domenica 15 febbraio 2026

L'Eco della Vertigine // blog novel - capitolo 13/24

Il tredicesimo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Buona lettura. *-*


[...] Dopo il disastro di Indianapolis, avevo le idee molto chiare sul mio futuro, ma al contempo c'era ancora un presente da vivere. Poche settimane dopo, avrei dovuto disputare la 24 Ore di Le Mans a bordo della Vertigo numero 101, al fianco di Yannick Leroy e Ryuji Watanabe. Ben consapevole che la memoria storica non solo del tifoso medio, ma anche della stampa e degli addetti ai lavori, si spingesse al massimo a pochi giorni prima, sentivo di avere buone possibilità di scampare almeno una parte dei giudizi drastici che mi erano piovuti addosso nelle ultime settimane di maggio. Il fatto che non fossi arrivava a disputare la gara di Indianapolis, considerato inizialmente un problema insormontabile, cominciava a diventare un dettaglio da mettere da parte. Io, però, non dimenticavo e non ero la sola. Se Watanabe non sembrava avere pregiudizi nei miei confronti, non si poteva dire lo stesso per Leroy.
Avevo già avuto abbondantemente a che fare con lui e, naturalmente, non mi considerava alla sua altezza. Non voglio essere fraintesa: aveva le sue buone ragioni per ritenermi inferiore, dato che era un pilota di grande successo, che aveva vestito per anni i colori del team di proprietà un'importante colosso dell'industria dell'automobile, prima di finire alla Vertigo perché, in linea teorica, attirato da nuove sfide. In realtà era semplicemente stato messo alla porta senza troppi complimenti e sostituto da un pilota pari requisiti presso la squadra della quale aveva fatto parte a lungo, dovendo accontentarsi di accettare l'offerta della Vertigo in attesa che arrivassero per lui tempi migliori.
Il mio palmares era di gran lunga inferiore a quello di Leroy, fatta eccezione per la vittoria inaspettata che avevo conquistato al Gran Premio di Las Vegas, quando gareggiavo per la Pink Venus. Non mi aspettavo, di conseguenza, una grande considerazione da parte di Yannick, ma ero convinta che, almeno in nome dell'armonia interna, evitasse certi commenti pungenti.
Se avessi voluto, avrei potuto distruggerlo. Mi sarebbe bastato rendere di dominio pubblico i nostri screzi, perché una parte del fanbase lo accusasse di essere un misogino indegno di rispetto. Scelsi di non farlo, ovviamente: Leroy non mi aveva mai insultata quanto donna e, oltre a non farmi piacere il fatto che potessero essere confezionate accuse fasulle, trovavo inaccettabile che, senza alcun indizio in proposito, centinaia di persone, se non migliaia, deducessero che l'unico motivo per cui potevo avere problemi con qualcuno fosse il possedere un organo genitale femminile e un'identità di genere che si allineava con il mio sesso biologico.
Io ero donna, mentre Yannick era uomo, ma questo non aveva nulla a che vedere con le nostre tensioni. Avevo lo stesso identico diritto di trovarlo egocentrico e insopportabile di quanto ne avrebbe avuto un uomo al posto mio. Ovviamente anche a Leroy doveva essere concesso di non trovarmi simpatica. Eravamo due persone adulte e non c'era alcun bisogno che un'orda di ragazzini, oppure di adulti che non lo erano nell'età mentale, si facessero dei film a proposito dei nostri dissapori personali. Almeno su questo, io e il mio compagno di squadra eravamo sulla stessa lunghezza d'onda.
Vorrei precisare, a questo proposito, che ogni questione interna era sempre rimasta tale. Interpellati durante le interviste, io e Leroy affermavamo entrambi la stessa cosa: di non essere amici, ma di rispettarci a vicenda e di essere disposti a lavorare insieme per il bene della Vertigo. Presumo che fosse davvero così.
Nell'immediato della mia mancata qualificazione a Indianapolis, ovviamente, entrambi i miei compagni di squadra della 101 furono chiamati a spiegare le loro sensazioni in proposito. Watanabe mi difese a spada tratta, sostenendo che il progetto Indy della Vertigo era appena agli inizi, senza grosse possibilità di competere contro i team che disputavano l'intero campionato. Leroy non fu altrettanto accomodante: si limitò ad affermare, in ogni singola occasione in cui gli fu posta una domanda su di me, che Indycar ed endurance erano due categorie molto diverse, quindi il mio insuccesso nell'una non avrebbe in alcun modo condizionato i miei risultati nell'altra. Era un giudizio equilibrato. Certo, era il giudizio di un collega che non aveva alcuna intenzione di assolvermi per quanto accaduto all'Indianapolis Motor Speedway, ma non aveva alcun dovere di farlo.
Non ne parlammo, in privato. Nei giorni antecedenti alla 24 Ore, partecipammo entrambi agli stessi eventi, con Watanabe insieme a noi e, in certe occasioni, anche Alysse Mercier, telecronista di un canale francese, grande amica di Yannick. Nel frattempo, il clima interno peggiorava a vista d'occhio, non per causa mia e di Leroy, ma perché sapevamo tutti, da molto tempo, che il direttore sportivo - che curiosamente sarebbe stato sostituito dopo Le Mans, mentre la Vertigo avrebbe dato fiducia a tutti e tre noi piloti - non ci apprezzava affatto. Ce l'aveva fatto presente fin da subito, il giorno del primo test.
Aveva convocato me, Leroy e Watanabe nel proprio ufficio e aveva affermato: «Dobbiamo impressionare. Non possiamo permetterci il lusso di finire la gara fuori dai primi dieci. Vertigo è un marchio storico, apprezzato da tutti, anche da chi sostiene di esservi indifferente. Spero che siano chiare anche a voi le implicazioni che questo comporta.»
«Certo» aveva risposto Yannick. «Il nostro scopo è quello di portare la Vertigo più in alto possibile.»
«Sarà meglio per voi» aveva replicato il direttore sportivo, secco. «Fare parte di una squadra ambiziosa che suscita interesse in ogni parte del mondo significa che, agli occhi del mondo, la squadra non può sbagliare. Se il nostro obiettivo dichiarato è finire tra i primi dieci, significa che quell’obiettivo deve essere tassativamente realizzato. Il fallimento non sarà un fallimento della squadra, anche se dovesse esserlo. Spero che comprendiate che cosa significa.»
Yannick aveva azzardato: «Significa che non dobbiamo fare errori e che dobbiamo portare a casa il risultato?»
«Questo è scontato. Quello che potrebbe non esservi chiaro è che ogni responsabilità di un fallimento sarà attribuita, dalla gente comune, a voi. Non al team, a voi. Noi, come team, dobbiamo salvaguardare a ogni costo la nostra immagine. Più gente penserà che la colpa sia vostra e più glielo lasceremo pensare. Non importa che tu abbia vinto dei titoli in questa categoria, Leroy. Non importa nemmeno che tu sia a tua volta un pilota affermato, Watanabe. Non importa che tu non abbia mai vinto un fico secco in tutta la tua carriera e ti sia fatta strada perché sei donna, Menezes.»
Ero stata sul punto di parlare, ma proprio Leroy era intervenuto in mio soccorso, dando un calcio alla mia sedia. Gli avevo scoccato un'occhiataccia, ma più tardi l'avrei ringraziato.
Il direttore sportivo, frattanto, aveva continuato con quel suo tono saccente: «Non importa niente. I risultati passati sono come carta straccia. State ricominciando da zero e non potete permettervi di sbagliare. O siete in grado di portare la vettura dove merita, qualunque cosa accada, oppure sarò in prima linea tra quelli che vi attaccheranno. La squadra rimane, voi siete solo di passaggio. Senza la squadra, siete il nulla più assoluto. È giusto che sappiate che cosa vi aspetta e che cerchiate di comportarvi di conseguenza. Il signor Fiorucci vi ha ingaggiati per una ragione precisa e dovete contribuire al risultato. Lo ripeto: il fallimento non è ammesso.»
Diversamente da me e Yannick, che alla luce del sole non avremmo mai osato parlare male l'uno dell'altra, nei discorsi pubblici non si era mai lasciato andare a grossi elogi e diventava sempre meno accomodante più ci si avvicinava alla gara di Sarthe.
Il giorno prima delle qualifiche ci appellò pubblicamente come “utili tanto quanto una palla al piede”. Il popolo del web, così come quello dei bar, gli diede corda. Fu un lungo susseguirsi del parlare dei nostri insuccessi sportivi e, tra i tre, ero l’unica che appariva a molti occhi come indifendibile. Anche all’interno della squadra, la mia posizione era ben definita: se eravamo tre palle al piede, io era quella più grande, che rischiava di essere eletta a capro espiatorio qualora non tutto fosse andato alla perfezione. La mia mancata qualificazione per la Indy 500, che stava sfumando lentamente in quel passato generico che non meritava di essere ricordato, di colpo divenne di nuovo il peggiore dei mali.
Io, Leroy e Watanabe funzionavamo come team, ma giorno dopo giorno l’eventualità di non farcela mi sembrava sempre più concreta e reale. Le mie parole, forse, stupiranno. Sono tanti i piloti che sostengono di avere sempre creduto in sé stessi e con tutta probabilità anch’io sarei stata come loro, se avessi avuto un percorso sereno e lineare nei miei primi anni. Non lo avevo avuto, tanto che, quando ero arrivata in Pink Venus, ero stata definita come un'operazione commerciale di cui il team si sarebbe presto pentito. La mia vittoria a Las Vegas aveva messo a tacere molte voci, ma gli alti e i bassi mi avevano segnata. Quando guardavo Yannick e Ryuji negli occhi, mi sembrava di scorgere nelle loro pupille tutte le certezze che io non avrei mai avuto.
Tanti incubi iniziavano come bellissimi sogni, ma pochi bei sogni iniziavano come incubi. Io, forse per proteggermi da quello che mi aspettava, finii con il faticare a prendere sonno.
Arrivò il giorno delle qualifiche. Vidi il sole che filtrava dalla finestra. Non avevo dormito, quella notte. Non sapevo quando sarei riuscita di nuovo a dormire serena. Tutto ciò che potevo fare era sperare che prima o poi accadesse. Perfino Yannick si accorse che c'era qualcosa che non andava, in me. Cercò di distrarmi, affermando in modo totalmente random: «L'idolo delle folle ha vinto il Gran Premio di Montecarlo, qualche settimana fa.»
«Lo so.»
«Certo che lo sai. Volevo dire che, in ogni caso, comunque vada, tutti sono già appagati da quello che ha fatto lui. Non perderanno tempo a pensare troppo alla Vertigo e a noi.»
Abbassi lo sguardo. Non avevo alcuna voglia di essere distratta. Yannick allungò una mano e mi prese per il mento, obbligandomi a guardarlo.
«Ascoltami, Tina, forse non sono la persona migliore per farti un discorso da amico, ma devi fidarti di me. Andrà tutto bene.»
«Comunque vada» replicai, «Nulla andrà bene. Il boss ci odia. Odia tutti e tre.»
«Quello stronzo odia chiunque» borbottò Yannick. «Non devi lasciarti scoraggiare da uno come lui. La carriera come direttore sportivo finirà molto prima di quanto tu possa immaginare. Li conosco i tipi come lui, non durano mai troppo a lungo.»
«Non mi lascio scoraggiare da quello che pensa» sibilai Tina. «Mi interessa quello che pensi tu.»
«Io?»
«Sì, tu. Quando saremo tutti nella merda, penserai ancora che tutto il mondo è felice perché tanto l'idolo delle folle ha vinto a Montecarlo?»
«Non so cosa penserò, se falliremo l'obiettivo» ammise Yannick, «So solo che non ha importanza adesso.»
Lo guardai dritto negli occhi.
«Tutto ha importanza, compreso il fatto che a Indianapolis ho fallito.»
«Sì, hai fallito, e penso che sia anche colpa tua, perché ci sei finita tu su quel muro al sabato» mise in chiaro Yannick, «Ma adesso non conta. Questa è un'altra gara.»
«Sei convinto che sia stata colpa mia» ribadii, «Come puoi dire che non ha importanza?»
Yannick insisté: «Ti ripeto che non ne ha, esattamente come non ne ha il fatto che io e te non siamo mai stati amici e probabilmente non lo saremo mai. Credimi, Tina, sono più felice di condividere la 101 con te, che con Watanabe, eppure lo sai bene che Ryuji è uno dei miei più cari amici. Questo non conta. Ryuji prende tutto alla leggera, come se il risultato finale riguardasse solo lui. Non è così. Tu ti struggi, perché temi di non essere alla nostra altezza. Sei convinta che, se le cose andranno male, sarà solo colpa tua. Non è così che funziona. Siamo tutti e tre nella stessa situazione e non importa chi condizionerà in positivo e chi in negativo il risultato finale.» Mi guardò negli occhi con fermezza. «Non dimenticarlo, Tina. Non dimenticarlo mai.»
Erano belle parole, ma sarebbe stato dello stesso parere anche più tardi? Non ne ero del tutto convinta.
Ci sono gare in cui una buona qualifica è la chiave di tutto. A Le Mans è diverso. Ventiquattro ore di gara sono lunghe, può accadere di tutto, nonostante l’apparenza quasi statica per chi assiste a uno spettacolo che consiste in larga parte in Hypercar dalle posizioni ben definite, mentre le lotte veramente entusiasmanti avvengono nelle altre classi.
Ci sono gare in cui una buona qualifica è la chiave di tutto. Anche Le Mans diventa all'improvviso una di queste, quando sei costantemente sotto giudizio, e la qualifica andò male. Il tempo valido per la griglia di partenza era opera mia. Non avevo la forza sufficiente per affrontare lo sguardo dei miei compagni di squadra e quello del direttore sportivo.
Fui tentata di andare a controllare che cosa scrivesse su di me la gente che commentava l’endurance sui social network, ma Watanabe pensò bene di fermarmi: mi tolse il cellulare dalle mani e lo mise da parte.
Ci guardammo negli occhi. Era la prima volta in cui guardavo negli occhi qualcuno, dopo il disastro.
«Non farlo» mi suggerì.
«Che cosa?» gli chiesi, fingendo di non capire.
«So cosa volevi fare» rispose, «Ed è una pessima idea.»
Mi venne da chiedergli che cosa ne sapesse dei social, sui quali era sempre stato poco attivo, anche se non ai livelli di Axel Frosch. Non lo feci, perché stavo pensando a quanto fossi prevedibile. Perché aveva pensato che volessi dedicarmi a un’attività così deleteria, invece di convincersi che volessi, per esempio, telefonare a mia madre o a mio fratello che seguivano le qualifiche dalle loro case in Brasile?
Realizzai che, da quando eravamo compagni di squadra, aveva imparato a conoscermi.
Anche Leroy aveva appreso tante cose su di me e non era un’idea che mi allettasse più di tanto. La Tina Menezes che esisteva nel loro immaginario adesso non c’era più, sostituita da una donna incapace e piena piena di difetti, che li avrebbe condotti alla rovina.
Ryuji non diede segno di esserne molto turbato, ma non sapevo se valesse lo stesso per Yannick. Non venne a dirmi che il risultato non importava e non sapevo come interpretare il suo silenzio. Forse mi stavo facendo dei film, perché a dire il vero non sembrava molto in vena di parlare, ma dentro di me sentivo di avere deluso tutti - di nuovo - e non riuscivo a sopportarlo. [...]


***


Era una sera di febbraio ed erano passate già tre settimane da quando Alysse aveva accettato il lavoro come addetta stampa che le era stato offerto da Tina Menezes, continuando nel frattempo a leggere i suoi resoconti sui suoi impegni nella stagione precedente. Purtroppo non vi erano state occasioni per incontrare Marina Forti, fino a quel momento, ma Tina aveva saputo da Veronica Young che questa avrebbe presenziato alla sessione di test prestagionali che si sarebbe svolta ad Al Sakhir, lo stesso tracciato sul quale nel mese di marzo sarebbe iniziato il campionato.
Era sera e i test sarebbero cominciati l'indomani, ma molte squadre di bassa fascia, quelle che non organizzavano lussuosi eventi ad hoc, avevano presentato la propria monoposto per la stagione nel corso della giornata. Uno dei team in questione era stato quello denominato Rocket-Vertigo, che in linea teorica avrebbe dovuto generare una grossa curiosità, dato che, in qualità di squadra debuttante, nessuno aveva ben chiara la sua livrea.
Il colore prevalente sulla vettura era il bordeaux, con ampie parti di colore grigio scuro. Il logo di Echos era in bella vista a caratteri cubitali su ogni lato, mentre sulle fiancate vi era anche il simbolo della Rocket, una cometa stilizzata di colore giallo. La tuta indossata dai piloti - tutti e tre presenti, in quella giornata - era in prevalenza bordeaux e in fondo a Tina donava parecchio, anche se non le stava bene come la combinazione di fucsia e rosa pastello dei tempi della Pink Venus.
Ovviamente Alysse apprezzava maggiormente la figura di Leroy, ma si era tenuta a debita distanza da Yannick, così come del resto la Menezes, che si era allontanata da lui il prima possibile, lasciando a Ryuji Watanabe il fardello di sopportare la sua presenza.
Era ormai ora di lasciare il circuito, ma Tina si stava intrattenendo insieme al pilota al quale si rivolgeva come Silver Knight. Questo gareggiava per una delle squadre di prima fascia, che ovviamente aveva già presentato la nuova monoposto qualche tempo prima in separata sede, ma si era presentato in Bahrain con un giorno d'anticipo, forse per mettersi in mostra con i nuovi colori: il fatto che avesse cambiato squadra dopo tante stagioni non era passato inosservato e, anzi, era un argomento di cui si era fatto e si faceva ancora un gran parlare.
Alysse aveva letto in lungo e in largo dell'amicizia di Tina con "Silver Knight", ma vederli interagire davanti ai propri occhi era uno spettacolo che non si era aspettata. Non le sembrava plausibile che un pluricampione del mondo affermato fosse seriamente legato alla Menezes e, in apparenza, in maniera del tutto disinteressata a eventuali risvolti romantici o erotici.
Silver Knight prese Tina tra le braccia, davanti agli occhi di Alysse, poi la strizzò con forza, esclamando: «Ho sempre pensato che una delle più grosse ingiustizie al mondo fosse quella di non averti potuta avere come sorella, ma riaverti come collega compensa tutto.»
Con una risata, Tina cercò di liberarsi dalla sua stretta, esclamando: «Mi stai soffocando! Capisco che tu voglia sbarazzarti di me, ma ti ricordo che devo arrivare viva fino a giugno.»
«Quando sarai una vecchia quarantenne rugosa!»
«Quello, casomai, a luglio. Parlavo di giugno, quando si svolgerà quella che, per il momento, potrebbe essere la mia ultima gara.» Tina lo spinse via. «Va bene che sei entusiasta, ma sei sicuro che non ci sia Sweetheart appostato da qualche parte? Non è geloso, se mi abbracci a questo modo? Non vorrei che poi mi mordesse per dispetto.»
Silver Knight la rassicurò: «Stai tranquilla, Sweetheart non ci vedrà, è a fare una passeggiata con il mio assistente.»
Tina scosse la testa.
«Mi stai dicendo che te lo sei portato qui?»
«Certo, quel cane ha bisogno di vedere un po' il mondo. Soprattutto al giorno d'oggi, che è più il tempo che passa a sonnecchiare.»
«Sta invecchiando.»
Silver Knight le mostrò la lingua, prima di puntualizzare: «Anche noi stiamo invecchiando, ma ci mostriamo ancora scattanti e reattivi.»
«Noi siamo piloti.»
«È la stessa cosa.»
«No, affatto, c'è una bella differenza tra l'essere un cane e l'essere un pilota. Io, da parte mia, sono contenta di non essere nata cane.»
«Io, invece, mi chiedo come sarebbe stato essere Sweetheart. Te lo immagini, passare tutto il giorno a non fare nulla e poi essere imbottito di croccantini?»
«Sì che me lo immagino, e ti assicuro che non è mai stato il mio sogno nel cassetto!»
Alysse era stanca di aspettare, quindi si avvicinò, allungò una mano e la posò sul braccio sinistro della Menezes, per attirare la sua attenzione.
«Scusami, non ti avevo vista» disse Tina. «Mi stavi cercando?»
«Certo che non mi avevi vista, essendo impegnata in una conversazione assurda... con tutto il rispetto per tuo amico, sia chiaro!» Alysse guardò Silver Knight, cercando di assumere un'aria accomodante. L'altro non dava segno di averla capita, era molto probabile che non conoscesse una sola parola di italiano, a parte al massimo "buongiorno" e "buonasera". Passò all'inglese: «Chiedo scusa, ma devo portare via Tina, la signora Forti ci sta aspettando.»
Silver Knight annuì.
«Sì, certo. È tutta tua.»
Si preparò ad allontanarsi, non prima di avere scompigliato i capelli dell'amica. Tina reagì facendo altrettanto e, dato che Silver portava i propri raccolti in una coda, gliela tirò, facendogli una linguaccia, che ovviamente l'altro non poté vedere, siccome nel compiere quell'azione la Menezes si era spostata dietro di lui.
Dopo una serie di dispetti da bambini in età scolare, i due si allontanarono, con Tina pronta per seguire Alysse.
«Scusa se ti ho fatta aspettare.»
«Ho visto che eri in dolce compagnia. Forse avresti dovuto sposarti con lui, anziché con Fischer.»
Tina rise. Evidentemente Silver Knight le suscitava una certa ilarità.
«Stai scherzando? Siamo solo amici, non l'abbiamo mai messo in discussione.»
«In effetti» ammise Alysse, «Lo si è sempre visto circondato da delle strafighe. Senza offesa nei tuoi confronti, sei una bella donna, ma non puoi competere con le modelle e le attrici che gli ronzano intorno.»
«Anche a me piacciono uomini diversi» ribatté Tina. «Ho scoperto di avere una netta preferenza per gli intellettuali. Per quanto mi riguarda, sono felice con Fischer. Il mio amico può tranquillamente continuare a spassarsela con le sue care modelle strafighe... oppure, se le modelle strafighe dovessero rivelarsi una copertura, con dei modelli strafighi. Peccato che sia così competitivo. Non sono certa che sarebbe disposto a stare insieme a qualcuno che possa batterlo in quello che conta veramente per lui, ovvero nelle dimensioni del pene.»
«Menezes, piantala di alludere alle dimensioni del membro altrui!» sbottò Alysse. «Cosa penserebbe il tuo amico, se sapesse che stai facendo questi discorsi su di lui?»
«Che Silver sia un tipo estremamente competitivo, non credo ci sia alcun dubbio» insisté Tina. «Almeno, con una donna, non dovrebbe competere per la taglia del membro.»
Alysse alzò gli occhi al cielo.
«Andiamo, Menezes. Rischiamo di fare tardi e sai bene quanto ci tenga a incontrare Marina Forti.»
«Nei prossimi giorni» le ricordò Tina, «Dovrebbe raggiungerci anche Pietro Bruni. Sai com'è, devono mettersi in mostra per mettere in mostra il loro brand.»
«A Pietro Bruni ci penseremo in un altro momento» replicò Alysse. «Adesso non è qui. Magari si starà intrattenendo insieme a Dalila.»
Tina scosse la testa.
«Non credo che...»
«Quello che credi non ha alcuna importanza» puntualizzò Alysse. «Bruni e la fidanzata Anna si sono ufficialmente lasciati poche settimane prima del matrimonio. Adesso il fratello di Marina è un uomo libero. In più, se ho capito bene, sembra che, in generale, gli hater di Dalila stiano iniziando a occuparsi di altri argomenti. Si sono ormai dimenticati dei pettegolezzi a proposito di Pietro e Anna, specie adesso che Cya 'N' Hyde ha lasciato Mara Mask, generando peraltro una grossa crisi esistenziale in mia nipote, che era fan di tutti e due. Ara Sky, invece, non le piace per niente, per il suo modo di essere fin troppo schietto e per avere affermato senza mezzi termini di cantare deliberatamente delle stronzate perché il suo personaggio è quello.»
«Mercier, mi dispiace deluderti, ma non me ne frega un fico secco del fatto che Cya 'N' Hyde si sia messo insieme ad Ara Sky, dopo il successo del loro duetto sul primo canale a Capodanno» concluse Tina. «Non ti sei forse lamentata perché stavo perdendo tempo? Allora è meglio se andiamo a raggiungere Veronica e Marina. Non vorrai farle aspettare.»
Alysse annuì.
«Andiamo, si sta facendo tardi.»
In fondo non le importava un bel nulla di quel cantante trash che, in apparenza, si era innamorato di una collega. In fin dei conti era un passo avanti: frequentare una persona come Ara Sky, caratterizzata da una certa onestà intellettuale, era un salto di qualità rispetto al nulla che Mara Mask rappresentava.
Si affrettò ad allontanarsi insieme a Tina. L'incontro doveva avvenire nel bar dell'hotel in cui entrambe appoggiavano. Purtroppo, trovarono soltanto Veronica Young e Oliver Fischer.
«Dov'è la Forti?» chiese Alysse.
Non si rese conto di quanto il suo tono fosse secco, finché Veronica non replicò: «Come mai questo interessamento, Mercier?»
Alysse si addolcì.
«Mi incuriosisce. Non mi sarebbe dispiaciuto conoscerla.»
«La conoscerai domani, immagino» intervenne Oliver, «E conoscerai anche Pietro, il suo fratellastro.»
Alysse non disse nulla. Guardandola storto, Veronica osservò: «Si direbbe che tu non veda l'ora.»
Alysse scosse la testa.
«No, in realtà non vedo l'ora di salire nella mia stanza, farmi una doccia e mettermi a leggere.»
Fu quello che fece, tornando a concentrarsi sulle narrazioni di Tina Menezes.


***


[...] La 24 Ore di Le Mans è una di quelle gare che ti logorano l'anima, che ti distruggono a poco a poco, con la loro durata infinita. Mi sentivo così, mi lasciavo logorare, ma minuto dopo minuto eravamo sempre più vicini alle 15.00 della domenica, l'ora che avrebbe sancito la nostra fine oppure un nuovo inizio.
Fu Leroy a prendere il via. Il mio turno venne molto dopo. Le ore si susseguirono. Uno dopo l'altro e poi ancora, a ripetizione, ciascuno di noi cercò di tirare fuori il meglio di se stesso per un bene comune. Era qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevo mai sperimentato prima, essere una parte del tutto e non potere pensare soltanto a me stessa.
Il sole tramontò. Arrivò la sera e poi scese la notte. Nel buio di Sarthe scoprii la vera Tina Menezes e realizzai che una qualifica è solo una qualifica.
Venne l'alba della domenica. Dovevo avere dei solchi sotto agli occhi e avevo il disperato bisogno di dormire, ma non c'era nulla di più appagante del vedere la nostra vettura in pista.
Pensai che mi fidavo di Yannick. Mi fidavo sia di lui sia di Ryuji e, per la prima volta, ebbi l'impressione che il sentimento fosse reciproco. C'erano tante ombre tra di noi, tante cose non dette, ma avevamo una vita davanti.
Mi addormentai su una sedia, di fronte al monitor sul quale stavo seguendo la gara. C'era Watanabe al volante, quando riaprii gli occhi. Era mattina inoltrata, ma la gara era ancora lunga. Quando avevo chiuso gli occhi eravamo all'undicesimo posto, quando li riaprii eravamo decimi. Il nostro vero percorso in salita iniziava da lì.
In tarda mattinata tirai fuori di nuovo la Tina Menezes che ero stata quella notte. Mi avvicinai di poco alle vetture che ci precedevano, ma avevo la sensazione di avere qualcosa di concreto tra le mani. Guidai fino a mezzogiorno. Non era ancora finita. Ci sarebbe stato uno stint di Yannick Leroy, poi uno di Ryuji Watanabe. Infine, sarei stata io a finire la gara.
Eravamo ancora decimi, quando scesi in pista un’ora prima della bandiera a scacchi. Yannick e Ryuji erano già sistemati a vita, a me, invece, toccava un ultimo pezzo di strada, quello che avrebbe potuto mettere a tacere le voci che mi davano contro, ma che, se avessi sbagliato qualcosa, avrebbe potuto farmi sprofondare nel baratro.
Non c’erano vetture che potessero raggiungermi, se non in circostanze anomale, ma un errore sarebbe stato fatale. Sapevo che essere finire in top-ten era tutto, ma sapevo anche che, se si fosse presentata davanti a me un’occasione, non sarei rimasta a guardare.
Ero come tutti i piloti, in fondo: nessuno di noi si sarebbe accontentato di un terzo posto, se avesse avuto la realistica speranza di arrivare secondo, allo stesso modo nessuno avrebbe accettato di buon grado di finire runner-up se ci fosse stata la possibilità concreta di puntare alla vittoria. Più indietro in graduatoria non c'erano grosse differenze: un nono posto era comunque un risultato che doveva essere inseguito con tutte le forze, se esisteva la possibilità di raggiungerlo.
Vincere Le Mans era mai stato alla nostra portata, così come non lo era arrivare secondi o terzi, e nemmeno nelle posizioni immediatamente retrostanti il podio, ma lo era ottenere un risultato migliore della decima piazza nella quale ci trovavamo in quel momento.
Non potevo rimanere fino alle 15.00 a contemplare il retrotreno della vettura dai colori sgargianti - la numero 98 - di cui da diversi giri ammiravo il retrotreno. Mi sentivo un cacciatore che ha la propria preda a portata di mano, ma che non ha idea di come catturarla. Mi incollai alla 98, in attesa di un passo falso, che sembrava non arrivare mai.
Il tempo a mia disposizione si esauriva a poco a poco e la voce dell'ingegnere di gara mi incitava, alla radio: «Sei più veloce. Sei più veloce della 98, in questo giro sei stata più veloce di mezzo secondo.»
Il mio istinto mi ordinava di buttarmi, di tentare una manovra impossibile. La ragione mi ricordava che non potevo gettare le ortiche la gara della Vertigo e dei miei compagni di squadra.
Una safety car venne in pista a schiarirmi le idee: per ironia della sorte il leader, irraggiungibile, aveva cozzato contro il retrotreno di una LMP2 durante un doppiaggio, spargendo detriti ovunque. Non sapevo chi fosse il pilota al volante, ma mi sentii soddisfatta di non essere al suo posto. Se fosse accaduto a me, avrei fatto meglio a cercare un posto dove nascondermi fino alla fine dei miei giorni, per liberarmi da ogni possibile impiccio.
Al restart, ad ogni modo, mi trovai ancora a tu per tu con un confine pericoloso, quello tra il cuore e la mente, tra il fare una pazzia e il rimanere calma e in attesa dietro al posteriore della 98.
La ragione era destinata a soccombere all’istinto. La predatrice che era in me affiancò la vettura che di trovava non più al nono, ma all'ottavo posto, certa che, comunque fosse andata, non avrebbe avuto rimpianti.
Non trovo difficoltoso immaginare quali fossero le sensazioni del pilota della 98 in quel momento, mentre eravamo affiancati. Non dovevano essere tanto diverse dalle mie.
In tanti mi hanno chiesto, in seguito, a che cosa pensassi in quel momento. Non lo so. Non lo so e sono convinta che anche il mio avversario abbia tuttora la stessa confusione in proposito.
Ricordo vagamente di essermi detta "adesso finisce tutto".
Non finì tutto, ma mi ritrovai davanti, ottava, con la sagoma di ben due vetture nel campo visivo. I minuti che mi separavano dalla fine della gara erano il mio mortale nemico, in quel momento, perché sapevo che potevano distruggermi. Però non mi distrussero, mentre invece venni informata via radio che una delle auto che si trovavano nelle prime posizioni era stata costretta a una sosta da una foratura e che adesso si trovava dietro di noi: la 101 era settima.
Misi a tacere la voce che mi parlava, perché volevo rimanere da sola fino alla fine, per non perdere la concentrazione, per non commettere errori che vanificassero il sorpasso folle nei confronti della 98.
Fu un'agonia. Anzi, di più: fu una lenta agonia. No, ancora di più: fu una lentissima agonia. Ancora oggi, quando ci penso, credo che sia stato uno dei momenti peggiori che ho passato, al volante di un'auto da competizioni. Eppure, dopo la 98, non so ancora come, riuscii a sopravanzare anche le altre due auto alla mia portata, entrambe ormai in modalità di gestione carburante per non essere costrette a una sosta ai box negli ultimi giri di gara.
Alcuni colleghi di maggiore successo sostengono che vincere a Le Mans sia stupendo, un'emozione senza paragoni, ma solo quando arrivi a passare sotto la bandiera a scacchi. Se altri piloti affermano di essersi sentiti esaltati prima, allora mentono, secondo il mio spiccato parere (a meno che non si tratti di qualcuno veramente sicuro di sé, con un ego smisurato - ne conosco alcuni, ma preferisco non fare nomi), almeno a giudicare dal fatto che non sono mai stata vicina a vincere la 24 Ore, ma conquistare un quinto posto è stato assolutamente massacrante, quindi figurarsi cosa potrebbe accadere a chi si trova al comando.
Avevo trascorso gli ultimi minuti a desiderare con tutte le mie forze di vedere la linea del traguardo e finalmente vidi la linea del traguardo, la fine di tutte le mie sofferenze, la fine del mio percorso in endurance. Era stato breve, ma ero certa che non avrei ripetuto quell'esperienza, mentre invece ero disposta a riprovarci a Indianapolis. Avevo deciso solo poche settimane prima che mi sarei ritirata dalle competizioni, ma quel pensiero appariva ormai dimenticato.
Ovviamente, l'avere ottenuto un risultato inatteso, di gran lunga al di sopra delle aspettative della Vertigo, attirò una grande attenzione mediatica. Feci il giro del mondo, molto più di Leroy e Watanabe, come facilmente prevedibile.
Un giornale sportivo che preferisco non citare, scrisse in prima pagina che ero più attraente della barba di un noto campione di automobilismo che ugualmente preferisco non citare. Diverse associazioni femministe che generalmente se ne fregavano del motorsport intervennero in mia difesa, per poi attaccarmi e definirmi una schiava del patriarcato quando dichiarai di non essermi offesa, ma di essermi messa a ridere. Un profilo importante mi taggò su un social, sostenendo che avevo dato un pessimo esempio e avevo ridicolizzato le disparità di genere. Quando replicai che avevo tutto il rispetto possibile per le vittime di disparità di genere e che, semplicemente, mi indignavo per questioni che mi toccassero più profondamente rispetto a un commento poco professionale scritto da quel giornale (che peraltro aveva pienamente ragione, dato che facevo una figura di gran lunga migliore, rispetto al collega con la barba), venni bloccata. Pazienza, non ho mai avuto simpatia per chi è convinto che il modo migliore per non farsi fare il lavaggio del cervello dagli uomini sia farselo fare da altre donne, alcune delle quali fino a quel momento avevano fatto pettegolezzi sulla mia vita sentimentale e sessuale e sul modo in cui mi vestivo, sostenendo che fossero le principali doti che avevo sfruttato per ottenere ingaggi presso team di una certa importanza.
Prima dei giornali, dell'esaltazione e degli attacchi mediatici, comunque, venne il post-gara. Quando scesi dalla vettura i miei compagni di squadra e una parte dei meccanici mi si buttarono addosso, felici per quella che, in fondo, era la nostra piccola vittoria.
Sentivo solo urla e caos, ma erano urla e caos che mi piacevano molto. Immaginavo che il direttore sportivo fosse fosse finalmente felice, dato che ci aveva chiesto un decimo posto e, invece, avevamo chiuso in quinta piazza. Non lo era. Dopo averci trattati come degli incapaci, non poteva ammettere che avessimo superato di gran lunga le aspettative e che, in particolare, le avessimo superate grazie alle mie manovre azzardate, che però avevano dato i giusti frutti.
Al giorno d'oggi, se ripenso a quei momenti, tutto assume un senso: il suo destino era segnato e il suo operato, già sgradito alla proprietà, sarebbe stato messo in discussione. Yannick aveva ragione, sul fatto che avrebbe perso il posto. Personalmente la cosa non mi riguardava più, o almeno così credevo. Nonostante il risultato eccezionale, per una squadra come la Vertigo, che lottava in mezzo a colossi, non sarei tornata, nemmeno se qualcuno mi ci avesse costretta. Fu quello che dissi, almeno, ma poi mi comportai diversamente quando la Vertigo mi diede la possibilità di riprovare l'impresa a Indianapolis, a condizione che disputassi un'altra edizione della 24 Ore di Le Mans sulla 101, al fianco di Leroy e Watanabe.
Il mio rapporto con Yannick non migliorò. Restammo due estranei che si rispettavano, ma che non avevano alcun desiderio di essere amici o di conoscersi meglio. Era giusto così.


***


Dopo una rapida occhiata ai profili social di Tina Menezes, che sembrava trovarsi in compagnia della sua nuova addetta stampa Alysse Mercier, Edward stava finalmente finendo di preparare la valigia.
Selena comparve alle sue spalle all'improvviso, con un tono artificialmente struggente, quando gli domandò: «Devi proprio andare via?»
«Pare di sì, è arrivato il momento.» Edward si girò a guardarla. «Mi dispiace andarmene subito dopo il tuo ritorno, ma arriverà anche il nostro momento, prima o poi.» Sorrise. «In fondo il mio lavoro è appagante.»
«Anche il mio» replicò Selena. «Ci sono solo piccoli intoppi come il fatto che Mara Mask sia insopportabile, ma continuo a tenere duro e mi consolo pensando all'elevato numeri di zeri che ci saranno sul bonifico che mi farà una volta che questo strazio sarà finito.»
«Preferisco di gran lunga la tranquillità della cabina di commento» ribatté Edward. «Anche fare l'inviato sul campo non è affatto male. Quell'influencer, invece, è un caso disperato.»
Selena ribatté: «Ha subito un trauma. Ti ricordo che il fidanzato l'ha lasciata e, di punto in bianco, ha deciso di stravolgere le proprie idee sulla sua futura casa.»
Edward ridacchiò.
«Chissà per quanto altro tempo resterà futura.»
«Se continuiamo così, molto a lungo» borbottò Selena. «Se almeno Oliver e Dalila mi avessero invitato a un'altra serata sotto copertura... sarebbe stato emozionante, in fondo. Invece no, nemmeno questa soddisfazione.»
«Hai così tanto desiderio di cacciarti nei guai?» obiettò Edward. «Dovresti essere felice che Fischer abbia deciso di fare un passo indietro, invece di prendere rischi del tutto inutili. Sempre ammesso che sia vero quello che ci ha raccontato, che la sua "indagine" sia davvero finita. Conoscendolo, ho qualche dubbio, specie considerato che la Mercier si trova ad Al Sakhir insieme a Tina e che anche Oliver o è là o le raggiungerà a breve.»
Selena puntualizzò: «Guarda che non è successo niente di eclatante, quella sera di dicembre. Ci siamo limitati ad accertarci che a Dalila non capitasse niente di male e che Pietro non fosse pericoloso. Nel frattempo abbiamo fatto ricerche sulla vita privata di Valerio Villa, lamentandoci perché in discoteca internet era piuttosto lento.»
Edward volle sapere: «Dalila e Bruni si frequentano ancora, che tu sappia?»
«Non ne ho idea, se devo essere sincera. Perché me lo chiedi?»
«Semplice curiosità. Vorrei sapere fino a che punto l'amica di Fischer si sia deliberatamente invischiata in questo casino.»
Selena replicò: «Dalila Colombari non si è messa in mezzo a questa storia per puro spirito investigativo, questo è poco ma sicuro. Ho visto come guardava Pietro, quella sera. Lo spogliava con gli occhi. Ti assicuro che quel tipo le piace.»
«Pietro Bruni è un uomo molto affascinante, non mi stupisce che a Dalila piaccia» ribatté Edward. «Questo, comunque, non è affare mio. Non dovresti pensarci neanche tu.»
Selena annuì.
«Certo, lo so, e infatti non faccio la voglia di essere trascinata a forza in faccende che non mi riguardano. Mi limitavo solo ad affermare che sarebbe stato un bel diversivo, piuttosto che pensare solo al lavoro e a Mara Mask. Quella donna è assolutamente insopportabile e non mi spiego le ragioni del suo successo.»
Edward scherzò: «Mara Mask "crea contenuti" e, a quanto pare, questi contenuti sono apprezzati.»
Selena precisò: «Veramente Mara si limita a produrre un'accozzaglia di nulla galattico. Mi ha perfino confidato che trova le ciglia finte un'invenzione stupida e che, se parlarne l'ha resa ricca e famosa, allora anche i suoi follower sono stupidi. Ne sembrava compiaciuta.» Scosse la tests. «Forse hai ragione tu, quando dici che è meglio stare in cabina di commento, anche se dai piani alti vorranno costringerti a fare previsioni campate in aria, sulla base dei tempi delle sessioni di test.»
«Vedo che hai capito perfettamente che cosa mi toccherà fare» osservò Edward. «Naturalmente mi chiederanno di fare sensazionalismi e affermare che Yannick Leroy diventerà campione del mondo, casomai dovesse fare il miglior tempo assoluto perché scarico di benzina o perché, dopo uno scroscio di pioggia, sarà l'ultimo a scendere in pista quando questa va ormai asciugandosi.»
«Se ti può consolare, il problema della pioggia dovrebbe essere del tutto inesistente» ribatté Selena. «Sbaglio o in Bahrain ci sono, in media, poco più di venti giorni di pioggia ogni anno?»
«La maggior parte dei quali sono concentrati nella stagione invernale» precisò Edward, «Quindi non posso essere sicuro di scamparla. Per ogni evenienza, speriamo che Leroy non ottenga il miglior tempo. È l'unico modo che ho per salvarmi dalle considerazioni senza né capo né coda alle quali altrimenti sarei obbligato.»
«Mi raccomando, nel frattempo tieni d'occhio Oliver, già che ci sei» gli suggerì Selena.
«Non mancherò di farlo» le assicurò Edward. «Sai che non vedo l'ora di scoprire che si è immischiato in storie poco chiare, al solo scopo di rimproverarlo perché è un irresponsabile!»

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