allora la povera Lucia ha iniziato a logorarsi...»
Ettore Chiari replicò: «Non ha alcuna prova.»
Pietro ribatté: «Forse no, ma il fatto che stia ribadendo che non è stato lei e, indirettamente, confermando che la colpevole è sua figlia, significa che non si sarebbe mai sacrificato per lei. Forse, però, l’ha sacrificata.»
«Lei è pazzo!»
«No, signor Chiari, è lei il pazzo. L’ha raggiunta sul ponte e l’ha uccisa. Ha preso il telefono di sua figlia e ha mandato un messaggio in cui confessava al marito di volersi uccidere perché non sopportava il peso dell’omicidio commesso... un piano perfetto per un individuo senza scrupoli che mette i propri affari davanti a tutto e che, per tutelarsi, è disposto perfino a uccidere la propria figlia!»
Calò il silenzio. Fu spezzato soltanto da Ilaria, che invocava l’ex marito: «Dimmi che non è vero! Dimmi che non l’hai uccisa tu!»
«Ottavia?» replicò Ettore Chiari. «Non sono stato io ad ammazzarl-...»
«Non me ne frega un cazzo della tua ex amante!» sbottò Ilaria. «Avresti potuto farlo vent’anni prima! Dimmi solo che non hai fatto del male a Lucia.»
«Adesso Lucia riposa in pace e non vorrebbe mai che tu mi accusassi di qualcosa di così atroce.»
Pietro chiarì: «La mia, ovviamente, era solo un’ipotesi. Non ho altro da dire, possiamo andarcene.»
Ilaria fu la prima ad alzarsi.
«Molto volentieri.»
Tutto andò come previsto. Pietro si curò di fermare soltanto Ettore.
«Aspetti un attimo, signor Chiari. Vorrei spiegarle perché ho ritenuto opportuno fare simili insinuazioni.»
Il padre di Lucia guardò gli altri presenti che si allontanavano. Quando tutti furono lontani lo esortò: «La ascolto.»
Pietro ribadì: «Quello che ho detto è vero. È andata così. Ha ucciso Ottavia e poi ha ucciso sua figlia simulando il suicidio, perché era la colpevole perfetta. Può dirlo.» Gli mostrò che le sue tasche erano vuote. «Non ho un telefono né un registratore. Quello che mi dirà non potrà uscire da questa stanza. Non penserà davvero che qualcuno possa credermi, quando lo racconterò fuori di qui. A meno che lei non lo ammetta pubblicamente, il suo segreto sarà inviolabile.»
Ettore Chiari ridacchiò.
«Davvero non vuole arrendersi?»
Pietro lo guardò dritto negli occhi.
«Lo faccia lei. So tutto, ho vinto io.»
Il padre di Lucia replicò: «Non sa niente, invece. Però ha ragione, posso ammetterlo: ho ucciso io quella sanguisuga di Ottavia, proprio nel modo in cui ha ipotizzato lei. Ho dovuto sacrificare Lucia, purtroppo, ma non avevo scelta.»
«E non lo ripeterà mai più davanti ad altri, immagino.»
«Esattamente. Sarà la mia parola contro la sua.»
«Mi dispiace informarla, allora, che siamo in diretta sul canale di una nota influencer.» Pietro si diresse verso la mensola sulla quale aveva appoggiato lo smartphone. «Guardi qui. Non so se conosca questa bella donna dai capelli rossi, ma diversi milioni di follower sanno bene chi sia e seguono le sue live.»
«Mi sta prendendo in giro» insisté Ettore Chiari. «È tutto un bluff.»
Pietro si rivolse alla rossa al di là dello schermo: «Come stanno reagendo i tuoi follower?»
Dall’altra parte Selena Roberts gli resse il gioco.
«Mi hanno messo tanti like. Il true crime è molto appassionante. Posso complimentarmi con l’assassino? Non è da tutti confessare in diretta.»
***
Pietro bussò alla porta e attese di essere invitato a entrare. La figlia di Diana Bianchi era esattamente come Dalila gliel’aveva descritta. A quanto pareva non era l’unica a essere stata descritta minuziosamente. Al di là della scrivania ricoperta di carte disposte in maniera ordinata, Suor Giuliana andò a colpo sicuro: «Il signor Bruni?»
Pietro richiuse la porta e si avvicinò.
«Sono io.»
La suora lo esortò: «Prego, si sieda.»
Pietro scostò una sedia e si accomodò.
«Sono qui per ringraziarla.»
«Di cosa?»
«Per avere passato a Dalila il diario di Vittoria Montevecchio.»
«Vittoria era stata abbandonata da troppo tempo» rispose Suor Giuliana. «Dalila ha mostrato interesse per lei. Voleva scoprire che cosa le fosse successo.»
«Non riusciremo mai a dimostrarlo» replicò Pietro. «Anche se Flavio Bonetti dovesse decidere di raccontare quello che sa, qualcuno metterebbe comunque in dubbio che sia la verità. È una storia di settant’anni fa.»
«Adesso so quello che mia madre avrebbe voluto sapere e questo mi basta» rispose Suor Giuliana. «Non credo che ci sia altro da dire. Mi auguro che anche lei abbia scoperto qualcosa di utile.»
Pietro annuì.
«Non so se Dalila le abbia raccontato la storia di mio nonno...»
«Me ne ha accennato.»
«Non mi sarebbe piaciuto scoprirlo implicato nella morte di una persona, ma l’avrei accettato, anche se non posso negare di essere sollevato. Spero solo che nei suoi ultimi giorni non abbia sofferto troppo.»
Suor Giuliana abbassò lo sguardo. Sembrava pensierosa. Passò un po’ prima che tornasse ad alzare gli occhi e osservasse: «Ha pensato tanto al passato, signor Bruni. Credo che sia arrivato il momento di pensare al presente.»
«Intende dire a Lucia Chiari? Mi dispiace molto per quella ragazza. Ciò che suo padre le ha fatto è atroce: l’ha convinta di essere colpevole della morte della giornalista, che in realtà aveva ucciso lui stesso, poi ha ammazzato anche lei simulando un suicidio.» Pietro scosse la testa. «Davvero, non posso comprendere come si possa fare una cosa simile.»
«Io, invece» ribatté Suor Giuliana, «non mi spiego come sia riuscito a farlo parlare.»
Pietro sospirò.
«Non sono esente da colpe, devo ammetterlo: ho ingannato un povero assassino, facendogli credere che la sua confessione fosse stata mostrata live da un’influencer. Non so se sia etico o meno, ma sarebbe stato meno etico lasciare che rimanesse a piede libero. Diciamo che ho avuto molta fortuna. Ha scambiato una videochiamata per una live e una designer e arredatrice d’interni per un’influencer. È andata ancora meglio di quanto potessi immaginare. Quell’uomo si è fregato da solo.»
«Perché ha allestito quel teatrino, signor Bruni?»
«Perché speravo di incastrarlo. Speravo di essere all’altezza di Fischer. Di solito ad andare a caccia di criminali è lui. Mi sono detto: se a Dalila piaceva Fischer, posso dimostrarle di sapere fare le stesse cose che fa Fischer.»
«È servito?»
«A sentirmi ridicolo? Sì. Ovviamente ho tenuto un profilo basso, con Dalila. Non ho alcuna intenzione di chiederle se mi abbia rivalutato. Abbiamo indagato insieme, poi io ho fatto il salto di qualità, tutto qui. Non ci sarà un seguito. È inutile inseguire qualcosa che non funziona, non crede?»
Suor Giuliana replicò: «Mi perdoni, signor Bruni, ma non credo di essere la persona più adatta per dare consigli su come debba essere vissuta una relazione di coppia.»
Pietro sorrise.
«In effetti no.»
«Cosa pensa di fare?»
«Di andarmene.»
«Andarsene? E dove, se non sono indiscreta?»
«A casa mia. Mi sono trasferito per scoprire che cosa fosse successo a un direttore di gara morto settant’anni fa. Ho ottenuto il mio obiettivo. Mia nonna sarebbe contenta di me. Adesso non ho più niente da fare qui. Ho un lavoro e posso farlo meglio sul posto.»
«Dalila cosa ne pensa?»
«Dalila non lo sa ancora.»
«Cosa aspetta a dirglielo?»
«Non intendo implorarla di fermarmi. A volte, semplicemente, le cose non vanno come avremmo sperato.»
«Eppure deve esserci una degna conclusione» insisté Suor Giuliana. «La decisione è sua, signor Bruni, ma vuole davvero mettere Dalila di fronte al fatto compiuto?»
«Non tutto ha una degna conclusione» obiettò Pietro. «Nessuno sa che cosa ne sia stato di Laszlo Halasz. Tutto ciò che possiamo sperare è che abbia avuto una vita lunga e serena, ma non sappiamo se abbia mai rivisto qualcuna delle persone coinvolte, se abbia mai desiderato rivederle o se semplicemente si sia estraniato da una vita alla quale era stato costretto a rinunciare. La mia situazione non è drammatica come quella di Laszlo, e sarebbe assurdo fingere che lo sia, ma penso che semplicemente ci siano cose che non possiamo sapere. Che cosa ne sarebbe di me e di Dalila se restassi? Non ne ho idea, ma ho una vita alla quale devo tornare, io che posso.»
Suor Giuliana osservò: «Immagino che non ci sia nulla che io possa fare per farle cambiare idea.»
Pietro confermò: «No. Però, se mai dovesse saltare fuori una lettera di Laszlo Halasz, dalla quale si possa desumere che è stato felice, la prego di farmi sapere.»
Suor Giuliana si limitò a un sorriso piuttosto vago.
«Volentieri, anche se dubito che una simile lettera esista.»
***
White River, 17 luglio
Gentile signor Roberts,
forse la stupirà ricevere mie notizie, ma dopo avere letto di lei sui giornali non ho potuto fare a fare a meno di prendere questa decisione, anche se avevamo concordato di non metterci più in contatto l’uno con l’altro per la sicurezza di entrambi.
In occasione del nostro ultimo incontro l’ho già ringraziata per quello che ha fatto per me e per avermi permesso di ricominciare, ma non penso che le parole siano sufficienti a esprimere la mia immensa gratitudine. Vorrei tuttavia aggiungere qualcosa che non le ho mai detto e che mi sono pentito di avere tenuto per me per tutti questi anni. Come può tranquillamente immaginare, ho sempre pensato che non fosse all’altezza di suo fratello. Il signor Teddy aveva un animo gentile e altruista, come poche persone che io abbia mai conosciuto. Ho sempre ritenuto che lei non le somigliasse, che vi fosse una punta di egoismo troppo marcata per potere azzardare un paragone con lui.
Mi sbagliavo. Non so cosa ne sarebbe stato di me, se non foste intervenuto in mio soccorso quando ero disperato, quando non sapevo come muovermi ed ero stato trasformato in un bersaglio perfetto. Il suo intervento è stato la mia salvezza. È esattamente il comportamento che mi sarei aspettato dal signor Teddy, se fosse stato ancora tra noi. Non so se l’abbia fatto per omaggiarlo o se la sua azione sia stata dettata da altre ragioni, ma ho smesso da tempo di cercare risposte.
Sono passati quasi dieci anni dall’ultimo nostro incontro e la mia esistenza è mutata. Sono sposato, ho una famiglia. Cerco di non pensare a chi ero un tempo. Non posso dire a mia moglie, che ho conosciuto qui a White River, chi ero e perché non lo sono più. Con qualche sforzo riesco a tenermi lontano dai tempi in cui mi chiamavo Halasz, ma non potrò mai dimenticare del tutto. Con un po’ di fortuna e con il giusto aiuto è possibile ricostruirsi una vita, per questo vi devo tutto.
Mi sono tenuto lontano dal mondo delle corse. Può sembrare ovvio, dato che non ne faccio più parte. Quello che intendo dire è che non mi sono più informato di quello che è successo e non ho comprato riviste per approfondire l’argomento. Però quello che le è successo mesi fa a Brands Hatch è finito anche sui giornali. Ho visto le fotografie di quello che restava dell’automobile che stava guidando quel giorno.
È stato allora non ho potuto fare a meno di informarmi. Ero in apprensione per la sua sorte. Ho temuto che potesse fare la stessa fine del signor Teddy, all’inizio gli articoli non erano per niente incoraggianti. Sono felice che abbia evitato quel destino. L’ultima volta in cui sono riuscito a reperire sue notizie ho letto che stava riprendendo a camminare.
Lo so, la sua storia è molto diversa dalla mia, ma temo sia unita da una sottile linea comune: molto probabilmente Robbie Redgrave non sarà più lo stesso uomo che era prima, la sua esistenza sarà irrimediabilmente un’altra. La esorto a non scoraggiarsi. Ogni volta che il sole sorge c’è un nuovo giorno da vivere. Cerchi di viverlo al meglio, come ho cercato di fare io durante tutti questi anni. Ha ancora tanta strada da percorrere e spero che possa farlo sulle sue gambe.
Qualora voglia rispondere alla mia lettera, le lascio l’indirizzo del mio posto di lavoro, affinché non finisca tra le mani della mia signora. Non sa chi sono davvero e mi auguro che non venga a scoprirlo mai.
Un cordiale saluto,
Dorjan Kiss
***
Redgrave Manor, 25 luglio
Caro signor Kiss,
sono stato molto lieto di ricevere la sua lettera, una sorpresa del tutto inaspettata ma piuttosto gradita.
Vorrei dirle che mi sento bene, ma non sarebbe la verità. L’infortunio è stato molto serio e ha messo fine in maniera definitiva alla mia carriera agonistica. Sapevo che, se avessi avuto la fortuna di sopravvivere a lungo abbastanza, prima o poi sarebbe accaduto. Nonostante ciò, mi è difficile trovare rassegnazione mentre vado avanti, un passo dopo l’altro, ogni giorno che ho la grazia di vivere.
Mi fa piacere che sia riuscito a costruirsi un’esistenza lieta, seppure con un grosso carico di rimpianti. Mi dispiace di non avere potuto fare di più, quando accadde il fattaccio. Mi dispiace inoltre di non avere potuto fare nulla per impedire il fattaccio. Avrei dovuto mettere in guardia la nostra comune amica, esortarla a non esporsi al pericolo. Non aveva nulla da dimostrare al Trofeo delle Due Province. Era stata tagliata fuori per sbaglio, forse era un segno del destino. Non vi era alcun bisogno che la sua farfalla facesse ritorno, per poi perdersi irreparabilmente.
Non importa quello che hanno detto, sono assolutamente certo che non sia mai scesa viva da quell’automobile. Questo, però, non ha più importanza. Non ha senso lottare contro il fato, tutto ciò che si può fare è accettarne le sue sfumature.
Porgendole i miei saluti la esorto a vivere al meglio ogni giorno, proprio come lei ha suggerito a me.
R.R.
***
Erano passate settimane. L’incontro alla Farfalla Perduta sembrava ormai appartenere a un sogno lontano, quasi dimenticato. Pietro non aveva idea di che cosa ne fosse stato dell’agriturismo. Era molto probabile che la curiosità avesse prevalso e che fosse ormai meta degli appassionati di true crime, ma non importava più.
Pietro si era estraniato da quello che ormai vedeva come un periodo anomalo. Era tornato a casa, era tornato in presenza in azienda, era tornato a prendere ordini da Marina, iniziando a pensare che non fosse poi così terribile. Era quello che aveva fatto per tanti anni e non era stata la parte più sgradevole della sua vita. Quantomeno gli influencer sconclusionati e le cacciatrici di dote erano ormai un ricordo lontano e non sarebbero tornati mai più. Non gli era andata poi così male.
Aveva iniziato a pensare a Dalila come a una presenza distante, a una figura vaga, lontana da lui. Ogni tanto la sentiva, ma la lontananza era sufficiente a renderla parte di qualcosa che non c’era più.
Oltre la finestra, il sole dell’estate era ormai sfumato. Le giornate erano sempre più brevi e sempre più nebbiose. A Pietro non importava. Perché avrebbe dovuto mettersi delle preoccupazioni per ciò che accadeva fuori, quando lui era dentro?
Il tramonto, quando era molto colorato, era solo una distrazione. In quelle occasioni lo vedeva bene dalla finestra, quando restava in ufficio fino a quell’ora. Aveva gli occhi proprio sul cielo striato di rosso, anziché sul monitor del computer, la sera in cui tutto cambiò. Il telefono iniziò a squillare. In un primo momento lo ignorò, poi si accorse che la chiamata arrivava dall’interno del centralino.
Alzò il ricevitore. Era facile immaginare che ci fosse qualche problema.
«È successo qualcosa?» domandò alla centralinista.
«Sì, signor Bruni» rispose questa. «C’è una donna che chiede di lei con insistenza. Le ho detto che se non ha un appuntamento non posso farla passare, ma insiste.»
«Le dica che non ci sono.»
«È qui davanti, mentre sono al telefono con lei.»
«Le dica quello che vuole, allora, ma la mandi via. Non aspetto nessuno.»
La centralinista si rivolse alla visitatrice. Aveva verosimilmente coperto il ricevitore con una mano, ma Pietro la udì chiaramente mentre affermava: «Deve andare via. Il signor Bruni non può riceverla, mi dispiace.»
Un brusio di sottofondo gli fece intuire che la sconosciuta stesse protestando animatamente nei confronti della centralinista, la quale continuava invece a parlare in tono piuttosto composto: «Signora, la prego...» Ben presto la sua calma mutò. «Aspetti, torni indietro! Dove sta andando?» L’impiegata tornò a rivolgersi a Pietro: «C’è un problema, signor Bruni. Ho cercato di fermarla, ma non c’è stato niente da fare. Come devo procedere?»
Di fronte a una domanda così formale, Pietro ribatté: «Me la vedo io con la sconosciuta. Non sarà pericolosa, mi auguro.»
«Mi scusi, signor Bruni. Sono davvero mortificata per l’accaduto.»
«Non si preoccupi. Sarò sicuramente in grado di cavarmela.»
Riattaccò, senza chiedere alla centralinista di descriverle la donna misteriosa. A meno che non fosse una squilibrata o una stalker, poteva trattarsi solo di Dalila.
La fotografa entrò nel suo ufficio pochi minuti più tardi.
«Ti ho trovato.» Si guardò intorno. «Mi aspettavo qualcosa di meglio da uno come te.»
Pietro ribatté: «Sarai contenta. Non mi sono riservato un ufficio migliore rispetto a quello dei dipendenti. Però, se vuoi offrirti volontaria, potrei concedermi una segretaria vulcanica... anche se non sono certo che sia un grande privilegio averti intorno tutto il giorno.»
«Sempre meglio di quella musona che sta al centralino e non voleva farmi passare.»
«Infatti sta al centralino, non nel mio ufficio, e sono ben felice di non averla intorno. E comunque sarà anche una palla, ma bloccarti era il suo lavoro. Non sa che non tutte le pazze scatenate sono da evitare.»
Dalila obiettò: «Non credo che sia bello utilizzare l’espressione “pazza scatenata” come se fosse un complimento.»
Pietro ridacchiò.
«Che fosse un complimento l’hai detto tu, non io.» Guardò Dalila sedersi sul bordo della sua scrivania. «Perché sei qui? Non mi aspettavo una simile improvvisata.»
«Mi mancavi.»
«Potevi telefonarmi.»
«Il telefono è troppo asettico.» La fotografa lo guardò negli occhi. «Avevo voglia di vederti, senza che ci fossero omicidi di mezzo. Non mi sembra una pretesa così fuori dal mondo e, dato che tu sei sparito, ho pensato bene di venire a cercarti qui, nel tuo covo da cui decidi il destino delle produzioni delle borse di tela da trenta euro.»
«Non sono sparito. Sono soltanto tornato a casa.»
«Sei sicuro che sia questa la tua casa?»
«La sede aziendale? Direi di no.»
«Hai capito cosa intendo» insisté Dalila. «Non ti sono mancata anch’io, almeno un po’?»
Pietro replicò: «Non credo che dovremmo fare questo discorso. Siamo stati insieme e non ha funzionato. Cosa vuoi ancora da me?»
«Voglio dirti che forse non eravamo pronti per farlo funzionare» rispose Dalila. «Entrambi eravamo ancora troppo presi dal nostro passato per guardare avanti. Quando ci siamo conosciuti tu stavi per sposarti e io non avevo il coraggio di dire al padre del mio bambino che Mirko era figlio suo. Sono cambiate tante cose da allora. Siamo diversi.»
«Siamo diversi da quelli che eravamo un tempo, ma ci sono grosse differenze anche tra di noi» obiettò Pietro. «Io mi occupo di borse da trenta euro quando vorrei fare il barman ai Caraibi, tu scatti fotografie ai matrimoni quando vorresti fare la stessa cosa negli autodromi. Che futuro potremmo avere?»
«Un futuro in cui cerchiamo di capire che cosa vogliamo davvero, magari? Tu andresti davvero ai Caraibi a fare il barman?»
«Probabilmente no.»
«Io, invece, tornerei davvero negli autodromi.»
Pietro le strizzò un occhio.
«Sei venuta qui per chiedermi una raccomandazione?»
«Per chi mi hai presa?» ribatté Dalila. «Pensi davvero che ti stia chiedendo di aiutarmi? Magari offrendomi in cambio di venire a letto con te?»
Pietro chiarì: «Ti raccomanderei anche senza ricevere del sesso in cambio, se me lo chiedessi, ma soprattutto verrei a letto con te anche senza raccomandarti.»
«Tutto ciò che ti chiedo è di bere qualcosa insieme» replicò Dalila. «Te l’ho detto, mi sei mancato.»
Pietro aprì il cassetto della scrivania.
«Ho ancora da fare qui.»
«Oh...» Dalila si alzò in piedi. «Mi stai mandando via?»
Pietro le allungò la chiavetta dei distributori automatici.
«In fondo al corridoio c’è la macchinetta del caffè. Mi porteresti un tè, per cortesia? Tu prendi quello che vuoi.»
«Guarda che non sono davvero la tua segretaria. E poi mi risulta che presso questo stabile in passato sia morto quel tizio a causa di un tè avvelenato.»
«Che cosa c’entra? Sono abbastanza fiducioso: non mi avvelenerai. Inoltre non manderei la mia segretaria a prendermi il tè. Ci andrei personalmente per stare il più lontano possibile dalla segretaria.»
«Va bene, mi hai convinta.» Dalila prese la chiavetta, uscì dall’ufficio e rientrò poco dopo con in mano due bicchieri. Li posò sulla scrivania di Pietro lamentandosi: «Ho rischiato più volte di ribaltarli. Dovrei davvero vendicarmi avvelenandoti!» Si guardò intorno. «Non ce l’hai una sedia per me?»
«Ti lascio volentieri la mia.»
Pietro si alzò in piedi e tornò alla finestra. Il rosso vivo del tramonto era già svanito per lasciare spazio al crepuscolo.
Anziché sedersi, Dalila si avvicinò a lui. Una volta al suo fianco volle sapere: «Come stanno andando le cose?»
«Bene.»
«Pensi ancora ai fatti di qualche tempo fa?»
«Come potrei non pensarci?»
«Hai avuto un’ottima intuizione. Io non mi sarei mai spinta a pensare che un genitore potesse uccidere la propria figlia.»
«Non è la prima volta che succede.»
«Sì, ma la situazione è diversa. Ettore Chiari stravedeva per Lucia. Non l’ha uccisa per rabbia o per odio. L’ha uccisa per pararsi il culo e per mettere le mani su un fottutissimo agriturismo. Noi che ci sentiamo colpevoli per non essere sempre perfetti apparteniamo alla stessa specie di chi ha commesso un’azione simile... non ti sembra difficile crederci?»
Pietro sospirò.
«Sai qual è la cosa più assurda? Non che io mi senta colpevole quando mi accendo una sigaretta mentre quel pezzo di merda si sentiva in pace con se stesso dopo avere ucciso l’ex amante e la figlia, ma che molto probabilmente lui stesso si sarebbe colpevole accendendosi una sigaretta, se fosse un ex fumatore.»
«Se non hai davvero smesso, allora non sei davvero un ex fumatore.»
«Prima o poi lo diventerò, ma cosa c’entra con Chiari?»
«Nulla, ma non dobbiamo ammorbarci completamente l’esistenza pensando a lui. Possiamo fingere, almeno per un attimo, che non sia mai esistito?»
«Se Chiari non fosse mai esistito, io e te non ci saremmo mai rivisti quella sera all’Agriturismo Farfalla Perduta. Non avremmo mai cenato insieme con del fritto misto di pesce trafugato e non avremmo mai visto...»
Dalila lo esortò: «Puoi dirlo. Secondo me era lei. Voleva che scoprissimo la sua storia e l’abbiamo fatto. Mi piace pensare che adesso sia libera. Dovremmo essere come lei, lasciarci andare. Forse io e te siamo sbagliati, ma chi non lo è? Tanto vale essere sbagliati insieme.»
«Non fare questi discorsi da poetessa, non mi sembrano adatti a te.»
«Neanche la professione di barman ai Caraibi mi sembra adatta a te.»
«Infatti non sono un barman ai Caraibi.» Pietro si girò a guardarla. «Non ti ho chiesto di te. Come stai?»
«Bene, per la prima volta dopo tanto tempo. Sono esattamente dove vorrei essere.»
«Vorresti davvero essere qui nel mio ufficio?»
«Vorrei essere dove sei tu e vorrei che tu tornassi. Non sei felice qui, lo so, non perché ti manco io, ma perché hai bisogno di respirare.» Dalila si frugò in tasca e ne prese fuori un sottile filo metallico, prima di afferrargli il polso destro. «Questo è per te.» Gli allacciò un braccialetto d’argento, con la sagoma stilizzata di una farfalla. «Quando l’ho visto in vetrina ho pensato a Vittoria e a noi. Non hai idea dei salti mortali che ho dovuto fare per averlo.»
«Non ti è bastato entrare in gioielleria e comprarlo?»
«Il mio sì.» Dalila alzò il braccio per mostrarglielo. «Però era come non averlo, fintanto che non sono riuscita a procurarmene uno per te. Mi piace pensare che, se si è mostrata a entrambi, l’abbia fatto perché voleva vederci insieme.»
Pietro non si sentiva pronto per un simile discorso. L’idea di avere avuto la benedizione di un fantasma lo metteva a disagio.
«Beviamo i nostri tè, prima che diventino freddi?»
Dalila annuì.
«Beviamo i nostri tè.»
Quando Pietro tornò alla finestra anche i colori del crepuscolo erano già svaniti, lasciando spazio a una buia sera d’autunno. Dalila era di nuovo accanto a lui quando nell’oscurità si manifestò un improvviso chiarore. La farfalla brillò intensamente, prima di dissolversi. A Pietro sembrò di vederla andare via. Vittoria Montevecchio non c’era più.
«Forse avevi ragione tu, Dalila.»
«Su cosa?»
«Voleva vederci insieme.» Simulando versi trap mormorò: «Dice una butterfly/ che non devo lasciarti mai/ sei la mia queen/ la donna dei miei dream.»
Dalila lo corresse: «Dreams.»
Pietro ribatté: «L’ignoranza vende. Sei la donna dei miei “dream”, su questo non ammetto repliche, e non ho alcun bisogno di reinventarmi come barman ai Caraibi, se ci sei tu insieme a me.»
«Io invece ho bisogno di tornare a fare la fotografa negli autodromi» replicò Dalila, «ma l’attesa sarà molto meno opprimente, se nel frattempo ti avrò al mio fianco.»
«Poi le tue fotografie andranno a corredare gli articoli di Oliver Fischer, o qualsiasi pseudonimo deciderà di utilizzare» concluse Pietro. «Pazienza, se averlo intorno fa parte del pacchetto, allora non mi resta che rassegnarmi alla sua presenza.»
«Lascia perdere Fischer» lo mise a tacere Dalila, «qui e adesso ci siamo solo io e te.»
*** FINE ***
MILLY SUNSHINE // Mentre la Formula 1 dei "miei tempi" diventa vintage, spesso scrivo di quella ancora più vintage. Aspetto con pazienza le differite di quella attuale, ma sogno ancora uno "scattano le vetture" alle 14.00 in punto. I miei commenti ironici erano una parodia della realtà, ma la realtà sembra sempre più una parodia dei miei commenti ironici. Sono innamorata della F1 anni '70/80, anche se agli albori del blog ero molto anni '90. Scrivo anche di Indycar, Formula E, formule minori.
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