Il diciassettesimo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Buona lettura. *-*
"È stato la settimana scorsa, quando Alysse si è messa a mostrare delle fotografie. Non posso parlartene adesso, devo..." La voce di Tina era sparita all'improvviso e la telefonata si era chiusa di colpo, proprio dopo quelle parole, lasciando Oliver a interrogarsi su cosa avesse visto sua moglie. Era questione di poche ore, si era detto, poi Tina avrebbe potuto illuminarlo. Invece non era successo e quel segreto se n'era andato per sempre insieme a lei, strappata alla vita tanto in fretta quanto un battito di ciglia.
Oliver non era certo di avere ancora realizzato il vuoto che Tina aveva lasciato. Era sempre stato consapevole dei rischi a cui era esposta, ma non era sicuro di avere metabolizzato del tutto gli eventi. A volte, quando si svegliava, arrivava a chiedersi, seppure per appena qualche frazione di secondo, se fosse stato tutto irreale, se in realtà la sua "stalker" non avesse mai fatto parte della sua vita. Poi si guardava intorno e si rendeva conto di essere nella camera da letto della casa che avevano condiviso: doveva essere accaduto tutto davvero.
Dopo il funerale, Edward si era offerto di restare da lui per qualche giorno, nonostante Oliver gli avesse assicurato di potersela cavare benissimo anche da solo. Era stato sollevato dalla presenza di Roberts, anche se ormai stava per andarsene e per tornare dalla moglie e dalle figlie. Era pronto per andare via e aveva già caricato i propri effetti personali in macchina. Sembrava esitante, quando Oliver lo accompagnò al cancello.
«Sei sicuro che posso andare?» gli domandò. «Non farai qualcuna delle tue cazzate, una volta che resterai da solo?»
Oliver accennò un sorriso.
«Riprendere le mie indagini?»
«Pensavo proprio a quello» replicò Edward. «Mi raccomando, cerca di non fare troppi danni.»
Oliver replicò: «Se Tina fosse qui, non mi direbbe di fermarmi, ma mi esorterebbe ad andare avanti. Mi direbbe che ho perso abbastanza tempo e che dovrei capire in che direzione muovermi.»
Edward obiettò: «So che è brusco dirlo, ma Tina non è qui. Non puoi dare per scontato quello che farebbe. Non usarla come alibi. Sii responsabile delle tue azioni. Te lo dico per esperienza, perché io stesso ho commesso un simile errore.»
Doveva riferirsi alla sua prima moglie, la madre della maggiore delle sue figlie, deceduta in giovane età a causa di una patologia cardiaca. Oliver avvampò, ricordando quando, molti anni prima, durante una discussione piuttosto accesa, aveva deriso Edward per non essersi ancora rifatto una vita.
«Parli di Sharon?»
«Sì. Ero convinto che le sarebbe dispiaciuto vedermi accanto a un'altra donna e per troppo tempo mi sono impedito di essere felice.»
Oliver sussultò. Dopo quell'affermazione, le parole pronunciate in passato erano ancora più fuori luogo, e a peggiorare la situazione non si era mai scusato per quella pessima affermazione.
«Mi dispiace» disse, a bruciapelo. «Sono stato un vero stronzo.»
«Di cosa parli, Fischer?» chiese Edward. «Se tu fossi un po' più esplicito, sarebbe più facile comprendere cosa ti stia passando per la testa.»
«Pensavo a quella volta a Valencia, quando ti sei rifiutato di essere intervistato da me per via delle domande polemiche che ti avevo posto in precedenza» rispose Oliver. «Non avevo alcun diritto di insultarti per le scelte che avevi fatto nella tua vita privata, dopo che avevi perso tua moglie così tragicamente.»
«Ah, ti riferisci a quello?» Edward parve divertito. «Sì, Fischer, sei stato un grandissimo stronzo, e sono convinto che averti tirato un cazzotto in faccia non appena hai detto quelle parole sia stata una reazione più che giustificata. Devo riconoscere, però, che nel corso degli anni hai perso almeno in parte quel tuo atteggiamento da bullo sbruffone che nascondevi dietro alla tua immagine di cronista d'assalto.»
Oliver avrebbe voluto replicare che quella definizione non era accurata, ma preferì restare in silenzio. Era meglio non evocare sgradevoli ricordi.
Edward riprese: «Credimi, avrei voluto che non scoprissi mai come ci si sente quando si perde la persona amata e si ha la sensazione che il tempo concesso insieme a lei sia stato troppo poco. Mi dispiace per Tina, che è stata vittima di una tremenda fatalità, ma anche per te. Avrei davvero desiderato per voi una vita lunga e serena insieme.»
«Grazie.»
«Di cosa?»
«Grazie per tutto quello che hai fatto per me in questi giorni» insisté Oliver. «Sei un vero amico, non so come farei senza di te.»
«Probabilmente faresti come facevi ai tempi in cui mi attaccavi apertamente e ogni ragione era buona per criticarmi» ribatté Edward. «Mi sembra che ai tempi vivessi benissimo ugualmente, o sbaglio?»
«Sì, diciamo pure che vivevo benissimo, ma sono contento che quei tempi siano ormai passati.»
«Anch'io, Fischer. Mi fa piacere che i nostri dissapori di un tempo appartengano ormai al passato e devo dire che, anche se spesso sei una testa di cazzo, ti ammiro per l'impegno che ci metti per ciò in cui credi. Sono convinto che, se continuerai a dare la caccia a presunti assassini, prima o poi uno di questi ti metterà a tacere per sempre, ma chi sono io per dirti di non correre troppi rischi? Non fraintendermi, te lo dico lo stesso: non andare a fare casini in giro. Però lo so, non mi darai ascolto, quindi credo sia meglio passare al piano B e limitarmi a raccomandarti di non farti ammazzare.»
Oliver lo rassicurò: «Non ho alcuna intenzione di farmi ammazzare, non adesso che ho un figlio che non ha ancora compiuto un anno.»
«Il piccolo Mirko Fischer.»
«Mirko Colombari. Ha ricevuto il cognome della madre, al momento della nascita, quindi si chiama ancora così, nonostante sia diventato anche figlio mio. Chissà, magari quando sarà maggiorenne deciderà di prendere anche il mio cognome. Mirko Colombari Fischer. Mirko Fischer Colombari. Suonano bene entrambi, non trovi?»
Edward ammise: «Sì, entrambe le versioni hanno un certo fascino, anche se Mirko Colombari Fischer suona meglio. Ce la vedrei bene, come firma per i suoi articoli.»
«Perché dai per scontato che diventerà un giornalista?»
«Perché è una scelta più tranquilla che andare a stanare assassini come fai nel tempo libero. Se dovesse seguire le tue orme, spero almeno che scelta di imitarti nella tua parte più ragionevole e ancorata alla realtà.»
«Per il momento è ancora presto» ribatté Oliver. «Al massimo, tutto ciò che posso fargli fare è coinvolgerlo nella ricerca dell'orecchio dell'asinello.»
«Nella ricerca di cosa?»
«Dalila ha rotto una statuetta del presepe, qualche mese fa. Non ha mai trovato il pezzo mancante.»
«Il presepe non dovrebbe essere stato chiuso in una scatola il 6 gennaio e dimenticato almeno fino a dicembre?» obiettò Edward.
«Ma infatti l'ha messo via, anche se in realtà è successo intorno all'inizio di febbraio» precisò Oliver. «Però Dalila dice che l'orecchio dell'asinello non può essere sparito nel nulla e insiste che deve essere trovato. Penso che per lei sia come una metafora: se quel mistero viene risolto, allora anche altre domande possono trovare risposta.»
«Mhm.»
«C'è qualcosa che non ti convince, Roberts?»
«Quando ci sei di mezzo tu» puntualizzò Edward, «Non c'è mai nulla che mi convinca.»
«Vedrai, troverò l'orecchio dell'asinello, e anche tutto il resto.»
«Non ne dubito. Mi preoccupa solo quello che potresti combinare nel frattempo. Sei come uno di quei fratelli minori che bisogna tenere costantemente sotto sorveglianza.»
Quelle parole strapparono un sorriso a Oliver. Furono le ultime che Edward pronunciò, prima di salutarlo e andarsene, lasciandolo solo, ma non per molto. Oliver, infatti, aveva intenzione di andare a fare visita a Dalila e a Mirko.
La ricerca del pezzo mancante della statuina non diede alcun frutto, nonostante il controllo accurato di Oliver e del figlioletto al di sotto del mobile sul quale era stato a suo tempo posato il presepe.
«Guarda che ogni tanto pulisco casa» borbottò Dalila, vedendoli immersi in quell'operazione. «È impossibile che sia lì sotto.»
«Eppure» ribatté Oliver, «Da qualche parte deve essere finito. A meno che, ovviamente, non si sia sbriciolato e non sia stato tirato su dall'aspirapolvere senza che te ne accorgersi.»
«Può darsi» convenne Dalila, anche se non sembrava affatto convinta. «Adesso, però, ascoltami, che ho una cosa importante di cui parlare.»
Restando sul pavimento insieme a Mirko, che continuava a guardare sotto al mobile, Oliver alzò gli occhi.
«Ti ascolto.»
«Ti avverto fin da subito di un trigger warning, Fischer. Mi toccherà menzionare il funerale di tua moglie.»
«Trigger warning?» ripeté Oliver. «Non puoi parlare come tutte le persone normali, Dalila? Comunque sia, sono consapevole che mia moglie non ci sia più e che sia stato celebrato il suo funerale. Non è un problema.»
«Sono andata là in anticipo» precisò Dalila. «Anzi, sono andata da Sergio, un'ora prima del funerale.»
«Sergio sarebbe il prete?»
«Sì, il mio vecchio amico... più che amico, a dire il vero. Gli ho parlato di come mi sentivo e di come, in realtà, mi sento tuttora. Sto bene insieme a Pietro, ma non posso fare a meno di chiedermi se sia implicato nel delitto, sempre ammesso che Alexandre sia stato ammazzato. Gli ho anche raccontato di mio padre. Non sapeva con esattezza chi fosse, ero sempre stata piuttosto vaga. Sergio mi ha detto le stesse cose che mi diresti tu, ovvero che devo scoprire la verità, se voglio essere sicura che stare con Pietro sia la scelta giusta.»
«Credo che, se tu mi chiedessi un parere onesto su Pietro Bruni, non sarei tanto diplomatico quanto lo è stato don Sergio. Sei sicura, piuttosto, che raccontargli di questa storia sia stata un'idea saggia?»
«Non ce la facevo più a tenermi tutto dentro, e comunque ho scelto un amico fidato, che non ha nulla a che vedere con le persone coinvolte. Credo di avere fatto bene a chiedergli un parere, perché poi ci sono stati degli sviluppi. Dopo il funerale, quando sono uscita dalla chiesa, ho trovato Alysse che discuteva con la moglie di Fiorucci, che un tempo era sposata con Xavier Delacroix. Parlavano francese, quindi non ho capito tutto, ma ho sentito che pronunciavano il mio nome, grazie al cielo senza storpiarlo con assurdi accenti sulle sillabe finali. Non avrei retto, nel sentirmi chiamare "Dalilà". Sono intervenuta e ho avuto una conversazione interessante insieme a loro.»
Oliver osservò: «Non hai perso tempo.»
«Il tempo è prezioso, Fischer» gli ricordò Dalila. «Potremmo non averne troppo a disposizione, se indaghiamo su storie poco chiare che, almeno sulla carta, non ci riguardano.»
«Cosa vi siete dette tu e la signora Delacroix?»
«Ha parlato anche con me della "maledizione". È convinta che sia tutta colpa sua, e solo perché non sopportava mio padre, a quei tempi.»
Oliver osservò: «Ci sarebbe da chiedersi cosa le avesse fatto tuo padre di male.»
«Nulla» dichiarò Dalila, «Semplicemente la signora era convinta che avesse portato suo marito sulla strada della perdizione. Forse avrebbe dovuto farsi semplicemente un esame di coscienza. Sono certa che non si sia mai chiesta se Delacroix fosse felice, insieme a lei.»
«Effettivamente» ammise Oliver, «Non è molto sensato dare tutte le colpe a Villa, se suo marito aveva avuto una relazione extraconiugale. Non penso che Villa abbia tirato fuori a forza il cazzo di Delacroix dalle sue mutande ordinandogli di andare a letto con la signorina Natalie.»
«Infatti la signora avrebbe fatto meglio a rivalutare le proprie convinzioni, invece di convincersi di avere scagliato maledizioni, allo stesso modo in cui tu faresti meglio a evitare di pronunciare certi termini davanti al bambino» replicò Dalila. «Tornando a quella donna, figurati che mi ha supplicata di fare attenzione, perché è convinta che la prossima a morire sarò io. Secondo lei, dal momento che mio padre e la moglie si erano lasciati e che, per quanto ne sappiamo, non aveva una relazione, allora la persona più vicina a lui ero io. Ne sembrava seriamente convinta.»
«Mi piacerebbe parlare con quella donna, se solo riuscissi a trovare una scusa per avvicinarla o per convincerla a concedermi un'intervista» osservò Oliver. «Purtroppo non sarà molto semplice, quindi è meglio rinunciare sul nascere. Che idea ti sei fatta di lei?»
«Che, se mio padre è stato ucciso come abbiamo ipotizzato, Gabrielle Delacroix non c'entri un caz-...» Dalila si interruppe, per poi correggersi: «Non c'entri niente con il delitto. Non avrebbe senso autoproclamarsi colpevole di una maledizione e sbandierare ai quattro venti le loro tensioni passate.»
Oliver obiettò: «Ci sono anche assassini attention seeker. Alcuni vanno negli studi televisivi mettendosi in mostra dopo la morte violenta di qualche loro parente o amico, che poi si scopre essere stato ucciso da loro stessi.»
Dalila puntualizzò: «Quel tipo di assassini, solitamente, non hanno un'autonomia di oltre diciotto anni, prima di essere smascherati, ma al massimo di una settimana o dieci giorni. In più, rimane il dettaglio non indifferente che chi ha ucciso Alexandre Mercier è riuscito non solo a entrare liberamente in azienda, ma anche ad andare a raggiungere il suo ufficio. Doveva sapere per certo dove si trovasse. Non poteva certo chiedere notizie di lui in portineria o al centralino.»
«Quindi torniamo a qualcuno che là dentro ci andava quotidianamente, o quantomeno spesso.»
«So dove vuoi arrivare, Fischer. Però Pietro aveva appena ventidue anni, quando mio padre è morto, e ritengo improbabile che, a quell'età, avesse qualcosa a che vedere con lui.»
Oliver scosse la testa.
«Non lasciarti suggestionare da Gabrielle Delacroix, ti prego.»
«Non ne sono affatto suggestionata» chiarì Dalila. «Dice che il primo effetto della "maledizione" è stata la morte di suo marito, ma in realtà suo marito è morto per le pessime condizioni di sicurezza dell'automobilismo degli anni '80, specie durante le sessioni di test, in cui spesso non c'erano mezzi di soccorso a sufficienza. Xavier non ha niente a che fare con ciò che stiamo cercando. Era un amico di mio padre, tutto qui.»
«Un amico di tuo padre, definizione un po' altisonante, non credi?»
«Papà lo considerava tale. Immagino che avesse diritto di parlare dei suoi rapporti con Delacroix, se ce l'hanno anche quelli che si fanno dei film in proposito.»
***
Xavier Delacroix sembrava un'anima in pena, come se ogni singolo intoppo, per quanto fosse piccolo, lo stesse allontanando dalla pace dei sensi. Era molto probabile che non vedesse l'ora di salire in macchina, dove sarebbe finalmente sfuggito al controllo di Gabrielle. Valerio era più che mai convinto che il loro non fosse un matrimonio felice, nonostante Xavier facesse di tutto per convincersi del contrario. La signora Delacroix gli stava addosso come un falco affamato e, per quanto fosse comprensibile la difficoltà nel fidarsi di lui dopo un tradimento, il fatto che il marito fosse tornato da lei sembrava non bastarle mai.
Scendere in pista era un discorso rimandato a più tardi, quella mattina. Un guasto improvviso aveva richiesto un intervento non previsto, il quale era ancora in corso. C'era qualche problema legato al motore turbo, come spesso accadeva, ma era meglio quanto capitava in un test, piuttosto che in altre situazioni.
Valerio non fu in grado di resistere alla tentazione di avvicinarsi al suo compagno di squadra, che si trovava in disparte, per fortuna non affiancato dalla temibile Gabrielle.
«Sembra che tutto sia contro di te» osservò. «Hai dovuto aspettare così tanto... e adesso devi aspettare ancora. È proprio una congiura.»
Xavier gli scoccò un'occhiata di fuoco.
«Cosa vuoi ancora?»
«Sei appena tornato e sei già nervoso» borbottò Valerio, nonostante avesse già fatto anche poco prima un simile commento. Era meglio ribadire il concetto. Si concesse anche il lusso di affermare: «Forse avresti fatto meglio a restartene a casa.»
Xavier insinuò: «Cosa c'è, per caso hai già paura della mia presenza? Strano. Voglio dire, è chiaro che, adesso che ci sono io, non continuerai a stare al centro dell'attenzione, ma non sei tu quello che ha sempre affermato di non temere il confronto diretto?»
«Infatti non temo il confronto diretto» ribatté Valerio. Dato che, in fondo, si divertiva mettere Xavier a tu per tu con le proprie debolezze, aggiunse: «Diversamente da te, ovviamente.»
Xavier si irrigidì, ma non replicò. Dopo qualche istante, affermò: «Devo andare a pisciare. È stato un piacere parlare con te, come sempre.»
Senza aggiungere altro, gli passò accanto e si allontanò. L'impianto sul quale si svolgeva la sessione di test era uno di quelli all'avanguardia, quindi vi erano dei servizi igienici degni di essere definiti tali. Non fu una sorpresa vedere Xavier andare nella direzione in cui si trovava il bagno. In altre strutture, sarebbe stato necessario andare a nascondersi dietro un muro per poi urinare contro il muro stesso.
Passò qualche minuto e Delacroix non fece ritorno. Valerio si diresse verso la toilette. Trovò Xavier nell'antibagno, di fronte al lavandino. Appariva pensieroso, come del resto gli era sembrato fin da quando l'aveva rivisto, quella mattina.
Gli si avvicinò e azzardò: «Va tutto bene?»
Xavier si girò a guardarlo.
«Non dovrebbe?» Il suo tono era gelido. «È tutto a posto, ma lo sarebbe ancora di più se potessi starmene in santa pace almeno al cesso.»
«Sì, certo» ammise Valerio, «Ma vorrei solo scusarmi con te per essere stato sgradevole, prima.»
L'espressione torva di Xavier si addolcì.
«Tu sei sempre sgradevole, non è successo solo prima.»
Valerio sorrise.
«Vogliamo parlare di te? Ho fatto di tutto per venirti incontro, ti ho anche invitato a uscire insieme stasera...»
«Grazie per l'invito, ma perché devi interpretare per forza la parte dell'amico?» obiettò Xavier. «Non ti si addice affatto. I veri amici non ti prendono a sportellate quando sei in lotta per il mondiale.»
Valerio si arrese: «Va bene, se vuoi parlarne a tutti i costi, allora parliamone e mettiamo le cose in chiaro! Quell'incidente l'avremmo evitato tranquillamente, se tu non mi fossi venuto addosso!»
«Sei tu che sei venuto addosso a me» puntualizzò Xavier, «E tutto perché volevi battermi a tutti i costi.»
«Se la metti così, è meglio che te lo ribadisca: in pista il mio obiettivo è battere chiunque sia alla mia portata. Quando guido, di amici non ne ho, e non dovresti averne neanche tu. Capisco che sia dura da accettare, per te che sei sempre stato messo su un piedistallo, ma non è che tutto l'universo ruoti intorno a te. In più, detto sinceramente, mi sembra assurdo stare a discutere per un fatto accaduto così tanto tempo fa. Quante cose sono successe nel frattempo? In tutta onestà, credo che quel nostro incidente non abbia più importanza.»
«Facile dire che non ha importanza, se dirlo serve per pararti il culo.»
Valerio sbuffò.
«Hai rotto i coglioni, Xavier. Però, se proprio vuoi litigare a tutti i costi, io ci sono, basta solo che fai un fischio.»
Gli voltò le spalle e fece per allontanarsi, ma la voce di Delacroix lo trattenne, chiedendogli di restare.
Valerio tornò a girarsi e, per qualche istante, si fissarono in silenzio. Infine, Xavier affermò: «Per me, quello che è successo tra noi non è stato un fatto da niente come lo descrivi tu. Certe cose non dovrebbero succedere, tra compagni di squadra.»
«Però succedono» obiettò Valerio, «E non si può fare altro che lasciarsele alle spalle. È stato un contatto senza conseguenze, nessuno si è fatto male. Non è questa la cosa più importante?»
Xavier abbassò lo sguardo e anche Valerio si ritrovò a fare lo stesso. Era chiaro che tutti e due stessero pensando alla triste fine che, a differenza loro, aveva fatto il povero Karl.
Rimasero in silenzio, ancora una volta, uno di fronte all'altro. Fu Valerio il primo a parlare, riferendosi all'infortunio che aveva messo fuori gioco il compagno di squadra per qualche mese: «Quando ti ho visto tra le lamiere di quello che restava della tua vettura, ho temuto che anche tu avessi fatto la stessa fine di Graber. Non l'avrei sopportato.»
Xavier alzò gli occhi e lo fissò.
«Ci vuole ben altro per uccidermi!»
Valerio ribatté: «Lo spero bene. Anche dopo, ho temuto che questo giorno non arrivasse mai. Mi sei mancato, dico sul serio.»
«Non parlare troppo presto» gli suggerì Xavier. «Guardando al passato, non penso che la nostra convivenza come compagni di squadra sarà molto tranquilla.»
«Probabilmente no» ammise Valerio, «Ma non ha alcuna importanza. È molto probabile che ci saranno episodi controversi e polemiche, che finiremo per litigare di nuovo, ma oggi non mi interessa. Sei qui, stai bene e, quando quel dannato motore ti farà la grazia di accendersi senza fare storie, tornerai in pista. E stasera usciremo tutti e quattro insieme, io, tu, la tua signora e un'accompagnatrice che ancora non ho scelto, come se fossimo amici da sempre.»
«Io posso sforzarmi, ma non credo che Gabrielle riuscirà a trattarti come un amico» replicò Xavier. «Non sono sicuro che uscire tutti insieme sia una buona idea.»
«Perché ti piace vedere sempre tutto nero. Sii positivo, Xavier.» Valerio gli strizzò un occhio. «Pazienza se tua moglie è gelosa di me. Chissà, magari sarà la volta giusta in cui riuscirò a spiegarle che non ho mai provato attrazione sessuale per un uomo e che non ha niente di cui preoccuparsi.»
Xavier avvampò.
«Queste allusioni mi mettono un po' a disagio.»
Valerio ridacchiò.
«Cosa ti turba? Per caso ti piaccio in quel senso?»
«Anch'io non sono mai stato attratto sessualmente da un uomo» chiarì Xavier, «E devo ammettere che essere attratto da un solo genere è una fortuna: sono un uomo sposato, è già abbastanza difficile resistere al fascino di certe donne, sarebbe ancora più complicato se, oltre al loro, dovessi resistere anche al fascino di certi uomini. Meno solo le persone che ti attraggono sessualmente, più è facile controllarsi e non cadere in tentazione!»
«Mi piace il tuo modo di pensare» ribatté Valerio, «Ma credo che tua moglie non sia indifferente alla nostra alchimia. È questo che le dà davvero fastidio, se mi è consentito esprimere un parere.»
Xavier sospirò.
«Dobbiamo per forza parlare di lei?»
«No.» Valerio lo guardò negli occhi. «Non se non vuoi.»
Il suo compagno di squadra, invece di sviare l'argomento, gli confidò: «Sai, io e Gabrielle non avevamo mai parlato seriamente di sposarci. Forse è stato proprio questo che ci ha condizionati e che ci condiziona tuttora.»
Le parole di Xavier convinsero Valerio che il proprio sospetto, del quale non gli aveva mai parlato, fosse fondato. La prima gravidanza di Gabrielle doveva essere stata la ragione che li aveva condotti al matrimonio, quando erano ancora molto giovani. Dovevano essersi sentiti spiazzati e avere optato per quella che vedevano come l'unica soluzione possibile. Era palese che, a distanza di un decennio, entrambi si sentissero legati reciprocamente da un forte senso del dovere. Inoltre, seppure non fosse bello formulare un pensiero così cinico, Valerio non si sarebbe sorpreso, se avesse scoperto che la vera ragione che teneva la signora Gabrielle legata al marito, nonostante una relazione travagliata e infelice, fosse la difficoltà nel lasciare un uomo famoso e desiderato da chissà quante altre donne.
Delacroix proseguì: «Non fraintendermi, amo la mia famiglia, ma mi capita di chiedermi anche troppo spesso come sarebbe stata la mia vita se le cose fossero andate diversamente. A volte vorrei essere al posto tuo, non per cambiare ragazza ogni giorno, ma per essere in primo luogo me stesso, anziché essere prima di tutto il marito di Gabrielle o il padre dei miei figli.»
«Non mi aspettavo che ti saresti messo a fare questi discorsi qui al cesso» ammise Valerio. «Non così, peraltro, dato che due minuti fa stavamo parlando di quel famoso nostro incidente.» Fece una breve pausa. «Forse era meglio, non credi?»
Xavier annuì.
«Sì, hai ragione, e volevo dirti che, se ci provi di nuovo, ti ritrovi spalmato contro le barriere. Sono stato chiaro?»
Valerio accennò un sorriso, nel replicare: «Sei stato chiarissimo.» Si fece poi serio, nel proseguire: «Adesso, però, vorrei essere chiaro anch'io. Io non sono né un marito né un padre, ma sono in pochi a vedermi per quello che sono davvero. C'è chi mi vede come il classico ragazzo bello e dannato, chi mi considera un ragazzo ricco e viziato che ha sempre avuto tutte le porte aperte... e nessuno che si preoccupi della mia vera identità, invece che delle etichette che mi hanno cucito addosso. Tu mi hai sempre trattato per come sono veramente, nel bene e nel male. Da quando sono arrivato alla Vertigo, mi sono affezionato a te anche e soprattutto per questo. Sei forse la persona a cui sono più legato in assoluto... e no, non è affatto piacevole ritrovarmi di volta in volta accanto a una donna alla quale voglio meno bene che a te. Non è così che dovrebbe funzionare. Immagino che per te, che sei sposato e hai famiglia, sia abbastanza chiaro chi è il centro della tua vita, anche se la signora Gabrielle è brava a rompere le palle, quando si impegna. Per me, però...»
Xavier lo interruppe: «Se è una dichiarazione d'amore, non sono pronto. Va bene, non provi attrazione sessuale nei miei confronti, ma anche un'attrazione platonica sarebbe un po' imbarazzante.»
«In realtà, volevo solo mettere in chiaro, come se ce ne fosse bisogno, che non faccio sconti a nessuno» replicò Valerio, evitando di insistere sull'ultima parte del discorso lasciato a metà. «Ho vinto un mondiale senza di te - perché se non lo dico io arriverai a specificarlo tu, questo è poco ma sicuro - ma non ho intenzione di stare a guardare mentre tu cerchi di ricostruire la tua posizione.»
Xavier volle sapere: «In sintesi, cosa stai cercando di dirmi?»
«Che quando entro nell'abitacolo non ho amici, ma solo avversari. Dovrebbe funzionare così anche per te ed è quello che mi aspetto.» Valerio gli strizzò un occhio. «In ogni caso, non penso che riuscirai a spalmarmi contro le barriere molto facilmente, quindi ti conviene startene tranquillo al posto tuo.»
«Grazie per il consiglio» ribatté Xavier, «Ma vorrei dartene uno io, se permetti.»
«Ti ascolto.»
«Non portarti a letto donne a cui tieni di meno di quanto tu tenga a me.»
«Hai paura che pensi a te durante l'intimità?»
«No, semplicemente significa che stai perdedo tempo.»
Valerio sentenziò: «È l'uomo sposato e moralista che parla, non il vero te stesso. Avrò tutto il tempo per sistemarmi, a condizione di vivere a lungo. Per il momento è meglio evitare le imposizioni.»
Xavier ripeté: «Imposizioni?! L'amore non è certo un'imposizione.»
Valerio scosse la testa.
«Dubito che sarà così, per me.»
«Perché dici questo?» obiettò Xavier. «Hai davvero paura che nessuna donna possa mai innamorarsi di te? Che preferiscano il tuo successo, i tuoi soldi o il tuo sguardo di ghiaccio alla tua anima?»
Valerio ribadì: «Non è così che funziona, per me. Ho una famiglia ingombrante, lo sai. Mi dirai che è stupido pensare a loro adesso che ho trent'anni e faccio quello che mi pare, ma sento che mi stanno condizionando, che cercano di farlo anche adesso. Si impegnano a mettermi intorno figlie di amici di famiglia e, in generale, donne che vedrebbero bene al mio fianco. Lo sai, faccio fatica a resistere al fascino femminile. Prima o poi cadrò nella rete di una di loro.»
«Da come lo dici, sembra che sia un male.»
«E infatti lo sarebbe.»
«Quindi sei tu che hai paura di amare?»
«No, affatto. Semplicemente finirei per mettermi insieme a una donna che non amo, la sposerei in nome delle aspettative altrui e mi ritroverei in breve tempo come te quando hai incontrato Natalie. La sola differenza è che, almeno tu, in fondo ami tua moglie, anche se vorresti scappare a gambe levate.»
«Se non avessi mai amato Gabrielle, forse sarebbe stato più semplice prendere una decisione, quando ho incontrato Natalie» replicò Xavier. «È brutto sposare una persona che non ami, ma se poi dovessi incontrare davvero la donna giusta, sarebbe più facile guardare oltre.»
«Sei troppo ottimista» ribatté Valerio. «Se mi sforzo, posso immaginare senza troppe difficoltà il mio futuro: un fidanzamento approvato da tutti i Villa al gran completo, la totale impossibilità di cambiare idea e, chissà, magari la donna giusta alla quale sarò costretto a rinunciare per sempre. Questo, ovviamente, nel migliore dei casi.»
Xavier azzardò: «E nel peggiore?»
«Nel peggiore, non rinuncerò alla donna giusta, qualcuno mi scoprirà e dovrò sborsare un notevole quantitativo di denaro per farlo tacere e non fare cadere i miei castelli di carte.»
«Mi auguro che tu possa avere un destino migliore.»
«Grazie, ma non credo così tanto nella mia capacità di tenermi lontano da questo tipo di guai.» Valerio sorrise. «Tra una ventina d'anni, mi troverai ad andare avanti e indietro nella mia stanza, come un'anima in pena, consapevole di non avere una via d'uscita.»
Xavier insisté: «Non farai questa fine.»
Valerio sospirò.
«Mi sopravvaluti, ma è meglio così. Almeno tu, mi consideri migliore di quello che sono. È comico che sia proprio tu, a ritenermi tale, ma ho capito fin dal primo giorno che se tutti ti ammirano c'è un motivo.»
«Basta con gli elogi» ribatté Xavier. «Ti ripeto che questi discorsi, oltre che strani, sono un po' imbarazzanti.»
Valerio obiettò: «Non vedo perché dovrebbe imbarazzarti. Vivo da sempre tra le convenzioni e tutto ciò che ho sentito appartenermi davvero è labile e sfugge via prima ancora che io possa fare in tempo ad accorgermene. Poi ci sei tu. Non posso dire che essere andare d'accordo con te sia facile e l'essere letteralmente l'opposto l'uno dell'altro non è d'aiuto, così come il fatto che te la prendi così tanto per qualsiasi polemica. Però l'affetto che provo per te è sincero e vorrei che questo non fosse messo in dubbio.»
«Mhm.» Xavier non sembrava molto convinto. «Posso essere sicuro che non cercherai di baciarmi, adesso?»
«Puoi stare tranquillo» lo rassicurò Valerio. «Però posso almeno abbracciarti? È quello che avrei dovuto fare non appena ti ho rivisto.»
Xavier si lamentò che gli italiani erano troppo calorosi, ma non si sottrasse alla sua stretta. Quando, per scherzare, gli sfiorò con le labbra la cicatrice, rise insieme a lui. Valerio non poteva immaginare che quello sarebbe stato un bacio di addio.
«È meglio che vada, prima che qualcuno si chieda se sono finito giù per lo scarico del cesso» si congedò Delacroix, prima di allontanarsi. Fu l'ultima volta in cui Valerio lo vide vivo.
***
La ricerca dell'orecchio dell'asinello del presepe era ormai arrivata a un punto morto, mentre Oliver ascoltava il racconto di come la relazione tra Villa e Delacroix fosse ben diversa da come gli appassionati di automobilismo si immaginavano. Non sarebbe servito affatto raccontarlo, specie ai tifosi più accaniti, che non avrebbero deviato di mezzo metro dalla loro strada.
«Penso che, se mio padre avesse conosciuto il termine "bromance", probabilmente avrebbe definito così il suo rapporto con Xavier.» Dalila ridacchiò. «Non so se Delacroix avrebbe fatto altrettanto, ma sono abbastanza convinta che fosse reciproco.»
Oliver si alzò in piedi, prendendo in braccio Mirko.
«Cosa ne dici se lo facciamo dedicare a qualche attività da bambino, mentre noi continuiamo a parlare?»
Dalila annuì.
«Venite in soggiorno. Essenzialmente è diventato il suo campo di battaglia.»
Oliver la seguì nell'altra stanza. Mise Mirko sul tappeto-puzzle di gomma dai colori sgargianti, poi raggiunse Dalila sul divano, affermando: «In sintesi, bromance a parte, abbiamo Gabrielle Delacroix, a cui non piaceva Valerio Villa perché lo considerava troppo vicino al marito. È convinta di avere scagliato accidentalmente una maledizione su Villa e che Delacroix sia stato la prima vittima. In più pensa che questa maledizione sia ancora più viva che mai e che stia continuando a seminare vittime.»
«Crede che io possa essere la prossima e mi ha messa in guardia» replicò Dalila. «Per quanto esistano possibilità che qualcuno possa avere intenzione di mettere fine alla mia vita, non penso che sarebbe effetto della maledizione.» Sospirò. «Purtroppo, non avendo confidenza con lei, non ho potuto dirle di andare a cagare e di tornare nella realtà.»
«Non essere così drastica, Dalila» la rimproverò Oliver. «Lo so, andare in giro a sbandierare ai quattro venti di credere che una maledizione stia facendo morire delle persone da oltre quarant'anni è un po' azzardato, ma non dovremmo prenderla come una follia. Sono in tanti a credere a qualcosa che non si può vedere e, in effetti, non abbiamo una conoscenza completa di tutto.»
«Capisco quello che vuoi dire» ammise Dalila, «Ma il modo in cui la signora Gabrielle ne parlava era talmente fuori contesto da apparire surreale.»
«Pensi che mentisse?»
«No, come ti ho detto. Non avrebbe avuto senso. Gabrielle Delacroix Fiorucci non c'entra assolutamente nulla con la morte di mio padre, né aveva modo di assassinare Alexandre Mercier. Anzi, se avesse avuto qualcosa da nascondere, molto probabilmente non avrebbe ammesso di sapere che Alexandre Mercier fosse il figlio segreto di Delacroix, né di avere pagato la signorina Natalie affinché si sposasse con un altro uomo e non si mettesse mai più in contatto con Xavier. Non aveva alcun motivo per riferire tutto questo ad Alysse, non credi?»
«Penso che tu abbia ragione.»
«Mi fa piacere sentirtelo dire.»
«Però siamo di nuovo al punto di partenza» puntualizzò Oliver, «E non abbiamo modo di fare progressi.»
«Invece sì, di progressi se ne possono fare tanti, perché la vicenda di Gabrielle Delacroix è solo una piccola parte del tutto» gli rivelò Dalila. «Quando la signora se n'è andata, sono rimasta da sola con Alysse, che mi ha chiesto delucidazioni sul nome dell'hotel in cui mio padre alloggiava nel fine settimana in cui è morto. Ho immaginato che volesse andare a fare qualche ricerca sull'inserviente che sembrava sapere troppe cose, quindi le ho detto che non mi ricordavo del nome del posto e che, se per caso mi fosse venuto in mente, glielo avrei riferito.»
«Davvero non te lo ricordi?»
«Me lo ricordo benissimo, in realtà, e ho scoperto che esiste ancora.»
«Eppure non ne hai fatto menzione con Alysse, mi pare di capire» osservò Oliver. «Posso chiederti il perché di questa scelta?»
«Perché la figlia di Valerio Villa sono io» ribatté Dalila. «Alysse Mercier, per quanto mi riguarda, può tranquillamente pensare alla morte di suo marito. In fondo la conosco appena, non sono certa di potermi fidare al cento per cento di lei. In più, se la signora Gabrielle dovesse avere ragione, potrei essere il primo nome nella wishlist dell'assassino.»
«Wishlist? Hai uno strano modo di esprimerti.»
«Ne sono consapevole, ma non vedo che importanza possa avere in questo momento.»
«Immagino che adesso tu voglia andare a fare ricerche sul posto» azzardò Oliver. «Vuoi che venga con te?»
«Ci sono già stata qualche giorno fa» gli comunicò Dalila. «Ho fatto credere a mia madre di dovere andare a fare un servizio fotografico a un matrimonio fuori città e le ho affidato Mirko per tutta la giornata. Invece sono andata in quell'hotel e ho avuto la fortuna di parlare con una receptionist piuttosto pettegola che lavora là da venticinque anni. La prima cosa che mi ha detto, quando le ho chiesto dei dipendenti che lavoravano là in passato, è stata: "per ragioni di privacy, non posso darle informazioni riservate". Io, però, ho capito che aveva il desiderio di dare sfogo alle proprie corde vocali e, a poco a poco, mi sono fatta raccontare dei fatti molto interessanti.»
«Hai scoperto chi fosse l'inserviente?»
«Purtroppo no. La receptionist mi ha spiegato che l'albergo si è sempre servito di un'impresa di pulizie e che è molto improbabile che un uomo venuto per pulire fosse al corrente del fatto che un cliente dovesse o non dovesse vedere qualcuno. In più, l'impresa di pulizie non è mai andata là di sera.»
Oliver dedusse: «Quindi quell'inserviente potrebbe non essere un vero dipendente, né dell'albergo, né dell'impresa di pulizie.»
Dalila annuì.
«Ottima intuizione, Fischer. Questo cosa ti fa pensare?»
«Che è facilissimo aggirarsi dove non si dovrebbe, a condizione di essere in grado di procurarsi una divisa da lavoro» rispose Oliver. «A quanto pare, il tuo amico inserviente cercava proprio Villa e ha fatto in modo che tu e Alexandre ve ne andaste. Credo esistano due potenziali motivazioni: la prima è che avesse ucciso Villa e volesse impedirvi di trovare il cadavere.»
«La seconda, invece?»
«Valerio Villa potrebbe essere davvero morto di morte naturale. Il finto inserviente si è limitato a lasciarlo morire, anziché soccorrerlo. Non sappiamo perché, ma potrebbe essere accaduto.»
«È un'idea interessante, che dovremmo tenere in considerazione» convenne Dalila. «Questo potrebbe spiegare perché, effettivamente, non ci siano mai stati sospetti.»
«Hai detto che la signora della reception ti ha raccontato dei fatti molto interessanti» realizzò Oliver, a quel punto. «Hai parlato al plurale: fatti. Cosa ti ha detto?»
Dalila lo informò: «Una persona illustre ha lavorato presso quell'albergo, proprio in quell'epoca. Sono riuscita a farmi dire in che periodo abbia fatto parte del personale e coincide perfettamente, la receptionist mi ha riferito per filo e per segno tutto su di lei.»
«Chi è quella persona illustre?»
«Prova a indovinare, Fischer.»
Oliver obiettò: «È troppo difficile. Dipende tutto da cosa intendi per persona illustre.»
«Per i miei standard, avrebbe potuto tranquillamente continuare a fare la cameriera a vita» chiarì Dalila. «Si tratta di Mariarosa Mariani.»
«Il nome non mi dice niente.»
«Allora ti do un indizio: alcuni anni dopo ha pubblicato un video in cui spiegava come applicare il mascara sulle ciglia, è diventata virale e, nel giro di poco tempo, ricca sfondata.»
Oliver spalancò gli occhi.
«Mara Mask?»
«Proprio lei» confermò Dalila. «Ammettilo, Fischer, ti ho servito un bel plot twist.»
«Sì, non è niente male» rispose Oliver, «Anche se non ho idea di cosa farmene di una simile informazione.»
«Non lo so nemmeno io, se può consolarti» ribatté Dalila, «Ma mi sembra opportuno tenercelo in mente. Potrebbe esserci utile nel prossimo futuro.»
«Può esserci utile? L'informazione, intendi, oppure Mara Mask in persona?»
«Mi riferivo all'informazione. Però, considerando che Selena Roberts la conosce, potremmo considerare utile anche Mara Mask, chi può dirlo.»
Oliver chiese a Dalila di condividere eventuali altre informazioni, ma la Colombari sostenne di non avere altro di importante da riferirgli. Sostenne, anzi, che l'avere scoperto i trascorsi di cameriera della famosa influencer era già stato più di quanto avessero potuto sperare di venire a sapere. Non aveva tutti i torti, pertanto preferì non essere troppo insistente e si limitò a prometterle di non mettere Alysse Mercier a conoscenza di quanto gli avesse riferito, quando Dalila gli fece quell'esplicita richiesta.
«Stai tranquilla» la assicurò Oliver, «Sarò muto come un pesce. Non c'è motivo di metterla al corrente di fatti che non la riguardano.»
In quel momento, Dalila non disse nulla. Fu solo quando Oliver fu sul punto di andare via, che gli chiese: «Credi che possiamo fidarci di lei?»
«Non lo so» ammise Oliver. «L'idea che abbia fatto fuori suo marito è allettante, ma mi sembra troppo improbabile.»
C'era invece chi era convinto di quella teoria, ma avrebbe avuto modo di scoprirlo soltanto in un secondo momento. Quando rincasò, più tardi, ebbe la strana impressione di essere osservato, anche se non notò nessuno nei dintorni. L'oscurità, comunque, poteva essere un'ottima complice, nel caso qualcuno fosse stato in agguato.
Soltanto mentre infilava la chiave nella serratura della porta di casa, Oliver avvertì finalmente una presenza. Una mano lo afferrò per un braccio e una voce lo informò: «Devo parlarti, Fischer.»
Oliver si girò lentamente. L'altro mollò la presa.
«Posso avere l'ardire di chiederti di che cosa?»
Pietro Bruni, di fronte a lui, rimase in silenzio.
Oliver insisté: «Cosa sei venuto a fare? Chi ti ha detto dove trovarmi?»
«Non è stato molto difficile» mise in chiaro Pietro. «Non l'avrei fatto, se non fosse necessario.»
«Addirittura necessario?» obiettò Oliver. «Che cos'hai in mente? Vuoi forse divungare fatti della vita privata di Selena Roberts e sei venuto qui per mettermi al corrente?»
Pietro Bruni scosse la testa.
«Sei completamente fuori strada. Non me ne frega niente della vita privata di Selena Roberts e, a dire il vero, fintanto che non mi tocca persomalmente, nemmeno della tua.»
Oliver rimarcò: «Eppure non è quello che sembrava, qualche tempo fa.»
«Credo sia il momento di giocare a carte scoperte, Fischer» replicò Pietro, «Altrimenti non arriveremo mai a una conclusione.»
«Conclusione?»
«Non mi sembra il caso di parlarne qui. Mi fai entrare?»
«Farti entrare?» Oliver rise, sprezzante. «Che cosa ti fa pensare di essere il benvenuto in casa mia?»
«Non me ne fotte un cazzo di essere il benvenuto in casa tua» mise in chiaro Pietro, «Ma immagino che dentro ci siano meno possibilità di avere orecchie indiscrete all'ascolto. È una faccenda piuttosto delicata.» Bruni abbassò la voce. «Alexandre Mercier.»
«Che cosa sai di lui?»
«Non qui fuori.»
Oliver aprì la porta.
«Prego, entra. Voglio pensare che tu non sia qui per uccidermi.»
Entrarono. Mentre Oliver chiudeva la porta, Pietro chiarì: «Non intendo uccidere nessuno. Intendo piuttosto scoprire chi abbia ucciso Mercier.»
«Non si è suicidato?»
«Non prendermi per il culo, Fischer. Pensi che non l'abbia capito che stai indagando sulla sua morte?»
«Oh.»
«Immagino che fosse il tuo intento fin dall'inizio e che Selena Roberts fosse una tua complice. Bella pensata, quella di fingervi amanti. Quando Edward ha tentato di salvare la situazione, dopo che gli hai riferito quella che era una conversazione privata, ne ho avuto le prove. Mi ha raccontato una storia assurda a proposito del fatto che sono una coppia aperta e che non devo impicciarmi. Mi ha minacciato di mettere in mezzo Mara Mask per screditarmi.»
«Se fossi al posto tuo, non sottovaluterei Mara Mask» replicò Oliver. «Quella donna ha un potere enorme.»
«Me ne sbatto del potere di Mara Mask, delle chiacchiere di Edward Roberts e anche del fatto che Dalila sia in combutta con te fin dal principio - perché è così, non provare a negare» tagliò corto Pietro. «Se sono qui, è perché voglio vederci chiaro sulla morte di Mercier e penso che tu possa essermi d'aiuto.»
«Cosa ti fa pensare che voglia aiutarti?»
«Non penso che tu voglia aiutarmi, ma piuttosto che abbiamo lo stesso obiettivo. Non ti piacerebbe vedere il luogo del delitto?»
«Sì, molto.»
«Io ti ci posso portare.»
«Accetto.»
Pietro Bruni rise, sprezzante.
«Basta così poco per comprarti?»
«Comprarmi?» obiettò Oliver. «Mi dispiace deluderti, ma non hai capito proprio un cazzo. Io voglio scoprire chi ha ucciso Alexandre Mercier e, per realizzare questo obiettivo, non ho problemi a collaborare con persone che non mi piacciono.»
«Bene» concluse Pietro. «Vale la stessa cosa anche per me. Sabato della prossima settimana ti mostrerò il luogo dove tutto è iniziato.»
«Perché proprio sabato della prossima settimana?»
«Perché non ci saranno i dipendenti e Marina sarà in un altro continente. E prima che tu me lo chieda, non voglio ucciderti. Non sarei così idiota da portarti in azienda da me ed eliminarti là, lasciandoti più di una settimana per informare tutti di dove sarai e con chi.»
Oliver convenne: «Mi sembra un ragionamento assolutamente sensato.»
«Però rispetterai una condizione» mise in chiaro Pietro. «Ci sono due persone che non devono sapere niente di tutto questo. La prima è Alysse Mercier...»
Oliver lo interruppe: «La seconda è Dalila, immagino.»
Pietro confermò: «Esatto. Non dirle nulla, o salta tutto. Non credo che ti convenga mandare tutto in vacca.»
MILLY SUNSHINE // Mentre la Formula 1 dei "miei tempi" diventa vintage, spesso scrivo di quella ancora più vintage. Aspetto con pazienza le differite di quella attuale, ma sogno ancora uno "scattano le vetture" alle 14.00 in punto. I miei commenti ironici erano una parodia della realtà, ma la realtà sembra sempre più una parodia dei miei commenti ironici. Sono innamorata della F1 anni '70/80, anche se agli albori del blog ero molto anni '90. Scrivo anche di Indycar, Formula E, formule minori.
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Milly Sunshine