Il settimo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Valerio Villa era uno di quegli uomini che avevano un successo innato con le donne e che, in apparenza, sembravano non dare importanza a nulla che non fosse il loro successo con le donne, specie se al contempo erano molto belle, appariscenti e impegnate a spogliarli con gli occhi. Era ancora meglio se si trattava di modelle o di donne di spettacolo, ma in caso di necessità anche altre potevano essere considerate.
Per quanto Xavier - sposato con quella che era stata la sua fidanzata adolescenziale e divenuto padre ad appena ventidue anni - fosse almeno in parte prevenuto nei confronti di quel tipo di persone, era consapevole di quanto avere un compagno di squadra di quel calibro potesse essere una svolta favorevole, per lui. Ingaggiato per sostituire una vecchia gloria che, dopo innumerevoli successi, aveva deciso di appendere il casco al chiodo, Villa era di almeno dieci anni più giovane del suo predecessore - ne aveva uno in più di Xavier - e aveva come apice soltanto due gran premi vinti, entrambi in circostanze a dir poco fortuite. Appariva più interessato ai piaceri della vita che non al successo in pista e questo faceva il gioco di Xavier, ormai stanco di essere confinato a un ruolo di secondo piano. Per quella ragione, quando ebbe a che fare da vicino con lui per la prima volta, alla cena di Natale della Vertigo, poche settimane dopo l'annuncio del suo ingaggio per la stagione imminente, lo classificò immediatamente come un avversario che non avrebbe costituito una minaccia effettiva. Sarebbe stato facile uscire vincente dallo scontro con il suo nuovo compagno di squadra, non aveva dubbi.
Aveva conosciuto Villa pochi anni prima, quando si erano ritrovati a gareggiare nella stessa categoria, ma non era mai andato oltre allo scambiare qualche parola con lui, anche se avevano amici comuni. Eppure, quella sera, seppure impegnato a flirtare con l'addetta stampa della scuderia e a sorriderle con aria maliziosa dopo essersi tolto la cravatta e avere slacciato un paio di bottoni della camicia, fu proprio lo stesso Valerio a mettere da parte quella donna per fare conversazione con lui.
Se Xavier era prevenuto prima, dialogare con il nuovo compagno di scuderia non lo aiutò a mettere da parte i suoi pregiudizi. Ne venne fuori la conferma che Valerio era proprio il bello e dannato che le donne immaginavano: figlio di genitori ricchissimi che l'avrebbero voluto avvocato o commercialista, la sua passione per i motori aveva prevalso, contro la volontà familiare.
«Pensa» raccontò, «Che mio padre, all'inizio, aveva minacciato di diseredarmi.»
Xavier se lo immaginò raccontare la stessa storia alle sue conquiste femminili. Doveva essere quello il momento in cui le modelle, le soubrette e anche qualche addetta stampa e qualche donna comune iniziavano a leccarsi le labbra, immaginando di sbottonargli i pantaloni, mentre Valerio le fissava con i suoi languidi occhioni blu.
Il racconto proseguì con l'intercessione di uno zio materno, dal quale il giovane Villa aveva ereditato la passione, che lo finanziò agli albori della sua carriera. Con il tempo, anche il giudizio del padre si fece meno drastico e, seppure a ogni loro incontro continuasse con lamentele e critiche, aveva smesso da tempo di considerarlo il disonore della famiglia.
In molti avrebbero potuto tacciare Valerio di essere uno dei tanti ragazzi ricchi sfondati che si erano fatti strada perché più abbienti di tanti loro avversari, ma non si poteva negare che al volante fosse dotato di un talento cristallino. Se si fosse dedicato alle corse senza distrazioni, molto probabilmente avrebbe potuto ottenere molto di più. Ancora una volta, comunque, il fatto che avesse ben altre priorità andava a vantaggio di Xavier, convinto a non mettersi preoccupazioni per uno come Villa.
«Tu, invece, cosa mi racconti?» chiese Valerio, a quel punto.
La storia di Xavier non era affascinante come la sua: «Mio padre era un pilota, a livello nazionale, ma non aveva abbastanza soldi per continuare a gareggiare, quindi ha iniziato a lavorare come meccanico. Mia madre faceva la cronometrista, in passato. Ho ereditato da loro la passione per i motori. Mi è andata meglio che a mio padre. Sono stato notato dalle persone giuste. Non avrei mai potuto permettermi di arrivare dove sono adesso, senza il loro supporto.»
«E sei diventato uno dei migliori piloti al mondo.» Villa appariva sinceramente ammirato. «Ne hai fatta di strada, complimenti!»
C'era qualcosa di stimolante nella sua voce e Xavier si perse a contemplare i suoi occhi blu. Non avrebbe saputo definire con esattezza che cosa provasse in quel momento, certo non era mai stato attratto da un uomo prima di quella sera, ma del resto non aveva mai provato quel genere di attrazione nemmeno per donne che non fossero sua moglie Gabrielle. Valerio Villa emanava un fascino difficile da definire, aveva un'aura che sembrava metterlo in guardia: "scappa lontano da me più che puoi, perché sarò la tua rovina".
Fu proprio così: Valerio divenne ben presto la sua rovina, anche se in maniera indiretta. Certo, Xavier sapeva di essere responsabile in prima persona delle proprie azioni, ma una parte di lui non accettò mai fino in fondo la consapevolezza della propria colpevolezza in merito all'increscioso evento in cui si ritrovò coinvolto pochi mesi dopo. Fu Valerio a presentargli quell'amica della fidanzata di turno, accanto alla quale Xavier finì per risvegliarsi completamente nudo; la prima volta in dieci anni di relazione, di cui sei di matrimonio, in cui fu infedele a Gabrielle, e sperava vivamente anche l'ultima.
Avrebbe dovuto sentirsi disgustato da se stesso, ma tutto ciò che formulò fu il pensiero irrazionale che fosse tutta colpa di Villa e di quella che gli appariva una vita dissoluta. Arrivò a chiederglielo, al compagno di squadra, come potesse sostenere una simile esistenza e, ancora una volta, con un'espressione innocente stampata sul volto, Valerio si giustificò: «Non sono sposato e non ho famiglia, io. Faccio quello che mi pare con chi mi pare, ma a nessuna di loro importerà quello che ne sarà di me.»
C'era una nota triste nella sua voce, ma Xavier gli ricordò: «Fai esattamente la vita che ti sei scelto.»
Valerio replicò: «Basta poco perché tutto finisca. Sono già uscito senza farmi male da diversi incidenti disastrosi. Non andrà sempre bene. Che senso avrebbe avere una relazione stabile o addirittura una famiglia, quando tutto può finire da un momento all'altro?»
«Se sei così spaventato dall'idea di morire, perché semplicemente non lasci perdere? Sei ancora in tempo per salvarti.»
«Perché la mia vita è questa. Preferisco non arrivare a trent'anni ma essere me stesso, piuttosto che diventare vecchio senza avere davvero vissuto.»
Xavier fu scosso da un brivido. Non l'avrebbe mai ammesso, ma condivideva lo stesso macabro punto di vista. Non disse più nulla, ma Valerio comprese di averlo messo in crisi. Non solo lo comprese, ma fu lui stesso a ritrovarsi, in poco tempo, a tenere il coltello dalla parte del manico. In entrambi era scattata una molla, che aveva ribaltato completamente la situazione.
La prima parte della stagione vide Xavier in netto vantaggio nei confronti del compagno di squadra, poi arrivò l'infortunio. Fu una semplice frattura a un polso e si rimarginò in fretta, ma lasciò strascichi di cui avrebbe fatto volentieri a meno: le conseguenze fisiche erano state lievi, ma lo schianto era stato brutale, al punto da farlo sentire segnato. Il distacco che aveva caratterizzato il suo confronto con Villa iniziò a calare drasticamente, il tutto mentre l'affidabilità iniziava a migliorare. Così, se nella prima parte della stagione punti preziosi andavano perduti a causa di rotture, a campionato in corso spesso Valerio riuscì a concretizzare più di quanto avesse fatto Xavier mesi prima.
Per il resto, le parole di Villa gli rimbombavano in testa: "senza avere davvero vissuto". Si riferiva alle corse, Valerio, ma Xavier vi intravedeva un altro significato. Di colpo la sua vita da bravo ragazzo, senza eccessi e senza mai allontanarsi dalla retta via, iniziava a stargli stretta. Se fino a pochi mesi prima Xavier si sentiva realizzato come uomo e in via di realizzazione come pilota, ben presto la situazione mutò senza che fosse in grado di tirarsi indietro.
Se non altro, arrivò a maturare la consapevolezza delle proprie responsabilità. Non era colpa di Villa, se c'erano ormai altre donne oltre a Gabrielle, e se in particolare c'era Natalie, addetta stampa di una squadra di fondo classifica, dall'aspetto acqua e sapone, ma capace di attrarlo molto di più di quanto non facessero le ragazze immagine stipendiate dagli sponsor. Non era colpa di Villa nemmeno se i risultati non erano sempre all'altezza delle aspettative, proprio quando la Vertigo si candidava al ruolo di principale contendente al titolo mondiale. Per fortuna il fato intervenne a suo favore e, se esattamente a metà stagione Villa era arrivato a precederlo di undici punti, la situazione in classifica rientrò, quando in concomitanza con una vittoria di Xavier, il suo compagno di squadra fu costretto al ritiro per un guasto tanto banale quanto irreparabile.
A due sole lunghezze di distanza, nel corso del successivo evento era ormai sul punto di andare a prendersi la vetta della classifica quando, tuttavia, Valerio Villa smise di essere una presenza vaga, ma divenne il diretto responsabile delle sue disgrazie. Paradossalmente, fino a quel momento non erano mai arrivati allo scontro diretto, ma tutto cambiò all'improvviso. Xavier inseguiva, ma aveva più velocità di Valerio, che aveva trascorso oltre la metà dei giri al comando della gara. Lo affiancò, certo che il sorpasso sarebbe andato a buon fine. Le loro vetture si agganciarono e non solo Xavier non colse la tanto sperata vittoria, ma non poté nemmeno vedere il traguardo. Villa riportò danni, ma se la cavò con una sosta ai box e una rimonta dalle retrovie. Giunse in quinta posizione, allungando di due punti in classifica. Non ammise mai la propria responsabilità nell'incidente e rispedì al mittente le pesanti accuse che Xavier gli rivolse, ma furono in molti a schierarsi contro di lui o quantomeno a criticarlo con fermezza.
A Valerio non importavano le critiche e se ne fregava delle accuse. Di colpo, accanto alle belle donne che conquistava grazie ai suoi occhi blu e al suo fascino innato, sembrava avere anche altri obiettivi. Forse non aveva mai creduto di potere avere una possibilità concreta di diventare campione del mondo, ma era ormai palese che non intendesse lasciarsela scappare. Allo stesso modo, Xavier era convinto a non arrendersi, a non farsi battere da un avversario che non aveva mai considerato alla propria altezza.
Lasciò perdere tutto ciò che costituiva distrazione, arrivando perfino a ignorare Natalie, si focalizzò solo sulla stagione che si avviava verso la sua parte conclusiva. Riuscì nel proprio intento. A poco a poco recuperò i punti persi per strada, occasionalmente staccando, e non di poco, quel compagno di squadra che continuava ad accusare per l'incidente che li aveva coinvolti tempo prima e che continuava a smentire le accuse. Che insistesse pure a reclamare la propria innocenza! Di certo le sue parole non avrebbero cambiato la verità.
Xavier arrivò all'ultimo gran premio stagionale con un vantaggio di un punto. Non era tanto, ma era certo di potere battere Valerio. Non aveva dubbi su chi fosse il più veloce tra di loro, soltanto eventi fortuiti avrebbero potuto allontanarlo dalla vittoria finale. Purtroppo gli eventi fortuiti iniziarono ad accadere ben presto, ricordandogli che il successo non faceva partedi un disegno divino, ma che andava duramente conquistato: un problema tecnico nella sessione del venerdì, poi la pista con l'asfalto da riparare al sabato, nel momento in cui avrebbe dovuto recuperare il tempo perduto. Quando i lavori di sistemazione dell'asfalto terminarono, la pioggia gli impedì di migliorare i propri tempi del giorno precedente. Era solo undicesimo, e il fatto che ben tre piloti fossero stati più veloci di Valerio non era consolatorio.
In ogni occasione in cui si ritrovarono a poca distanza l'uno dall'altro, Xavier fece il possibile per distogliere lo sguardo da Villa: non voleva che il suo compagno di squadra leggesse delusione nei suoi occhi, ma soprattutto preferiva evitare ogni tentativo di conversazione da parte dell'altro. Riuscì nel proprio intento al sabato, ma non la domenica nella tarda mattinata, quando mancava poco più di un'ora all'inizio della gara. Si ritrovò Valerio davanti e, alle strette, non ebbe la possibilità di voltargli le spalle e di andarsene.
Villa osservò: «Quando sono passato alla Vertigo, non avrei mai creduto che già alla prima stagione mi sarei trovato in lotta per il titolo nel gran premio finale, per giunta contro di te.»
Il suo tono era cordiale, ma del resto Valerio era un uomo molto diplomatico, che demoliva con voce subdola ma gentile. Xavier non era come lui, gli piaceva essere diretto, e fu diretto nel replicare: «Nemmeno io mi aspettavo di ritrovarmi proprio te come avversario, ma sono convinto che i titoli vinti valgano allo stesso modo sia che siano stati conquistati gareggiando contro dei grandi campioni sia che ci si sia ritrovati di fronte ad avversari scadenti giunti solo per caso fino all'ultima gara con la matematica ancora dalla loro parte.»
Valerio non parve offeso dalle sue parole, quanto piuttosto divertito.
«Vola basso, Delacroix. Ricordati che, fino a un anno fa, anche tu eri "scadente" come me.»
«Sono uno dei migliori piloti al mondo» replicò Xavier. «Non perché lo dico io: l'hai detto tu stesso, quella sera, alla cena di Natale.»
Valerio avvampò e non ribatté. Si limitò a cambiare discorso.
«Buona fortuna. Le gare possono essere piene di insidie, specie a chi parte undicesimo.»
«Buona fortuna anche a te» rispose Xavier, sprezzante. «Quando tutto ciò che può assisterti è la fortuna, perché da solo non sapresti vincere nemmeno correndo da solo, ne hai bisogno di certo. Anche se ti senti il favorito perché parti quarto, nonostante sei al volante della vettura migliore e, nello specifico, dell'unica delle due che non ha avuto problemi. Ma soprattutto, buona accettazione della realtà, perché avrai bisogno anche di quella.»
Valerio tornò a mostrare un accenno di ilarità.
«Ti credi davvero nella posizione di potermi screditare? Dopo che tutti credevano avresti avuto vita facile, ma adesso sei qui, che per battermi devi innanzi tutto arrivare a raggiungermi?»
«E tu credi di essere nella posizione di potere evitare di essere screditato?» ribatté Xavier. «Guarda che la gente ha memoria: si ricorderanno che non eri nessuno prima della Vertigo, che tornerai nessuno se non vincerai il mondiale, ma soprattutto che resterai comunque nessuno anche se dovessi vincerlo.»
«Hai un modo di ragionare molto curioso» osservò Valerio. «Prima dici che tutti i titoli valgono, poi insinui che il mio non avrebbe valore, nemmeno se dovessi vincerlo contro di te.»
Era pazzesco come Villa riuscisse sempre, almeno sulla carta, ad avere l'ultima parola, ma Xavier non gli avrebbe lasciato quella soddisfazione.
«Pensa a vincere il titolo, invece di parlare, parlare e parlare.»
Valerio gli strizzò un occhio.
«Potrei dire la stessa cosa di te, non credi?»
Xavier restò in silenzio. Alla fine, almeno quella soddisfazione, era costretto a lasciargliela, se non altro per sfinimento, ma non importava, quello che contava davvero era il risultato maturato in pista e, ne era certo, quello avrebbe sancito la sua consacrazione.
Senza avere risposta, Valerio se ne andò, probabilmente convinto di essere in una posizione di vantaggio. Xavier era certo che si stesse sopravvalutando, oppure che stesse sopravvalutando la propria capacità di eludere gli eventi negativi. Fu una soddisfazione vederlo rimanere fermo sulla griglia, costretto a lasciare quella quarta posizione che gli aveva dato così tanta sicurezza. Sarebbe stato magnifico se non fosse riuscito a prendere il via nemmeno dall'ultima posizione, costretto ad assistere in silenzio alla propria sconfitta senza nemmeno avere la possibilità di lottare, ma il destino decise di concedere a Valerio almeno un'ultima possibilità.
Xavier non dubitava che il compagno di squadra avrebbe dato il meglio di sé. Non riteneva Villa all'altezza di un campionato del mondo, ma di certo era un pilota che non si arrendeva mai, nemmeno quando tutto appariva perduto, a costo di rischiare più di quanto avrebbe dovuto, o addirittura di macchiarsi di azioni infamanti, come aveva fatto quella volta in cui l'aveva letteralmente buttato fuori pista. L'idea di saperlo impegnato in una rimonta senza concrete possibilità avrebbe potuto essere esilarante, se solo Villa non fosse stato in grado di sfruttarla a proprio vantaggio. Perché l'avrebbe fatto, quella era una certezza, senz'altro si sarebbe autoincensato iniziando a indossare la maschera dell'eroe sconfitto che aveva tentato il tutto per tutto fino all'ultimo: Valerio Villa sapeva essere un personaggio, su questo non vi erano dubbi di sorta.
Qualunque cosa avesse detto o fatto, tuttavia, non era più un problema di Xavier, che ebbe uno spunto formidabile, quando la gara finalmente poté partire. Le sensazioni erano buone, ma quel grande momento durò troppo poco. Quando vide la bandiera rossa, imprecò mentalmente contro un contrattempo che non ci voleva. Senz'altro qualcuno di quei giovani senza arte né parte che popolavano gran parte delle retrovie - magari uno dei piloti della squadra per cui aveva lavorato Natalie, che da qualche tempo sembrava avere abbandonato il proprio ruolo - era andato a sfondare una delle barriere di protezione, generando lunghi tempi di attesa. Non ebbe modo di vedere cosa fosse accaduto, ma le voci giravano in fretta: poco dopo l'interruzione venne a sapere che vari piloti erano stati coinvolti in un incidente e che Valerio era uno di questi. Una sensazione di intensa felicità lo travolse, ma proprio come quella prima parte di gara era destinata a durare molto a breve.
Gli dispiacque per Karl Graber, quando sentì dire che il pilota che aveva sfondato una barriera - proprio come aveva ipotizzato - era proprio lui. Guidava un'auto di infima categoria, ma il talento ce l'aveva, non meritava di essere messo in quel calderone che veniva tanto screditato, anche dallo stesso Xavier, che non riusciva a trattenere certi pensieri. Gli dispiacque, perché comprendeva quando fosse difficile qualificarsi, in quella posizione, e quanto fosse duro accettare che la tanto agognata presenza in gara fosse durata a malapena un giro. Gli dispiacque, ma era una persona estremamente ottimista e non gli venne da pensare che l'incidente potesse essere stato qualcosa di più che il finire la gara dopo appena un minuto danneggiando una barriera.
Fu solo quando vide lo sguardo di Villa che una brutta sensazione iniziò a farsi largo dentro di lui. Valerio si stava dirigendo a piedi verso il box della Vertigo e i suoi occhi sembravano quelli di chi aveva appena visto un fantasma. Non doveva essere turbato per quello che gli era successo in prima persona. La sua possibilità di vincere il mondiale era sfumata, ma la realtà era che uno come lui alle delusioni doveva esserci abituato. Quella era solo l'ennesima prova del fatto che non meritasse di stare tra i migliori.
Non si sforzò nemmeno di distogliere lo sguardo, quasi come se non fosse davvero consapevole di ciò che vedeva. Xavier lo osservò, mentre si sedeva a terra, appoggiandosi contro un muro. Valerio non cambiò espressione, non fece nulla per nascondere il proprio turbamento emotivo.
Xavier gli si avvicinò. Il desiderio di sapere veniva prima di tutto.
«Cos'è successo?»
Valerio non rispose, si limitò ad abbassare gli occhi.
«Ehi, parlo con te!» sbottò Xavier, sedendosi alla sua sinistra. «Che cazzo è successo?»
Valerio scosse la testa.
«Un incidente di merda.»
Xavier lo invitò a essere più specifico: «Che incidente di merda?»
«Graber si è toccato con un'altra macchina, è stato sbalzato su da terra e si è rovesciato su una barriera.»
«Oh.» Quella era una pessima notizia per Xavier. «Mi dispiace.»
«Ho visto la sua auto, in che condizioni è» lo informò Valerio, «E purtroppo non è l'unica cosa che ho visto.»
Non aggiunse altro, ma il silenzio valeva più di mille parole. Di colpo tutto cambiò significato.
***
Le immagini dell'incidente erano a bassa definizione, ma il dramma che riviveva sul monitor del computer era così tangibile da lasciare Alysse senza fiato. Non era la prima volta che vedeva le scene del maledetto schianto di Karl Graber, ma nel contesto della narrazione del vlogger 107% Racing Hearts queste apparivano ancora più struggenti.
Il telefono squillò proprio in quel momento. Era Maurizio. Non si aspettava di ricevere una sua chiamata quella sera e, in effetti, anche Silvani si accorse di quanto l'orario lasciasse desiderare.
«Scusami, so che è tardi. Dormivi?»
«No, sono solo le dieci e mezza.»
«Non ti ho disturbata, vero?»
Alysse lo rassicurò: «No, tu non disturbi mai. Come stai?»
«Esattamente come stavo l'altro giorno, quando ci siamo visti» fu la laconica risposta di Maurizio. «Tu, invece?»
«Potrebbe andare meglio.»
«Mi dispiace.»
«Ma anche peggio. Stavo solo guardando un video pubblicato un'ora o due fa sul canale 107% Racing Hearts. Lo conosci?»
«Non ho idea di chi sia, a dire il vero» ammise Maurizio. «Dal nome "Racing Hearts", posso immaginare che abbia a che fare con il tuo lavoro.»
«Diciamo che questo fa per hobby le stesse cose che io faccio per lavoro, ma le fa senza pubblicare niente di scritto e molto probabilmente guadagna più soldi di me» rispose Alysse. «Mi aspettavo, però, che anche "107%" ti fosse familiare.»
«Cos'è, qualche codice dai poteri magici?»
«Eccome, ha il potere magico di rendere un pilota qualificato, specie nelle serie di derivazione europea. Di fatto, in circostanze normali, per ragioni di sicurezza, per conquistarsi l'accesso alla griglia di partenza serve stare entro un delta time. Questo viene calcolato aggiungendo al miglior tempo il sette per cento.»
«Non ci ho capito nulla.»
«Ti farò un esempio molto semplice. Immagina un circuito piuttosto lungo, sul quale in una sessione viene registrato come miglior tempo un minuto e quaranta secondi. Sono un totale di cento secondi. Gli altri piloti, per qualificarsi, non devono andare oltre i centosette secondio, cioè un minuto e quarantasette. Quando c'è stata la fusione tra le due massime categorie, è capitato spesso che le squadre provenienti dalla Diamond Formula restassero fuori dalla griglia per questa ragione. Erano ottimi team, in realtà, ma la Diamond Formula era più economicamente sostenibile, quindi hanno faticato e non poco per non sprofondare.»
«Ti ringrazio per la spiegazione.» Maurizio ridacchiò. «Non che mi sia di qualche utilità, ma sentirti parlare è sempre un piacere. Potresti raccontarmi qualsiasi cosa e questa sarebbe comunque interessante. Dimmi qualcosa anche del video.»
«È incentrato sul finale di stagione in cui Delacroix e Villa erano in lotta per il titolo... è successo negli anni '80. In quella gara c'è stato un grave incidente. Hai mai sentito parlare di Karl Graber?»
«Temo di no.»
«Se vorrai approfondire» gli suggerì Alysse, «Puoi sempre fare qualche ricerca in internet. Veniamo a qualcosa che ci tocca più da vicino. Stasera il mio collega Fischer deve incontrare il figliastro di tu-sai-chi, grazie a una nostra conoscenza comune.»
Maurizio Silvani parve molto soddisfatto di quella rivelazione: «Mi pare un'ottima cosa. Mi verrebbe quasi da chiederti chi sia questa conoscenza comune.»
«Si tratta di una persona che non intende avere un ruolo attivo, ma che sta solo facendo da tramite» rispose Alysse, che preferiva mantenere almeno qualche piccolo segreto. «Diciamo che è una bella donna e il figliastro di tu-sai-chi immagino non sia del tutto immune al suo fascino.»
«Quindi non è una collega?»
«Non è una giornalista. Non c'è nulla di cui preoccuparsi.»
«Immagino che Fischer le abbia chiesto di metterla in contatto con quel tale inventandosi qualche scusa credibile.»
«Non preoccuparti né per me, né per lei. Credo sia meglio, in ogni caso, se riattacchiamo tutti e due e continuiamo in discorso su SilentText.»
La telefonata si interruppe. Alysse sorrise. Maurizio non era solito perdere tempo e non intendeva farlo nemmeno in quell'occasione.
Il primo messaggio fu semplice e diretto: "Sono qui."
Alysse poté scrivergli, senza filtri: "Sono sicura che Fischer sappia come lavorarsi Bruni. Con la scusa che Echos è sponsor della Vertigo, può fingere che il suo interesse sia puramente professionale. Il fatto di essere sposato con la Menezes potrebbe essergli d'aiuto. La cosa migliore sarebbe se riuscisse a incontrare anche la Forti, ma per il momento dobbiamo accontentarci."
"Devi accontentarti" puntualizzò Maurizio, nella sua immediata risposta. "Io ti sarò di supporto sempre, questo lo sai, ma se riuscirai a scoprire la verità sarà solo merito tuo."
Alysse non ne era del tutto certa. Anzi, il fatto che Silvani le avesse creduto senza esitare, affermando a propria volta di non avere mai ritenuto del tutto verosimile l'idea che Alexandre si fosse suicidato, era servito per incoraggiarla. Per quanto Maurizio avesse dimostrato, in alcune occasioni, di non apprezzare del tutto i suoi metodi, Alysse aveva bisogno della sua presenza.
Se non ci fosse stato Maurizio al suo fianco, che l'aveva aiutato a imparare il mestiere e a costruirsi una posizione, probabilmente Alexandre avrebbe dovuto cambiare lavoro. Magari se ne sarebbe andato, lasciando l'Italia, come aveva già pianificato prima che decidessero di sposarsi. Forse il matrimonio non ci sarebbe mai stato. Il fatto che poi il povero Alex fosse stato ucciso era direttamente imputabile all'azienda presso cui lavorava, ma non poteva essere previsto in anticipo. Se Alysse era stata felice con Alexandre, lo doveva anche a Maurizio Silvani. Non l'avrebbe mai dimenticato, così come non avrebbe mai dimenticato il suo sostegno.
Gli scrisse: "Ti ringrazio tanto. Non so come farei senza di te."
Maurizio la smentì prontamente: "Non è vero. Ce la puoi fare anche da sola... anche se sono contento di potere fare qualcosa per aiutarti. Fammi sapere se capita qualcosa di nuovo e se il tuo amico Fischer scopre qualcosa che possa incastrare i Forti. Ti lascio al video di quel 107% Racing o come si chiama. Anzi, se mi passi il link vado a cercarlo anch'io, così mi faccio un po' di cultura motoristica. Non ho idea di chi siano i piloti di cui hai parlato."
Alysse sorrise. Mandò a Maurizio un ultimo messaggio: "Non dovresti andarne fiero. Valerio Villa è stato un consulente della Vertigo la prima volta in cui la squadra era sponsorizzata da Echos. Tu lavoravi per i Forti a quei tempi. Com'è possibile che tu non sappia nemmeno chi fosse?"
Maurizio le mandò l'emoticon di una risata, senza aggiungere altro. Alysse immaginò che volesse lasciare intendere di non avere il benché minimo interesse per tutto ciò che riguardava la Vertigo e le corse automobilistiche, e di non essersene mai interessato nemmeno ai tempi in cui Echos era uno dei patrocinatori della squadra, negli anni duemila.
Ai tempi il marchio Vertigo era appena tornato in auge, con le prime partecipazioni dell'epoca moderna al campionato mondiale di endurance. Le prime stagioni erano state difficili, ma la squadra era riuscita, a poco a poco, a trovare il proprio spazio nella categoria. Chissà, forse un giorno sarebbe accaduto anche oltreoceano. Indianapolis non era certo stata un successo, come ben sapeva la Menezes.
Proprio mentre Alysse formulava quel pensiero, le arrivò la notifica di un'e-mail in arrivo, proprio da parte di Tina, che le annunciava il "capitolo" successivo del proprio resoconto, proprio quello della mancata qualificazione alla Indy 500. Sospirò, pensando che la seconda parte del video di 107% Racing Hearts dovesse attendere.
***
[...] L'Indianapolis Motor Speedway è uno degli autodromi permanenti più datati al mondo, il terzo costruito e il secondo di quelli ancora esistenti. Risalente al 1909, su di esso si è scritta la storia del motorsport e continuerà a essere scritta ancora per molto tempo. Per quanto i miei trascorsi sugli ovali fossero stati piuttosto infelici, ero catturata dal fascino che quell'ovale specifico esercitava su di me. Lungo due miglia e mezzo, poco più di quattro chilometri, era costituito da due rettilinei lunghi e due rettilinei brevi, uniti da curve inclinate. Quelle due miglia e mezzo dovevano essere percorse per duecento volte, sempre ammesso di arrivare al traguardo e di arrivarvi a pieni giri.
Ovviamente essere al volante di una delle trentatré vetture che la domenica del Memorial Weekend avrebbero preso parte a una delle gare automobilistiche più storiche e importanti al mondo sarebbe stato qualcosa di cui andare fiera. Nel frattempo, l'entusiasmo nei miei confronti non accennava a placarsi. Dentro di me, iniziavo a esserne stanca. Non ero certo la prima donna che si apprestava a prendere parte alla Cinquecento Miglia. Ce n'erano già state un buon numero, tre delle quali avevano ottenuto il riconoscimento di Rookie of the Year alla loro prima partecipazione. Una di queste, in seguito, aveva terminato una delle successive edizioni con una terza posizione finale. Non capivo cosa dovessi dimostrare. Ero Tina Menezes, non il genere femminile al gran completo. E soprattutto, era stato chiaro ancora prima di scendere in pista, non potevo permettermi di avere grosse ambizioni.
Dopo essermi calata nell'abitacolo, le mie aspettative si ridussero ai minimi storici. La monoposto del progetto Indianapolis non era promettente, sulla carta, ma non avrei mai creduto che fosse così terribile. Era maledettamente instabile ed ero assolutamente certa che sarebbe stato difficile ottenere qualche risultato degno di nota.
Se non altro, non ebbi alcun problema a completare il rookie orientation test. Veronica era entusiasta, così come Marina Forti. Ogni tanto cercavo di riportare l'una o l'altra alla realtà, ricordando loro che l'attenzione mediatica che stavamo ricevendo era troppa e che poteva portare a spiacevoli conseguenze. Se la Young comprendeva il mio stato d'animo, da parte della Forti trovai un muro. Secondo lei, non importava se alla fine si fosse parlato bene o male di noi, tutto quello che contava era che il logo di Echos fosse il più possibile esposto.
L'inverno, intanto, terminava lasciando spazio alla primavera. Rispetto ai primi test, qualcosa era migliorato, ma all'esterno c'era stato un terribile peggioramento per il nostro status, dato dagli iscritti che incrementavano. Eppure, nemmeno per un attimo, pensai che il mio destino dovesse essere segnato. Ero convinta che ce l'avremmo fatta, anche se le entry erano aumentate superando il fatidico numero di trentatré.
Solo quando arrivò il mese di maggio, iniziai a comprendere fino in fondo a quali difficoltà stessi andando incontro. La griglia di partenza della Indy 500, storicamente, veniva completata da trentatré vetture. Se qualche mese prima avevo potuto sperare di accedere di default almeno all'ultima casella della griglia, di colpo questa eventualità si faceva giorno dopo giorno sempre meno probabile.
L'entusiasmo dei miei sostenitori e delle mie sostenitrici non si placava ancora, nonostante le difficoltà. Per allontanare l'attenzione dei media, la sera, quando lasciavo il circuito, alloggiavo in una piccola pensione, il cui personale aveva assicurato la massima riservatezza. Almeno potevo evitare che la gente mi additasse e facesse commenti tipo: "Quella è Tina Menezes, dal suo risultato a Indianapolis dipenderà il destino di tutte le donne dell'automobilismo. Per ora le cose non stanno andando molto bene, ma abbiamo ancora la certezza che farà vedere qualcosa di positivo. È il suo dovere, le è stato affidato un compito che non potrà fallire, se vorrà conservare almeno un po' di dignità."
Il fine settimana antecedente al Memorial Weekend si faceva, intanto, giorno dopo giorno sempre più vicino. Al sabato, primo giorno di qualifiche, ero consapevole di cosa mi aspettasse. Mentre gli occhi del grande pubblico sarebbero stati concentrati sulla Fast 12, il gruppo dei dodici piloti più veloci, che l'indomani avrebbe lottato per la pole position, io dovevo sperare di entrare nel gruppo dei primi trenta: questi, infatti, avrebbero avuto la qualificazione garantita, senza rimandare all'indomani, quando sarebbe stata definita l'ultima fila della griglia.
Le mie speranze non si tramutarono in realtà, non per colpa della macchina, ma per colpa mia. Quello che doveva essere il mio tentativo decisivo fu devastante: al primo giro andò tutto bene, al secondo persi velocità e rischiai di strisciare sul muro... il quarto non ci fu mai, perché nel corso del terzo giro sul muro ci finii. I meccanici sarebbero stati costretti a molto lavoro extra, mentre per quanto mi riguardava non ero ancora tra i qualificati e l'indomani sarei stata gettata in pasto a chi voleva divorarmi. Quella sera, quando tornai alla pensione nella quale, di fatto, mi stavo nascondendo, non fui accolta dalla stessa solita tranquillità.
Trovai quattro ragazze: due erano le figlie adolescenti della titolare, le altre molto probabilmente due amiche. Le due che ormai conoscevo di vista mi avevano chiesto di scattarci una foto insieme, che avrebbero pubblicato soltanto alla fine del mese, quando sarei ripartita per l'Europa. La sorella mi aveva detto di considerarmi il suo idolo e anche la donna più influente del mondo, nonostante fino a poche settimane prima fosse stata convinta che quel ruolo spettasse a una celebre popstar. Mi ero detta che le nuove generazioni dovevano avere seri problemi nel valutare l'importanza delle celebrità, ma mi ero limitata a un sorriso.
Sorrisi anche quella sera, vedendole avvicinarsi tutte e quattro. Della titolare non c'era nemmeno l'ombra, in quel momento, ero sola con le mie sostenitrici. I loro volti erano torvi. Mi dissi che dovevano avere guardato le qualifiche ed esserci rimaste male per il mio incidente. Forse consideravano il sistema a eliminazione ormai superato, ritenendo che, se era già successo all'epoca dello split tra CART e Indy Racing League che più delle trentatré vetture canoniche fossero ammesse alla gara, allora non sarebbe stato un crimine contro la storia averne trentacinque ai giorni nostri.
Feci un cenno di saluto, ma nessuna ricambiò, allo stesso modo in cui non avevano ricambiato il sorriso. Magari non ero al centro del loro mondo, mi dissi. Era molto probabile che avessero altro a cui pensare.
Passai oltre e mi avviai verso il corridoio. Avevo percorso solo qualche metro, quando udii dei passi alle mie spalle. Poi qualcuno mi afferrò per i capelli e una voce sibilò: «Sei una lurida puttana.»
Era la tifosa che il giorno precedente mi considerava il proprio idolo e la donna più importante del mondo.
Mi sentii sbattere a terra, ma trovai la forza di replicare, pensando alla squadra di cui avevo vestito i colori: «Ti sbagli, sono solo una Venere.»
«Devi morire» sbottò la sorella minore. «Ci hai tradite. Noi credevamo in te, credevamo che potessi aiutare le donne nel motorsport e nel mondo... invece per colpa tua le nostre vite continueranno ad andare a rotoli. Continueremo a subire discriminazioni, ad essere vittime di stupri...»
«A causa delle fallite come te, la gente riterrà che la violenza sulle donne sia meno grave» intervenne una delle amiche, sferrandomi al contempo un calcio in un fianco. «L'hai fatto apposta, vero? Ti sei schiantata apposta per permettere a quegli uomini di merda di batterti. Devi morire insieme a tutti loro. Devi essere tritata viva e quel pezzo di merda del giornalista che ti porti a letto dovrebbe essere costretto a bere il tuo sangue. Non...»
Non udii il resto della frase. Una delle quattro mi aveva ribaltato addosso qualcosa di liquido, forse acqua mescolata a detersivo per pavimenti.
Poi fui afferrata di nuovo per i capelli. Due ragazze mi tirarono su. Una mi spinse contro la parete, facendomi battere la testa. Un'altra prese fuori un coltello e me lo puntò alla gola.
La guardai negli occhi. Era la fan della popstar e la mano con cui teneva l'arma le tremava. Dopotutto minacciare una persona con un coltello era molto più impegnativo di quello che doveva essere il suo principale hobby, ovvero scrivere insulti su una tastiera e poi premere "invio".
Con una gomitata, la spinsi via. Il coltello cadde. Nessuna delle quattro ebbe il coraggio di muovere un dito.
«Fatevi una vita» riuscii a borbottare, mentre mi allontanavo, non riuscendo a spiegarsi come persone del genere avessero potuto mostrarsi così gentili nei miei confronti il giorno precedente.
Che cos'avevano fatto di importante nella vita, quelle ragazze? Probabimente null'altro che esprimere sentenze sull'esistenza altrui, considerandosi le uniche fonti del sapere. Nonostante ciò, sentivano di avere dato il proprio contributo al mondo, per eliminare ciò che odiavano... e tra ciò che odiavano c'era anch'io, che in qualità di donna non potevo commettere errori, altrimenti ai loro occhi, e purtroppo non solo ai loro, danneggiavo la reputazione di un intero genere.
Avevo sempre avuto ragione, anche quando Silver Knight sminuiva le mie preoccupazioni. Quelle quattro ragazzine erano delle disagiate, ma doveva esserci tanta gente che la pensava come loro, ma che invece di agire si limitava a scrivere parole al veleno sui social media. Non ero certa di poterlo accettare.
Sentii qualcosa in tasca. Era la chiave della mia stanza, che quella mattina mi ero dimenticava di lasciare alla reception. Per fortuna potevo salire, allontanarmi da loro e cancellare quello spiacevole episodio, sempre ammesso fosse umanamente possibile.
Entrai in camera con la mente che vagava e andava a rievocare un fatto sgradevole accaduto quasi diciotto anni prima a Misano, quando ero stata squalificata dalla gara della domenica per avere - a detta dei commissari, ai quali avevo espresso un certo dissenso - innescato un incidente, al sabato, con una certa Montanari, che gareggiava nel campionato di Formula Junior, campionato al quale quel fine settimana partecipavo in qualità di guest driver.
La Montanari aveva dovuto rinunciare all'ultima gara del fine settimana a causa dei danni riportati alla vettura per via nostro incidente. Non era così consolatorio sapere che fossimo rimaste a piedi in due. Non ce l'avevo con lei, era stato solo in normale contatto di gara, per quanto mi riguardava; un contatto che la Montanari avrebbe potuto evitare, certo, ma nulla di più.
La domenica decisi di andare via dal circuito. Ero infuriata per la decisione dei commissari. Se la Montanari non mi avesse chiuso la porta in faccia, nella feature race del giorno precedente, avrei ambito all'ottavo posto che valeva la pole position per la reverse grid della sprint. Sarei partita davanti a tutti. Se fossi riuscita a portare a casa il risultato, avrei ricevuto il trofeo destinato al vincitore nientemeno che dalle mani di Valerio Villa, e se avessi chiuso seconda o terza avrei avuto almeno la possibilità di vederlo da vicino, sul podio.
Era un grande campione, anche se in pochi lo riconoscevano tale e addirittura lo colpevolizzavano per avere cercato di battere Xavier Delacroix, che ispirava maggiore simpatia. Essere a pochi metri di distanza da lui sarebbe stato qualcosa che non avrei mai dimenticato... invece dovevo accontentarmi di poco: avevo intravisto Villa la sera precedente, quando ero stata in hotel da Marina Forti, a portarle la giacca che aveva dimenticato nell'area hospitality quel pomeriggio. Quando ero uscita, Valerio era nel cortile e stava discutendo in tono concitato con un altro uomo. Mi ero soffermata a guardare, più attirata dall'ex campione che non dal tizio che blaterava qualcosa a proposito di soldi.
Stavo proprio ripensando a quel fatto, la domenica pomeriggio, quando mi scontrai con un passante. Mi scusai per l'accaduto e questo mi disse di non preoccuparmi. Passai oltre, realizzando che poteva trattarsi dello stesso uomo che avevo visto insieme a Valerio Villa. Poi proseguii, non ci pensai più e mi diressi verso un bar. Fuori trovai la Montanari, alle prese con un tale che le vomitava addosso insulti sessisti facendo al contempo il nome di Rocket Boy. La difesi dal disgustoso attacco, venendo a scoprire che era stata insultata da un nutrito gruppo di uomini adulti che, a quanto pareva, odiavano le donne. Da parte mia, avevo incontrato il becero upgrade: ragazzine che odiavano le donne, credendo di fare il loro bene. [...]
***
Alysse era consapevole di essere abituata a spaziare con la fantasia e non era molto severa nel giudicare chi faceva lo stesso, ma Tina Menezes raggiungeva livelli senza precedenti. Sebbene la situazione fosse un po' cambiata, rispetto ai piani iniziali, si era comunque discusso di un'intervista a puntate, non certo di un'autobiografa.
Le telefonò, anche se era tardi. Tina rispose al secondo squillo.
«Dimmi, Mercier.»
Alysse puntualizzò: «Potresti anche salutarmi come si deve.»
«Tu, invece, dovresti spiegarmi perché mi cerchi a quest'ora» replicò la Menezes. «Se è per il testo che ti ho mandato, avremmo potuto parlarne domani.»
«Invece ti terrò sveglia fino a mezzanotte, tanto che finirai per fare il conto alla rovescia per liberarti di me, tipo notte di Capodanno» ribatté Alysse. «Perché mi hai citato?»
«Non ho citato te, ma una certa Montanari» rispose Tina. «Nessuno sa che sei tu.»
«Lo so io e questo mi basta. Non c'era bisogno di tirare fuori l'episodio degli ultrà di Rocket Boy.»
«Sì, invece. Pensaci, Alysse. Le ragazzine che mi hanno aggredita al termine del primo giorno di qualifiche a Indianapolis sarebbero sicuramente indignate, se scoprissero cosa ti hanno fatto quei tali quel giorno di tanti anni fa. Eppure il loro modo di combattere le ingiustizie è tale e quale alle ingiustizie che, a parole, vorrebbero eliminare. Non è questo il modo in cui la società può evolversi.»
«Capisco cosa vuoi dire, Menezes, ma cambiare la società è un concetto troppo grande e non ho la presunzione di poterlo fare» mise in chiaro Alysse. «Posso garantire per me stessa, non per altri. E comunque non capisco la storia dell'uomo che litigava con Valerio Villa.»
«Nemmeno io, se ci ripenso» ammise Tina, «Ma ricordo di avere avuto, quel giorno, la certezza che lo sconosciuto che avevo quasi travolto fosse proprio quel tale. Prendila come un'osservazione senza importanza. Sono scesa troppo nel dettaglio, ma...»
Alysse la interruppe: «Quando mi manderai la prossima parte?»
«Non lo so» rispose Tina. «Avevo pensato di aspettare Oliver scrivendo, ma la parte del Bump Day è stata molto difficile da scrivere. Come l'hai trovata?»
Alysse, che aveva interrotto la lettura ben prima di arrivare a quel punto, finse di averlo fatto, ma di sentirsi accomodante nei confronti della sua interlocutrice: «È tardi. Credo sia meglio parnarne in un altro momento. Ci sentiamo domani, se per te va bene.»
«Niente conto alla rovescia di Capodanno, quindi?» scherzò Tina, riferendosi alla sua battuta di poco prima.
«No, il 31 dicembre è alla fine del mese, manca ancora una vita» replicò Alysse. «Stammi bene, e prega che Fischer non si metta nei guai.»
Tina obiettò: «È tutto sotto controllo. Ci sono Selena e Dalila a tenerlo d'occhio.»
Alysse preferì non dire nulla, ma non era convinta che la presenza della Colombari rendesse la situazione più tranquilla. Non vi erano dubbi che quella donna avesse qualcosa di grosso da nascondere, anche se non le era chiaro di cosa si trattasse. Ci sarebbe arrivata in fondo, prima o poi, e la "femme fatale" doveva solo sperare di avere la coscienza abbastanza pulita da non meritarsi di essere gettata nel fango.
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