mercoledì 7 gennaio 2026

L'Eco della Vertigine // blog novel - capitolo 3/24

Il terzo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Buona lettura! *-*


[...] Non avevo mai immaginato che il mio coinvolgimento in un caso di cronaca nera mi avrebbe resa molto più popolare di quanto avessero fatto a suo tempo i miei meriti sportivi. Certo, non avevo mai pianificato di rimanere coinvolta in un caso di cronaca nera e, quando mi ripresi dal tentativo di mettermi a tacere, mi trovai ad affrontare conseguenze che non avevo previsto in precedenza. Mi ritrovai sola... o meglio, mi ritrovai con il solo Oliver Fischer al mio fianco.
Si trasferì a casa mia e mi aiutò a superare i momenti più difficili. Non sapevo che cosa ne sarebbe stato di me, chi sarebbe diventata Tina Menezes. Non mi ero mai posta grossi problemi, in passato, su chi sarei divenuta dopo avere lasciato le competizioni e, durante i mesi dell'autunno, pensavo che ormai quell'epoca fosse finita, anche se non era quello che desideravo. Del resto, quando i due principali campionati a ruote scoperte si erano fusi in uno solo e io avevo ottenuto un ingaggio con la Pink Venus, sapevo che non sarebbe durata a lungo. Già da inizio stagione, ero in quella fase di stallo in cui il definirmi pilota in attività era solo un concetto teorico.
Mia madre insisteva perché andassi da lei in Brasile, sostenendo che non mi faceva bene restare in Italia. Coinvolse anche mio fratello, sapendo che in passato avevo tenuto in grossa considerazione il parere di Christian. Le cose erano cambiate: mio fratello aveva una vita propria e io stessa sentivo il bisogno di continuare ad averne una mia. Ignorai le insistenze e rimasi accanto a Oliver Fischer, con il quale collaborai nel raccontare la storia dei miei anni in Formula 3. Nel frattempo, quando mi sentii meglio, presi parte a sporadici eventi in qualità di opinionista per diversi canali televisivi.
In occasione dell'ultimo gran premio del campionato, anziché in uno studio televisivo, mi fu offerta la possibilità di essere presente sul posto. Mi sentivo molto bene, ormai, quindi accettai. Lasciai a casa Fischer, a lavorare sulla mia biografia, e salii su un aereo diretto verso gli Emirati Arabi. Fu un'ottima occasione, tra l'altro, per rivedere vecchi amici, con i quali negli ultimi tempi ero rimasta in contatto soltanto con qualche sporadica call. Fui felicissima di incontrare un mio passato avversario - sempre che ci potessimo considerare come tali, dato che spesso eravamo sui lati opposti della griglia di partenza, viste le difficoltà di una squadra piccola e proveniente dalla Diamond Formula come la Pink Venus - che sui social si faceva chiamare Silver Knight. Non mi riferisco al suo profilo ufficiale, ma a quello in incognito, dove poteva spacciarsi per una persona comune. Da grande primadonna, come è sempre stato, si fingeva per un tifoso di se stesso, cosa per cui Axel Frosch l'aveva sempre scherzosamente preso in giro.
Purtroppo vidi solo Silver Knight, in quell'occasione, e non Axel Frosch, al quale ero ugualmente molto legata. Incontrare Silver di sfuggita, tuttavia, non mi bastava, quindi nella tarda serata del giovedì andai a raggiungerlo nella sua stanza.
Temevo non mi facesse entrare, ma la sua esitazione ebbe breve durata. Mi pregò di aspettare. Quando aprì la porta, mi guardai intorno con aria timorosa.
«Nascondi qualche donna?» gli domandai.
Silver rise.
«No, figurati.»
«Qualche uomo, allora?» azzardai.
«Non nascondo nessuno» ribatté Silver. «Semplicemente ero in mutande, e non mi sembrava gradevole fare entrare una signorina in quelle condizioni. Erano anche piuttosto attillate, con un effetto vedo-non vedo piuttosto marcato.»
Richiusi la porta alle mie spalle.
«Piantala di dire idiozie e di descrivermi il tuo pacco!» esclamai. «Cosa credi, che non abbia mai visto un cazzo?»
«La tua estrema finezza mi lascia sempre ammaliato, Menezes» ribatté Silver Knight. «Comunque so benissimo che hai visto dei cazzi, e quello di Axel non ti sei limitata a vederlo.»
Avvampai. Silver era l'unico a sapere quanto avessi amato Axel, a suo tempo. Tuttavia era una storia finita. Axel aveva al proprio fianco la donna della sua vita e io, con Oliver, mi sentivo nella stessa situazione. Entrambi accettavamo la situazione dell'altro ed ero assolutamente convinta che tra noi un'amicizia fosse ancora possibile. Il fatto che, nei nostri incontri virtuali, ci fosse sempre Silver a fare da terzo incomodo, rendeva tutto molto meno equivoco.
«Adesso sto insieme a un altro uomo» puntualizzai.
«Fischer, ho sentito parlare di lui» affermò Silver. «Mi fa piacere che tu abbia raggiunto la serenità, finalmente. Me lo auguro, almeno. Sembra che quel giornalista sia un tipo in gamba, anche se forse avrebbe dovuto fare l'investigatore privato anziché il giornalista. Oppure il prete.»
«Perché proprio il prete?»
«I preti non indagano forse sui casi di omicidio, nelle serie televisive italiane?»
«Sì, andando in giro in bicicletta, oppure in moto. Però questa non è una serie televisiva, è la realta.»
Obiettivamente parlando, a volte questa era più fantasiosa e imprevedibile di una fiction, ma evitai di puntualizzarlo. Silver Knight aveva altri programmi, per quella serata. Mi chiese subito se volessi sentire Axel.
«A quest'ora?» obiettai. «È tardi.»
«Con il fuso orario europeo, sono due ore in meno» mi ricordò Silver. «Comunque sia, gli avevo già chiesto se potevamo fare una videochiamata stasera. Sapevo che ti avrebbe fatto piacere. Non gli ho detto che ci sei, ma farà sicuramente piacere anche a lui.»
«E a sua moglie?»
«Non preoccuparti di sua moglie. In ogni caso, sei in una camera d'albergo insieme a me. Se Axel dovesse avere qualche problema con la sua signora, avrà la premura di farglielo notare. Sono anche disposto a presentarmi davanti alla webcam in mutande, in caso sia necessario rendere la situazione più credibile.»
«No, tranquillo, non è necessario» tagliai corto. «Sono certa che la signora Frosch non abbia alcun desiderio di esaminare il tuo pacco.»
Riuscii a convincerlo a non denudarsi, mentre si collegava con Axel. Il nostro amico sembrava non essere davanti al computer - si era addormentato? - quindi ne approfittai per tormentare Silver, chiedendogli quando si sarebbe deciso a fidanzarsi, invece di passare il proprio tempo in compagnia del proprio cane. Grazie al cielo non l'aveva portato con sé, ma l'aveva o affidato a qualche parente, oppure molto più probabilmente lasciato in una pensione per cani che costava di più di un albergo a cinque stelle. Era un bestione che non faceva altro che dormire e, anche se secondo Silver era il cane più buono del mondo, preferivo che mi stesse lontano. Non avevo nulla in contrario al fatto che ci fosse chi amava essere preso a zampate dal proprio animale domestico e magari essere ribaltato a terra durante uno slancio d'affetto del suddetto, il problema era che spesso i padroni dei cani erano convinti che tutti fossero desiderosi di ricevere lo stesso trattamento da parte dei loro amici a quattro zampe.
«Mi manca Sweetheart» borbottò Silver. «Non hai idea di quanto mi manchi. Vorrei che fosse qui.»
«E svegliarlo quando cerca di dormire in santa pace, immagino» azzardai. «Ti conviene tenere ben coperto il pacco e magari indossare anche una cintura di castità, perché secondo me ti azzannerà proprio lì. Non...»
Quella conversazione oltremodo interessante terminò nel momento in cui Axel Frosch fece la propria comparsa sullo schermo del computer portatile del mio amico, esclamando: «Buonasera, Silver.»
«Buonasera a te» rispose questo. «Ho una sorpresa.»
«Indossi una maglia invece che stare seminudo come al solito?» chiese Axel. «È capitato anche altre volte, di tanto in tanto, di vederti vestito.»
«Non è questa la sorpresa» ribatté Silver. «Immagina di essere in una fiaba, perché ti ho portato la principessa.»
Axel domandò: «Ti sei fidanzato?»
Silver rise.
«Con lei no di certo! Vieni qui, Menezes?»
Mi avvicinai allo schermo, guardandomi intorno per cercare una sedia, ma notai che ce n'era una sola e che Silver l'aveva già adocchiata.
Restando in piedi, feci un cenno di saluto ad Axel.
«Sorpreso di vedermi?»
«Molto sorpreso» ammise Axel. «Stai bene? Avrei voluto chiamarti, dopo quello che è successo, ma...»
Lo interruppi: «Non devi darmi spiegazioni. Anzi, tu almeno mi hai chiesto come sto, quel buzzurro Silver mi ha accolta nella sua stanza parlando di cazzi.»
Silver tornò con la sedia e, accomodandosi di fronte al computer, obiettò: «Veramente sei tu che ti sei messa a parlare di cazzi.»
Quella conversazione assurda tornò alla normalità grazie ad Axel, che rimproverò il nostro comune amico: «Che cavaliere sei, Silver Knight? Perché ti siedi tu, invece di fare sedere lei?»
«Non fa niente» lo rassicurai, cercando di sistemarmi in braccio a Silver.
«Fai attenzione» mi ammonì Axel. «È un tipo pericoloso e io sono troppo lontano per venire a salvarti.»
Risi.
«Stai tranquillo. Non ho sottostimato il pericolo. No-...» Mi lasciai andare a un piccolo grido quando Silver iniziò a scompigliarmi i capelli, che ai tempi portavo acconciati a cresta, avendo dovuto tagliarli dopo il fatto in cui ero stata coinvolta. «Stai fermo!»
«Trentotto anni entrambi e non sentirli» scherzò Axel. «Vi rendete conto dell'età che avete?»
Non ci avevo mai pensato sul serio. Sapevo che io e Silver Knight eravamo più o meno coetanei, ma non avevo mai fatto caso che fossimo anche nati nello stesso anno. Io, però, ero più giovane, perché sapevo per certo che il suo compleanno cadeva a gennaio.
«Hai ragione, Axel, è meglio se facciamo le persone serie» affermò Silver, anche se non sapevo fino a che punto potessi prenderlo sul serio. «Come stai? Cosa stai facendo in questo periodo.»
«Un sacco di cose.»
«Non ci credo.»
«Solo perché tu non sai cosa fare quando ti togli il casco, non significa che io non abbia una vita lontano dalle auto» puntualizzò Axel. «Mi piace stare all'aria aperta, circondato dai miei animali... ti devo mandare assolutamente le foto delle mie caprette.»
«Hai delle capre?» intervenni.
«Due, piccole» rispose Axel. «Ce le ho da poco. Non hanno ancora un nome, perché i bambini non hanno ancora deciso.»
Prima di incontrare Oliver, l'idea che l'uomo che avevo amato avesse tre figli insieme a un'altra donna, con la quale era felicemente sposato, mi metteva molta tristezza, ma dopo avere conosciuto il mio attuale partner, non più.
«Vanno d'accordo con le anatre?» chiese Silver.
«Sì, vanno d'accordissimo con le anatre» confermò Axel, «Stanno nello stesso recinto.»
«Eppure le capre e le anatre sono così diverse...»
«Anche noi siamo diversi, però andiamo d'accordo.»
Intervenni: «Adesso, forse. Una volta non così tanto. Mi ricordo perfettamente quella volta in cui hai tirato di proposito una ruotata a Silver, sostenendo che il giro prima aveva cercato di buttarti fuori.»
Axel obiettò: «Non c'era alcun bisogno di tirare fuori questa storia. Tu non c'eri nemmeno, con noi, a quei tempi. Non avevi altro da fare, che seguire le nostre polemiche?»
«Mi sento di concordare con te» confermò Silver. Mentre pronunciava quelle parole, si mosse sulla sedia, rischiando di ribaltarmi. «È meglio dimenticare quella spiacevole parentesi.»
«Un giorno, prima o poi, dovrete raccontarmi tutto quello che è successo» osservai. «Io, se qualcuno facesse a me quello che ha fatto Axel con te, gli tirerei come minimo due sberle.»
Silver ridacchiò.
«Chi ti dice che non l'abbia fatto?»
Mi voltai di scatto verso di lui.
«Sul serio?» Mi girai, poi, a guardare lo schermo. «Me lo racconti tu, Frosch, cos'è successo?»
«Non è successo niente» rispose Axel, in tono piatto. «Mi sono accorto di avere fatto una cazzata e gli ho chiesto scusa, tutto qui. A volte l'unica cosa da fare è ammettere i propri errori, non abbiamo altra scelta.»
«Comunque questo non spiega come abbiate fatto a diventare amici» replicai. «Come ho detto prima, non avete proprio niente in comune, come le capre e le anatre.» Sapevo cosa sarebbe successo, quindi li interruppi sul nascere prima che uno dei due facesse la battuta che temevo. «Prima che me lo chiediate, non identifico uno di voi in una capra e l'altro nell'anatra.»
Silver obiettò: «La capra dovrei essere io.»
Spalancai gli occhi.
«E perché mai?»
«Goat. Greatest Of All Times.»
«Vola basso, Silver!» esclamò Axel. «Non mi sembra elegante elogiarsi a questo modo da solo.»
«Non sapete che cosa significhi dare della capra a qualcuno in italiano» osservai. «È meglio che non lo sappiate.»
Anziché chiedere ulteriori spiegazioni, Silver mi riferì: «Io e Axel siamo diversi, ma siamo come due lati della stessa medaglia. Non si sa mai quello che può succedere nella vita. A me è successo di diventare amico di uno dei miei più grandi avversari.»
C'era sempre una certa dolcezza, da parte di Silver, nei confronti di Axel. Ero sicura che fosse sincero, quando parlava così, ma non potevo fare a meno di pensare che a contribuire alla loro amicizia fosse stata la diversa evoluzione che le loro carriere avevano preso. Erano stati rivali diretti, ma mentre Silver aveva raggiunto l'apice del successo, per Axel era iniziata la fare calante che l'aveva condotto a uscire di scena nel giro di pochi anni. Se Frosch fosse stato ancora competitivo come ai vecchi tempi, probabilmente Silver avrebbe continuato a considerarlo soltanto un pericoloso avversario.
Al di là di questo, però, ero molto colpita dalla breve frase che aveva pronunciato: non si poteva mai sapere cosa sarebbe successo.
In tutt'altro contesto, quella considerazione sarebbe stata perfetta anche per la mia stessa situazione. Se quel giovedì sera non avevo idea di quale sarebbe stato il mio futuro, soltanto l'indomani qualcosa si sarebbe sbloccato, grazie a un incontro con una persona che faceva parte del mio passato. [...]

***

Se Dalila Colombari sembrava una femme fatale in qualsiasi circostanza, Tina Menezes invece era molto brava ad apparire anonima. Alysse fece caso a lei soltanto perché la stava cercando e perché si erano date appuntamento in un luogo specifico. La trovò seduta a uno dei tavoli all'aperto del bar designato e, viste le basse temperature di novembre e l'odore di nebbia che aleggiava quel pomeriggio, non c'erano altri clienti, fuori.
Sul tavolo teneva appoggiata una bottiglia da mezzo litro d'acqua e tra le mani teneva lo smarphone. Indossava una giacca a vento scura senza cappuccio, ma portava in testa quello della felpa che aveva sotto, anche questa scura. In pochi si sarebbero accorti che fosse Tina Menezes, Alysse ne era sicura.
Nonostante non corresse grossi rischi di essere riconosciuta, il suo outfit era molto simile a quello di Tina, con la testa coperta dal cappuccio di una felpa. Raggiunse l'altra donna e si sedette di fronte a lei, dopo essersi curata di togliere la suoneria al proprio telefono. Non voleva essere disturbata in quel momento, specie considerato che, chissà, magari proprio al marito della Menezes poteva saltare in mente di chiamarla proprio allora. Era certa che, dopo il loro incontro al ristorante, non avrebbe atteso in eterno e si sarebbe premunito di contattarla in prima persona. Dopo avere parlato con la Colombari, Alysse aveva deciso di agire in maniera differente, senza più la necessità di coinvolgere Fischer, ma Dalila doveva avergli già riferito tutto il necessario. Il loro incontro casuale aveva solo peggiorato le cose e, messa alle strette, Alysse aveva scelto di seguire più strade parallele. Purtroppo due di queste strade portavano l'una alla moglie e l'altra al marito, pertanto doveva soltanto sperare che tutto filasse liscio. Avrebbe contattato Fischer, una volta che avesse saputo cosa dirgli.
«Ehi, Alysse, è un piacere rivederti» la accolse Tina.
Non avendo tempo da perdere con i convenevoli, le riservò una risposta piuttosto fredda: «Ciao, scusa il ritardo.»
«Non mi pare che tu sia in ritardo» osservò Tina. Non controllò l'orario né su un orologio né sul cellulare. O l'aveva fatto prima, o non aveva alcuna idea del fatto che Alysse fosse arrivata puntuale o meno. Per fortuna venne presto al sodo: «Hai letto la prima parte?»
Alysse annuì.
«Doveva essere un'intervista a puntate, non un romanzo.»
Tina sorrise.
«Mi sono lasciata un po' andare, lo ammetto. Soprattutto quando ho parlato del mio incontro a Yas Marina con Silver Knight e...»
Alysse la interruppe: «Non voglio che tu mi fraintenda, perché l'intervista a puntate è un'idea bellissima.» In realtà avrebbe raccontato un'accozzaglia di fatti casuali di cui a nessuno sarebbe importato, ma non era un problema. «Dobbiamo scremare molto, specie la parte su Silver Knight e Axel Frosch.»
Tina le ricordò: «Sei stata tu che mi hai detto che dovevo scendere nel dettaglio il più possibile e che poi avremmo selezionato quello che si poteva dire e quello che doveva essere cancellato o sintetizzato.»
Aveva ragione. Si era limitata a svolgere - e anche in maniera eccellente, perché scriveva in modo molto comprensibile e chiaro, specie se lo si paragonava alla maniera in cui molti utenti dei social media si rivelavano incapaci di scrivere perfino una sola frase con la punteggiatura al posto giusto - il compito che le era stato affidato. Alysse le aveva fatto presente che, per uscire con l'intervista, avrebbe dovuto conoscerla il più possibile, di dettagliare tutto, anche ciò che non poteva essere pubblicato. Non aveva certo potuto dirle: "non me ne frega un accidente delle tue videochiamate con gli amici, raccontami solo dell'incontro con lo sponsor".
Costretta a concordare, mise in chiaro: «Non so per certo chi siano Silver Knight e Axel Frosch, dato che hai usato bene i loro nickname, ma penso che potrei azzeccare facilmente. Non so se saresti felice che il mondo sapesse che hai avuto una relazione con...» Abbassò la voce, per pronunciare il vero nome di Frosch. «Soprattutto non credo ne sarebbe felice lui, che ha avuto un periodo di crisi con la moglie, mi pare di capire, ma è tornato insieme a lei. Allo stesso modo, magari l'altro non ci tiene che vengano diffusi dettagli sulle dimensioni del suo pacco e sulle mutande che indossa. Mi pare di capire che il "G.O.A.T." sia...» Ancora una volta abbassò la voce, per pronunciare il vero nome di Knight. O di Silver? Non aveva idea di come definirlo. «Penso che debba in qualche modo tutelare la propria immagine.»
Tina annuì.
«Sì, forse.»
«Eliminerei anche tutto il dibattito sull'incidente avvenuto anni fa e sul conseguente litigio tra i due» suggerì Alysse, evitando di affermare che avrebbe preferito non leggere nemmeno i loro nomignoli e saltare direttamente tutta quella parte. «Potrebbero non apprezzare, specie considerato che sembra si siano chiariti molto tempo fa. È meglio non risvegliare vecchie tensioni o alimentare polemiche tra le tifoserie. In più, lascia che te lo dica, sembra di stare in una fan fiction self insert. Non fraintendetemi, potresti scrivere bellissime fan fiction self insert, molto migliori di quelle scritte dalla ragazzina sgrammaticata di turno che ha Silver Knight come daddy e viene salvata dal dolce campagnolo Axel Frosch, che la porta nella sua tenuta a badare insieme a lui alle caprette e alle anatre, prima di concepire quattro figli uno dietro l'altro. Con tre sole gravidanze, se possibile: i parti gemellari aumentano le view, se ho ben capito.»
Tina aggrottò le sopracciglia.
«Non ho capito nulla, sono ancora al punto in cui sarebbe meglio evitare di riaccendere una polemica conclusa dai diretti interessati molto tempo fa. Potresti farmi la cortesia di ripetere?»
«Non è necessario» ribatté Alysse. «Ho solo detto che mi è parso di stare dentro una fan fiction, in certi momenti, e che era anche molto ben scritta. Come hai fatto a imparare così bene l'italiano? Hai una padronanza degna di un madrelingua e devo ammettere che non me lo aspettavo da una brasiliana.»
«Forse dimentichi» ribatté Tina, «Che sono venuta in Italia da bambina. Le scuole le ho frequentate qui. Non dico di essere mai stata la prima della classe, ma ho sempre avuto voti discreti e me la cavavo abbondantemente in tutte le materie. Se la mia carriera di pilota non fosse proseguita, chissà, magari avrei fatto la stessa scelta tua. In assenza di gare a cui prendere parte, avrei commentato le gare degli altri.»
Alysse ci tenne a precisare: «Commentare le gare degli altri non mi è mai pesato. Credo fosse quella la mia vera strada, da sempre.»
«Non devi giustificarti con me.» Tina Menezes le strizzò un occhio. «Sicuramente, dopo che sei passata dall'altra parte della barricata, hai preso a trattare me e i miei colleghi come se fossimo dei coglioni, desiderosa di potere parlare male di noi. Credo sia naturale. È quello che succede a chi sta dall'altra parte.»
Alysse alzò gli occhi al cielo, sospirando.
«Anche tuo marito è un opinionista. Fai le stesse considerazioni anche con lui, per caso?»
«No» rispose Tina, «E non ho alcun desiderio di fare con te le stesse cose che faccio con mio marito. Vedo che, peraltro, hai scoperto che ci siamo sposati. Chi ti ha dato questa informazione?»
Alysse dubitava che la Menezes non si fosse resa conto della sua presenza al ristorante e, di conseguenza, che non sapesse che aveva avuto una conversazione con Fischer nell'antibagno. Certo, Oliver non doveva averle riferito i contenuti del loro discorso, ma il loro matrimonio non era un segreto di stato, come poteva aspettarsi che non glielo avesse nemmeno menzionato?
Per fortuna, vivendo in epoca social, ci si poteva nascondere dietro ai post altrui. Non ebbe bisogno di inventare nulla, ma le ricordò soltanto: «Hai comunicato sulle tue pagine ufficiali che ti sei sposata. Certo, non hai pubblicato foto o messo manifesti in grande stile, ma sono ancora capace di leggere.»
«Non lo metto in dubbio.»
«Bene. Vedo che adesso sai come faccio a essere a conoscenza del cambiamento del tuo stato civile. Possiamo tornare a noi?»
«Quindi a parlare di fan fiction?»
Alysse puntualizzò: «Non ho nulla contro le fan fiction, semplicemente una buona parte vengono scritte da persone che non sanno scrivere e non hanno idea di come fare a sviluppare una trama. Per questo intendevo dire che ho apprezzato il tuo spaccato di vita quotidiana con Silver Knight, se così vogliamo chiamarlo. Però hai arricchito il tutto di dettagli che dobbiamo tagliare. Per esempio, in primo luogo, che cosa ce ne frega di parlare del suo cane? Mi pare di capire che i cani non ti piacciono molto, peraltro. Molti cinofili incalliti ti prenderebbero in antipatia. O perché dovremmo parlare del fatto che sei entrata di specifico nella stanza del tuo q? Io sintetizzerei tutto così: "al giovedì, la mia prima sera negli Emirati, incontrai un pilota con il quale avevo stretto un forte legame di amicizia in passato e, insieme a lui, presi parte a una videochiamata con un suo precedente avversario ormai ritirato dalle competizioni." Cosa ne dici?»
Tina confermò: «Dico che può andare.»
«Bene. Mi fa piacere che siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Aggiungerei a questo punto, qualche dettaglio che possa fare da collegamento con quello che viene dopo. "Mi era capitato più di una volta di pensare che la mia carriera di pilota fosse finita, ma non ero certa di potere accettare che tutto quello che ero non esistesse più. Ero ormai certa di non avere più alcuna possibilità nella massima categoria, ma altrove avrebbe potuto esserci ancora spazio per me." Cosa ne pensi?»
«Non è andata esattamente così. Ho rischiato di essere uccisa e, dopo essere stata dimessa dall'ospedale, non ero in condizioni fisiche tali da potere pensare al futuro. Non avevo mai pensato, prima, che la mia carriera fosse finita.»
Alysse ribatté: «Non è necessario che tutto quello che dici sia vero al cento per cento. Può bastare anche che sia realistico.»
Tina insisté: «Non scriverai che avevo intenzione di ritirarmi. Sei stata tu a insistere sulla verità, esposta anche nel dettaglio. Adesso dobbiamo tornare indietro? Capisco non parlare di Silver Knight e di Axel Frosch, ma perché dovremmo inventare cose che non sono mai successe?»
Alysse valutò la possibilità di replicare, ma non lo fece. Non le importava affatto che cosa volesse raccontare Tina Menezes nella sua "intervista a puntate". Tutto quello che contava era carpirle dettagli sul ben altro.
«Come vuoi.»
«Dici sul serio?»
«Certo, Menezes, perché non dovrei?»
«Un attimo fa non sembravi convinta. Volevi che inventassi di...»
Alysse interruppe quella replica sul nascere e, già che c'era, finse di mostrarsi interessata alle vicissitudini della Menezes: «No, non devi preoccuparti. Solo, ero davvero convinta che avessi valutato la possibilità di ritirarti. Ho avuto l'impressione che sentissi di avere già raggiunto l'apice del successo e che, per quella ragione, avessi lasciato la Pink Venus.»
Tina chiarì: «Non sono stata io a lasciare la Pink Venus, ma è stata la squadra a mettermi alla porta. Pensavo fosse palese. Agli sponsor non piacevo più, ormai, nonostante tutto.»
Anche gli sponsor, realizzò Alysse, di tanto in tanto prendevano delle cantonate colossali. C'erano poche donne nei campionati di automobilismo e non vi erano dubbi che la Menezes fosse la più competitiva di queste. Associare il proprio nome a lei sarebbe stato una garanzia di stare al centro dell'attenzione.
«Non pensavo.»
«Strano. Non facevi parte anche tu del coro che sosteneva che ci fossero donne maggiormente rappresentative? Dopotutto la Pink Venus mi ha sostituita con un'altra donna.»
«Hai sempre detto di non sentirti di rappresentare del genere femminile nell'automobilismo.»
Tina convenne: «È vero, non mi sono mai considerata una role model, ma ne ho spiegato bene le ragioni, mi pare. Che poi queste ragioni non siano state ascoltate e io sia stata dipinta come un'insensibile che soffre di sessismo internalizzato e che odia le donne, è un altro discorso. Scrivere questo, di me, ha sempre attirato più like che parlare seriamente delle mie convinzioni. Ho sempre specificato che non mi sembrava giusto che i miei risultati e il mio modo di essere condizionassero la carriera di altre ragazze. Allo stesso modo, non mi sono mai preoccupata troppo di dove arrivassero le altre ragazze. Ho sempre gareggiato per me stessa, non per chi condivide il mio stesso genere. Sono certa che, se le cose fossero andate diversamente, l'avresti pensata così anche tu.» Il suo sguardo si fece penetrante. «Certo, a giudicare da quello che hai affermato come giornalista, è molto probabile che avresti finto il contrario. Magari ti saresti elevata a rappresentante del genere femminile, come fanno certe, proprio per essere considerata la migliore di tutte.»
«Cosa ti fa pensare che le ragazze del motorsport che vogliono rappresentare la loro categoria lo facciano per se stesse e non per tutte le donne?»
«Non parlo in generale, parlo di certi casi specifici. "Considetemi come pilota, non come donna" dicono, quando conviene dire questo. Però, quando essere donna è tutto ciò che dà visibilità, sono ben liete di essere considerate come donne. Però non si può dire e, chi osa insinuarlo, deve essere condannato alla damnatio memoriae. Non ho mai voluto diventare un di loro. Non ho mai voluto giudicare le mie pari per come si vestono, magari tacciandole di essersi mostrate troppo e di essersi vendute, non le ho mai volute giudicare per gli sponsor a cui associano i loro nomi, per la loro vita privata... io non voglio essere considerata né come pilota né come donna. Voglio essere considerata come Tina Menezes.»
Alysse fu costretta ad ammettere che la donna che aveva di fronte non aveva né peli sulla lingua, né paura di essere giudicata. Un po' la comprendeva, quando la accusava di essere pronta a piegarsi alle "esigenze di mercato", a dire ciò che sponsor e pubblico volevano sentire.
La Menezes insisté: «Cos'avresti fatto, al posto mio? Avresti detto che volevi il bene delle altre donne, stabilito per fino e per segno le regole a cui chi è di genere femminile deve sottostare, e poi parlato male di quelle che non si piegavano alle tue volontà?»
Alysse sospirò.
«Non so cosa avrei fatto come pilota, è passata una vita da quei tempi e, allora, chi correva nella Formula Junior non riceveva tanta considerazione. A nessuno sarebbe passato per la testa di chiedermi cosa pensassi.»
«E come giornalista e opinionista?» replicò Tina. «Hai scritto cose che senz'altro non pensi.»
Alysse annuì.
«Lo so, ma il mio mestiere è scrivere. Sono pagata per questo. A chi mi legge, non importa un fico secco se penso davvero quello che scrivo oppure no. A meno che non mi fosse chiesto di affermare qualcosa di troppo becero, ho scritto quello che mi veniva commissionato. È forse un delitto?»
«No, certo, ma non posso dire di concordare con il tuo modo di fare» replicò Tina. «È importante avere una certa integrità.»
«Ti assicuro che ce l'ho» rispose Alysse. «Mi sono sempre rifiutata di spingermi troppo oltre e non ho mai scritto nulla che potesse nuocere alla reputazione di qualcuno.» Dopo un attimo di pausa, aggiunse, fingendo che la questione riguardasse la Menezes: «Non devi preoccuparti. Concorderemo insieme quello che dirai di te e non inventerò nulla, a meno che non sia proprio tu a chiedermelo. A questo proposito, credo sia meglio passare oltre. Eravamo rimaste alla tua serata con Silver Knight. Parliamo di quello che è successo il giorno dopo?»

***

[...] Veronica Young non ricopriva più, da qualche settimana, il ruolo di team principal della scuderia Pink Venus. Non che fosse necessariamente un male, dato che si vociferava il fallimento imminente della piccola squadra di cui avevo vestito i colori nella stagione precedente: andare via prima di colare a picco, a volte, era la giusta soluzione. Non mi aspettavo di vederla negli Emirati Arabi, ma avevo sottovalutato sia lei sia le sue conoscenze. Qualcuno doveva averla invitata per farle qualche proposta professionale. Veronica non chiarì mai, in seguito, quale fosse il motivo della sua presenza. Di qualunque cosa si trattasse, tuttavia, la accantonò in nome del progetto che iniziò a delinearsi in quel fine settimana.
Incontrai Veronica Young in compagnia di quella che credevo l'ereditiera di un colosso della moda. Marina Forti, venni a scoprire, non era più un'ereditiera, ma proprio un'erede: suo padre era morto un paio d'anni prima. Non lo sapevo, non mi ero preoccupata delle sue vicissitudini. Quel brand era stato uno degli sponsor presenti sulla livrea della monoposto che avevo guidato in occasione di una mia partecipazione one-off alla Formula Junior italiana, all'autodromo di Misano Adriatico, moltissimi anni prima. Nella gara del sabato ero rimasta coinvolta in un incidente con l'unica altra ragazza presente sulla griglia di partenza, una certa Montanari. I commissari mi avevano squalificata per la gara della domenica, considerandomi colpevole del fattaccio. Non so dire se la responsabilità fosse tutta mia, quello che so per certo è che l'esclusione dalla restante gara dell'evento fu una sanzione troppo pesante.
Non incontrai mai Enrico Forti, del resto tutto ciò che gli importava era la visibilità del proprio marchio. Discorso diverso per Marina Forti, che a quei tempi era poco meno che trentenne e ben desiderosa di trascorrere il proprio tempo in giro dove capitava. Capitò che, in quel fine settimana, fosse presente a quell'evento a Misano. Scambiammo qualche parola, al sabato mattina. Non pensavo si ricordasse di me. Non pensavo nemmeno che le importassero i motori, quindi vederla nel paddock al Gran Premio di Abu Dhabi fu un grossa sorpresa.
A cinquant'anni, Marina Forti era divenuta un'affarista. Si ricordava di me, ma solo perché potevo essere un investimento da fare fruttare. Neanche l'automobilismo le sarebbe interessato più di tanto, se non le fosse servito a promuovere il marchio di sua proprietà. Nonostante ciò, mi disse che era stata molto colpita dai miei risultati ottenuti con la Pink Venus. Se fosse stato per me, le avrei chiesto se se avesse mai guardato una gara e se si fosse mai curata di me, che raramente mi trovavo tra le posizioni di vertice, o se lo stesse affermando soltanto per farmi vedere che sapeva davvero chi fossi, ma per fortuna fu la Young a intervenire.
Veronica Vincent, così si chiamava prima del matrimonio con il britannico Scott Young, risalente a decenni prima, era una donna italo-francese sulla cinquantina, molto elegante e distinta. Sembrava più giovane rispetto alla Forti, che aveva uno stile molto più classico. Inoltre, mentre Veronica aveva i capelli nero corvino, Marina Forti li aveva di un biondo cenere tendente al grigio. Non capivo se si trattasse di una tinta, o se fossero così al naturale. Nel secondo dei casi, potevo comprendere la sua scelta, ma se li avesse colorati così di proposito avrei avuto molto da ridire - ovviamente in linea teorica, non potevo certo permettermi il lusso di affermare che un'imprenditrice del mondo della moda non capisse nulla di stile e avesse una presenza discutibile!
Oltre al sembrare più giovane della Forti, Veronica era anche una grande appassionata di motorsport. Suo padre era stato il titolare di una squadra di Diamond Formula, negli anni Novanta e Duemila. Sommerso dai debiti era stato costretto a venderla. Il nuovo proprietario era Scott Young. Anziché defilarsi, Veronica l'aveva sposato e aveva ripreso il potere. Anzi, ne aveva accumulato ancora di più che ai vecchi tempi, quando era suo padre a prendere le decisioni. Lo scandalo che aveva portato alla fine della Diamond Formula aveva messo fine anche alla storia del team dei coniugi Young, ma Veronica aveva occupato altri ruoli di primo piano, come appunto quello di team principal per la Pink Venus.
Quel venerdì, a Yas Marina, trovò le parole giuste, quelle che a me sarebbero mancate. Al commento della Forti, osservò: «Tina ha ancora molto da dare alla storia dell'automobilismo.»
Feci per replicare, ma Veronica mi scoccò un'occhiataccia tale da spingermi a tacere. Solo in un secondo momento realizzai che non mi stava incensando gratuitamente, ma che aveva in testa un piano ben preciso. Invitò la Forti a incontrarci tutte e tre, quella sera, dopo la fine delle sessioni di prove libere.
Quando Marina si allontanò, dopo avere concordato il luogo e l'orario del nostro appuntamento, e restammo da sole, Veronica mi guardò con un certo entusiasmo e declamò: «Abbiamo ancora molta strada da fare, entrambe. Sei d'accordo con me?»
Non capivo cosa intendesse. Balbettai qualcosa di incomprensibile.
«Tu non hai più un manager, vero?» mi chiese Veronica. «Una volta era tuo fratello a curare i tuoi affari, ma ormai mi sembra che sia tornato definitivamente in Brasile.»
Annuii.
«È vero, non ho più un manager. Però non ho nemmeno bisogno di qualcuno che curi i miei affari, non avendo affari da gestire, per il momento.»
Veronica sorrise.
«Invece ne hai bisogno eccome. Lo sai, vero, che Marina Forti e il suo brand sponsorizzano la Vertigo?»
«Ne ho sentito parlare» confermai, «Ma non me ne faccio niente di questa informazione.»
«Oltre alla presenza nel campionato di endurance, la Vertigo sta valutando la possibilità di disputare la prossima edizione della Cinquecento Miglia di Indianapolis, in partnership con un'importante squadra della Indycar. Se ti fidi di me, farò salire le tue quotazioni.»
Spalancai gli occhi.
«Cos'hai in mente?»
«Ho in mente di trovarmi un lavoro, dato che ufficialmente non ne ho uno» ribatté Veronica Young. «Tu sei ferma da un anno, ormai. Se non trovi un ingaggio subito, rischi di rimanere fuori una volta per tutte.»
«Quindi» dedussi, «Mi stai suggerendo di tentare la carta della Indycar, nonostante quello che è successo, nonostante il mio incidente...»
«Guarda in faccia la realtà, Tina» replicò Veronica. «Hai trentotto anni. Se vuoi ancora gareggiare ad alto livello, devi farlo in una categoria in cui la tua età abbia meno importanza. Cazzo, possiamo fare ancora tanto insieme.»
Non si poteva dire che la Young non fosse diretta. La sua schiettezza, anziché turbarmi, mi piaceva. Del resto, perché avrebbe dovuto darmi consigli disinteressati? Tutto ciò che le importava era il proprio tornaconto personale. Se non ci fossi stata io, avrebbe puntato gli occhi su qualcun altro. Però c'ero io e, ne ero certa, mi stimava e credeva in me, forse più di quanto io credessi in me stessa. Dopo l'incidente di dieci anni prima, gli ovali americani erano stati off limits, per me. Secondo Veronica, invece, potevano essere il mio futuro.
Dovevo avere esitato a lungo abbastanza perché si ritenesse autorizzata a riprendere a parlare, dato che mi fece notare: «La Cinquecento Miglia di Indianapolis è una delle gare automobilistiche più importanti al mondo. Secondo me non dovresti rinunciare a una simile opportunità.»
«Nessuno mi ha offerto quell'opportunità» le ricordai, «Quindi non credo valga la pena di parlarne.»
«Nessuno te l'ha offerta, ma succederà molto presto» ipotizzò Veronica Young. «Non rinunciare a priori, solo perché pensi non sia la strada giusta per te. Devi rimetterti in gioco. Marina Forti pensa che tu sia una pedina importante.»
Non so se si aspettasse che replicassi di non essere una pedina, ma mi limitai a precisare: «Marina Forti sa a malapena chi sono.»
«Forse.»
«Sono sicura che non sappia nulla dei miei risultati... a parte del Gran Premio di Las Vegas l'anno scorso, ovviamente.»
Veronica alzò le spalle, con indifferenza.
«E allora?»
«A me pare un dettaglio importante» replicai. «Che cosa posso avere a che vedere con lei, se non sa nulla di me? Mi sembra una perdita di tempo.»
Veronica mi fulminò con lo sguardo, affermando: «Lascia fare a me. Ti assicuro che so come lavorarmela e che sarà un affare, sia per me, sia per te.»
In quel momento non credevo alle sue parole, ma sarei stata costretta a ricredermi molto presto. Quella sera incontrammo Marina Forti e le sue intenzioni furono molto chiare. [...]

***

Tina Menezes sembrava convinta che la narrazione a proposito dell'incontro del venerdì sera fosse esaustiva. Alysse cercò di dosare bene le parole, per non destare sospetti.
«Forse sarebbe meglio approfondire un po' di più quello che è successo con Veronica Young e Marina Forti.»
«L'ho approfondito» obiettò Tina. «Ho raccontato per filo e per segno come...»
Alysse la interruppe: «Mi hai narrato nel dettaglio quello che è successo nella stanza di Silver Knight, se proprio dobbiamo chiamarlo con quel nome ridicolo, ma ti sei limitata a lasciare intuire cosa sia accaduto, invece, quando hai incontrato le persone veramente importanti.»
Ebbe l'impressione che la Menezes avrebbe replicato, in tono innocente, che per lei contavano solo quel Silver, Knight, Silver Knight o come si chiamava, Axel Frosch e gli animali da fattoria di quest'ultimo. Diversamente dai cani, almeno capre e anatre sembravano piacerle, forse perché i loro possessori non se le portavano un giro imponendo agli altri la loro presenza. Tina la sorprese in positivo, evitando allusioni puerili come quelle.
«Si tratta di questioni che devono rimanere riservate. Non posso raccontare per filo e per segno quello che ci siamo dette, quando ho incontrato per la prima volta la mia sponsor.»
Purtroppo con le sorprese positive non si poteva fare molto. Aveva ragione, Alysse non poteva negarlo.
«Certo, capisco. Però, allo stesso modo, non è bene raccontare nel dettaglio nemmeno la tua serata insieme a Silver Knight. Eppure, con me, hai voluto scendere nel dettaglio.»
«Non c'è altro da aggiungere» chiarì Tina. «Non so in che altro modo dirtelo. Quel venerdì sera si è delineato il futuro. Marina Forti ha affermato di volere sponsorizzare il progetto della Vertigo a Indianapolis, a condizione che al volante ci fosse qualcuno che garantiva un elevato ritorno di immagine. Veronica Young si è essenzialmente candidata come mia nuova manager.»
«E poi?»
«Poi niente.»
Alysse sospirò.
«Possibile che tu non abbia niente da dire su Marina Forti? Che tipo di donna è? Lascia perdere i capelli, che non si capisce se siano grigi naturali o tinti di grigio. Che effetto ti ha fatto?»
Nonostante la domanda esplicita, Tina non contribuì affatto: «Non mi ha dato alcuna impressione particolare.»
«Com'è possibile?»
«Mi è sembrata solo un'imprenditrice desiderosa di mettere in mostra il marchio della propria azienda, tutto qui.»
«Non ti ha parlato di suo padre, il fondatore?»
«No. Perché avrebbe dovuto? È morto tre anni fa.»
«Sì, certo capisco. Come mai non le hai fatto delle domande?»
«Che domande avrei dovuto farle? Mi ha lasciato capire, senza troppi giri di parole, che avrebbe sponsorizzato il progetto Indy della Vertigo se ci fossi stata io, o comunque qualcuno che potesse essere altrettanto attention seeker. Altri piloti di un certo rilievo che fossero disposti a crederci non ce n'erano. Di conseguenza, tutte le speranze di Marina Forti si riversavano su di me.»
Alysse comprese di non potere insistere ulteriormente, altrimenti Tina si sarebbe insospettita. Aveva creduto di potere ricavare informazioni, ma era stata quasi una perdita di tempo. Era palese che la Forti non aveva alcuna intenzione di farsi conoscere da Tina Menezes. Per lei, quest'ultima era solo uno strumento promozionale. Ovviamente Tina non si era fatta problemi. Faceva parte del gioco. Anche se a quei tempi non l'avrebbe mai ammesso, essere scelta per disputare la Cinquecento Miglia di Indianapolis con il progetto della Vertigo era l'unico modo per rilanciare la propria carriera.
«Hai ragione» concesse. «Non c'erano motivi per cui avresti dovuto chiederle di suo padre.»
«Perché ti incuriosisce così tanto?» domandò Tina.
Alysse si sforzò di sorridere.
«Non c'è motivo, semplice curiosità. In fondo è stato il fondatore di un importante marchio di moda e...»
Tina la interruppe: «Ti interessa la moda, Mercier?»
«Perché questa domanda?»
«Perché mi sembri una di quelle persone che non hanno idea di quali siano le tendenze in fatto di abbigliamento.»
«Stai dicendo che mi vesto male?»
«No, sto dicendo che ti vesti con indumenti che ti stanno bene. Seguendo gli ultimo trend, a volte si corre il rischio di mettere cose che ci fanno sembrare ridicole, solo per il gusto dell'imitazione. Echos è una catena di negozi in franchising ed è un marchio fatto a misura del grande pubblico, quello che non può permettersi capi di alta moda, ma ci tiene a indossare indumenti di marca.» Tina si fermò qualche istante a riflettere, poi affermò: «Devo dire, però, che quello stile farebbe proprio per te.»
Alysse dichiarò: «Non mi interessa la moda. Mi interessano Emilio Forti e sua figlia Marina, per semplice curiosità. Però, mi pare di capire, non hai altro da aggiungere, su di loro.»

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