Il sedicesimo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Buona lettura. *-*
I raggi di sole cercavano di insinuarsi nell'oscurità, ma con scarso successo. Le luci artificiali brillavano ancora. Erano le stesse di Jeddah, anche se non vi era più alcuna traccia del circuito. Tina camminava, senza sapere quale fosse la direzione da seguire. Poteva ripensare a quella sensazione così vaga, eppure così definita. Se solo non avesse lasciato scaricare la batteria...
Doveva andare da Oliver, verificare se quel pensiero assurdo che le aveva attraversato la mente di colpo durante la drivers parade potesse essere corretto. Era difficile riconoscere qualcuno a distanza di così tanti anni, ma doveva arrivarci in fondo e scoprire se la sensazione che aveva avuto potesse essere corretta.
Continuò a camminare. Le sembrava di cercare Oliver, ma non vi era traccia di lui, in quella notte silenziosa. Le sembrava che non ci fosse nessuno, almeno finché non vide un uomo venirle incontro. Non sapeva chi fosse, o almeno così credeva.
Si fermarono l'uno di fronte all'altra, restando in silenzio. Si fissarono a vicenda. Tina aveva di fronte una figura eterea, che assunse improvvisamente un nome.
«Non mi aspettavo di incontrarti, è stato un grosso colpo di scena» disse Keith Harrison. «Sei la moglie di Fischer, giusto?»
Tina annuì.
«Sì, lo sto cercando.»
«È troppo tardi» replicò Harrison, «Non appartenete più allo stesso mondo.»
Tina non ricordava con esattezza cosa fosse successo, ma sapeva che quelle parole erano vere. Eppure aveva bisogno di parlare con suo marito.
«Devo dirgli una cosa importante. Un uomo è stato ucciso, forse addirittura due.»
«Adesso è tutto chiaro» osservò Harrison. «Sei qui perché speri che possa aiutarti a metterti in contatto con lui.»
Tina lo guardò negli occhi.
«Davvero potresti?»
«Non lo so. Potevo raggiungerlo, in passato, ma non sono sicuro che possa funzionare ancora. Ormai il legame che ci univa si è spezzato. L'ho lasciato andare, perché la verità era già venuta alla luce.»
Le parole di Harrison erano più spiazzanti che mai, ma Tina cercò di non scomporsi, nel chiedergli: «L'hai aiutato tu a scoprire cosa fosse successo davvero a Herrmann e, di conseguenza, a te?»
Harrison scosse la testa.
«Non lo sapevo. Non ho potuto evitarlo. Ho un vago ricordo delle fiamme, ma non di tutto il resto. Ciò nonostante, ho aiutato Fischer a scoprire che cosa lo legasse a Herrmann.»
«Oh» esclamò Tina, «Quindi quella di Oliver non era una semplice curiosità disinteressata.»
«È da poco che sei da questa parte» replicò Harrison. «Le nostre dinamiche non ti sono ancora chiare. Figurati che non lo erano nemmeno a noi.»
«A voi, dici» osservò Tina. «Oliver, però, è dall'altra parte.»
«Immagino che tu sappia che, da ragazzino, ha avuto un grave incidente, un caduta in cui ha battuto violentemente la testa sulle scale.»
«Sì, lo so, l'ha superata da molto tempo e ci scherza su. Una volta, quando gli ho chiesto come faccia a parlare perfettamente quattro lingue, mi ha risposto che, quando si è risvegliato dal coma, semplicemente le conosceva. Gli ho detto che non dovrebbe scherzare su queste cose, ma...»
Harrison la interruppe: «Non scherzava. Quella caduta ha reso Oliver un po'... speciale, diciamo. È stato sveglio abbastanza da nasconderlo. Ha capito subito in che lingua dovesse parlare e ha scelto un programma scolastico che comprendesse le altre, in modo da non destare sospetti.»
Tina spalancò gli occhi.
«Che cos'è Oliver?»
«Un essere umano, esattamente come te. Diciamo solo che quella caduta l'ha segnato più di quanto le persone intorno a lui abbiano mai creduto.»
«Mhm.»
«Cosa non ti convince?» chiese Harrison.
«È tutto così strano» rispose Tina. «Sembra un sogno dal quale mi risveglierò da un momento all'altro.»
«Mi dispiace deluderti, ma non ti risveglierai» ribatté Harrison. «Però, quando ci hai fatto l'abitudine, non è poi così male. Quando riuscirai a voltare pagina, ti ricongiungerai finalmente con le persone a cui hai voluto bene, se lo vorrai.»
«A te è successo?»
«Sì. Emma è accanto a me.»
«E Patrick Herrmann?»
«Se mi stai chiedendo della loro relazione, appartiene al passato, ormai.»
Tina puntualizzò: «Non sono così fanatica del gossip. Volevo sapere che fine ha fatto Herrmann, se ha finalmente voltato pagina.»
«La situazione di Herrmann è un po' più complessa, ma ti assicuro che sta bene» tagliò corto Harrison. «Veniamo a noi e a Fischer. Che cos'è successo? Che cosa devi dirgli di così importante?»
Tina lo guardò senza proferire parola. Perché avrebbe dovuto riferire per filo e per segno a uno spirito errante una sensazione vaga che aveva avuto a proposito dell'omicidio di Alexandre Mercier?
«Va bene, va bene» si arrese Harrison. «È qualcosa di importante, che però non mi riguarda. Lo accetto, anche se mi piacerebbe sapere che cosa stia combinando Fischer, ultimamente.»
«Fischer sta dando la caccia a una verità sepolta.»
«Tipico di lui.»
«Già» convenne Tina, «E c'è ancora molto da fare, per arrivare alla soluzione. A volte è così facile fidarsi di persone da cui faremmo meglio a guardarci.»
Non fece nomi, ma le venne da chiedersi seriamente se quella definizione potesse applicarsi anche ad Alysse. Perché aveva coinvolto Oliver? Perché scoprisse la verità, o piuttosto perché la aiutasse a confezionarne una totalmente fittizia?
Keith Harrison sentenziò: «A volte ci fidiamo di persone che vogliono farci del male, mentre teniamo a distanza chi, invece, sta dalla nostra stessa parte. È quanto successo a Emma.»
«Non l'ho mai conosciuta, ma mi dispiace per lei» rispose Tina. «Credo che anche Oliver sia rimasto molto turbato dalla sua morte. Non è un argomento di cui parla volentieri.»
Harrison replicò: «Perché dovrebbe esserlo? Fischer non ha nulla di cui sentirsi colpevole, ma sono certo che sia stata difficile da superare. Ogni volta in cui succede qualcosa di grave, vicino a noi, finiamo irreparabilmente per chiederci se sia stata, almeno in parte, colpa nostra.»
A Tina venne spontaneo ripensare all'incontro tra la Mercier e Gabrielle Delacroix. La vedova di Xavier aveva vaneggiato a proposito di una maledizione, che credeva di avere lanciato e che avrebbe tanto desiderato riuscire a spezzare. Era un pensiero che, dal punto di vista razionale, risultava del tutto assurdo, eppure doveva tormentare quella donna da decenni. Chissà se, alla fine di tutto, sarebbe riuscita finalmente a provare un po' di pace. Perché, Tina ne era certa, una conclusione ci sarebbe stata. Non importava quanto, in quel momento, la soluzione di un caso ancora nebuloso fosse ancora lontana. Non credeva troppo ad Alysse, ma si fidava ciecamente di Oliver.
***
A distanza di mesi dal giorno in cui aveva incontrato Dalila Colombari per chiederle di metterla in contatto con Fischer, Alysse non sapeva ancora come muoversi. La sera di Capodanno aveva lasciato intendere a Oliver, alla Menezes e alla stessa Dalila di volersi rivolgere a un investigatore privato affinché questo indagasse sul mistero che aleggiava intorno alla morte di Alex, ma poi non aveva mai messo in atto quell'intento, forse perché era troppo spaventata da ciò che avrebbe potuto scoprire.
Si era limitata ad accettare il lavoro che Tina le aveva offerto qualche settimana più tardi, per essere più vicina ai membri della famiglia Forti. Non era servito a niente, se non a riavvicinarla a Leroy. In quel momento Yannick si trovava al suo fianco, con i capelli dorati spettinati, seminudo e addormentato nel letto a una piazza e mezzo situato nell'appartamento che Alysse aveva preso in affitto già da mesi. Dopo essere stato dimesso dall'ospedale, aveva scelto di recarsi da lei, tanto da farla illudere che fossero una coppia normale. Non sapeva se lo sarebbero mai stati, ma qualcosa aveva iniziato a muoversi. Quando dieci giorni prima aveva pronunciato accidentalmente il nome di Alex in sua presenza - e non aveva idea di come fosse potuto succedere, forse il suo inconscio aveva voluto così - era stata costretta a raccontargli la verità. Gli aveva parlato del presunto suicidio di suo marito e di come non avesse mai creduto alla spiegazione ufficiale. Non che Yannick le avesse regalato grosse soddisfazioni, ma quantomeno si era limitato ad affermare di sperare che un giorno la verità potesse venire alla luce, "qualunque essa fosse", invece di dirle chiaro e tondo che non credeva a quella versione dei fatti.
Con il passare dei mesi e l'incapacità di fare un solo passo avanti, Alysse aveva finito per arrendersi. Un tempo si sarebbe indignata, se qualcuno avesse insinuato che forse si sbagliava, ma era giunta alla conclusione che non vi fossero ragioni per cui qualcuno dovesse darle credito. Ci stava che Yannick vedesse tutto con il beneficio del dubbio, considerando che Alysse era una voce totalmente sola fuori dal coro, ed era già un passo avanti che Oliver, Tina e quella femme fatale a metà che era Dalila Colombari l'avessero presa sul serio.
Si alzò, dal momento che non riusciva a prendere sonno. Sotto la fioca luce dell'abat-jour diede un'ultima occhiata a Yannick che dormiva. Recuperò la vestaglia che un precedenza era finita gettata distrattamente a terra e se la infilò sopra la biancheria. Andò ad accendere il computer. Se non riusciva a prendere sonno, tanto valeva dedicarsi ad altro. Era da un po' che non scriveva, ma aveva ricevuto diverse proposte, negli ultimi giorni. Nessuna di queste le interessava, dato che l'argomento richiesto era sempre lo stesso: Tina Menezes nei giorni e nelle ore che avevano preceduto l'incidente di Jeddah.
C'era chi aveva scritto lunghi resoconti in proposito, senza nemmeno essere stato presente sul posto, ma Alysse non era tanto sorpresa. Quando moriva qualcuno, era tutto un susseguirsi di dettagli scabrosi mescolati a lunghi monologhi su quantofosse stata eccezionale la persona defunta. Era certa che molti degli articoli sulla triste dipartita di Tina Menezes fossero stati abbozzati già qualche minuto dopo l'impatto con Leroy, nella speranza di essere tra i primi a pubblicare la notizia del suo decesso.
Il comunicato ufficiale che annunciava come Tina Menezes, pilota della Rocket-Vertigo numero 71, fosse venuta a mancare per le ferite riportate nel grave incidente avvenuto nelle fasi conclusive del Gran Premio dell'Arabia Saudita, era arrivato nel corso della tarda serata, permettendo la pubblicazione immediata degli elogi e dei necrologi scritti in attesa della sua morte.
Non era stato necessario attendere il lunedì, prima che tutte le critiche che le erano state rivolte fossero cancellate di punto in bianco, come se non fossero mai esistite. La stessa Tina Menezes che in vita veniva tacciata di essere in parte responsabile di ogni discriminazione o abuso subito dalle donne in quanto tali, da morta veniva glorificata per i progressi che il genere femminile aveva fatto nel mondo del motorsport e al di fuori di esso.
Non era la prima volta che Alysse vedeva un simile atteggiamento. L'aveva trovato agghiacciante quando il vecchio rivale di "Rocket Boy", quel campione di motociclismo il cui soprannome le ricordava la squadra per cui gareggiava la Menezes, era deceduto alcuni anni dopo il termine della propria carriera. Gli insulti che gli erano stati rivolti quando aveva battuto Rocket Boy e quelli che avevano fatto eco quando non era riuscito a ripetersi erano stati cancellati di punto in bianco, sostituiti da ampollose lodi che contrastavano con ogni singola parola pronunciata o scritta in precedenza. Alysse, forse alla luce di quanto le era accaduto in quellp sventurato pomeriggio di ottobre all'interno e all'esterno di un bar, si era accidentalmente messa in mostra con un pezzo piuttosto crudo su come i tifosi e chi si scriveva per loro spesso mettessero in mostra comportamenti beceri, per poi sfociare nell'ipocrisia più totale, diventando non solo sostenitori postumi di chi prima avevano denigrato, ma addirittura fingedo che il passato non fosse mai esistito. Avrebbe accettato un "ho giudicato troppo frettolosamente e adesso ho cambiato idea", ma non quel modo di comportarsi.
Non avrebbe fatto lo stesso per la Menezes, non ne sarebbe stata capace. Ai tempi in cui aveva fatto sentire la propria voce, aveva parlato di un personaggio che conosceva solo di fama. Tina era una persona con la quale aveva lavorato, il che rendeva la situazione completamente diversa.
Entrò da desktop sulle proprie pagine social, che di solito controllava da smartphone, per guardare se qualcuno l'avesse contattata. Trovò un messaggio che non si aspettava, nei direct, spedito poco più di venti minuti prima.
Una persona che si faceva chiamare GabDelFio, acronimo che Alysse identificò facilmente, le scriveva: "Ha visto? Avevo ragione io, non si può sfuggire alla mia maledizione."
Quelle parole la fecero sussultare. Si affrettò a rispondere: "Non c'è alcuna maledizione. Non dobbiamo cercare per forza una ragione per cui le cose capitano."
Gabrielle Fiorucci era ancora in linea. Passò appena un minuto, prima che le scrivesse: "Anche Tina Menezes non c'è più. Se ne stanno andando tutti, uno dopo l'altro."
"Se vuole parlarne di persona, possiamo incontrarci" le suggerì Alysse. "Può fidarsi di me."
"Sarò al funerale della Menezes insieme a mio marito. Possiamo vederci?"
Non si aspettava una proposta così tanto diretta da parte della signora Gabrielle. Le rispose: "Certo, credo sia meglio discuterne di persona."
Alysse non tornò a letto, nonostante fosse la cosa più saggia da fare. Non vi era niente che potesse fare restando a contemplare lo schermo. Spense il laptop, ma rimase a fissare il monitor spento, chiedendosi se non fosse meglio dimenticare il passato una volta per tutte. C'era stato un periodo in cui aveva accettato che la morte di Alexandre fosse stata ufficialmente bollata come suicidio, anche se suo marito non si sarebbe mai tolto la vita. Perché non poteva tornare a quei tempi? Perché doveva inseguire quella scintilla che da mesi e mesi la stava tormentando?
Alex aveva nascosto dei dettagli importanti, come l'essere il figlio segreto di Xavier Delacroix. L'aveva fatto perché, per lui, non aveva alcun rilievo essere stato concepito da un uomo che non aveva mai saputo della sua esistenza, oppure perché sentiva il bisogno di tenere celata una parte di sé? Poteva avere nascosto qualcos'altro che, alla fine, aveva avuto a che vedere con la sua morte? Alysse non sapeva se fosse necessario rispondere a quella domanda. Tutto ciò che sentiva dentro di sé era il bisogno di passare oltre, di allontanarsi da una fase della propria esistenza che l'aveva segnata, ma che non poteva continuare a segnarla.
Sentiva che esisteva la possibilità di incastrare i Forti, che si trattasse di Marina o di Pietro. Sarebbe stato più difficile attribuire la responsabilità del delitto a Enrico, che ormai non c'era più, ma Alysse non si precludeva alcuna possibilità. Doveva passare all'azione, non più limitandosi a discorsi campati in aria. Doveva lasciare da parte Fischer e la Colombari, ma non prima di avere chiesto delucidazioni a Dalila a proposito dell'albergo nel quale Valerio Villa era stato trovato morto. Chissà, con un po' di fortuna quel posto esisteva ancora. Non aveva idea di cosa avrebbe potuto trovarvi, ma Alex era stato là insieme a Dalila e sia questa sia Oliver erano convinti che fosse stato l'inizio di tutto.
Sospirò, con la tentazione di mandare un messaggio a Maurizio su SilentText. Gli aveva detto, tempo prima, di avere sospeso, almeno per il momento, la ricerca della verità. Silvani aveva replicato che, se era davvero convinta di potere incastrare i Forti, avrebbe dovuto continuare. Alysse aveva ribadito di non sentirsela, per il momento, e di avere bisogno di riflettere in proposito. Maurizio le era stato vicino, anche se non si erano mai incontrati, in quegli ultimi mesi. Era certa che avrebbe avuto il suo supporto anche dopo avere cambiato idea. Era stata molto fortunata, nel trovare almeno una persona che le avesse creduto ciecamente e che le avesse aperto gli occhi sulla bassezza della famiglia Forti.
Era troppo tardi per mettersi a mandare messaggi, era molto probabile che Maurizio stesse dormendo, in quel momento. Anche la stessa Alysse avrebbe dovuto tornare a letto e cercare di prendere sonno. Si arrese a quell'idea e tornò a sdraiarsi accanto a Yannick. Questo si mosse lievemente, ma non svegliò. Sembrava sereno, almeno in quel momento. Alysse era certa che non lo sarebbe stato, se avesse riaperto gli occhi, e sperò che quanto successo nel fine settimana precedente non lo tormentasse almeno in sogno. Non sapeva come comportarsi nei suoi confronti, se parlargli dell'incidente oppure rimanere in silenzio. Fino a quel momento si era limitata ad attendere. Avrebbe aspettato ancora, rispettando la sua volontà.
Chiuse gli occhi, cercando di allontanare tutti i pensieri, ma finì per riaprirli. Rimase immobile, al buio. Non seppe quantificare il tempo che trascorreva, né assecondò la tentazione di accendere la lampada e guardare la sveglia, infine sprofondò nel sonno. Quando riaprì gli occhi era giunto il mattino. Era il giorno del funerale di Tina Menezes e in cui avrebbe discusso con Gabrielle Fiorucci a proposito della "maledizione".
***
Xavier aveva sperato fino all'ultimo di potere tornare al volante prima del finale della stagione, anche se solo per avere un ruolo di supporto nei confronti di Villa. Non era stato possibile e non aveva fatto altro che ripetersi che, quantomeno, si era evitato di essere presente il giorno in cui Valerio era diventato campione del mondo, ripetendosi che, senza il suo infortunio, non sarebbe mai successo.
Per lungo tempo aveva creduto che quel dettaglio contasse, per poi accorgersi che non gli importava più. Il campionato non ruotava intorno soltanto a Villa e a lui stesso. Nessuno avrebbe tacciato Valerio di essere riuscito a vincere senza avversari, allo stesso modo in cui nessuno avrebbe messo in discussione il valore mostrato da Xavier nelle stagioni precedenti, culminato con la vittoria del campionato lo sventurato giorno in cui Graber se n'era andato per sempre.
Da quando Karl era morto, Xavier aveva visto uno sguardo diverso negli occhi di Villa. L'essere stato testimone diretto della triste fine del loro giovane collega doveva averlo scosso più di quanto Valerio si fosse mai spinto ad affermare. Se un tempo gli era sembrato un giovane viziato e irresponsabile, in seguito agli accadimenti di quel giorno d'autunno negli Stati Uniti aveva iniziato a pensare che ci fosse un lato di Villa che non aveva e non avrebbe mai conosciuto.
La nuova stagione era lontana, mancavano ancora mesi e l'idea di averlo ancora accanto come compagno di squadra non era così allettante. L'essere diventato a propria volta campione del mondo metteva Valerio in una situazione di vantaggio, o quantomeno di non svantaggio. Xavier avrebbe dovuto lottare per ricostruirsi quella posizione che un tempo era stata legittimata dal proprio successo.
Anche sua moglie era turbata, ma non per le stesse ragioni di Xavier. Gabrielle aveva accettato di guardare avanti, ma non sarebbe mai passata sopra del tutto alla lettera che aveva trovato, nonostante Xavier le avesse assicurato di non avere da tempo immemore alcun genere di contatto con Natalie, tanto da non avere nemmeno idea di quale fosse stato il destino di quell'amante che ormai era soltanto un ricordo lontano. Tacciava l'influenza di Valerio e del suo stile di vita di averlo rovinato ed era stata molto chiara: «Non gli permetterò di rovinarti di nuovo.»
Si comportava quasi come se fosse stato lo stesso Villa, e non Natalie, l'amante di Xavier. Naturalmente non aveva osato controbattere e farle notare che stava esagerando. Sapeva di essere in una posizione molto delicata, di non potersi prendere troppe libertà. Si era limitato ad affermare: «Sembra che Valerio abbia messo la testa a posto, non devi preoccuparti. In più, tra me e lui ci sarà solo un rapporto professionale. Non uscirò insieme a lui, devi stare tranquilla.»
Pronunciando quelle parole, aveva riflettuto sul fatto che le persone sposate, in particolare quelle che lo facevano presto, tendevano ad avere una pessima idea degli scapoli, specie se questi non disdegnavano la compagnia del sesso opposto. Per quanto cercare di imitarlo fosse stato un grave errore, per Xavier, Villa non aveva una moglie da cui tornare, né una famiglia a cui dare delle spiegazioni.
«Mi raccomando» aveva aggiunto Gabrielle, «Perché non voglio altre spiacevoli sorprese.»
«Stai tranquilla» aveva ribadito Xavier. «Come ti ho detto, non ho intenzione di trascorrere il mio tempo libero insieme a lui.»
Nonostante le rassicurazioni, Gabrielle aveva preteso di accompagnarlo alla prima sessione di test invernali, con una scusa ben confezionata: «Sarà la prima volta in cui tornerai in pista dopo l'infortunio. Devo esserci.»
Xavier era certo che non gliene importasse nulla. Era stata al suo fianco durante la sua ascesa, ormai un test doveva essere soltanto un test, per lei. L'idea che rischiasse la vita infilato dentro l'abitacolo di una monoposto non la turbava tanto quanto l'idea che qualcuno potesse insinuarsi tra di loro. Per Gabrielle, Valerio Villa era la causa di tutti i mali e lo sarebbe stato fino alla fine dei loro giorni.
Si era accorto degli sguardi truci che Gabrielle lanciava a Villa, quando questo era andato a fargli visita, poco tempo dopo l'infortunio. Si era accorto anche del tono di voce con cui Gabrielle pronunciava il suo nome, nelle poche occasioni in cui si erano sentiti al telefono in quei mesi.
«Si può sapere che cosa vuole da te?» aveva sbottato Gabrielle, una volta, indispettita da una loro conversazione telefonica.
«Non vuole niente» aveva replicato Xavier. «Mi ha solo chiesto come sto.»
Chissà come avrebbe reagito se li avesse visti insieme... eppure era molto probabile che succedesse, quindi era meglio che Gabrielle si mettesse il cuore in pace. Era servito parecchio tempo affinché Xavier e Valerio superassero le loro tensioni, non aveva alcuna intenzione di tenerlo a distanza più del dovuto, oppure di ignorarlo, o di fare alcunché che potesse riaprire la loro spaccatura. Avrebbe dovuto lavorare fianco a fianco con Villa e Gabrielle se ne sarebbe fatta una ragione, qualsiasi cosa pensasse delle frequentazioni femminili di Valerio e qualsiasi fantasia si facesse sul fatto che Xavier potesse lasciarsi trascinare nelle sue serate inadatte a un uomo sposato.
Valerio comparve all'improvviso alle sue spalle, mentre Xavier si allacciava la tuta. Non si accorse di lui, finché non sentì la sua voce.
«Bentornato.»
Xavier si girò lentamente.
«Grazie.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Ho intravisto tua moglie» lo informò Valerio. «Ti tiene d'occhio... e a quanto pare tiene d'occhio anche me. Non puoi immaginare com'era gelida, mentre mi guardava parlare con Rebecca.»
Xavier non aveva idea di chi fosse quest'ultima, ma a giudicare dal fatto che la nuova assistente del direttore sportivo era una donna bella e di età compresa tra i venticinque e i trent'anni, poteva trattarsi di lei.
«Gabrielle non approva gli uomini liberi» chiarì Xavier. «Sicuramente è questo il motivo per cui ti guardava male.»
Valerio sospirò.
«Come se la mia vita privata la riguardasse! E poi io e Rebecca stavamo solo parlando. E non sono nemmeno sicuro che si chiami Rebecca, forse era Roberta.»
Evidentemente Xavier si era sbagliato: non si trattava dell'assistente del direttore sportivo, dato che Valerio avrebbe dovuto sapere come si chiamava, ma di un'altra donna. Era meglio non indagare in proposito.
Valerio, da parte sua, continuò: «Lo capisci, perché sono uno spirito libero? Se già le mogli degli altri mi tengono d'occhio, figurarsi cosa succederebbe se anch'io mi sposassi.» Rise. «Mi dispiace per te, caro Xavier! Ti sei gettato in una situazione da cui non si torna indietro, e tutto per portare un anello al dito!»
«Se Gabrielle sapesse che ti sto ascoltando mentre fai queste affermazioni» ribatté Xavier, «Mi accuserebbe di sovversione. Credo sia meglio andarci piano.»
«Hai ragione, meglio non fare discorsi troppo torbidi per gli standard della signora Delacroix.» Valerio accennò un lieve sorriso, fissandolo con una certa insistenza. «Peccato che tu sia stabilmente impegnato, perché adesso hai ancora più fascino di prima.»
Per Xavier non fu immediato realizzare che cosa Valerio intendesse. Infine, comprese che parlava della cicatrice che gli era rimasta appena sotto l'occhio destro. Nel suo incidente di qualche mese prima, la visiera del casco si era spezzata, lasciandogli una traccia permanente, ma fortunatamente senza danneggiargli la vista.
Decise di non prendere troppo sul serio le parole di Villa e scherzò: «Non sarai tu, che sei affascinato da me?»
Valerio rispose: «Non ho detto questo. Però ho delle amiche che sarebbero ben disposte a fare cose a tre, se ti portassi con me e...»
Xavier lo interruppe: «Si era detto niente discorsi torbidi. Sei capace di portare avanti una conversazione in cui non si parli di donne o di sesso?»
«Ci posso provare» ribatté Valerio, «Ma non sono sicuro che il discorso ci porterebbe da qualche parte. Ti dovrei dire che sono felice di sapere che sarai tu il primo a guidare la macchina della nuova stagione, il che non sarebbe vero. Non mi stupisce che tutti pendano dalle tue labbra, dato che è sempre stato così, ma a cosa mi è servito vincere un titolo, se nemmeno così vengo preso in considerazione?»
«Non è da te lamentarti del tuo status» osservò Xavier. «Anzi, mi hai sempre criticato perché ero io quello a cui non andava mai bene nulla.»
Valerio gli strizzò un occhio, replicando: «Si vede che ho imparato da te. Sei stato un grande maestro.»
Xavier attese qualche istante. Se conosceva bene Valerio, questo avrebbe concluso con una battuta sul fatto di avergli insegnato, in cambio, a godersi la vita. Non arrivò alcuna allusione simile, evidentemente Villa aveva altro per la testa.
«Non mi va bene quello che non funziona» precisò Xavier, secco.
Valerio sospirò.
«Quello che non funziona... come no! La verità è che sei sempre incazzato con il mondo. E lo sei anche il primo giorno dopo il tuo ritorno. Non ti rilassi mai? Dovresti prendere tutto un po' più alla leggera.»
«Rilassarmi? Quando ho a che fare con te? Guarda che ricordo tutti i problemi che hai causato.»
«Se parli ancora di quel nostro famoso incidente, quanto è passato? Almeno un anno e mezzo. Forse dovresti voltare pagina.»
«Io non volto pagina, perché so chi sei» ribatté Xavier. «Conosco le tue intenzioni.»
«Le mie intenzioni... cercare di batterti. Mi sembra del tutto normale. Non viviamo nel tuo mondo personale, in cui tutto ruota intorno alle tue esigenze.»
«Non viviamo nemmeno nel tuo mondo personale, quindi cerca di stare al posto tuo.»
Valerio alzò gli occhi al cielo.
«Come ti pare. Andiamo a bere qualcosa insieme, stasera?»
«Ho da fare.»
«Tradotto, significa che tua moglie non vuole? Porta anche lei. Verrò con un'amica. Una sola, ovviamente. Tua moglie non potrà fare storie.»
«Quale amica?» azzardò Xavier.
«Non lo so, devo ancora decidere» rispose Valerio. «Ci mettiamo d'accordo più tardi per l'orario, okay?»
Xavier non ebbe il tempo di rispondere. Il collega gli voltò le spalle e si allontanò. Con un sospiro, si ritrovò a borbottare: «E adesso come lo dico a Gabrielle?»
***
Alysse aveva guidato in silenzio, con Yannick seduto al proprio fianco. Non avevano ancora parlato dell'incidente e, ancora una volta, non gli aveva messo pressione. Sapeva bene che a breve sarebbe stato forzato dalla stampa di settore a dare risposte e non intendeva, proprio lei, anticipare i tempi. In silenzio entrarono in chiesa, che era gremita di persone, la maggior parte delle quali senza dubbio curiosi che, in un modo o nell'altro, dovevano avere scoperto il luogo delle esequie, che non era stato divulgato pubblicamente. Del resto non capitava molto spesso che in una piccola chiesetta di provincia venisse celebrato il funerale di una celebrità, non c'era da stupirsi che avesse attirato tanta gente.
Yannick andò a raggiungere i membri della Rocket-Vertigo, posizionandosi accanto a Ryuji Watanabe. Alysse si guardò intorno. Vide un posto libero, in una delle file a metà della navata, accanto a Dalila Colombari e andò a raggiungerla. Le due si scambiarono un saluto a bassa voce. Due file più avanti, ma dal lato opposto, erano presenti gli eredi di Emilio Forti. Pietro si girò a guardare nella sua direzione e tenne gli occhi fissi su di lei per quello che ad Alysse parve fin troppo tempo.
Distolse lo sguardo e attese che la cerimonia avesse inizio. Nel frattempo notò, in prima fila, Oliver seduto accanto a una donna sui settant'anni, probabilmente sua madre. Dall'altro lato di Fischer, c'era Edward Roberts con la moglie Selena. I familiari di Tina Menezes erano piuttosto lontani da loro. Le voci di corridoio, secondo cui non erano stati molto felici del suo matrimonio con il giornalista, dovevano essere vere al cento per cento.
Per tutto il tempo, Alysse tornò a pensare e a ripensare a Gabrielle Fiorucci. Avrebbe dovuto parlare con la vedova di Xavier Delacroix, se questa avesse mantenuto fede alle proprie intenzioni. La cercò con lo sguardo, senza riuscire a vederla. Non era accanto al marito, né ad altri membri del team Rocket-Vertigo. La intravede soltanto quando la cerimonia terminò. Le fece un cenno per attirare la sua attenzione e la signora Gabrielle ricambiò.
Pochi minuti più tardi si trovarono nel piazzale della chiesa, mentre la bara veniva caricata sul carro funebre. La signora Gabrielle si allontanò, mettendosi in disparte. Era un chiaro segnale che volesse essere raggiunta, o almeno Alysse lo interpretò come tale.
«Finalmente ci rivediamo» esordì la signora Gabrielle. «Peccato che non si tratti di un'occasione piacevole.»
Alysse annuì.
«Già, è una circostanza molto sfortunata.»
Gabrielle Fiorucci scosse la testa.
«Non è stata una circostanza sfortunata. È la mia maledizione.»
«No» insisté Alysse. «Purtroppo, nonostante siano stati fatti progressi enormi per la sicurezza, rimane sempre l'imprevisto a cui non si è pensato. Se mi chiedesse se prima o poi morirà un altro pilota, nella stessa categoria, la mia risposta è molto chiara: succederà, la Menezes non è stata l'ultima. Se dovesse chiedermi dove e quando potrebbe succedere, ovviamente non potrei risponderle. Sarebbe ancora più difficile, tuttavia, ipotizzarne la dinamica. Una volta, alcuni anni dopo la morte di Patrick Herrmann e Keith Harrison, capitai su un forum online in cui un utente aveva posto una domanda che suonava come: "secondo voi qual è al giorno d'oggi la causa più probabile per un potenziale incidente mortale nei campionati maggiori a ruote scoperte di origine europea?"»
«Perché mi sta parlando di questo?»
«Perché alcuni utenti convergevano su una teoria: la più probabile causa di morte, per un pilota, poteva essere un cappottamento. C'era chi osservava che, con un simile dinamica, era molto probabile che il pilota riportasse un trauma cranico grave al punto tale da provocarne la morte.»
«E...?» la esortò la signora Gabrielle.
«Allo stesso problema ci ha pensato anche chi sta nella stanza dei bottoni a dettare i regolamenti tecnici» le spiegò Alysse. «I rollbar, al giorno d'oggi, resistono quasi sempre a simili urti. Non riesco a ricordare quando sia stata l'ultima volta in cui un pilota ha riportato un trauma cranico in seguito a un cappottamento.»
«Non capisco dove voglia andare a parare.»
«Voglio dire che, se una potenziale causa di morte è ben identificabile, allora si interviene per ridurla al minimo, finendo per annullarla quasi del tutto. Al contrario, è ciò a cui non si pensa, che poi genera i danni più gravi. Si teme ciò che è accaduto o che potrebbe accadere, ma non ciò che non è ancora successo.»
«Quindi, secondo lei, è più facile che un incidente mortale si verifichi perché non si è pensato a quella circostanza?»
«Proprio così, vedo che mi ha capita. Certo, in questo caso sarebbe stato quantomeno verosimile ipotizzare che mettere delle curve cieche su un tracciato cittadino sul quale si raggiungono velocità più elevate che su piste analoghe potesse provocare danni, ma...»
La signora Gabrielle non lasciò che Alysse terminasse: «Gliel'ho già detto, ho lanciato una maledizione, più di quarant'anni fa. Ho maledetto Valerio Villa e tutti quelli che gli stavano intorno. Queste sono le conseguenze.»
Alysse replicò: «Tina Menezes doveva ancora nascere, quanto ha lanciato la sua "maledizione". Ha visto Villa solo di sfuggita, una volta, il giorno precedente alla sua morte.»
«Oh, ecco, allora lo vede che c'era un legame tra loro?»
«Mi sembra molto labile, come legame. In ogni caso, Tina Menezes è morta a causa di una fatalità, di un errore di valutazione, per quanto grave.»
«Il primo incidente mortale della serie da un decennio a questa parte... e proprio a lei.»
«Signora Gabrielle, si sforzi di non cadere vittima della sua suggestione. Poco più di dieci anni fa, un pilota della stessa categoria morì a causa di un enorme falla legata alla sicurezza, solo perché nessuno si era mai posto il dubbio che una simile dinamica potesse verificarsi. Il caso della Menezes è stato un po' diverso, lo ammetto. Era palese che il rischio di un incidente di questo tipo ci fosse, si sono solo sottovalutati i rischi effettivi. L'angolo di impatto è stato molto sfortunato.»
«La prego, Alysse, non mi faccia una lezione di sicurezza dell'automobilismo. Non si chieda il perché ci sia stato un incidente. Si chieda piuttosto perché proprio la Menezes. Gareggiava per la Vertigo, come mio marito Xavier, che è stato la prima vittima della mia maledizione, e aveva dei legami indiretti con Valerio Villa, colui a cui l'avevo rivolta. Era vicina a lei, che era la moglie del figlio illegittimo di Xavier. Era vicina a Dalila Colombari, la figlia segreta di Villa. Era...»
Alysse la interruppe: «La supplico, signora Gabrielle, la smetta di tormentarsi. Non esiste alcuna maledizione. Le cose succedono, tutto qui.»
Gabrielle Fiorucci scosse la testa.
«No, non può essere andata sempre così. Suo marito, il povero Alexandre... mi perdoni, ma ho fatto ricerche anche su di lui, ho cercato di scoprire come siano andati i fatti.»
«Non servirà a nulla indagare sulla versione ufficiale, se non a sprecare denaro» rispose Alysse. «Si trovava nell'ultimo ufficio, in fondo al corridoio del primo piano. Era ribassato rispetto alla parte anteriore, c'erano quattro gradini da scendere per arrivarvi. Dietro all'ufficio, c'era solo il bagno degli uomini. Nel corridoio, venendo in avanti, vi erano gli uffici di Emilio Forti e di sua figlia Marina, entrambi chiusi a chiave, come avveniva quando non erano presenti. I due si trovavano entrambi al piano di sotto, insieme a un cliente, e vi sono rimasti per tutta la mattinata. All'altezza dell'ufficio di Marina, vi era la scrivania della centralinista, una donna invalida di nome Manuela. Era rivolta verso le scale, voltava le spalle al fondo del corridoio. Alla sua sinistra vi erano altre tre porte, che la centralinista poteva vedere, dopodiché il bagno femminile e quello dei disabili. Uno dei tre uffici era aperto e da esso si vedeva la scrivania di Manuela.»
«La centralinista ha affermato che nessuno è più passato lungo il corridoio, dopo che Alexandre Mercier è sceso al piano di sotto.»
«Già. Le ha comunicato che intendeva andare ai distributori automatici al piano di sotto e le ha chiesto se desiderasse qualcosa. Manuela ha rifiutato. Alexandre ha bussato alla porta dell'ufficio del suo mentore, Maurizio Silvani, e gli ha rivolto la stessa domanda. A volte capitava che Maurizio scendesse insieme a lui per un caffè, ma quel giorno era molto indietro con il lavoro, quindi ha rifiutato. Alexandre è sceso, è tornato su con il bicchiere del tè ed è passato accanto a Manuela, diretto in ufficio. Erano all'incirca le undici e quaranta del mattino. Nessuno è più andato in direzione dell'ufficio in fondo al corridoio, secondo la testimonianza di Manuela, fino alle tredici, quando Alexandre non ha raggiunto i colleghi per il pranzo. Sono andati a chiamarlo ed era già morto da oltre un'ora. Nessuno poteva raggiungere l'ufficio di Alexandre senza passare davanti a Manuela, la quale ha dichiarato di non essersi mai allontanata dalla propria postazione a partire da quell'ora. Un'impiegata di nome Katia, che lavorava con la porta aperta e aveva la scrivania rivolta verso il corridoio, ha sostenuto che, se Manuela si fosse allontanata per andare verso il bagno, l'avrebbe vista e sentita passare, quindi è plausibile che la centralinista affermasse il vero. È pur vero che Manuela avrebbe potuto procedere nell'altra direzione, ma non avrebbe mai potuto recarsi nell'ufficio di Alexandre, né tornare indietro, perché i gradini che portavano al suo ufficio avrebbero impedito il passaggio alla sua sedia a rotelle. La finestra era chiusa, di conseguenza, ammesso e non concesso che qualcuno avesse potuto entrare dalla finestra, non ne sarebbe poi uscito. Secondo le testimonianze, non avrebbe potuto, in ogni caso, lasciare l'ufficio di Alexandre senza essere visto, dato che non avrebbe avuto un luogo in cui nascondersi, né la possibilità di sfuggire allo sguardo di Manuela.»
La signora Gabrielle azzardò: «Un moderno enigma della camera chiusa.»
«Oh, no, affatto, c'è un'altra possibilità. Nella palazzina in cui si trova la sede degli uffici dei Forti ci sono anche altre aziende e vi una scala esterna, tipo quelle antincendio, dalla quale si può accedere al primo piano dall'esterno, senza entrare dal pianoterra. Questo non significa che ci sia un accesso posteriore, sempre davanti alla centralinista si doveva passare. Le finestre, tuttavia, si affacciano sulla sorta di terrazzo dal quale si arriva salendo dalla scala antincendio. Mettiamo che qualcuno volesse raggiungere Alexandre: sarebbe bastato prendere quella via e fermarsi prima di arrivare alla seconda ditta dello stabile.»
«Quindi Alexandre avrebbe aperto la finestra e avrebbe visto qualcuno?»
«Sì. Avrebbe potuto appoggiare il bicchiere sul davanzale, parlare con questa persona, poi salutarla, riprendersi il bicchiere, chiudere la finestra, andare a sedersi alla scrivania e bere il suo tè, che era stato avvelenato mentre il bicchiere era sul davanzale. Questo spiegherebbe l'assenza di segni del passaggio altrui sulla finestra.»
«Le sembra una buona teoria?»
Alysse confermò: «Mi sembra l'unica spiegazione che abbia un senso logico.»
«Se mi permette, allora, il presunto assassino potrebbe anche essere entrato dalla finestra e potrebbe esserne uscito prima che Alexandre bevesse il tè avvelenato» obiettò la signora Gabrielle. «È pure vero che, come ha detto, avrebbe potuto lasciare le impronte delle proprie scarpe sul davanzale, ma chi potrebbe essersi preso la premura di controllare, nel momento in cui suo marito è stato trovato morto?»
Quell'idea poteva anchr avere senso, del resto era improbabile che, a primo impatto, i colleghi si fossero preoccupati della finestra anziché del povero Alex. Alysse, tuttavia, riteneva di gran lunga più plausibile che qualcuno avesse raggiunto il marito dall'esterno, rimanendo fuori. Era sceso al piano di sotto, dove si trovavano sia Emilio Forti sia Marina. Chissà, magari poteva esserci anche Pietro Bruni.
Cercò di figurarsi la scena: Alex al distributore delle bevande, uno dei membri della famiglia Forti che lo avvicinava e il suggerimento fatale. Riusciva a vedere tutto molto nitidamente, chiunque fosse il co-protagonista.
«Ti devo parlare di una faccenda delicata, Mercier.»
«Va bene.»
«Non qui. Torna in ufficio e affacciati alla finestra. Vengo fuori. Te ne parlerò mentre bevi il tuo tè.»
Alex non avrebbe rifiutato, non avrebbe visto nulla di strano in una simile proposta. Certo, era poco probabile che il titolare in persona, un uomo vecchio stampo, facesse un simile tipo di convocazione, ma Marina ai tempi si spacciava per una giovane donna aperta al cambiamento, anche se, secondo Alysse, era sempre stata vecchia dentro. Pietro, invece, aveva poco più di vent'anni, sarebbe stato il candidato perfetto per una simile "riunione di lavoro". In ogni caso sarebbe stato di gran lunga più plausibile che uno dei Forti pretendesse di parlare ad Alexandre stando oltre la finestra, piuttosto che utilizzando questa per introdursi nel suo ufficio.
«Non lo so» ammise, rivolta alla signora Gabrielle. «Tutto quello che so per certo è che mio marito è stato ammazzato.»
L'altra mormorò: «La maledizione. Era amico di Dalila Colombari, la figlia segreta di Valerio.»
«Parlate di me?» domandò, all'improvviso, una voce alle spalle di Alysse, costringendola a voltarsi.
Non aveva idea di come Dalila si fosse avvicinata, ma la Colombari fissava entrambe con l'aria di chi pretende una risposta.
«Allora?» insisté. «Me lo spieghi tu, Alysse? Oppure mi devo risolvere alla signora...» Dalila si interruppe, puntando gli occhi sulla signora Fiorucci. «Gabrielle Delacroix, se ho inteso correttamente.»
La signora Gabrielle annuì.
«Gabrielle Fiorucci, adesso, però sono comunque io.»
«Mi fa piacere conoscerla, signora Fiorucci» dichiarò Dalila. «Mio padre mi ha parlato di lei, qualche volta.»
MILLY SUNSHINE // Mentre la Formula 1 dei "miei tempi" diventa vintage, spesso scrivo di quella ancora più vintage. Aspetto con pazienza le differite di quella attuale, ma sogno ancora uno "scattano le vetture" alle 14.00 in punto. I miei commenti ironici erano una parodia della realtà, ma la realtà sembra sempre più una parodia dei miei commenti ironici. Sono innamorata della F1 anni '70/80, anche se agli albori del blog ero molto anni '90. Scrivo anche di Indycar, Formula E, formule minori.
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