Il quindicesimo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Buona lettura. *-*
I passi di Oliver che saliva le scale furono inudibili fintanto che non giunse all'ultima rampa. Si sentiva chiaramente, invece, la musica che arrivava dal centro, a pochi isolati di distanza. Il padre di Mirko era un po' in ritardo, ma non c'era da sorprendersi, visto che le vie chiuse l'avevano di certo costretto a varie deviazioni.
«Scusa se arrivo solo adesso» si giustificò, quando giunse sul pianerottolo. «Avresti potuto avvisarmi.»
Dalila annuì.
«Sì, hai ragione, ci ho pensato troppo tardi.» Si fece da parte. «Vieni dentro.»
Oliver varcò la soglia e Dalila richiuse la porta.
«Mirko dorme?»
«No, è più sveglio che mai, e tra poco si farà sentire» rispose Dalila. «Ha tra le mani un aggeggio pieno di sonagli.»
Oliver sorrise, strizzandole un occhio.
«Così piccolo e già amante della confusione! Posso andare da lui?»
«Ha preso tutto dal papà» ribatté Dalila, prima di specificare: «È meglio se prima parliamo noi due. Non fraintendermi, non voglio tenerti lontana da lui - non adesso - ma abbiamo qualcosa di importante da dirci.»
Oliver fece per obiettare: «Ormai ci siamo già detti tutto. Dobbiamo andare in comune domani. C'è altro di cui dobbiamo discutere? Non...»
Dalila lo interruppe: «Vieni con me, andiamo di là. Non abbiamo parlato di tutto il resto. Non ci siamo solo noi.» Oliver non oppose resistenza, quindi andarono a sedersi.Si accomodarono l'uno di fronte all'altra. «Ho raccontato a mia madre quello che abbiamo intenzione di fare. Ne è stata felice. Tina, invece?»
«Tina sa che voglio riconoscere mio figlio» chiarì Oliver, «E non ha nulla da ridire, qualsiasi cosa ne pensino i suoi familiari. Sua madre, suo fratello e soprattutto sua cognata sembrano convinti che sia un'atrocità, ma Tina non è come loro, per fortuna. Il tuo uomo, invece, che cosa ne pensa?»
Dalila rise.
«Chi, Pietro?»
«Non so, quanti fidanzati hai?» ribatté Oliver. «Non conosco l'esistenza di altri.»
Dalila puntualizzò: «Preferirei che si evitassero certe parole, sono un po' troppo grosse. Io e Pietro ci frequentiamo, tutto qui. Non devo certo dargli spiegazioni su quello che ho fatto prima di conoscerlo. Mirko c'era già e Pietro deve farsene una ragione.»
«Mhm.»
«Non ti vedo convinto, Fischer. Vuoi chiedermi anche come mai Pietro non sia accanto a me?»
Oliver precisò: «So perfettamente che si trova insieme a Marina in Bahrain. È il primo gran premio per la Rocket-Vertigo e il loro dovere di sponsor è essere presenti.»
«Tu, invece, te lo perderai» osservò Dalila. «Mi dispiace che tu non sia là accanto a Tina.»
«Dispiace anche a me, ma non ho intenzione di trasformarmi in un marito-trofeo. Due settimane fa ero con Tina per la sessione di test, adesso non c'era questa possibilità. Mi farò perdonare con la mia presenza all'evento della prossima settimana.»
«A Jeddah? È proprio un circuito di merda.»
«Vai a lamentarti con chi l'ha progettato!»
«Sul serio, perché proprio là? Se non intendi stare sempre al suo fianco, potevi almeno scegliere un gran premio storico.»
Oliver replicò: «Probabilmente non ne disputerà nessuno, dei gran premi storici. Per ora ha un contratto per i primi tre eventi. Il terzo sarà in Australia e le ore di aereo sono decisamente troppe.»
Dalila obiettò: «Per amore dovresti essere disposto a questo e ad altro, non pensi?»
«È il suo lavoro» ribatté Oliver. «La gente comune non si porta il coniuge al lavoro! Non ho intenzione di diventare la versione maschile di una WAG!»
Dalila si arrese: «Va bene, va bene, come vuoi. Mi fa piacere che tu sia qui, visto quello che dovrà succedere domani. Non...»
Si interruppe, dopo che un pensiero estraneo le aveva attraversato la mente.
Oliver la fissò, chiedendole: «È tutto a posto?»
Dalila annuì.
«Prima ho letto un post su Aurelia Villa. Mi sono chiesta cosa sarebbe successo, se fosse stata di vedute aperte come Tina. Certo, era tutto diverso. Quando abbiamo concepito Mirko, tu non stavi ancora insieme a Tina, mentre io sono il frutto di una relazione extraconiugale.»
Più che sulla riflessione, Oliver si focalizzò sul post: «Cos'hai letto, su Aurelia Villa? Di solito se ne sta ben lontana dai riflettori, com'è possibile che sia riuscita a fare parlare di sé?»
Dalila allungò un braccio, per prendere lo smartphone, che era in quel momento riposto sul mobile alle sue spalle.
«Nessuno avrebbe parlato di Aurelia Villa, se non ci fosse stata di mezzo Anna Russo.»
«Segui la ex di Pietro?»
«No. Il post è stato condiviso da Mara Mask, diventando virale... e, prima che tu me lo chieda, non seguo Mara Mask! Anzi, vorrei solo che le chiudessero tutti i profili.»
«Allora come hai fatto a vederlo?»
«Algoritmi, Fischer. In bacheca non ti compare quello che vorresti vedere, ma quello che genera più cash.»
«Okay. Quindi, quel post? Di cosa si tratta?»
Dalila aprì l'app e si mise a fare una rapida ricerca.
«Un attimo. L'ho salvato. Non pensavo di fartelo vedere, ma dato che siamo qui... Eccolo.»
Glielo mostrò. La fotografia sembrava piuttosto datata - non doveva essere stata scattata più tardi dei primi anni Novanta, a volere esagerare - e ritraeva in primo piano due donne.
Anna Russo scriveva: "Mia madre insieme alla mia madrina Aurelia, moglie di Valerio Villa, a una festa, qualche anno fa."
Non vi erano dubbi che visualizzazioni e commenti fossero già alti prima ancora che Mara Mask si fosse messa in mezzo, ma l'intervento di quest'ultima aveva senz'altro fatto schizzare le interazioni alle stelle.
«Molti utenti si chiedono chi sia quel tale che sta sullo sfondo e sembra stia sbadigliando» aggiunse Dalila. «Non ho capito a quale si riferiscano e nemmeno mi interessa.»
Passò il telefono a Oliver, che fissò per qualche istante la fotografia.
«Aurelia Villa era una donna piuttosto distinta.»
Dal momento che vi erano poche ragioni per fare un simile commento, Dalila ipotizzò subito dove volesse andare a parare: «Al contrario della madre di Anna, intendi? In effetti era tamarra quasi come la figlia.»
Oliver sorrise.
«Mi capisci al volo, Colombari!»
«È un vero peccato che stiamo insieme sd altre persone» ribatté Dalila, «Perché in un altro universo avremmo potuto essere la coppia perfetta!»
Oliver non commentò, ma piuttosto domandò: «Posso vedere mio figlio, adesso? Non ho sentito sonagli, magari posso dargli il buon esempio!»
«Come vuoi, ma poi andiamo a fare un giro fuori.»
«Non ci sarà troppa confusione?»
Dalila lo rassicurò: «Sono certa che troveremo facilmente un posto tranquillo.»
Oliver non si oppose. Un quarto d'ora più tardi, era accanto a Dalila, la quale spingeva Mirko nel passeggino, diretti insieme verso il centro del paese, dove la sfilata dei carri del carnevale era annunciata da musica dance, ma non solo, ad alto volume. Le canzoni si mescolavano le une con le altre e, a fare da sfondo a un noto brano di successo uscito tra fine e inizio millennio si avvertiva vagamente la voce di Cya 'N' Hyde che vaneggiava a proposito delle "bitch nei late thirties, così dirty".
«Anche qui?» sbottò Oliver.
Dalila rise.
«Anche qui.»
«Però questi cantanti trash ci hanno aperto gli occhi, la notte di Capodanno» rievocò Oliver.
«Già» convenne Dalila, «Anche se ormai ci siamo arenati. Per quanto riguarda te e Tina, ci sono novità? Voi avete contatti con Alysse e...»
Si interruppe, dal momento che incrociarono alcuni passanti.
Oliver rispose: «Al momento nulla. Cerco di fare parlare le persone, quando posso, ma non ci sono molte persone a cui si possa chiedere di parlare.»
Dalila sospirò.
«Già.»
«In più» aggiunse Oliver, «Si va solo ed esclusivamente al solito punto di partenza: la famiglia del tuo fidanzato.»
«Ti ho detto di moderare i termini» gli ricordò Dalila. «Guardiamo in faccia la realtà, però: che motivo aveva un membro qualsiasi della famiglia Forti per uccidere Alexandre Mercier?»
Oliver sospirò.
«Questo è un ottimo punto, te lo devo concedere. E soprattutto, perché ucciderlo all'interno della loro azienda? Però, come ti ricordo, abbiamo ipotizzato che Alexandre avesse visto qualcosa che non doveva vedere, la sera della morte di Valerio Villa.»
«Esatto» convenne Dalila, «E questo è plausibile. Però, chi avrebbe ucciso mio padre e perché? E come sarebbe finito Alexandre Mercier a lavorare proprio per la famiglia Forti?»
«Secondo Alysse» spiegò Oliver, «Suo marito amava il marchio Vertigo, forse perché lo associava alla Vertigo. Si è candidato ed è stato assunto.»
Dalila alzò la voce, perché erano ormai molto vicini al centro e voleva farsi sentire: «Mi sembra una grossa coincidenza. Va bene, le coincidenze esistono, ma perché Emilio Forti l'avrebbe assunto, se qualcuno dei suoi familiari avesse avuto qualcosa da nascondere?»
«Presumo che i figli di Forti, se avevano ucciso Valerio Villa, non lo andassero a raccontare al padre» azzardò Oliver. «In più, è molto probabile che in azienda ci sia qualcuno che seleziona il personale. È vero che Alexandre Mercier lavorava alla loro sede centrale, ma dubito che tutti i candidati fossero esaminati dal titolare in persona.»
«Quindi le coincidenze esistono» ribadì Dalila, «E Marina, che si trovava a Misano, potrebbe avere ucciso mio padre. Ma perché? E perché avrebbe dovuto ucciderlo Pietro?»
«Mhm.»
«Cosa c'è, Fischer?»
Oliver replicò: «Niente. Andiamo a vedere i carri. Magari qualcosa ci ispirerà.»
Dalila rise.
«Dubito che qualche maschera possa illuminarci.»
«Ci hanno illuminati Araceli Fernandez e Cya 'N' Hyde» le ricordò Oliver, «Quindi tutto può illuminarci. Anche se, a onore del vero, ci hanno illuminati fino a un certo punto. Quel tizio che faceva le pulizie in albergo, qual era il suo ruolo?»
Dalila non rispose. Ormai erano giunti lungo le vie principali, sulle quali transitavano carri carnevaleschi di dimensioni relativamente ridotte, probabilmente studiate affinché questi potessero passare in corrispondenza della piccola rotatoria che conduceva al centro abitato.
Il primo carri che incontrarono raffigurava un koala adulto con un cucciolo caricato sulle spalle, in mezzo a eucalipto di cartapesta. Davanti, un corpo di ballo costituito interamente da persone travestite da simpatici marsupiali australiani si stava sbizzarrendo in una coreografia decisamente da rivedere, mentre dall'alto alcuni individui attempati facevano più confusione dei bambini, lanciando coriandoli a terra. Questi si sarebbero infilati nei tombini e, dal momento che non erano fatti di sola carta, forse li avrebbero ostruiti.
«Cosa dicevi, Fischer?» urlò Dalila, per farsi sentire dall'amico nonostante la musica ad alto volume.
«L'uomo che faceva le pulizie...»
«No, sulle idee! Ti sembra illuminante tutta questa gente travestita da koala?»
Oliver ammise: «No, ma una volta Tina mi ha detto che il suo amico Silver Knight le ricorda un koala!»
«Quel Silver Knight immagino che avrà un nome e un cognome, e anche piuttosto noti» osservò Dalila. «La Menezes non potrebbe chiamare i propri amici per nome, come fanno tutti?»
Oliver non rispose. Dalila si piazzò sul marciapiede, spostando lo sguardo sul carro successivo. Ovviamente non vi era nulla che potesse suggerire pensieri utili, ma non si aspettava che potesse andare diversamente.
Restarono fermi per un po', poi fecero un giro, cercando di evitare i posti più affollati. Nel frattempo, Dalila fece una considerazione inevitabile, forse la stessa che, mentalmente, doveva avere fatto Oliver quando si era mostrato pensieroso.
«Se Pietro avesse ucciso mio padre e poi Alexandre dopo avere scoperto che era presente sul luogo del delitto, quali ragioni avrebbe per non uccidere anche me? Non mi ha riconosciuta?»
«Ritengo improbabile che non ti abbia riconosciuta» replicò Oliver. «Anzi, se fossi in te farei molta attenzione. Così come Gabrielle Delacroix ha scoperto chi sei tramite un investigatore privato, potrebbe scoprirlo anche Bruni.»
Dalila obiettò: «Se non ha ucciso mio padre, non ha motivo per ingaggiare qualcuno per indagini di questo tipo.»
«Dubito che Gabrielle Delacroix abbia ucciso Villa, ma l'ha fatto. Perché non dovrebbe farlo anche Pietro Bruni? Non...» Oliver si interruppe di colpo. «Guarda quel carro!»
Dalila diede un'occhiata alla direzione indicata dall'amico. Il soggetto era un personaggio che sembrava sbadigliare.
«Hai avuto qualche illuminazione, Fischer?»
«No, stavo solo pensando alla madre di Anna Russo immortalata accanto ad Aurelia Villa, alla gente che si chiedeva chi fosse il tizio che sbadigliava.»
Dalila fu scossa da un brivido, ma non volle dare alcun segno di turbamento. Si limitò a criticare ancora una volta il look piuttosto appariscente che la madre di Anna sfoggiava in quel vecchio scatto.
Solo nel tardo pomeriggio, quando rimase sola, dopo che Oliver aveva declinato l'invito a guardare insieme il Gran Premio del Bahrain, tornò a controllare il post condiviso da Mara Mask.
Ingrandì il dettaglio, andando finalmente a esaminare l'uomo che sbadigliava, destinato senz'altro a diventare un meme. Si chiese se fosse possibile ricordare, a oltre diciotto anni di distanza, un volto visto per pochi istanti. Si diede della stupida e della visionaria, ma non perse la tremenda sensazione che potesse trattarsi dell'inserviente che aveva riferito a lei e ad Alexandre che Valerio Villa non era nella propria stanza.
Non disse niente a Oliver, nemmeno quando questo le scrisse per commentare la performance della Rocket-Vertigo al primo gran premio della stagione: Yannick Leroy, che partiva diciassettesimo, aveva chiuso la gara al tredicesimo posto, mentre Tina, che di era qualificata diciannovesima, era giunta quattordicesima. Non informò Fischer della propria intuizione, perché non era convinta che avesse molto senso: meglio non metterlo al corrente di qualcosa che, con tutta probabilità, esisteva solo nella propria testa.
***
Era ormai calata la notte. Tina aveva cercato di allontanarsi, ma lo sguardo implorante di Alysse le aveva fatto capire che non voleva restare da sola con Yannick. Ciò contrastava con l'affinità evidente tra i due, che ridevano e scherzavano, mentre la Mercier mostrava a Leroy le fotografie presenti sul profilo social che usava maggiormente.
Non che Tina si limitasse a fare da terzo incomodo: veniva regolarmente chiamata in causa da Alysse, che aveva fatto vedere anche a lei varie immagini, oltre che i profili di tre o quattro individui che sia per Tina sia per Yannick non erano altro che emeriti sconosciuti.
«Questo era un collega di Alex» osservò, dopo avere aperto il profilo dell'uomo attempato con cui - se Tina se lo ricordava bene, almeno - si trovava al ristorante la sera del matrimonio di Tina e Oliver.
Per un attimo calò il silenzio, infine Yannick domandò: «Alex?»
Tina notò un sussulto, da parte di Alysse. In effetti, ricordava che non avesse mai parlato a Leroy del defunto marito.
«È... è una lunga storia» rispose Alysse, che appariva esitante. «Magari te ne parlerò, una volta che saremo da soli.»
Tina colse il momento per allontanarsi.
«Credo sia meglio se vi lascio soli.»
Alysse le lanciò un'altra delle proprie occhiate imploranti, ma Tina preferì lasciarla sola. In fondo era tardi, ormai, se non voleva trascorrere del tempo da sola con Leroy poteva pur sempre usare la scusa della stanchezza.
«Alex» ripeté Yannick. «Hai altri uomini, oltre a me?»
Parlava in tono scherzoso. Alysse, invece, rispose in modo piuttosto serio: «Te l'ho detto, è una lunga storia e risale a molto tempo fa.»
Furono le ultime parole che Tina udì prima di andare via. Nel suo caso, era davvero stanca e non vedeva l'ora di andare a dormire. Eppure, quando si sdraiò a letto, non riuscì a prendere sonno, forse ancora presa dall'eccitazione e dall'euforia. La qualifica del giorno precedente non era andata molto bene, se confrontata con le aspettative. Il diciannovesimo tempo era stato piuttosto deludente, specie alla luce del fatto che Leroy avesse dimostrato come la Rocket-Vertigo potesse arrivare più in alto. La gara, tuttavia, era stata priva di problemi, con una posizione finale che, se paragonata alle ambizioni, era piuttosto accettabile, specie in un'epoca in cui i ritiri erano pochi e la maggior parte delle vetture vedevano la linea del traguardo. Non sarebbe stato facile, per la squadra, conquistare qualche punto occasionale, ma non erano l'unico team in quelle condizioni e non sarebbe stato impossibile sfruttare qualche rara occasione. Tina sperava di esserci, ma era realista: il suo ingaggio era stato dettato dall'entusiasmo che il suo nome regalava, ma era difficile che si protraesse nel lungo periodo. Ufficialmente, avrebbe dovuto ritirarsi dalle competizioni a giugno, dopo la 24 Ore di Le Mans. Molto probabilmente la stessa Marina Forti l'avrebbe messa da parte, magari insistendo perché la Vertigo le affidasse un ruolo di brand ambassador.
Non voleva pensarci quella notte, quindi andò a curiosare sul profilo di Alysse Mercier, esaminandolo approfonditamente, dopo non avergli prestato troppa attenzione quando era stata la stessa addetta stampa a mostrarglielo. Fece lo stesso con gli altri profili che la Mercier aveva fatto vedere a lei e a Yannick. Infine, chiedendosi se Alysse fosse ancora con Leroy e se gli stesse raccontando di Alexandre, spense finalmente la luce.
Non prese comunque sonno, con il pensiero di Jeddah ormai alle porte. Si trattava di uno degli eventi più controversi del calendario, in quanto erano in molti a criticare la scelta di gareggiare in un paese molto discutibile dal punto di vista dei diritti umani. Tanto per cambiare, in qualità di donna, Tina veniva vista come colei che avrebbe dovuto lasciare il segno contro lo "sportwashing". Aveva già letto e sentito osservazioni come "è assurdo che la Menezes non parli della condizione femminile in Arabia Saudita, ma anzi, ci vada a gareggiare, le personalità pubbliche dovrebbero spiegare alla gente comune quali siano i problemi esistenti nel mondo, invece spesso non fanno un singolo post o video in proposito".
Naturalmente, Tina era perfettamente al corrente che esistessero importanti questioni sociali, ma interpretava quel modo di pensare come un "la gente comune non ha nessuna voglia di informarsi, di leggere, di studiare e, in generale, di farsi una cultura, quindi le celebrità hanno il dovere di informare l'individuo medio tramite video pieni di glitter a proposito di ciò di cui vorrebbero sentire parlare, ovviamente della durata non superiore al minuto, perché non si può eccedere la capacità di attenzione massima". Ovviamente, le celebrità in questione dovevano essere percepite come giovani e affascinanti, altrimenti sarebbero state considerate soltanto dei vecchi che dovevano morire e lasciare spazio a giovani affascinanti.
Tina non aveva alcun desiderio di dedicare il proprio tempo libero a istruire gente che non ne voleva sapere di informarsi da sé, che non si sarebbe occupata minimamente di certe realtà se queste non avessero organizzato eventi sportivi, né tantomeno le piaceva il fatto che questioni importanti fossero spesso gestite xon la stessa maturità di un dodicenne. In più aveva l'impressione che ci si preoccupasse troppo per leggi che infrangevano la morale occidentale e troppo poco per chi certe discriminazioni le subiva, ragione che l'aveva sempre tenuta lontana dal volere banalizzare situazioni fin troppo complesse.
Con quei pensieri in testa, finalmente si addormentò. L'indomani aveva un aereo da prendere e, di lì a pochi giorni, avrebbe rivisto Oliver, nel frattempo impegnato con le pratiche per il riconoscimento del figlio. Sapeva che non sarebbe cambiato nulla tra di loro. Molte persone alla soglia dei quarant'anni facevano coppia con partner che avevano avuto figli da relazioni precedenti. Il fatto che Mirko fosse stato concepito poco più di un anno e mezzo prima non avrebbe intaccato il futuro che Tima voleva vivere serenamente insieme a Oliver Fischer.
L'indomani si svegliò di soprassalto. Il pensiero le cadde su Marina Forti e Pietro Bruni. Li aveva avuti intorno, in qualche occasione, durante il fine settimana appena passato. Era la prima volta che vedeva Bruni, dopo i test, ed era riuscita a interagire con lui in maniera civile. Lo considerava un notevole passo avanti.
Come spesso accadeva, anche quella mattina si pose le doverose domande di rito. Marina poteva avere ucciso Valerio Villa? Oppure poteva averlo fatto Pietro? Per quale ragione? Cosa sapeva Alexandre Mercier? Perché era stato eliminato?
Tina si prese la testa tra le mani. Le sembrava di tornare sempre al punto di partenza. Avrebbe voluto chiedere ad Alysse se avesse avuto qualche illuminazione, ma era abbastanza certa che la Mercier non avesse ricavato nulla dalla vicinanza ai membri della famiglia Forti. Non per la prima volta, le venne da chiedersi se Alysse avesse travisato. Era possibile che suo marito si fosse davvero suicidato e che la versione dei fatti ufficiale corrispondesse a realtà?
***
Dalila aveva portato Mirko a casa della madre. Per quanto frequentasse Pietro ormai da qualche tempo, non se la sentiva di fargli incontrare il figlio. Nonostante non vi fosse alcun indizio a sostegno del fatto che Bruni potesse essere un assassino, preferiva evitare situazioni troppo compromettenti.
Non era stato difficile inventare una scusa. Anzi, da quando Pietro aveva scoperto che Mirko era figlio di Oliver Fischer, sembrava essersi messo in testa che fosse quest'ultimo a non volere che il bambino avesse a che fare con lui. La cosa non sembrava turbarlo: era palese che Pietro non aveva alcuna intenzione di atteggiarsi a figura paterna.
Si incontrarono la domenica pomeriggio, nello stesso centro in cui sette giorni prima si era svolta la sfilata dei carri. Era strano trovarsi seduta su una panchina in un borgo di provincia insieme all'erede di una fortuna, il cui nome era sulle bocche di tutti. Dalila cercò di togliersi dalla testa il pensiero che, di tanto in tanto, la tormentava: sarebbe stato bello scappare a gambe levate.
Pietro non sembrava dello stesso parere e, anzi, le confidò: «Sono contento di averti rivista.»
Dalila azzardò: «Non ti piacerebbe essere a Jeddah con la Rocket-Vertigo?»
Pietro accennò una risata.
«Ti confesso che non mi piacerebbe affatto. Fa troppo caldo e ho già passato anche troppo tempo in circuito la settimana scorsa. È stata una gran rottura di coglioni. Io non sono come Marina, che trova sempre qualcuno con cui parlare di affari. Anzi, devo ammettere che trovo estremamente noioso parlare di affari.»
«Allora» replicò Dalila, «Perché non lasci perdere tutto e non lasci l'attività interamente nelle mani di Marina?»
«Per fare cosa?»
«Non saprei.»
«Ecco, appunto» rispose Pietro. «Quando mia madre si è sposata con Emilio Forti, il mio destino era già segnato. Non fraintendermi, non è così terribile quando tua madre sposa un uomo molto ricco, ma ti preclude la possibilità di essere davvero quello che vuoi. Vieni educato a non pensarci nemmeno, a quello che vorresti diventare. Diventi semplicemente chi ti è imposto di essere.»
«E tuo padre?»
«Cosa vuoi sapere?»
«Che fine ha fatto il signor Bruni, se mai ne è esistito uno?»
«È morto ben prima di arrivareall'età che ho io ora.»
«Oh.»
«Cancro. Nulla di scabroso, se stavi pensando a un omicidio.»
Dalila rabbrividì.
«Perché avrei dovuto pensare a un omicidio?»
«Non saprei. Tu, invece? Chi ti ha generata? Ho sempre sentito parlare soltanto di tua madre.»
La domanda era del tutto legittima, ma Dalila ripensò a Gabrielle Delacroix, al corrente della sua identità. Pietro stava forse cercando di metterla alla prova? Si limitò a rispondergli: «Ho solo lei. Non esiste alcun signor Colombari»
Pietro non chiese altro.
Dalila azzardò, nel tentativo di cambiare discorso: «Se tu non fossi stato il figliastro di Emilio Forti, chi saresti diventato? Non ci credo, che tu non ne abbia alcuna idea.»
Pietro ammise: «In effetti non ci vuole molto per avere un'idea in proposito. Immagino che avrei avuto un lavoro comune e mi sarei messo insieme a una donna normale.»
«Cosa intendi per donna normale?»
«Non una come Anna, ma una come te.»
Dalila sorrise.
«Lo sai che qualche moralista bacchettone potrebbe dirti che siamo tutte "donne normali"?»
«A me non pare normale vivere di sola popolarità, come fa Anna. Questo vale per tutti, non solo per le donne. Mi sembra, però, che per queste sia un po' più facile diventare famose senza fare nulla, se sono di aspetto appariscente. Non fraintendermi, ci sono anche tanti influencer uomini che pubblicano contenuti di dubbio interesse. Però Anna aspira alla fama limitandosi ad apparire, senza nemmeno sforzarsi di fare qualcosa. Pensa solo al successo di Mara Mask. Se fosse stata un uomo, avrebbe quantomeno dovuto sforzarsi di parlare di videogiochi, o di auto, o di viaggi. Mara Mask, invece, è la glorificazione del nulla e non mi stupisce che Anna l'abbia sempre presa da esempio.»
«Mi verrebbe da chiederti come mai stavi con lei, allora.»
Pietro rimase in silenzio per qualche lungo istante. Infine domandò: «Tu perché frequentavi Fischer?»
«Perché mi piaceva» rispose Dalila, «Tutto qui.»
«Ecco, alle donne come te piacciono quelli come Oliver Fischer, quindi si spiega facilmente perché io stessi insieme ad Anna» ribatté Pietro. «Le opzioni erano limitate.»
«Mi stai dicendo che hai delle difficoltà a trovare donne con cui uscire?»
«Diciamo che frequento ambienti in cui non ci sono quasi mai donne come te. Quando vivi tra chi si nutre di apparenza e glamour è difficile conoscere persone che non siano come Anna.»
«Quindi tu saresti l'unico "normale", tra loro?»
«Io non sono uno di loro. Non so cosa sono, ma non mi sento del tutto parte di quel mondo.»
Dalila sospirò.
«Adesso mi dirai anche che sogni di potere un giorno risvegliarti povero e di vivere in una capanna in qualche posto sperduto?»
«Non esistiamo solo io e i poveri che vivono nelle capanne nei luoghi più remoti del pianeta» chiarì Pietro. «Vorrei semplicemente essere me stesso, piuttosto che il figlio di qualcuno di cui, in realtà, non ero nemmeno figlio. Vorrei non dovere rendere conto a Marina di quello che faccio, alla mia età. Vorrei semplicemente essere come te.»
Dalila non avrebbe saputo dire se Pietro fosse sincero o meno, se quel discorso fosse parte di una trappola ben definita. Si limitò quindi a chiedergli: «Facciamo due passi?»
Si alzarono. Mentre passeggiavano per le vie del paese, qualche sguardo di troppo si posò su di loro. Forse qualcuno pensava: "quel tizio somiglia vagamente a Pietro Bruni di Echos, ma è impossibile che si tratti di lui".
Chissà come avrebbero reagito, se avessero saputo. Dalila si disse che non aveva importanza, così come, nel mondo ideale, non avrebbe dovuto averne l'impatto che la notorietà aveva su Pietro, dal quale doveva sforzarsi di mantenere il giusto distacco.
Gli propose: «Più tardi, ti va di guardarci il gran premio insieme?»
«Dovrebbe essere sul punto di iniziare» osservò Pietro. «Ormai ce lo stiamo già perdendo, temo.»
«Adesso è in diretta sulla PayTV» ribatté Dalila. «Intendo guardarcelo insieme quando sarà trasmesso in chiaro sulla televisione di noi poveri.»
«Va bene, ci sto» accettò Pietro. «Teniamoci stretta la Rocket-Vertigo anche quando potrei fare a meno della Rocket-Vertigo... ma solo per te!»
Dalila sorrise.
«Grazie mille. È proprio quello che volevo sentirti dire. Ovviamente si tengono le dita incrociate per la Menezes. Spero che possa finire la gara in top-ten.»
Era difficile, ma si era classificata tredicesima nelle qualifiche del giorno precedente, due posizioni più avanti rispetto a Leroy. Un risultato degno di nota non era una semplice utopia.
Più tardi, Dalila rincasò insieme a Pietro. Sul pianerottolo, iniziò a spaziare con la mente verso i soliti pensieri negativi, stavolta immaginandolo mentre apponeva sulla porta quel messaggio inquietante che aveva trovato a dicembre. Era possibile che fosse stato proprio lui, intuendo le sue intenzioni, in un tentativo di scoraggiarla?
Inserì la chiave nella toppa, mentre il cellulare di Pietro si metteva a squillare. Bruni non rispose, lamentandosi di Marina e della sua invadenza. Non aveva idea del perché lo cercasse, né sembrava molto interessato. La sua sorellastra tentò di telefonargli altre volte, ma Bruni tolse la suoneria e la ignorò.
***
Il Jeddah Corniche Circuit era uno dei tracciati di più recente introduzione nel campionato, in quell'anno si sarebbe svolta soltanto la quinta edizione del Gran Premio dell'Arabia Saudita. Si trattava di un circuito cittadino non permanente introdotto nel calendario in attesa che fossero ultimati i lavori per la realizzazione dell'impianto permanente di Qiddiya. Misurava sei chilometri e centosettantaquattro metri, era il terzo circuito più lungo del calendario, aveva ventisette curve, di cui undici a destra e sedici a sinistra, e veniva percorso in senso antiorario. Nonostante fosse un circuito cittadino, le monoposto raggiungevano velocità elevate tanto quanto sui circuiti tradizionali, il che non si combinava bene alla scarsa visibilità di alcuni tratti, tanto che negli anni passati erano accaduti incidenti che avevano generato accese polemiche.
Così come a Singapore, in Bahrein, in Qatar e a Las Vegas, anche l'evento saudita veniva disputato alla sera, il che era una fortuna, viste le elevate temperature locali. Le elevate temperature locali, tuttavia, non dispensavano Tina dall'indossare una cuffia dai colori vistosi, allo scopo di promuovere uno degli ultimi capi arrivati nei negozi Echos. Condivideva la stessa sorte con il compagno di squadra Yannick Leroy ed era già una fortuna che fossero riusciti a evitare di indossare anche la sciarpa in tinta. Era stato tutto merito di Alysse Mercier, intervenuta in loro soccorso facendo notare come il portare una sciarpa voluminosa al collo avesse il deplorevole effetto di nascondere marchi di sponsor che pagavano profumatamente per essere esibiti.
Yannick e Alysse erano stati visti insieme in molteplici occasioni, negli ultimi giorni, tanto che gli appassionati di gossip non esitavano ad alludere a una potenziale relazione sentimentale tra i due. La Mercier non aveva dato alcuna delucidazione in proposito a Tina, che non le aveva chiesto nulla.
Leroy, invece, aveva un'aria sognante, che non aveva perso nemmeno durante la drivers parade. Era accanto a lei, quindi Tina si sentì di domandargli: «Tutto okay tra te e la mia addetta stampa?»
Yannick sorrise.
«Dovresti badare un po' ai fatti tuoi, Menezes.»
«Hai ragione» ammise Tina, «Ma vi ho visti ho un po' più vicini, ultimamente.»
«Diciamo che ho avuto modo di comprendere cose di lei che finora mi erano sempre sfuggite» rispose Yannick. «Non so se sai di suo marito. Si è suicidato molti anni fa, anche se Alysse non ci crede.»
«Quindi ti ha parlato di lui, alla fine.»
«Sì, qualcosa mi ha detto, ma si sentiva a disagio. Le ho detto che non deve sentirsi obbligata a raccontarmi di qualcosa che le fa ancora male.»
Tina annuì.
«Mi sembra ragionevole.»
Non dissero altro, né a quel proposito, né su altri argomenti. Tina si spostò dall'altro lato del mezzo, dove l'amico al quale si riferiva con il soprannome di Silver Knight stava guardando già da tempo qualcosa sullo schermo dello smartphone.
«Ieri ho sentito Axel» lo informò. «È stata una call molto breve, ma mi ha fatto piacere. Mi ha raccontato che ieri ha seminato l'orto insieme ai suoi bambini, anche con quello più piccolo. Sembrava felice.»
Silver Knight alzò gli occhi.
«E tu sei felice?»
«Credo di sì» rispose Tina.
«Sicura?»
«Sì, certo.»
«Quindi è vero che tra te e Axel è tutto finito? Non fraintendermi, ti credo, ma non sono sicuro che tu ci creda.»
«Ti ricordo che ho sposato un altro uomo.»
Silver Knight le ricordò: «L'hai sposato senza invitati, come se volessi nasconderti.»
Tina puntualizzò: «Non volevo affatto nascondermi. In ogni caso, credo che faremo un'altra cerimonia, prima o poi, con gli invitati. Ho adocchiato una chiesa piuttosto bella.» Sorrise. «L'ho detto a Oliver: vorrei sposarmi qui, o almeno che qui venisse celebrato il mio funerale.»
«Non mi sembrano due cose da mettere sullo stesso piano.»
«Non sai mai cosa può accadere.»
«Quindi, tecnicamente, può accadere di tutto» ribadì Silver Knight, «Perfino un tuo ritorno di fiamma con Axel. Ti vedo un po' strana, oggi. Sei sicura che non c'entri la vostra call?»
«Pensi davvero che mi basti una call in cui Axel mi parla della famiglia felice per destabilizzarmi?» obiettò Tina. «Se è così, non mi conosci. E poi, non mi sento né turbata, né destabilizzata. Anzi, tutto il contrario, oserei dire: mi sono svegliata con una strana sensazione, oggi, e sento di avere ancora qualcosa di importante da fare. Potrei entrare nella storia.»
«Tu?» ribatté Silver Knight, con una risata.
«Io» rispose Tina. «Sento che ce la possiamo fare. Farò il possibile per dare alla Rocket-Vertigo il suo primo punto.»
«Questo è entrare nella storia, per te?»
«Sì, e mi capiresti, se provassi a scendere dal tuo piedistallo fatto di trofei. Non tutti siamo destinati a diventare dei campioni, anche se lo vorremmo. Basta soltanto riuscire ad accettarlo.»
«Hai vinto un gran premio con la Pink Venus» replicò Silver Knight. «Quello è entrare nella storia, non racimolare un misero punto. Capisco il tuo volere accontentarti di quel poco che hai la possibilità di realizzare, ma non mi sembra che finire la gara in bassa top-ten sia qualcosa di così incoraggiante.»
«Ci sono circostanze in cui inseguire un misero punto è difficile come vincere un titolo mondiale» obiettò Tina. «Ho avuto una grande opportunità per concludere la mia carriera. Farò il possibile per chi ha riposto fiducia in me.»
«Capisco il tuo discorso, o almeno posso provarci. Però non credo che un giorno qualcuno si ricorderà davvero di certi risultati. Al grande pubblico interessano solo vittorie e campionati.»
«Quello che interessa al grande pubblico non coincide necessariamente con quello che interessa a me, né con gli obiettivi della Rocket-Vertigo. Io non...»
Si interruppe. Silver Knight aveva abbassato di nuovo gli occhi sullo smartphone.
L'amico la esortò: «Continua, ti sto ascoltando. Mi è solo arrivata una notifica. Un'amica ha commentato una mia foto, suggerendomi di mettermi delle mutande più coprenti, altrimenti i miei scatti potrebbero essere scambiati per delle dick pic.»
Tina sospirò.
«Silver, non puoi pubblicare foto più discrete, alla tua età? Spero almeno che fossero su un profilo privato, e non su quello pubblico, dove tutti possono vedere tutt-...»
Le parole le morirono in bocca. Tutti potevano vedere tutto, a condizione di guardare con attenzione, ma purtroppo non l'aveva fatto. Cercò di fare mente locale, di ricordare qualcosa su cui all'inizio non aveva focalizzato l'attenzione.
«Va tutto bene, Tina? Sembra che tu abbia appena visto un fantasma.»
Tina prese fuori il cellulare, che teneva in tasca.
«Forse ho davvero visto un fantasma.»
Si fiondò ad aprire l'applicazione che le sarebbe servita, notando che la batteria aveva appena il tre percento di autonomia rimanente. Scese subito al due, forzandola a chiudere il programma.
Telefonò a Oliver, sperando che le rispondesse subito. Fu molto fortunata, dato che riuscì subito a mettersi in contatto con lui.
«Ti devo parlare» lo informò. «Non ho alcuna possibilità realistica di raggiungerti prima della fine della gara, ma devo vederti subito dopo.»
«Cosa succede?» volle sapere Oliver. «Mi sembri un po' tesa.»
«Ho visto una cosa importante, almeno credo» rispose Tina. «È stato la scorsa settimana, quando Alysse si è messa a mostrare delle fotografie. Non posso parlartene adesso, devo farlo di persona.»
Oliver non disse nulla.
Tina domandò: «Mi hai sentito?»
Ancora nessuna risposta. Allontanò il telefono dell'orecchio. Era spento, la batteria si era scaricata. Dopo la drivers parade lo affidò ad Alysse, affinché andasse a caricarlo. Cercò di non mostrare turbamento, in presenza della Mercier, ma soprattutto di togliersi dalla testa quello che stava diventando un pensiero assillante.
Aveva molta pratica nel lasciarsi tutto alle spalle, quindi non incontrò troppe difficoltà. Molti piloti affermavano che, quando si mettevano al volante, tutto il resto veniva dimenticato. Era vero, funzionava così anche per lei, anche se c'era ancora un po' di tempo a disposizione, almeno sulla carta. In quel tempo, però, non sarebbe riuscita a fare nulla, pertanto non vi era ragione di restare a interrogarsi sulla fine di Alexandre Mercier quando mancava un'ora scarsa alla partenza. Al massimo di lì a tre ore avrebbe avuto tutto il resto della giornata per pensarci.
Quell'ultima ora trascorse veloce come un fulmine. I piloti andarono a schierarsi sulla griglia di partenza, in attesa che arrivasse l'orario fatidico. Il giro di formazione fu svolto senza problemi di sorta e il direttore di gara fece azionare i semafori.
Le luci rosse si accesero una dopo l'altra. Una luce, due luci, tre luci, quattro luci, cinque luci... Quando queste si spensero, il via dalla dodicesima casella della griglia non fu liscio come Tina l'avrebbe desiderato. Costretta a farsi da parte per non venire a contatto con un'altra vettura, scivolò al quindicesimo posto, allontanandosi dall'obiettivo mistico del quale aveva discusso con Silver Knight. Leroy si trovava davanti a lei, ma non era la sua massima preoccupazione.
Per parecchi giri non accadde nulla che fosse degno di nota. Il gap dalle auto che la precedevano rimase pressoché immutato. Qualcuno, più avanti, ebbe problemi di imprecisata natura, il che le consentì di recuperare fino al tredicesimo posto.
Verso il termine del primo stint, il distacco da Leroy iniziò a calare drasticamente. Era plausibile che Yannick stesse iniziando a subire gli effetti del degrado degli pneumatici. Quando Tina attaccò il compagno di squadra, questo non oppose troppa resistenza. Tina non aveva dubbi che, in un altro contesto, avrebbe fatto di tutto per ostacolarla, ma era chiaro a entrambi che, in quello specifico contesto, non potevano permettersi di danneggiarsi a vicenda. La dodicesima posizione la avvicinava nuovamente all'obiettivo mistico, ma sarebbe stato un percorso in salita.
Rientrò ai box per il cambio gomme un giro più tardi rispetto a Leroy. Era ancora davanti al compagno di squadra e si trovavano ancora nelle stesse posizioni quando anche i loro avversari ultimarono le loro soste. Accaddero due incidenti di lieve entità, ma solo in una di queste circostanze Tina riuscì a guadagnare un vantaggio, recuperando una posizione: si trovava undicesima, vicinissima al sogno. La mantenne anche dopo il successivo cambio gomme. Leroy, che prima era dietro di lei, non era più alle sue spalle.
Chiese delucidazioni al proprio ingegnere di gara. Se Yannick aveva avuto un problema tecnico, avrebbe potuto presentarsi anche sulla sua monoposto. Per fortuna, non era andata così: venne informata che, durante il pit-stop, c'erano state difficoltà nel fissaggio di una gomma. Tutto sembrava procedere a gonfie vele. Venne incoraggiata: c'erano vetture che giravano più lente, davanti a lei, era possibile fare un ottimo stint finale. L'ingegnere aggiunse che arrivare al traguardo era la priorità. In parole povere, voleva ricordarle di non fare nulla di troppo avventato, che potesse vanificare quanto di buono fatto fino a quel momento.
Quella raccomandazione fu messa ben presto da parte quando vide una possibilità per cogliere quella decima piazza tanto auspicata. Già da alcuni giri era negli scarichi dell'avversario che, in quel momento, aveva tra le mani l'ultimo posto disponibile. Si buttò in maniera forse azzardata, ma completò il sorpasso senza difficoltà. Percorse diversi giri con l'obiettivo di progredire ulteriormente, ma fu costretta ad accettare la realtà: non aveva il passo per raggiungere le vetture che la precedevano, da cui era ancora piuttosto distanziata. Quello che contava, tuttavia, era l'assenza di avversari pericolosi dietro di lei.
La gara si avviava lentamente verso la sua ultima parte, quando un ingresso della safety car ricompattò le vetture. Nonostante le discussioni sulla pessima visibilità e sulla pericolosità del tracciato, la motivazione era semplicemente la presenza di un'auto ferma in una posizione non sicura. A Tina parve che la livrea tendesse al blu, ma non riuscì a identificarla con certezza. Un'intensa fumata bianca che usciva dal posteriore, invece, indicava un palese guasto meccanico.
Le operazioni necessarie per spostarla durarono abbastanza a lungo. Quando la safety car spense le luci e si apprestò a rientrare in pitlane, mancava ormai una manciata di giri al termine del Gran Premio dell'Arabia Saudita. Tina sapeva che il restart poteva essere rischioso, in termini di posizione, ma riuscì a mantenere quel prezioso decimo posto. La sensazione provata fin dalle prime ore della giornata era corretta, stava per scrivere un piccolo pezzo di storia, regalando alla Rocket-Vertigo il suo primo punto.
Un pensiero iniziò a insinuarsi prepotentemente nella sua testa: "Sta andando tutto alla grande, ormai non c'è più nulla che possa mettersi contro di me".
Accadde tutto all'improvviso, nel corso della seconda tornata dopo il restart. Non vide la vettura che si era girata davanti a lei se non all'ultimo momento. Scartò a destra, facendo appena in tempo a schivare quella che avrebbe potuto essere una collisione ad alta velocità. Lasciò il volante, consapevole che non sarebbe riuscita a evitare l'impatto contro le barriere. Si sentì sbalzare dall'altro lato della pista, ma non giunse mai sull'altra barriera. Non ebbe alcun modo di evitare l'impatto e, per un attimo, ebbe la certezza che nemmeno chi l'aveva colpita avesse avuto la possibilità materiale di schivarla.
***
Accadde tutto all'improvviso, mentre Dalila e Pietro, seduti l'uno accanto all'altra sul divano, si stavano raccontando le proprie sventure sentimentali. Si erano distratti quando, poco prima, era entrata in pista la safety car.
«Tu dici di avere avuto sfortuna, in amore, ma non sono sicura di essere messa tanto meglio di te» disse Dalila. «Anzi, tutte le relazioni che ho avuto sono andate male. Quando ero molto più giovane, c'è stato un periodo in cui credevo che un tipo assillante e maniaco del controllo con cui stavo insieme fosse l'uomo della mia vita.»
«Non ti immagino accanto a una persona del genere» osservò Pietro. «Tu mi sembri una donna determinata, con un certo carattere.»
Dalila sospirò.
«Cosa vuoi che ti dica? Ero giovane e non avevo ancora superato la fine del mio primo amore.»
«Ho paura di chiederti come sia finito.»
Dalila non fece in tempo a rispondere, nonostante il fatto che il suo primo ragazzo si fosse fatto prete fosse un aneddoto che, a distanza di anni, la faceva sorridere.
Accadde tutto all'improvviso. Dalila non ebbe nemmeno il tempo materiale di vedere chi fosse il pilota finito in testacoda. Quello che vide dopo, fece perdere d'importanza a tutto il resto. Una delle Rocket-Vertigo si buttò di lato, ma finì sulla barriera e rimbalzò in pista, in uno dei tratti ciechi. L'altra Rocket-Vertigo la centrò in pieno. Il poco tempo che trascorse prima del cambio di inquadratura fu sufficiente per realizzare la brutalità dell'impatto.
Dalila rimase in silenzio e anche Pietro non parlò per quello che parve un tempo interminabile. La direzione gara espose bandiera rossa, mentre il telecronista parlava di "presenza di detriti in pista". Le immagini erano tutte per le vetture rientrate in pitlane, senza né inquadrature del tratto in cui era avvenuto l'incidente, né replay. Era la prassi, da ormai molti anni, quando avvenivano incidenti gravi.
Fu Pietro a rompere il silenzio, mentre si alzava in piedi: «Marina mi ha cercato, vado a vedere che cosa vuole.»
Anche Dalila andò a recuperare il proprio telefono, per cercare informazioni. Digitò "GP Arabia Saudita" e le uscì la classifica finale. Il numero di giri percorsi suggeriva che non vi fosse mai stata alcuna ripartenza, dopo la sospensione. Come da regolamento, il risultato finale era stato stilato sulla classifica del penultimo giro completato prima dell'esposizione della bandiera rossa. Più del settantacinque percento della percorrenza totale era stato ultimato, quindi era stato assegnato punteggio pieno. Tina Menezes aveva regalato alla Rocket-Vertigo il primo punto della sua storia. I risultati successivi, la menzionavano quasi tutti, purtroppo non per segnalare il suo decimo posto.
Dalila udì la voce di Pietro, che parlava al telefono con Marina: «Dove mi trovo non è affare tuo, non hai alcun diritto di chiedermelo! Mi dispiace per non averti risposto, ma...» Si interruppe. Si poteva udire in sottofondo la voce della Forti che sbraitava. Pietro riprese a parlare: «Te lo ripeto, non sono cazzi tuoi! Ho visto solo ora l'incidente!»
Si sentì di nuovo, in modo confuso, Marina dall'altro capo. Con un'imprecazione, Pietro riattaccò e appoggiò il cellulare su un mobile.
«Ma perché non se ne sta zitta, con le sue preoccupazioni di merda?!»
Dalila gli si avvicinò e gli posò una mano su una spalla.
«Cos'è successo?»
Pietro sbottò: «Cosa vuoi che sia successo? Marina si preoccupa della reputazione del brand, come se fosse l'unica cosa che conta! Non gliene frega un cazzo della Menezes!»
«Ho letto che Tina si troverebbe in ospedale in gravissime condizioni» disse Dalila. Aveva ancora lo smartphone in mano, quindi glielo mise davanti agli occhi. «Leroy, invece, ha riportato diverse contusioni, ma il suo stato non desta preoccupazione.»
«Per Marina, non è preoccupante nemmeno quello della Menezes» replicò Pietro. «Mi stava già parlando delle contromisure da prendere per salvaguardare Echos, se dovesse morire. Dice che c'è molto pessimismo e che ha parlato con Veronica Young, la manager di Tina.» Sospirando, tornò a sedersi. «Vorrei essere altrove, in uno dei luoghi più remoti del mondo. Non povero come insinuavamo prima, ma sarebbe bello non avere niente a che fare con l'azienda, con il marchio, con Marina e con tutto il resto. Vorrei solo essere altrove, insieme a te...»
Dalila non rispose. Non sapeva cosa dirgli. Cercò sui social notizie più recenti sulla Menezes. Non vi erano comunicati ufficiali, ma soltanto pettegolezzi. Giravano fotografie dei mezzi di soccorso sulla pista, quando era stata estratta da ciò che rimaneva della vettura. C'era già chi la incensava, magari affermando l'esatto opposto di quanto sostenuto fino a quel momento. In fondo stava lottando tra la vita e la morte, c'era chi si stava già mettendo avanti con i lavori.
MILLY SUNSHINE // Mentre la Formula 1 dei "miei tempi" diventa vintage, spesso scrivo di quella ancora più vintage. Aspetto con pazienza le differite di quella attuale, ma sogno ancora uno "scattano le vetture" alle 14.00 in punto. I miei commenti ironici erano una parodia della realtà, ma la realtà sembra sempre più una parodia dei miei commenti ironici. Sono innamorata della F1 anni '70/80, anche se agli albori del blog ero molto anni '90. Scrivo anche di Indycar, Formula E, formule minori.
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Buon proseguimento di giornata (o a seconda dell'orario, di serata, o buona notte). <3
Milly Sunshine