lunedì 10 agosto 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (11/15)

POLVERE VII

«Da quando siamo saliti non hai detto niente.»
Dalila sussultò. Alzò lo sguardo su Pietro, che sedeva di fronte a lei.
«Nemmeno tu.»
«Sto ancora rimuginando su quello che ha detto Fischer» ammise Pietro. «Ammetto che non so cosa pensare.»
Dalila replicò: «È molto probabile che ci abbia visto giusto. Perfino lo stesso Bonetti, stando a quanto riportava Vittoria nel diario, aveva l’abitudine di scherzare sui propri debiti.»
«Vittoria era sua nipote. Era la sua unica parente ancora in vita. Sembra che gli fosse affezionata... e lo stesso Bonetti si mostrava affezionato a lei. Non è possibile che abbia deciso di divenire il capomeccanico della sua squadra al solo scopo di eliminarla.»
La considerazione di Pietro era corretta, ma non teneva conto di un dettaglio, che Dalila gli fece puntualmente notare: «Il tuo punto di vista è quello di chi non ucciderebbe nessuno.»
«Scusami, Dalila, ma se proprio dovessi uccidere mi sbarazzerei di una persona che odio, non certo di una alla quale sono affezionato!»
«Appunto, tu non sei un assassino. Purtroppo ho già avuto a che fare con un criminale che, in nome dei propri interessi, ha ucciso anche una vittima alla quale era molto legato.»
Pietro scosse la testa.
«Non voglio crederci.»
«Va bene, non vuoi crederci» concesse Dalila, «ma è una questione momentanea. Sono sicura che, riflettendoci con calma, realizzerai che la teoria di Oliver è molto più plausibile di quanto vorresti ammettere. Ti stai facendo influenzare dal diario. Hai visto Bonetti soltanto attraverso gli occhi di Vittoria, che da lui è stata ingannata. Non sai chi fosse davvero. La stessa Lucia del negozio di frutta e verdura, la nipote di Silvana, te l’ha descritto in maniera molto diversa da come lo immaginavi all’inizio.»
«Va bene, ti prometto che cercherò di pensarci con un altro punto di vista. Adesso, però, cambiamo discorso. Perché mi hai chiesto di salire?» Abbassò la voce. «Pensavo che avessi in mente qualcos’altro.» Si limitò a scandire le lettere. «Abbiamo i telefoni, qui.»
Dalila gli fece cenno di alzarsi in piedi. Si avviò verso il balcone, seguita da Pietro.
«Se ti senti più sicuro qui...»
«No, in realtà vorrei solo parlare d’altro. Pensavo che avessi qualcosa da dirmi che non riguarda la Montevecchio, che non riguarda né Fischer né Selena.»
«In realtà no. Volevo soltanto passare un po’ di tempo con te. Però ho qualcosa da dirti che non riguarda la Montevecchio, questo sì. Riguarda il presente.» Proprio come aveva fatto Pietro, anche Dalila abbassò la voce, seppure l’idea di potere essere intercettata le sembrasse giorno dopo giorno più ridicola. «Pensi che Flavio conosca i trascorsi del padre?»
«I trascorsi ipotizzati da Fischer, intendi?»
«Sì, certo, quelli.»
«Se avessi ucciso una persona, o collaborato alla sua uccisione, mi guarderei bene dall’andare a raccontarlo a mio figlio, se ne avessi uno.»
«Effettivamente anch’io mi guarderei bene dal riferirlo a Mirko. Però Flavio è di certo a conoscenza di altri aspetti del padre. Deve avere ereditato da lui la passione per il poker.»
«Sai, Dalila, l’essere un giocatore d’azzardo è leggermente meno infamante che l’essere un assassino. Flavio si sarà pure accorto di qualcosa, se è vero che Vittorio aveva spesso dei debiti...»
«Poi c’era Giovanni Pinardi. Ha contribuito a quella testimonianza. Era informato su quello che stava succedendo, almeno a grandi linee. Non possiamo provare che abbia deliberatamente collaborato all’uccisione di Vittoria, però sicuramente aveva degli scheletri nell’armadio belli grossi. Che cosa ne sarebbe di Mirella se venissero alla luce?»
«Giovanni Pinardi è morto molti anni fa.»
«Sì, ma Mirella è viva e vegeta e l’opinione pubblica non perdona. Ci sono celebrità vittime di “cancel culture” per via di azioni commesse da qualche loro lontano parente.»
«La “cancel culture” esiste soltanto sui social, non nella vita reale.»
«I social sono vita reale, Pietro. Come puoi non rendertene conto? Anche io e te ci siamo passati.»
«Eppure siamo ancora qui. È vero, non lo nego, quello che succede sui social è important-...»
Dalila lo interruppe: «Non girarci intorno. Entrambi vorremmo che i social non avessero il potere di influenzare quella che chiami vita reale, ma lo fanno. Se qualcuno riuscisse a rendere virali i trascorsi di Pinardi ed esortasse a boicottare l’agriturismo di Mirella, potrebbe avere successo.»
«Non sto sminuendo il potere dei social» mise in chiaro Pietro, «ma sto guardando questo specifico caso. Echos vende indumenti e borse. Non è l’unica catena di abbigliamento esistente. Le catene di abbigliamento non sono le uniche possibilità per comprare indumenti e borse. L’Agriturismo Farfalla Perduta viene scelto per cerimonie o vacanze da persone a cui piace il posto. È una scelta ragionata, non una decisione d’impulso come potrebbe essere quella di comprare una nuova felpa o un nuovo berretto.»
«Sì, può darsi. Resta il fatto che Mirella è un soggetto da tenere d’occhio.»
«Non abbiamo molte possibilità.»
«Sì, invece.»
«Io non ne ho.»
«Tu, appunto. È arrivato il momento di fare qualcosa, non credi?»
«Non mi sembra una buona idea.»
«Dobbiamo» insisté Dalila. «Devo.»
Pietro obiettò: «Non c’è nessuna ragione per cui dovresti farlo. Se non ti avessi coinvolta...»
«Se non mi avessi coinvolta tu» puntualizzò Dalila, «l’avrebbe fatto tu-sai-chi.»
«Oh, no, non puoi darlo per scontato» replicò Pietro. «L’hai incontrata per caso al cimitero. Non ci saresti mai andata se io non ti avessi fatto interessare a questa faccenda. Nulla lascia pensare che si sarebbe messa in contatto con te.»
Dalila si arrese: «E va bene, molto probabilmente ne sarei rimasta fuori. Però non ne sono fuori. Mi ci hai trascinata tu e adesso devi accettare che io voglia vederci chiaro. Tu insegui un mistero del passato, io ne inseguo uno del presente.»
Pietro rimase in silenzio a lungo, prima di chiederle: «Cosa provavi per lei?»
Dalila sussultò.
«Non lo so.»
«La amavi?»
«Un tempo forse sì.»
«Cosa significa “forse”? L’hai amata o no?»
«Significa che non è così facile definire i propri sentimenti, una volta che questi non ci appartengono più. C’è stato un momento in cui credevo che io e lei fossimo destinate a durare come coppia.»
«E poi?»
«Poi tutto ha iniziato a precipitare.»
«Cos’è successo tra voi?»
«Ha importanza?»
Pietro affermò: «Non lo so, se abbia importanza. Vorrei solo cercare di capire chi sei davvero, quali siano i tuoi obiettivi, le tue ambizioni...»
Dalila sospirò.
«Obiettivi? Ambizioni? Non ne ho più, anche per colpa sua.»
«Cosa ti ha fatto?»
«Niente. Ha solo calpestato la mia personalità, ha deciso che tutto ciò che desideravo doveva essere per forza sbagliato. I miei successi venivano sminuiti, venivo tacciata di non capirla se non la mettevo su un piedistallo. Penso che fosse troppo piena di sé per potere condividere la vita con un’altra persona... oppure lo ero io.»
«Perché dici questo?»
«Perché la maggior parte delle donne non fanno altro che dirmi che sono sbagliata, che non rappresento abbastanza bene qualcosa o qualcuno. E se io non volessi essere una rappresentante di categoria?»
Pietro azzardò: «Sai chi ha detto una cosa simile, una volta?»
«Sì, lo so bene» rispose Dalila. «È questo che mi piaceva di lei, il modo in cui diceva: “io non sono in primo luogo né una donna, né una donna nell’automobilismo, in primo luogo sono Tina Menezes ed è così che voglio essere considerata”.»
«Forse un po’ le somigli.»
«Ma...?»
«In che senso?» obiettò Pietro. «Non ho niente da aggiungere.»
«Pensavo qualcosa tipo: ma non abbastanza» ribatté Dalila. «Non hai intenzione di rinfacciarmi che ti ho lasciato perché credevo di amare suo marito?»
«Non ho intenzione di rinfacciarti niente. Non mi sembra di averlo mai fatto.»
«Lo fai solo con Fischer, è vero. Con me cerchi di salvare le apparenze.»
«Non si tratta di apparenze» insisté Pietro. «Vedi, Dalila, non sono sicuro che tu mi abbia mai capito davvero. Non ti sono rimasto accanto solo perché non sopporto di essere rifiutato. Non è così. Anzi, se proprio lo vuoi sapere, ci sono state tante donne che mi hanno rifiutato, in passato. Sono andato avanti. Se non riesco a farlo con te non è perché sento che la cosa giusta è starti accanto. Penso che in fondo non sia così importante, se non desideriamo le stesse cose. Non fraintendermi, le nostre rispettive vedute sono sacrosante, ma guardare soltanto a quell’aspetto è limitante. Forse io e te non dovevamo esistere come coppia, ma c’è comunque qualcosa che dobbiamo fare insieme.»
«Intendi dire che io e te risolveremo questo caso?»
«Non sono così ambizioso da affermarlo, ma sarebbe la giusta conclusione.»
«Intendi io e te, senza Fischer e Selena?»
«Intendo noi due, indipendentemente da Fischer e Selena.»
Dalila obiettò: «Fischer ci ha indicato la strada da seguire. Non pensi sia un po’ scorretto nei suoi confronti utilizzare le sue intuizioni come se fossero nostre?»
Pietro replicò: «Penso che dobbiamo stanare un assassino. Credo che Fischer ci perdonerà, se avremo l’ardire di approfittare delle sue deduzioni.»
«Come pensi di muoverti?»
«Sei tu quella che vuole muoversi.»
«Approvi la mia intenzione di indagare su Mirella?»
«No, te l’ho già detto. La approverei se tu non intendessi cacciarti nei guai, ma temo che lo farai. Diciamo che mi sono rassegnato. Ormai ti sei messa in testa di farlo e non tornerai indietro. Ti chiedo soltanto di non spingerti troppo in là.»
Dalila puntualizzò: «Non ho alcuna intenzione di avere una relazione con Mirella, se è questo che ti preoccupa. Potrebbe avere ammazzato Ottavia. Non sono così sprovveduta da lasciarmi incantare dalla sua immagine di zitella innocente. Del resto, non era una zitella innocente. Non lo è mai stata. Non sono mai riuscita ad appurare che cosa volesse davvero da me. È arrivato il momento di scoprirlo.»

***

Dalila bussò alla porta.
«Si può?»
«Avanti» rispose dall’interno una voce che conosceva bene.
Dalila aprì e varcò la soglia. Suor Giuliana, che consultava dei registri alla scrivania, alzò lo sguardo.
«Non mi aspettavo la sua visita, Dalila.»
«L’ultima volta che abbiamo parlato mi dava del tu.»
«Non mi aspettavo la tua visita, se preferisci» si corresse la suora. «Come mai sei qui?»
Dalila richiuse la porta e si avvicinò.
«Io e i miei amici crediamo che Vittoria sia stata vittima di un sabotaggio, che sia morta in un incidente innescato ad arte.»
«Questo» osservò Suor Giuliana, «spiegherebbe come mai la sera del primo maggio non abbia scritto sul diario, nonostante avesse senza dubbio qualcosa da raccontare.»
«Non mi chiede come siamo arrivati a questa conclusione?»
«Sono abbastanza sicura che me lo racconterai senza avere bisogno di invitarti a farlo.»
Dalila afferrò una sedia dalla dubbia stabilità.
La monaca la avvertì: «Di solito lì sopra tengo delle carte. Non posso garantirti che reggerà il tuo peso.»
«Non sono così pesante.» Dalila si accomodò di fronte a Suor Giuliana, sentendosi oscillare. «In effetti è piuttosto traballante.»
«Raccontami tutto.»
Di fronte a un invito così netto, Dalila iniziò a narrare la propria ricostruzione dei fatti. La suora la ascoltò in silenzio, assumendo a tratti un’espressione perplessa. Nonostante ciò, alla fine non parve volere stroncare le ipotesi appena esposte.
«Interessante.»
«Dice sul serio?»
«Sì.»
«E non ha altro da aggiungere?»
«Non ricordo molto di mia madre, ma credo che ammirerebbe la tenacia con cui tu, Fischer e Bruni state cercando di scoprire la verità sulla sua amica Vittoria.»
«Pensa che la nostra teoria sia credibile?»
«Non lo so. Non me ne intendo né di corse né di omicidi.»
Dalila sorrise.
«Nemmeno io mi intendo di omicidi.»
«Però ti intendi di corse, almeno.»
«Solo di quella parte che viene immortalata dall’obiettivo della macchina fotografica.»
Suor Giuliana riprese: «Trovo un po’ più campata in aria l’accusa nei confronti dello zio, Vittorio Bonetti. Non ritieni un po’ scorretto tacciare un uomo che non può più difendersi di essere un assassino?»
«Era inevitabile, dato che stiamo parlando di un omicidio risalente a settant’anni fa» replicò Dalila. «Mi dispiace molto che quell’uomo non possa raccontarci la sua versione dei fatti... ma lo farà suo figlio, prima o poi.»
«Non correre rischi.»
«Non li correrò personalmente. Ci penserà Pietro. Io mi occuperò di Mirella Pinardi, la direttrice dell’agriturismo.»
«Di nuovo, non correre rischi.»
«Non si preoccupi per me. So badare a me stessa.»
Suor Giuliana ribatté: «Se fossi al posto tuo, non ne sarei così sicura.»

***

Non tutte le vittorie erano prestigiose come quella di Tenerife, ma Flavio Bonetti non ne disdegnava nessuna. Chi non lo conosceva poteva considerarlo soltanto un giocatore seriale, ma la verità era un’altra: era un professionista e chi dubitava di lui era destinato a ricredersi.
Gli avversari lo guardavano con ammirazione dopo essere stati sconfitti. Qualcuno osava insinuare che avesse una fortuna sfacciata. In realtà, Flavio non si sentiva particolarmente fortunato. Il suo punto di forza era mantenere sempre il controllo, non come suo padre ai vecchi tempi.
Vittorio Bonetti aveva sempre guardato le carte dal lato sbagliato. Bramava il momento in cui le avrebbe prese in mano, pure sapendo che si sarebbe lasciato trascinare e avrebbe trascinato con sé chi gli stava intorno.
Flavio era soltanto un bambino quando avevano vissuto i momenti peggiori, ma ricordava bene le tensioni tra i suoi genitori. Rammentava alla perfezione quella volta in cui sua madre, esasperata, aveva urlato: «Non ne posso più di te! Mi costringerai a chiudere la bottega!»
Allora suo padre aveva replicato: «Non lo farai! Abbiamo bisogno del tuo negozio!»
Flavio aveva maturato la convinzione che l’avesse sposata soltanto per quella ragione: un’attività che garantisse un introito economico, seppure modesto.
Diversamente da lui, non si era mai sposato. Non l’aveva nemmeno mai desiderato. Aveva avuto qualche relazione, ma nessuna di queste era stata importante. Le donne che avevano fatto parte della vita di Flavio ne erano scivolate fuori quasi senza lasciare traccia.
Sorseggiando un drink, era immerso in quelle riflessioni quando un uomo sui quarant’anni, distinto e con i capelli scuri, si sedette all’improvviso di fronte a lui.
Flavio gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Cosa vuole?»
«Si ricorda di me, signor Bonetti?»
«Oh.»
Nell’atmosfera quasi buia del pub non l’aveva messo bene a fuoco. Era lo stesso individuo che aveva voluto incontrarlo, accompagnato da una donna con i capelli decolorati, per parlare di sua cugina Vittoria.
Il fatto che stesse tornando alla carica non prometteva nulla di buono. Flavio sapeva bene che cosa avesse combinato suo padre. Nelle ultime settimane prima di morire capitava spesso che parlasse a sproposito, vaneggiando su presunte malefatte che, secondo l’infermiera che lo assisteva, erano frutto della sua immaginazione.
In realtà, Vittorio non credeva affatto che fossero fantasie. Quando suo padre raccontava di avere lasciato il luogo della Corsa della Polvere con la scusa di un funerale per non essere ricondotto alla morte della nipote, sembrava incredibilmente lucido. Sosteneva che Ronchi avesse fatto un lavoro magistrale seguendo le sue indicazioni. Quel Ronchi, a quanto pareva, aveva fatto lo stesso nei confronti di un corridore inglese della Scuderia Saetta Cremisi, seppure facendo insorgere certi sospetti nel signor Valenti.
Non gli era del tutto chiaro che cosa avesse spinto Ronchi ad accettare di ripetersi. In un primo momento doveva avere agito per salvaguardare il posto di Vittoria Montevecchio, ma solo pochi anni dopo aveva scelto di mettere in atto il sabotaggio che l’aveva uccisa. Le ragioni della mente pensante, ovviamente, erano chiare: Vittorio Bonetti puntava al denaro e alla residenza della nipote.
A comprare il casolare era stato Giovanni Pinardi, uno degli uomini che avevano assistito al presunto delitto nel fienile. Non vi era stato alcun delitto nel fienile, ovviamente, né testimoni oculari. Vittorio Bonetti, Berto Ronchi e i loro complici avevano gettato giù un cadavere dal fienile stesso.
L’uomo che aveva di fronte lo informò: «Ho bisogno di parlarle.»
Flavio fece per alzarsi.
«Io no.»
«Per favore, signor Bonetti...»
Nessun tono supplichevole gli avrebbe fatto cambiare idea, ma poteva essere utile starlo a sentire.
«Va bene. Mi dica, signor...?»
Finse di non ricordarsi come si chiamasse, nonostante appartenesse a una famiglia piuttosto celebre.
«Bruni.»
«Cosa vuole da me?»
«Parlare, gliel’ho detto.»
«Le piace il poker? Vuole farmi i complimenti per la mia vittoria nel torneo di stasera?»
«A dire il vero no» ribatté Bruni. «È meglio che non le dica dove potrebbe mettere le carte, per quanto mi riguarda.»
«Allora» dedusse Flavio, «immagino che vorrà parlarmi di Vittoria Montevecchio, o di quella svitata che in passato interpretò la parte del suo fantasma.»
«Svitata? Fantasma?»
«Nulla che la riguardi.»
«Perfetto» concluse Bruni. «Vede, signor Bonetti, sono venuto qui nella speranza di incontrarla perché vorrei parlarle di suo padre, Vittorio Bonetti, capomeccanico della Bonetti Corse in occasione del Trofeo delle Due Province che venne disputato il giorno prima della morte di Vittoria Montevecchio, o molto più probabilmente il giorno stesso, visto che l’automobile numero 32 è stata sepolta nel cortile del casolare e tutto lascia pensare che la Montevecchio sia morta al volante durante una corsa alla quale non era ufficialmente iscritta. Suo padre le ha mai raccontato nulla di questa storia?»
Flavio si irrigidì.
«Perché vuole parlare con me di questo, signor Bruni? Non ero ancora nato, a quei tempi.»
L’altro insisté: «Non nega, quindi?»
Flavio gli intimò: «Se ne vada. Mi lasci in pace.» Non aveva più alcun desiderio di fare conversazione con lui. Era ormai certo che avrebbe fatto affermazioni scomode difficili da smentire. «Non ha alcun diritto di...»
Bruni lo interruppe: «Invece questo diritto me lo prendo e ho i miei buoni motivi per farlo. È davvero andata come ho suggerito? Oppure mi sfugge qualche dettaglio?»
«Le sfugge il fatto che lei non è nessuno, signor Bruni. Possedere un’azienda produttrice di indumenti pacchiani non le dà alcun potere su di me.»
«Vedo che ha letto il mio curriculum vitae. Eppure non si ricordava come mi chiamo, pochi minuti fa.»
«Se ne vada, signor Bruni.»
«Altrimenti cosa fa? Mi uccide come ha fatto con Ottavia Mattioli?»
Flavio raggelò. Non aveva idea di come quel tale potesse avanzare una simile accusa, né voleva indagare in proposito. Si limitò a intimargli: «Non osi mai più dire nulla del genere.»
L’altro non aveva intenzione di demordere.
«Se l’ha uccisa lei, lo scoprirò.»
«A quale titolo?»
«Non c’è bisogno di un titolo per incastrare un assassino.»
«Continui a produrre polo e T-shirt che scoloriscono, signor Bruni. Non si intrometta in faccende che non la riguardano.»
«Mi riguardano eccome, gliel’ho detto» replicò Bruni. «Non mi arrenderò. La trascinerò nel fango o, se preferisce, nella polvere.»
«Posso darle un consiglio?»
«La ascolto.»
«Si occupi di quella donna ossigenata con cui ci siamo visti al bar. Ho fatto qualche ricerca su di lei. Ha dato scandalo insieme al marito di Tina Menezes, parecchio tempo fa, quando questo non era ancora sposata con Tina Menezes.»
«La mia amica ossigenata non è affare suo.»
«Però non è affare nemmeno del marito di Tina Menezes. Ho visto che si seguono ancora sui social.»
«Questo non la riguarda.»
Flavio ribadì: «Sto cercando di aiutarla. A forza di inseguire fantasmi, finirà per perdere di vista quello che conta davvero.»
Per la prima volta, gli parve di vedere un po’ di esitazione nell’uomo che gli sedeva di fronte.
«Inseguire fantasmi» borbottò Bruni, in tono quasi distratto, prima di ritrovare la propria decisione. «Cosa diceva prima, a proposito di una donna che impersonava il fantasma di Vittoria Montevecchio?»
«È una storia di tanto tempo fa, niente di importante» replicò Flavio, con fermezza. «Anche questo è qualcosa che non ha a che vedere con lei nemmeno da lontano.»
Bruni annuì.
«È stato un piacere» affermò, alzandosi in piedi.
«Se ne va?» azzardò Flavio.
Bruni confermò: «Me ne vado e mi auguro di non dovere tornare a cercarla.»
Flavio alzò il bicchiere e si scolò quello che rimaneva del drink, non riuscendo a formulare alcun pensiero sensato che non riguardasse Bruni e la sua invadenza. Gli sarebbe piaciuto molto trovare un modo per farlo stare zitto.

***

Sul volto di Pietro vi era un’espressione di vaga soddisfazione. Dalila dedusse che fosse derivante dall’essere da solo con lei in quello che in altre occasioni era stato il loro punto di ritrovo con Oliver Fischer.
Ignorando l’occhiata che le lanciava una vicina di casa di passaggio, che scomparve ben presto oltre il palazzo, gli domandò: «Novità?»
«Forse sì, forse no» fu la risposta di Pietro, fin troppo vaga.
Dalila lo esortò: «Raccontami tutto.»
«Non c’è molto da dire, se devo essere del tutto sincero» ammise Pietro. «Ho parlato con Flavio Bonetti. Gli ho esposto neanche troppo velatamente i sospetti di Fischer. Non gli ho detto che erano i sospetti di un altro, ho fatto finta di esserne convinto. E sai cosa ti dico? Dalla sua reazione, mi viene da pensare che Fischer ci abbia visto giusto, quindi adesso ne sono convinto anch’io.»
«Flavio Bonetti crede che suo padre abbia ucciso o fatto uccidere Vittoria Montevecchio?»
«Flavio Bonetti è molto reticente in proposito, ma la sua reazione è piuttosto netta. Si è messo subito sulla difensiva.»
«Non gli hai parlato di Ottavia, vero? Non hai insinuato in sua presenza che pensiamo che possa averla uccisa lui?»
«A dire il vero sì.»
Dalila rabbrividì.
«Non avevamo detto che era meglio evitare di essere troppo espliciti? Avevamo concordato di non metterci nei guai.»
«Bonetti è un uomo di una certa età» obiettò Pietro. «Non riuscirà a buttarmi giù da una finestra, a meno che non mi faccia cogliere totalmente di sorpresa. Deve essere andata proprio così, tra lui e Ottavia.»
«Quindi» volle sapere Dalila, «sei convinto che sia stato lui?»
«Parlavo per ipotesi.»
«Parliamo troppo per ipotesi, ultimamente.»
«E che cosa dovremmo fare? Nessuno di noi sa con certezza che cosa sia successo...»
Il tono di Pietro si fece improvvisamente esitante.
Dalila azzardò: «C’è altro? Qualcosa che non mi hai detto?»
«Mhm... no.»
«Non ti vedo molto sicuro.»
Pietro annuì.
«Hai ragione, Bonetti ha accennato a una cosa strana, alla quale non ho dato abbastanza peso. In realtà gli ho chiesto chiarimenti, ma si è rifiutato di darmi una spiegazione, dicendo che la cosa non mi riguardava.»
«Ha a che vedere con suo padre?»
«No. Ha parlato di una persona che, ai giorni nostri, avrebbe impersonato il fantasma di Vittoria Montevecchio.»
Dalila spalancò gli occhi.
«In che senso?»
«Ha detto questo. Non so in che modo possa averlo fatto. Di sicuro, non apparendo in forma di farfalla luminosa.»
«Chi è questa persona?»
«È una donna, non so altro.»
«Mi sembra abbastanza intuitivo che si tratti di una donna.»
Pietro obiettò: «Non direi. Anche un uomo potrebbe tranquillamente travestirsi da fantasma. Immagino che non sia “apparso” in un posto in cui era in bella vista.»
«Dobbiamo parlare di nuovo con Flavio Bonetti» decretò Dalila. «Se tu non hai più la possibilità di fare conversazione con lui su un argomento che non sia legato ai presunti trascorsi criminali di suo padre, allora devo farlo io.»
«No, non è possibile» rispose Pietro. «Sa benissimo che io e te “lavoriamo” in coppia. Sono sicuro che si rifiuterebbe di dare spiegazioni anche a te.»
«Quindi cosa facciamo?» obiettò Dalila. «Facciamo finta che Bonetti non abbia mai accennato a questa storia? Fingiamo di non avere mai saputo di questa donna che impersonava il fantasma della Montevecchio? Il fatto che Flavio si sia rifiutato di darti spiegazioni, invece di impacchettare una bella storiella da servirti su un piatto d’argento, lascia intendere che sia tutto vero.»
Pietro replicò: «Non dico che dobbiamo fare finta di niente. Credo che dovremmo seguire questa pista e che dovremmo lasciare da parte Flavio Bonetti, da questo punto di vista. Non penso sappia dirci molto sulla questione del fantasma. Un’altra persona, però, potrebbe aiutarci. Immagino che tu abbia capito a chi mi riferisco.»
Nonostante non l’avesse mai incontrata, Dalila comprese immediatamente il riferimento a Lucia, la donna del negozio di frutta e verdura che aveva organizzato la “caccia” cinque anni prima, quando i due “sposi bimbiminchia” si erano conosciuti.
«Dobbiamo parlarne con lei.»
«Mi pare una buona idea.»
«Stavolta vengo con te.»
«Anche questa potrebbe essere una buona idea. Magari, se andiamo in due, Lucia capirà che non scherziamo.» Pietro abbassò lo sguardo. «È tutto così maledettamente complicato. Sai cosa ti dico? Che un po’ invidio la determinazione di Fischer. Non si arrende di fronte a sottigliezze quali non avere la più pallida idea di quale sia la strada giusta da seguire. Continua a impicciarsi in qualsiasi cosa, nella convinzione che prima o poi azzeccherà la via corretta. Noi non siamo come lui, non lo saremo mai.»
«Forse dovremmo chiamarlo» suggerì Dalila. «Chissà che non riesca a darci una dritta e a portarci nella direzione giusta.»
«No» la pregò Pietro, in tono fin troppo supplichevole. «Dimostriamogli che possiamo cavarcela da soli, per una volta.»
Dalila sorrise.
«Stai dicendo che dovremmo sfidare Fischer e cercare di batterlo nella sua stessa specialità?»
«Perché no?» ribatté Pietro. «Sono sicuro che l’idea ti alletti quasi tanto quanto alletta me.»
«A onore del vero» replicò Dalila, «l’idea che trovo più allettante è quella che un giorno chi ha ucciso Vittoria Montevecchio venga riconosciuto pubblicamente come un assassino. In più, non dobbiamo perdere di vista l’assassino dei giorni nostri. Se ha tirato una botta in testa a Ottavia per farle perdere i sensi e poi l’ha buttata giù da una finestra, potrebbe farlo anche con altri. Dobbiamo capire che cosa sapesse Ottavia di compromettente.»
«Probabilmente le stesse cose che sappiamo anche noi.»
«No, deve esserci qualcosa di più. Rifletti, Pietro: noi siamo abbastanza sicuri che Bonetti e Ronchi abbiano ucciso Vittoria settant’anni fa, aiutati da Rambaldi e Pinardi a cancellare le prove – non è detto che questi sapessero che l’incidente fosse stato innescato di proposito. Abbiamo prove? No. Tutto ciò che potremmo fare è affermare pubblicamente le nostre convinzioni, con il rischio di essere messi a tacere e tacciati di essere dei visionari. Se Flavio Bonetti ha ucciso Ottavia, doveva esserci qualcosa di più. Che cosa sapeva Ottavia? Che prove aveva?»
«La macchina sepolta. Quando è stata uccisa, già sapeva della presenza di quel rottame. Potrebbe avere parlato con Flavio e...»
Dalila interruppe la spiegazione di Pietro: «No, è un’idea che non regge. Ha visto l’automobile sepolta? Sì. Può provare quello che sia successo? No. Anzi, sono del parere che non avesse la più pallida idea del fatto che lo zio potesse averla uccisa con la complicità di Ronchi... sempre ammesso che Ottavia sapesse dell’esistenza di Ronchi. In più, nella sua ultima chiamata, ha detto lei stessa a Fischer di avere scoperto che Vittoria non era stata uccisa. Non che sia una prova inconfutabile, dato che potrebbe avergli detto qualcosa di cui non era convinta, ma molto probabilmente è quello il vero significato che ha dato alla macchina sepolta. Non dimenticare che noi abbiamo in mano la copia del diario che Suor Giuliana custodisce. Ottavia non sapeva dell’esistenza di questo diario e dei suoi contenuti.»
«Appunto, questa è un’altra cosa che non mi torna» ammise Pietro. «Noi sappiamo molto di più di quanto potrebbe sapere chiunque altro. Nessuno ha ancora attentato in alcun modo alla nostra vita, quindi non percepisce in noi un pericolo imminente. Nonostante ciò, Ottavia è stata uccisa perché sapeva molto meno. Non me lo spiego.» Sospirò. «Sai, Dalila, forse dovremmo davvero chiamare Fischer a darci una mano.»
«Ti arrendi davvero così facilmente?»
«Non è questione di arrendersi, è che proprio non riesco a farmi venire un’idea che possa dare un senso a tutto questo.»
«Abbiamo Lucia e la persona che impersonava il fantasma.»
«Ovvero una questione che nulla ha a che vedere con il delitto del passato, né con quello attuale, ma solamente o con il folklore o con una truffa. È probabile che quella Lucia avesse un’amica compiacente che si travestiva da Vittoria Montevecchio per aiutarla a guadagnare qualche soldo con la caccia al fantasma.»
«La caccia al fantasma aveva una quota di iscrizione?»
«Non lo so.»
«Se anche c’era, non poteva pretendere chissà quale somma.»
«Rimane però la possibilità che fosse in combutta con una donna che impersonava il fantasma della Montevecchio.»
Dalila annuì.
«Questo sì... e non ho dubbi su chi potesse essere quella donna.»
«Quindi Lucia avrebbe mentito su tempi e modi in cui ha conosciuto Ottavia?» azzardò Pietro. «In realtà erano amiche da anni e collaboravano in presunte battute di caccia agli spettri?»
«Non lo so, in effetti è strano» ammise Dalila. «Ho conosciuto piuttosto bene Ottavia e non mi ha mai dato l’impressione di essere interessata a fantasmi o cose del genere. Inoltre non sappiamo quando abbia impersonato Vittoria Montevecchio, se è stata lei. Avresti potuto chiedere qualcosa in più a Flavio Bonetti.»
«Ti ho detto che gli ho chiesto spiegazioni» ribadì Pietro, «ma che me le ha negate. Non vedo alternative, dobbiamo parlare con Lucia e farlo al più presto.»
Andarono da lei l’indomani, in tarda mattinata, poco prima che il negozio chiudesse per la pausa pranzo. Purtroppo non riuscirono a scoprire nulla di utile. Lucia negò con fermezza di avere collaborato con Ottavia a un simile piano, anche se affermò che le sarebbe piaciuto. Smentì la supposizione che vi fosse di mezzo del denaro: le “sessioni di caccia” venivano organizzate soltanto per diletto suo e dei partecipanti.
«Al massimo» affermò, «è capitato che qualcuno mi offrisse da bere, oppure una cena in qualche bettola.»
«Quindi» concluse Dalila, «Ottavia non ha mai impersonato la parte del fantasma della Montevecchio.»
«Non ho detto questo» mise in chiaro Lucia. «Non posso negare con assoluta certezza che l’abbia fatto in altre occasioni. Di sicuro non l’ha fatto su mio incarico durante iniziative da me organizzate.»
Vista l’impossibilità di scoprire altro, Dalila e Pietro la lasciarono alle prese con gli ortaggi del negozio e se ne andarono.
«Un altro buco nell’acqua» borbottò Pietro. «Più il tempo passa e più mi chiedo se stiamo solo perdendo tempo. Flavio Bonetti deve essersi inventato di sana pianta la vicenda del fantasma impersonato da una donna sconosciuta, oppure non era Ottavia.»
«Io resto del parere che sia successo e che il finto fantasma fosse proprio Ottavia» insisté Dalila. «Sento che siamo sulla strada giusta. Quello che resta da capire è come faccia Bonetti a saperlo e in quale circostanza Ottavia abbia impersonato Vittoria. Chissà, magari Mirella può aiutarmi.»
«Come pensi di poterle estorcere una simile informazione, anche se ne fosse al corrente?»
«Farò la stessa cosa che hai fatto tu con Flavio Bruni: le dirò che abbiamo ricostruito i trascorsi di suo zio e che sappiamo che l’auto di Vittoria Montevecchio è sepolta nella sua proprietà. Spetta a lei decidere se vuole continuare a nascondersi oppure mostrarsi collaborativa.»
Pietro la pregò: «Lasciami venire con te.»
«Niente affatto. Tu sei andato da solo a parlare con Bonetti. Io posso fare lo stesso.»
«Sono andato in un pub. Eravamo in mezzo alla gente. Incontrare Mirella Pinardi da sola potrebbe non essere altrettanto sicuro.»
Dalila concesse: «Va bene, puoi venire con me, ma non entri. Ti metti da qualche parte e non intervieni, se non in caso di assoluta necessità.»

***

«Signorina Colombari!»
Dalila alzò gli occhi. Si era appena scontrata con un uomo che usciva dallo stabile e, a quanto pareva, non si trattava di uno sconosciuto.
Lo squadrò con attenzione, impiegando qualche istante di troppo ad associarlo con un nome e un ruolo.
«Oh... signor Chiari, è proprio lei?»
«Ebbene sì, e le chiedo scusa per averla travolta mentre andava così di fretta.» Il padre di Lucia ridacchiò. «O forse dovrei chiederle scusa per essere stato travolto?»
Dalila accennò un sorriso.
«Mi perdoni, ero sovrappensiero.»
«Nessun problema. Come mai da queste parti? Per caso ha un altro matrimonio?»
«Potrei farle la stessa domanda. Ha un’altra figlia che si sposa?»
Ettore Chiari rise di gusto.
«No, per fortuna. L’organizzazione di un unico matrimonio è già stata piuttosto estenuante, sono lieto che non ce ne siano altri. Ci crede che mia figlia non ha parlato d’altro per ben sei mesi? E sa cosa le dico? Che sono molto contento di avere superato quel giorno.»
«Bella festa» ricordò Dalila, «e bel gioco di luci. È un vero peccato che lei non se ne sia nemmeno accorto.»
«Se si riferisce alla farfalla proiettata sull’altro stabile, Lucia me ne ha parlato. Mi dispiace non avere capito che cosa intendesse, quella sera. Ammetto di essermi distratto e di essermi perso lo spettacolo.»
«Mi pare di capire che si trattasse di un omaggio a Vittoria Montevecchio.»
Il tono cordiale con cui Ettore Chiari aveva parlato fino a quel momento svanì.
«Sì, perché?»
«Spero che questa allusione non la infastidisca» si augurò Dalila, notando che il padre della “sposa bimbaminchia” sembrava tutt’altro che soddisfatto che la Montevecchio fosse stata menzionata. «Mi pare di capire che le piacciano molto le leggende locali.»
«Folklore» minimizzò Ettore Chiari. «Ci sono persone ridicole che temono davvero il fantasma di Vittoria Montevecchio. Non posso fare altro che compatirle.»
«Immagino che lei non ci creda.»
«Certo che no. Io non credo ai fantasmi. E sa cosa le dico? Che se anche esistessero non avrebbero motivo per andare a terrorizzare la gente. Perché dovrebbero trovarlo divertente? Io, se fossi uno spirito errante, non mi metterei certo a spaventare dei perfetti sconosciuti!»
«E allora perché le interessa così tanto, questo folklore?» volle sapere Dalila.
«Perché genera suggestione» rispose il signor Chiari. «Ciò che è affascinante genera traino e, di conseguenza, introiti. Pensi solo alle attività commerciali che stanno nei pressi dei luoghi che attirano visitatori.»
«Questo è un discorso da affarista, non da esperto di leggende locali.»
«Questo è un discorso normale, che potrebbe farle anche chiunque altro. Un tempo anche le persone come lei ne avrebbero ricavato vantaggi.»
«Cosa intende?»
«Parlo di potenziali servizi fotografici. Immagino che adesso non sia più possibile. Con gli smartphone, chiunque ha a disposizione la possibilità di scattare fotografie di buona risoluzione, pubblicarle e renderle accessibili a centinaia di persone. Mi dirà che non sono come gli scatti di un professionista, ma...»
Dalila lo interruppe: «All’appassionato di leggende non importa che un luogo di interesse sia stato immortalato da un professionista. Anzi, preferirà di gran lunga la propria fotografia scadente piuttosto che uno scatto ufficiale. È giusto così. Noi fotografi raccontiamo storie, ma non saranno mai più importanti delle storie personali di ciascun individuo.»
«Perché ha scelto proprio le cerimonie?»
«Un tempo non facevo foto alle cerimonie. Sono una fotografa sportiva, mi occupavo di automobilismo.»
«Perché ha smesso?»
«Sono caduta in disgrazia, se così si può dire. Mi devo accontentare di quello che mi resta.»
Ettore Chiari la incoraggiò: «Non si arrenda. Sono certo che ci siano ancora tante opportunità per lei.»
«Io, invece, sono sicura del contrario» replicò Dalila, «e non sono nemmeno sicura di volere di nuovo la vita frenetica di una volta. A volte bisogna fermarsi e ammettere di non essere più quelli di un tempo.»
«Sì, ma non necessariamente con una connotazione negativa» obiettò il signor Chiari. «Io stesso non sono più quello di un tempo. Però non significa che io non debba avere altri progetti, altre ambizioni... Anzi, sa cosa le dico? Che la vita inizia a cinquant’anni.» Rise. «Non sempre così tardi, ovviamente. Mi auguro che per lei possa iniziare a... trentacinque? Mi scusi, ma non conosco la sua età. Immagino che abbia già superato i trenta.»
«Non solo i trenta, a dire il vero» ribatté Dalila. «Non mi resta che augurarmi che la vita inizi a quarant’anni, così sarei ancora in tempo. Ora mi scusi, ma ho da fare.»
«Visita di cortesia alla signorina Pinardi?»
«Una specie.»
«È una donna simpatica, ma così ferma sulle proprie posizioni. Gli affari non le vanno bene da tempo, eppure morirebbe, piuttosto che lasciare questo posto. Si figuri che suo cugino voleva vendere, ma la signorina Pinardi ha fatto di tutto per impedirglielo, nonostante la sua posizione non fosse in pericolo.»
«Che cosa ne sa?»
«Non gliel’ho ancora detto, signorina Colombari? Vorrei comprare questo posto. Ormai penso sia troppo tardi, che non ci sia più questa possibilità, ma mai dire mai. Mi dispiace ovviamente per la povera donna che ha perso la vita, ma questo potrebbe avere effetti negativi sugli affari. Se i clienti non torneranno, il signor Pinardi non avrà altra scelta.»
«E lei?» obiettò Dalila. «Crede che gli affari potrebbero andare bene, se fosse lei a gestire questa attività?»
«Potrei sempre sperare che un cambio di proprietà e una lieve ristrutturazione possano far tornare i clienti. Saprei senz’altro valorizzare un luogo così affascinante. Vorrebbe aiutarmi, se mai dovesse accadere?»
«Cosa intende?»
«Mi ha detto che si occupava di automobilismo e sono certo che le sue foto siano molto belle. La vecchia proprietaria di questo posto faceva parte del mondo delle corse. Non le sembra una bella coincidenza? Anche il nostro incontro fortuito... lei crede nel caso, signorina Colombari?»
«Credo che il caso stia facendo perdere tempo a entrambi. Sono venuta qui per la signorina Pinardi, devo andare da lei.»
«Mi lascia un suo recapito?»
«Può trovarlo facilmente. Digiti “Dalila Colombari fotografa” su un qualsiasi motore di ricerca... a meno che non voglia il mio numero di telefono privato, ma quello ce l’hanno solo i miei amici più intimi.»
Quando Ettore Chiari non replicò, Dalila gli rivolse un rapido cenno di saluto prima di avviarsi verso l’entrata. La sua speranza di trovare Mirella alla reception si concretizzò, ma la Pinardi non parve molto soddisfatta di vederla.
«Dalila, che cosa vuoi? Sto lavorando.»
«Passavo per un saluto.»
«Vai a raccontarlo a qualcun altro. Tu che arrivi proprio dopo quel tipo e...» Mirella scosse la testa. «Non ti credo. Non posso crederti. Sei d’accordo con lui, non è vero?»
«Perché dovrei?» obiettò Dalila. «Conosco il signor Chiari a malapena. Sono stata la fotografa del matrimonio di sua figlia, tutto qui. Ci siamo incontrati per una semplice casualità. Mi ha detto che vorrebbe comprare l’agriturismo, ma che tu ti sei opposta alla vendita.»
Mirella sbuffò.
«È una vecchia storia. È passato più di un anno. Ha giocato sporco, ne ho le prove.»
Dalila ritenne più opportuno non chiederle chiarimenti. Mirella l’avrebbe mandata a quel paese, se l’avesse fatto. Era meglio cercare di riallacciare un rapporto con lei, grazie a una proposta che l’avrebbe senz’altro soddisfatta: «Ti va di andare al cinema insieme, una di queste sere? Va bene quando vuoi tu e ovviamente puoi scegliere tu stessa il film da vedere.»
Contrariamente alle sue aspettative, Mirella sibilò: «Non ho intenzione di venire al cinema con te! Mi hai ingannata fin dal primo momento. Ottavia ti chiamava con epiteti sgradevoli e aveva ragione.»
«Posso chiederti perché ce l’hai così tanto con me?»
«Perché sei come lei.»
«Non era forse la donna che amavi? Non complottavi alle mie spalle con lei?»
«No, Dalila, non ho mai complottato alle tue spalle» si difese Mirella. «Va bene, non ti ho detto che avevo una relazione, ma non saresti mai uscita con me, se l’avessi saputo. Volevo solo scoprire che cosa sapessi su di me, sulla mia famiglia...»
«Va bene, allora te lo dirò chiaro e tondo» rispose Dalila. «Vittorio Bonetti, lo zio di Vittoria Montevecchio, era pieno di debiti di gioco. In un primo momento, nella speranza che sua nipote potesse avere una carriera gloriosa e passargli del denaro, aveva probabilmente ingaggiato un certo Ronchi perché eliminasse Teddy Redgrave, spianandole la strada – su questo sto solo tirando a indovinare. Quando Vittoria è stata tagliata fuori dalle competizioni internazionali, al Trofeo delle Due Province le ha sabotato la macchina, con la complicità di Ronchi – qui, invece, ho molte più certezze. Insieme a un direttore di gara subentrato in corso d’opera e a tuo zio Giovanni hanno allestito un teatrino, inscenando un delitto passionale per opera di un domestico inglese che aveva avuto una relazione con Vittoria. Bonetti ha ereditato il patrimonio della nipote e ha venduto il casolare a tuo zio. Questo agriturismo è sporco del sangue di Vittoria Montevecchio e tu hai una paura marcia che qualcuno lo scopra. Rilassati: Ottavia non era neanche lontanamente vicina alla verità. Non aveva nemmeno la più pallida idea dei retroscena: lo sai, Mirella, che il direttore di gara inizialmente incaricato potrebbe essere stato ucciso proprio da Ronchi, con la complicità di una cameriera che aveva lavorato per la Montevecchio? Una cronometrista francese li ha visti insieme e ricorda stralci della loro conversazione. È viva, o almeno lo era ancora fino a pochi giorni fa, quando ha parlato con una mia amica.»
Mirella le scoccò un’occhiata di fuoco.
«Che cazzo stai dicendo, Dalila?»
«Hai capito benissimo e sono certa che tu conosca almeno la parte meno scabrosa di questa storia. Non mi stupirebbe, a questo punto, se il fantasma della Montevecchio si aggirasse ancora da queste parti, nella speranza di avere giustizia.»
«Stai dicendo delle assurdità.»
«Sul delitto o sul fantasma?»
«Su entrambi.»
«Conosci una certa Lucia? Fa la fruttivendola e, nel tempo libero, organizza battute di caccia al fantasma.»
«Non so chi sia.»
«Ottavia la conosceva, invece.»
«Buon per lei.»
«È tutto quello che sai dire?»
«So dirti anche che non ne voglio sapere di venire al cinema con te» mise in chiaro Mirella. «Devi lasciarmi in pace. Non hai alcun diritto di venire qui a sparare sentenze solo perché sei convinta che mio zio, settant’anni fa, abbia commesso un crimine. Pensi forse che io abbia qualche responsabilità in tutto questo?»
«No, non ne hai» rispose Dalila, «ma resta il fatto che Ottavia sia morta qui, nel tuo agriturismo, il giorno stesso in cui ha scoperto il rottame. Non pensi che sia una coincidenza curiosa?»
«A che gioco stai giocando? Che cosa vuoi da me? Vuoi anche tu che mio cugino venda? Vuoi tormentarmi come...»
Mirella si interruppe.
Dalila la esortò: «Tormentarti come...?»
«Niente, lascia perdere.»
«Tanto lo scoprirò da sola.»
Le voltò le spalle e uscì. Si diresse fuori dalla proprietà, dove Pietro la stava aspettando in macchina.
Salì a bordo.
«Le ho detto chiaro e tondo quello che sospettiamo.»
«Come ha reagito?»
«Ha insinuato che voglia convincerla a vendere l’agriturismo» spiegò Dalila. «Il padre della sposa bimbaminchia, l’anno scorso, ha cercato di accordarsi con il cugino di Mirella, ma proprio lei si è opposta. In più ha menzionato qualcuno che la tormentava.»
«Chi?»
«Non ha voluto dirmelo.»
Pietro sbuffò.
«Ti pareva? Sembra che tutti si divertano a dire le cose a metà.»
«Le diranno al gran completo» ribatté Dalila, «anche se sarà necessario rinunciare alla nostra “indipendenza investigativa”.»
«Hai intenzione di mettere in mezzo Fischer?»
«Ho intenzione di mettere in mezzo Selena. Ci aiuterà, ne sono certa.»

***

Selena Roberts aprì la porta e, anziché entrare, si limitò a segnalare la propria presenza. Dalila le fece un cenno. Attese di essersi liberata del cliente del quale si stava occupando in quel momento, poi si precipitò all’esterno dalla nuova arrivata.
«Grazie per essere venuta.»
«Grazie a te per avere pensato a me.» Selena sorrise. «Credo che ci siano state delle inutili tensioni tra di noi. Non dovremmo fare a gara a chi scopre di più.»
«No, non dovremmo» convenne Dalila, secca. «Mi hai portato le informazioni che ti avevo chiesto?»
«Sì.»
«Sono attendibili?»
«Mi sono comportata come una normalissima donna curiosa» chiarì Selena. «Ho fatto qualche allusione vaga. La signorina Pinardi non ha alcuna intenzione di lasciarsi scappare una sola parola di troppo, ma lo stesso non si può dire per il resto del personale. Come puoi immaginare, c’è chi aspetta solo la spinta giusta, prima di mettersi a parlare con un fiume in piena.»
«Qualche fiume è straripato, per caso?»
«Assolutamente sì.»
«Raccontami.»
«L’Agriturismo Farfalla Perduta ha subito dei sabotaggi, tempo fa. Non ti saprei dire con esattezza quando, si parla comunque di diversi mesi fa. Ci sono state automobili imbrattate, così come pietre lanciate contro le finestre. Vari clienti sono stati turbati, con conseguenti recensioni negative.»
«Qualche sospetto sul possibile responsabile?»
«No.»
«Qualche indizio in più?»
«Sì.»
Dalila sbuffò.
«Mi fai la cortesia di smettere di rispondere a monosillabi?»
Selena le riferì, dopo avere opportunamente abbassato la voce: «Una delle donne che lavorano all’agriturismo mi ha rivelato di avere visto il fantasma di Vittoria Montevecchio, in una di queste occasioni.»
«Oh, interessante» ribatté Dalila. «Per caso questo fantasma aveva le fattezze di una farfalla luminosa?»
«No.»
«Allora era una donna bruna, con abiti antiquati, magari bianchi?»
«Qualcosa del genere. Come ti è venuta in mente l’idea della farfalla?»
Dalila non rispose alla domanda di Selena.
«Forse ci siamo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Secondo il figlio di Vittorio Bonetti, ci sarebbe stata una persona che si fingeva il fantasma di Vittoria Montevecchio. Non ha voluto dirmi – o meglio, non ha voluto dire a Pietro – dove e quando sia successo, ma adesso ne abbiamo un’idea.»
«E che cosa ce ne facciamo di questa idea?»
«Era Ottavia.»
«Non abbiamo prove.»
«Hai ragione, ma non abbiamo prove di nulla, nemmeno del fatto che Vittorio Bonetti abbia ucciso la nipote in combutta con Ronchi. Non mi pare che questo ci abbia fermati. Non ci fermerà nemmeno il non potere provare le azioni di Ottavia. Dobbiamo cercare, piuttosto, di capire per quale motivo l’abbia fatto. Prima ha tentato di sabotare Mirella Pinardi, poi le si è avvicinata al punto tale da avere una relazione con lei. Qual era il suo scopo?»
«Tu che hai confidenza con la signorina Pinardi» azzardò Selena, «dovresti parlarne con lei.»
Dalila obiettò: «È l’unico consiglio che sai darmi?»
«Al momento non me ne vengono in mente altri.»
«Le ho detto che penso che suo zio abbia collaborato con gli assassini di Vittoria Montevecchio. Mi sono giocata qualsiasi possibilità di darle altre informazioni. Non credo proprio che avesse smascherato Ottavia.»
«Ti piacciono le persone torbide?» azzardò Selena.
Dalila le scoccò un’occhiata di fuoco.
«Come, prego?»
«Questa Ottavia sembra avesse diversi scheletri nell’armadio.»
«Sì, non lo nego.»
«Che avesse scheletri nell’armadio o che ti piacciano le persone torbide? Perché, se così fosse, dubito che tra te e Oliver potrebbe mai funzionare. Faresti meglio a concentrarti su Bruni, mi sembra più adatto a te.»
«Grazie per il consiglio non richiesto... ma stai insinuando che Pietro sia una persona torbida?»
«Ha fatto cose poco eleganti in passato.»
«Perché, tu no?»
«A cosa ti riferisci?»
«Hai lasciato Fischer di punto in bianco e poi ti sei messa insieme a Roberts, anni fa. Era il tuo amore proibito, quello che sognavi in silenzio da anni. Che bisogno avevi di divertirti con Fischer? Ti amava sul serio... e credo che, in fondo, non abbia mai smesso di amarti.»
Selena replicò: «Immagino che queste considerazioni le abbia fatte Pietro e che tu ti sia allineata perfettamente al suo punto di vista. In tal caso gli puoi riferire che gli sarei molto grata se smettesse di trarre conclusioni a proposito di questioni che non lo riguardano? Io non lo giudico per le donne che frequentava in passato, gradirei che mi riservasse la stessa cortesia.»
«Se proprio lo vuoi sapere» puntualizzò Dalila, «ho conosciuto Oliver molto prima di conoscere Pietro. Non so con esattezza cosa abbia scoperto su di te o su tua madre, ma sono al corrente del fatto che nel suo libro su Patrick Herrmann si sia astenuto dal rivelare dettagli che avrebbero potuto essere compromettenti per te. A quei tempi lavorava con me e con Mirko De Rossi, quello che poi è stato ucciso. Abbiamo smesso di collaborare a causa dei tuoi segreti, interrompendo ogni nostro contatto per anni. Per te, Oliver non ha solo rinunciato a un’opportunità professionale, ma anche alla sua amicizia con me e con De Rossi. Per lui contavi solo tu. Voleva tenerti lontana da ogni possibile scandalo. Ha minacciato di rovinare Mirko De Rossi, se solo avesse rivelato certe sue scoperte scottanti. Nemmeno io ne sono mai stata messa al corrente. Ho il massimo rispetto per la privacy altrui e non è da me gettare deliberatamente le persone in pasto agli sciacalli, quindi capisco l’atteggiamento di Oliver, ma sappiamo entrambe che per lui un caso è risolto soltanto quando tutta la verità è stata rivelata. Sei l’unica persona per cui abbia accettato di omettere qualcosa. Tu non sei un’amica qualunque per lui e non lo sarai mai.»
Selena rimarcò: «Anche per me Oliver non è un amico qualunque.»
«Però ti sei sposata con un altro.»
«Anche tu non sei un’amica qualunque per lui, immagino. Eppure era sposato con Tina Menezes, non con te.»
«La mia situazione è diversa dalla tua.»
«Meno male.»
«Per te o per me? Chi si nasconde davvero dietro alla tua aura da bambola?»
«Si nasconde una bambola, perché è così che sono sempre stata trattata. Il mio scopo doveva essere quello di mettere in buona luce i miei genitori, quando ero con loro. A nessuno dei due è mai importato davvero di me. Non ne faccio una colpa né a mio padre né a mia madre. Erano molto giovani quando si sono sposati. Mi hanno messa al mondo per vendere la loro immagine di coppia perfetta, e mio fratello ha subito la stessa sorte. Quando hanno ammesso che non erano la coppia perfetta per cui si erano spacciati, noi eravamo un ricordo spiacevole di quello che era stato e che entrambi avrebbero voluto dimenticare. Purtroppo, a causa della mia relazione con Patrick Herrmann, sono rimasta coinvolta in certe collaborazioni di mia madre, se così le vogliamo chiamare. Io non c’entravo niente con il suo lavoro, semplicemente amavo Patrick. Oliver ha fatto sì che non pagassi per qualcosa che non aveva nulla a che vedere con me. Non ha potuto risparmiarmi il dolore di certe scoperte, ma almeno ha impedito che queste fossero usate contro di me. Sappiamo bene entrambe quanto il giudizio della società possa essere determinante e totalizzante. Chi sta al di là di uno schermo a giudicarci a volte pensa addirittura di agire a fin di bene, eppure ha il potere di distruggere la nostra vita. Le cose sono peggiorate negli ultimi anni, ma Oliver è stato lungimirante. Ha capito che il mondo dei media andava in una certa direzione e che bastava poco affinché questo avesse effetti anche su tutto il resto. Gliene sarò sempre grata, dato che mi ha salvata da un branco di cannibali senza alcun controllo di sé stessi.»
Dalila obiettò: «Provava comunque qualcosa di più della semplice “amicizia speciale”. Sono certa che ti amasse e che tu ti sia approfittata di lui.»
«Eravamo due persone adulte e consenzienti» insisté Selena. «Mi dispiace che sia finita così tra me e lui, ma è stata la scelta migliore per entrambi. Anche Oliver ne è consapevole, adesso, e lo è da anni.»
«Ma non lo era allora. Hai giocato con i suoi sentimenti.»
«Forse, ma perché stavo giocando in primo luogo con i miei. E poi, scusami se te lo faccio notare, tu sei l’ultima persona che dovrebbe avere voce in capitolo. Devo forse ricordarti quello che hai fatto tu stessa?»
Dalila si irrigidì.
«Io non ho mai illuso Oliver. Non abbiamo mai avuto una relazione seria. Non...»
Selena la interruppe: «Non parlo di Oliver, ma di Pietro. Ti amava e ti ama ancora. Hai rinunciato a lui perché avevi paura di non essere in grado di gestire la vostra relazione e ti sei nascosta dietro al desiderio di metterti insieme al padre ti tuo figlio, sapendo bene che non sarebbe mai successo. Hai generato tensioni inutili alle quali io stessa mi sono trovata in mezzo. Continui a non essere chiara né con te stessa né con lui.»
A Dalila sfuggì una risata.
«Scusa, Selena, da quando hai iniziato a prendere le parti di Pietro? Pensavo che lo schifassi.»
«Pensavi male» ribatté la Roberts. «Devo ammettere che mi sta simpatico, nonostante tutto. Ammiro la sua determinazione. Forse è troppo focoso per un’ex femme fatale che si è riconvertita come zitella senza speranze?»
Dalila spalancò gli occhi.
«Zitella senza speranze?! È questo che pensi di me?»
«Temo che sia quello che pensi tu di te stessa» replicò Selena. «Basta che gli dici che deve rallentare un po’. Non so, inventati che adesso sei cambiata e che non te la senti più di fare sesso al primo appuntamento. È esattamente il tipo di uomo che si aspetta questo, ma sono sicura che per te farà volentieri un’eccezione.»
«Sembri conoscere un po’ troppe cose su di lui» rimarcò Dalila. «Non pensi che siano in gran parte tue suggestioni? Dovresti smettere di dare per scontato che tutto quello che ti passa per la testa sia vero. Ci hai azzeccato solo su Ottavia. Era una persona torbida e, per causa sua, ho smesso di fidarmi delle altre donne, in tutti gli ambiti.»
Selena le strizzò un occhio.
«Spero che per me farai un’eccezione. Dobbiamo scoprire perché Ottavia impersonava il fantasma di Vittoria Montevecchio e se voleva in qualche modo danneggiare Mirella Pinardi.»
Dalila annuì.
«Ti concedo questo trattamento di favore, ma non allargarti troppo!»

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