Il sesto capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Il riscaldamento condominiale era centralizzato, quindi non vi era la possibilità né di alzare la temperatura, né di decidere fino a che ora tenerlo acceso. Se non vi erano problemi da quest'ultimo punto di vista, dopotutto erano solo le ventuno e vi era ancora un'ora buona prima che si spegnesse, purtroppo non si poteva dire lo stesso per quanto riguardasse l'effettivo calore percepito. Faceva freddo, molto più freddo di quanto Dalila sopportasse. Mise da parte lo smartphone, sul quale aveva trafficato fino a pochi istanti prima, appoggiandolo al tavolo, e raccattò una felpa appoggiata allo schienale di una sedia. Se la infilò sopra alla maglia scelta per la serata, poi si sedette e tornò a mettersi al telefono.
Mancava ancora un po' di tempo prima che Oliver e la Roberts venissero a prenderla e, per quanto l'idea di trascorrere la serata insieme a un uomo affascinante come Pietro Bruni fosse allettante, Dalila sapeva essere una donna pragmatica: c'era anche altro di cui occuparsi, oltre agli uomini attraenti.
Non era riuscita a resistere al video pubblicato pochi minuti prima da un vlogger - li chiamava ancora così, nonostante questi ultimamente si definissero invece "creatori di contenuti" - che si faceva chiamare 107% Racing Heart pubblicava video nei quali narrava fatti accaduti nella storia dell'automobilismo a ruote scoperte. Non era venuta a sapere della nuova pubblicazione per caso, ma aveva visto un piccolo snippet condiviso qualche giorno prima dall'autore del canale. Aveva anche pensato di rimandare all'indomani, in vista della serata imminente, ma poi si era detta che un argomento così importante non poteva aspettare. Non era solo una vecchia storia lontana da lei, si trattava piuttosto di qualcosa che la riguardava in prima persona. In più, vederlo il prima possibile le avrebbe permesso di non leggere i commenti al vetriolo che sicuramente si sarebbero moltiplicati a dismisura nei giorni a venire.
Dalila non comprendeva come fosse possibile scrivere insulti a ripetizione in nome di una rivalità sportiva risalente a decenni prima, ma sapeva che succedeva sempre e che sarebbe capitato anche quella volta: era inevitabile. Non restava altro da fare se non sperare che almeno l'autore del video fosse stato, se non neutrale, almeno civile e rispettoso nei confronti di due piloti che per una vecchia generazione di appassionati erano stati degli eroi.
Dalila non aveva mai interagito con 107% Racing Heart, del resto il vlogger in questione aveva un numero elevato di follower, quindi poteva permettersi di non rispondere mai ai commenti da lui stesso invocati senza che la sua reputazione ne venisse intaccata. Nonostante ciò, era propensa a credere che non sarebbe stata delusa. Proprio perché l'autore aveva molti follower, non aveva bisogno di ricorrere a insulti e polemiche per farsi notare. Almeno da parte sua, era improbabile che si sarebbero visti comportamenti disdicevoli.
Il video durava poco meno di trenta minuti e il titolo non era particolarmente attira-click: "storia di un ordinario finale di stagione dei primi anni '80". In realtà non era proprio il resoconto del finale: c'era una lunga premessa in cui venivano narrati in poche parole i gran premi precedenti, soffermandosi sui fatti più altisonanti che avevano avuto per protagonisti i due piloti che, giunto l'autunno, lottavano ancora per il titolo mondiale.
«Prima di entrare nel vivo» disse a quel punto il vlogger, comparendo al centro della scena, mentre in precedenza si erano susseguite immagini d'epoca e brevi estratti di filmati, sgranati e inclinati per eludere le dure leggi del copyright, «Vorrei ricordarvi di mettere un like, di iscrivervi al canale e di attivare le notifiche per vedere sempre i nostri ultimi video in tempo reale.»
«Certo, è facile dirlo quando non lavori» borbottò Dalila, «O non hai figli da allattare e a cui cambiare il pannolino.»
107% Racing Heart, frattanto, continuava elencando due o tre marchi, gli sponsor che gli permettevano di vivere senza lavorare, a condizione di avere migliaia e migliaia di sostenitori.
«Come sapete, il nostro obiettivo è arrivare a duecentomila follower prima della fine dell'anno. Potete aiutarci convincendo i vostri amici a iscriversi al canale. Se riusciamo ad arrivare a questo numero, io e i miei collaboratori pubblicheremo quel video che ci avete tanto chiesto a proposito dei migliori dieci piloti della storia che non hanno mai vinto un titolo mondiale. È già uscita una simile classifica qualche mese fa, ma l'avete contestata in tanti, quindi abbiamo deciso di farne una nuova metterci altri dieci piloti.»
Quella doveva essere la ragione per cui gli era possibile vivere senza svolgere una vera e propria professione: andava dove andava l'onda e, se il suo pubblico non era convinto di ciò che affermava, allora ripartiva da zero, raccontando altro. Ovviamente avrebbe omesso di specificare come mai quelli che fino a qualche mese prima erano i dieci non-campioni del mondo migliori della storia, di punto in bianco non lo fossero più. L'importante era snocciolare ringraziamenti per la crescita del canale e menzionare sponsor desiderosi di finanziare il suo successo. In fondo era una buona mediazione: pubblicare video sull'automobilismo vintage era di gran lunga più interessante che parlare di ciglia finte, come invece faceva l'influencer che aveva ingaggiato Selena Roberts come designer per la sua sfarzosa abitazione da inutile esponente del jet set. La cosa sorprendente era piuttosto che, per quanto gli appassionati di automobilismo fossero comunque una nicchia della popolazione, gli spettatori del video a tematica "ordinario finale di stagione" sarebbero stati un nonnulla, se messi al confronto con i numeri di chi viveva applicandosi le ciglia finte davanti a uno schermo. In fin dei conti, nicchia per nicchia, Dalila aveva conosciuto parecchi altri appassionati di motorsport, ma non le era mai capitato in tutta la sua esistenza di incontrare persone che non solo riferissero di portare le ciglia finte, ma che addirittura esprimessero interesse per la visione di video incentrati su un simile argomento.
Immersa in quelle riflessioni, non si accorse della presenza di sua madre finché questa non comparve alle sue spalle.
«Tutto bene?»
Dalila chiuse il video un attimo prima che il tizio che si faceva chiamare 107% Racing Heart tornasse in topic.
«Quando sei entrata?»
«Adesso.»
«Non ti ho sentita.»
«Scusa se sono entrata con le mie chiavi, non volevo suonare il campanello per svegliare Mirko. Si è già addormentato?»
«Dorme come un angelo» confermò Dalila. «Spero che continui per tutto il resto della serata.»
«Stai tranquilla, posso resistere per tre ore. Tu pensa a divertirti. Con chi hai detto che esci?»
Dalila fu piuttosto vaga.
«Con un'amica, non la conosci.»
«Però sbrigati» le suggerì sua madre. «Che cosa ci fai con quella felpa? Perché non vai a cambiarti?»
«Mi sono già cambiata, ma qui dentro si congela» rispose Dalila. «Sarebbe quasi meglio passare direttamente al cappotto, ma mi sembra esagerato. Quando ho deciso di trasferirmi qui, perché non mi hai mai detto che la caldaia viene puntata sul minimo sindacale per non morire assiderati? Avrei preso casa da un'altra parte, se l'avessi saputo.»
«Sei sempre la solita esagerata» ribatté sua madre. I suoi occhi caddero sullo smartphone. «Cosa stavi guardando? Sembravi piuttosto assorta, anche se tra poco devi uscire e dovresti avere ben altri pensieri.»
Dalila sbuffò.
«Queste domande non me le facevi nemmeno quando avevo quindici anni.»
«Quando avevi quindici anni, con il cellulare, al massimo si faceva quel gioco del serpente... non ricordo come si chiamasse. Un serpente che in realtà era una linea passava da un lato all'altro dello schermo come se questo non fosse un rettangolo, ma piuttosto un lungo spazio infinito, e si nutriva di piccoli quadretti che rappresentavano cibo, con il telefono che vibrava ogni volta in cui ne ingurgitava uno.»
«Ottima descrizione. Hai un futuro nel mondo delle recensioni di giochi retrò installati su cellulari altrettanto retrò.»
«Perché, esistono recensioni simili?»
«Certo che esistono. Non c'è nulla che non si possa recensire e, a onore del vero, i telefoni dei primi anni duemila sono un argomento ben più interessante di quelli che propinano alcuni soggetti che fanno i soldi parlando di niente... e che li fanno perché anche noi, che non li seguiamo, ci ritroviamo a parlare di loro.»
Dalila sapeva che sua madre non apprezzava il mondo degli influencer, quindi ipotizzava che avrebbe fatto eco alla sua invettiva. Non si aspettava che, invece, tornasse sulla questione del video, invece fu proprio quello che accadde.
«Guardavi qualcosa di interessante, vero?»
Per nulla al mondo, Dalila le avrebbe parlato di quello scontro per il campionato. Era accaduto, in passato, ma era un argomento che, per entrambe, doveva essere definitivamente accantonato.
«No, niente di interessante, a dire il vero.» Si tolse la felpa. «È meglio che vai a prendere Mirko. Selena sarà qui sotto a breve e allora dovrò scendere.»
Non ci furono ulteriori intoppi. Di lì a un paio di minuti Dalila era nuovamente sola. Poteva riprendere la visione del filmato da dove l'aveva lasciata. Siccome il tempo a disposizione si era ormai ridotto, optò per aumentare la velocità di riproduzione a 1.25. Sentiva il bisogno di catapultarsi in un'epoca passata che significava tantissimo per lei. Avvertì un brivido, quando la narrazione ricominciò dal finale di stagione. Non era per il freddo, o almeno non solo.
«Erano altri tempi» declamò il vlogger, «E le gare, in Italia, si vedevano sulla Rai, con una telecronaca spesso soporifera e piena di imprecisioni. Per fortuna, al giorno d'oggi, le cose sono cambiate.»
«Già» mormorò Dalila, «Adesso ci sono canali dedicati a pagamento sui quali, prima o poi, in virtù del tuo successo sui social, prima o poi verrai ingaggiato come opinionista. Meglio tenerseli buoni e lamentarsi di quanto fosse noiosa, invece, la copertura televisiva di allora.»
***
Angelo Giuliani aveva sessantadue anni e svolgeva lo stesso mestiere da quando ne aveva all’incirca la metà. Certo, molto era cambiato nelle ultime tre decadi e, se un tempo la sua voce parlava alla radio e, al massimo, alla televisione appariva occasionalmente come inviato durante i notiziari sportivi, in un’epoca decisamente più recente era divenuto noto in tutto il Paese come la voce che commentava le gare di automobilismo in diretta sul secondo canale nazionale.
Molto era cambiato e non solo il fatto che, mentre Angelo era seduto in una cabina di commento spesso sovraffollata e non insonorizzata, condivisa con le altre emittenti televisive, in molte occasioni sovrastato da un brusio di sottofondo di gente che parlava in altre lingue o, ancora peggio, dal frastuono dei motori che coprivano le sue parole, molti italiani lo udivano descrivere nella maniera più puntuale possibile ciò che i loro occhi vedevano sul teleschermo.
Spesso Giuliani e i suoi colleghi avevano a disposizione monitor piccoli e in bianco e nero, facevano il loro lavoro avendo soltanto una vaga idea di cosa stessero vedendo e, chissà, magari ricevevano pure critiche gratuite. Per non parlare di quello che si sarebbe detto di lì a qualche decennio, quando finalmente i mezzi a disposizione per coprire un evento di portata internazionale sarebbero stati all’altezza della situazione e Angelo non sarebbe stato reputato al livello dei suoi colleghi che sarebbero venuti dopo di lui. Quella, tuttavia, non era una faccenda che lo riguardava: difficilmente avrebbe avuto modo di scoprire cosa avrebbero pensato di lui i telespettatori, inoltre nulla lasciava pensare che i mezzi a disposizione dei telecronisti sarebbero migliorati nei lustri a venire, probabilmente in quell’epoca avrebbe riposato in pace sottoterra o all’interno di un’urna cineraria, oppure sarebbe stato vecchio abbastanza da non avere più la mente lucida a sufficienza per capire.
Molto era cambiato e, ai vecchi tempi, l’automobilismo europeo divenuto mondiale non si sarebbe staccato tanto dalle proprie origini. Da qualche anno, ormai, la tendenza era invece svolgere più di un gran premio stagionale negli Stati Uniti e gli americani avevano una maniera molto diversa di concepire le corse. Per tale ragione gli eventi non si svolgevano su circuiti tradizionali quali Sebring o Watkins Glen, che avevano ospitato gran premi in passato, quanto piuttosto su tracciati cittadini ricavati nelle zone più o meno periferiche delle metropoli, con vista o su paesaggi mozzafiato oppure con cumuli di cemento a fare da sfondo. Non che quegli eventi fossero un successo di pubblico o che, nella terra in cui si svolgevano, fossero considerati da più di una piccola nicchia di persone, ma il progetto di espansione oltreoceano continuava e gare che passavano in sordina venivano ripetute stagione dopo stagione, ammesso che tra gli organizzatori non ci fosse il truffatore di turno che fuggiva con il denaro facendo arenare il progetto.
Angelo Giuliani ricordava i tempi in cui il campionato mondiale terminava a Watkins Glen, in un’epoca in cui gli eventi che avvenivano al di fuori dell’Europa difficilmente avevano una copertura completa nei paesi europei. Spesso capitava che gli appassionati di automobilismo venissero a scoprire dalle riviste specializzate, magari dopo qualche giorno, chi aveva conquistato la vittoria del titolo. Ai tempi c’era spesso da sperare che la classifica si chiudesse anzitempo e che il pilota in testa al mondiale potesse iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro in occasione dell’ultima gara europea, che tradizionalmente si svolgeva sul circuito di Monza. Quell’aspetto era ormai cambiato e, anche se il campionato sarebbe stato assegnato in un altro fuso orario, quella sera gli italiani avrebbero potuto seguire la diretta televisiva dell’ultimo evento della stagione, seppure in un luogo che nulla aveva a che vedere con la storia dell’automobilismo, con una sola interruzione di un quarto d’ora in mezzo per trasmettere il telegiornale in versione ridotta.
Per semplice gusto personale, Angelo non amava i tracciati cittadini americani e, nello specifico, non amava quello sul quale si sarebbe gareggiato in quell’ultimo fine settimana d’autunno, ma non era sua competenza parlare in cabina di commento del proprio gusto personale, né vaneggiare a proposito dei bei vecchi tempi. Quei vecchi tempi erano terminati, con il loro indubbio fascino che non sarebbe mai più tornato. Non tutti i mali, tuttavia, venivano per nuocere. Quando Giuliani aveva iniziato a lavorare, esisteva ancora la concreta possibilità che non tutti i piloti presenti sulla griglia di partenza fossero ancora in vita al termine della gara e, ancora peggio, che tutti gli spettatori che stavano sulle tribune e dietro le reti di protezione - o, in alcuni eventi, pressoché ai lati della carreggiata, senza protezione alcuna - potessero vantare la stessa fortuna.
Ogni volta era tutto un susseguirsi di voci che volevano mettere al bando le corse automobilistiche, o addirittura che se la prendevano con chi alla radio raccontava quello che loro tacciavano di essere uno “spettacolo di morte”, un po’ come a insinuare che provassero gusto nel vedere una ruota vagante sbalzata al di là delle protezioni che trucidava una decina di persone. Da quel punto di vista erano stati fatti parecchi progressi, nel corso degli anni, anche se non vi era dubbio che spesso fosse stata la fortuna a impedire che accadessero tragedie. Comunque fosse, quando Angelo si accomodava in cabina di commento, indossava le cuffie sperando di non udire suoni di dubbia provenienza e accendeva il microfono, sapeva che vi era l’elevata probabilità che i ventisei piloti che si stavano apprestando a prendere il via alla gara fossero ancora tutti vivi di lì a due ore e che commissari di percorso, fotografi e spettatori fossero tutti in buone condizioni di salute.
«Buonasera ai nostri nostri telespettatori da-...» Un suono stridulo e micidiale arrivò nelle orecchie di Angelo mentre pronunciava il nome della città ospitante. Non era una novità. A volte succedeva addirittura già al momento del ‘buongiorno’ o della ‘buonasera’. «Segnalo ai miei colleghi di Roma che ho problemi di audio. Se riuscite a sentirmi, vi prego di verificare.»
Mancavano ancora pochi minuti alla partenza del giro di ricognizione e, per quanto fosse ancora possibile potere commentare la diretta della partenza, era molto probabile che Giuliani non avesse il tempo di snocciolare, prima dell’inizio del gran premio, le combinazioni con cui l’uno o l’altro contendente al titolo avrebbero potuto conquistare il campionato. Era consapevole che al pubblico italiano non interessasse molto di chi, tra i due compagni di squadra, avrebbe potuto portare a casa il trionfo finale, e magari avrebbero gradito addirittura se avesse trascorso parte della telecronaca a criticare le loro prestazioni come piloti, adducendo alla sola superiorità delle loro monoposto il dominio in quella stagione, però non era così che doveva lavorare un telecronista: doveva narrare, e magari cercare di smorzare le polemiche esistenti, piuttosto che fomentarle o addirittura inventarsi teorie del complotto da gettare in pasto a soggetti che, all’interno delle osterie, erano già arrivati a tracannare l’ennesimo bicchiere di vino e avevano disperatamente bisogno di qualcuno da insultare per apparire interessanti e competenti sull’argomento.
Mentre stava facendo quelle riflessioni, il suono stridulo si affievolì, fino a scomparire. Al suo posto una voce lo informò: «Sei in diretta, Giuliani.»
«Buonasera» ripeté Angelo, senza la certezza che il primo saluto fosse andato in onda. «Siamo in linea dagli Stati Uniti per la telecronaca del gran premio che metterà fine al campionato mondiale, qui tra poco scatteranno le tredici e le vetture sono già pronte sullo schieramento di partenza. Vi ricordo che ieri la seconda sessione di prove cronometrate è stata rinviata a causa di un problema di tenuta dell’asfalto e, dopo alcuni lavori di sistemazione, è partita con due ore e venti minuti di ritardo. Uno scroscio di pioggia ha impedito alla maggior parte dei piloti di migliorare i tempi ottenuti nella prima qualificazione del venerdì e ciò non ha certo favorito Xavier Delacroix, che si trova in testa alla classifica con appena un punto di vantaggio sul compagno di squadra Valerio Villa. Nella giornata di venerdì, Delacroix è riuscito a scendere in pista soltanto a sessione inoltrata a causa di un guasto al turbo, conquistando appena l’undicesimo tempo. Scatterà solo dalla sesta fila, mentre, pur autore di una prestazione non eccellente, Villa ha ottenuto il quarto posto. Ricordo che il punteggio viene così assegnato: nove punti al vincitore, sei al secondo classificato, quattro al terzo e poi, a seguire, tre, due e uno fino ad arrivare al sesto posto. I quattro peggiori risultati vengono scartati dal punteggio totale, ma ciò non avrà impatto per nessuno dei due: entrambi, infatti, hanno numerosi ritiri o arrivi in posizioni retrostanti, specie nella prima parte della stagione quando la scuderia Vertigo ha avuto innumerevoli problemi legati all’affidabilità, mentre Delacroix ha anche una mancata partenza, sempre risalente alla scorsa primavera, a causa di una frattura a un polso rimediata nel suo spettacolare incidente a-...»
Di colpo, un altro suono stridulo andò a colpire le orecchie già messe a dura prova del povero telecronista, mentre un pannello annunciava che mancavano trenta secondi alla partenza del giro di ricognizione. Sullo schermo che Angelo aveva davanti, al posto delle immagini in bianco e nero iniziarono a vedersi una serie di righe intermittenti. Una voce lontana, nelle cuffie, borbottò parole inudibili che, intuitivamente, potevano essere “non ti sentiamo più, diamo la linea allo studio di Roma”. Immaginò che la griglia di partenza venisse elencata dai suoi colleghi che commentavano dall’Italia e, nonostante non fosse particolarmente religioso, invocò eventuali entità superiori all’ascolto di potere lavorare in santa pace. In maniera del tutto inaspettata, le immagini tornarono mentre le vetture andavano a schierarsi sulla griglia di partenza e, al contempo, la voce del solito operatore gli comunicò: «Sei di nuovo in diretta.»
Non vi era più alcun tempo, ormai, per i convenevoli. Angelo sperò che i telespettatori fossero stati informati di tutto ciò che era necessario sapere in quel momento, poco importava che non fosse stato calcolato quanto tempo era passato da quando un italiano era divenuto per l’ultima volta campione del mondo. Non si aspettava, tuttavia, che i telespettatori fossero in trepidante attesa di assistere al momento in cui Villa avrebbe conquistato il titolo. La loro fedeltà andava in gran parte alle squadre italiane e, perfino considerato tra i piloti italiani, Villa non era certo quello che attirava più consensi. Molti giornalisti l’avevano tacciato in passato di essere poco cordiale e di darsi arie di superiorità e quel giudizio sommario - a Giuliani non importava se Valerio fosse un uomo simpatico o meno, il suo lavoro consisteva nel commentarne le prestazioni in pista, tutto il resto non aveva alcuna rilevanza - era bastato per renderlo poco appetibile agli occhi dei suoi connazionali.
Non vi era dubbio che, tra quella già ristretta parte del pubblico che sosteneva l’uno o l’altro pilota, ci fossero parecchi tifosi di Delacroix, ammirato per l’immagine da trascinatore di folle che gli era stata cucita addosso e per il modo in cui si atteggiava tanto a persona comune. Molti di loro, senz’altro, rimasero colpiti in positivo quando, al momento del via, videro le bandiere gialle agitarsi e il semaforo, invece di divenire verde, iniziare a lampeggiare: il pilota rimasto fermo sulla griglia era proprio Villa, che non sarebbe scattato dalla quarta posizione, ma dal fondo dello schieramento, sempre ammesso che il motore della sua monoposto intendesse riaccendersi.
Alla falsa partenza seguì un secondo giro di ricognizione, con il pilota italiano che si accodò ai venticinque che, diversamente da lui, non avevano avuto alcuna avaria. Tutto proseguì liscio, in cabina di commento, e Angelo Giuliani ne approfittò per elencare il nuovo ordine con cui le vetture si sarebbero riallineate. La casella della griglia originariamente conquistata da Villa rimase vuota e, seppure sull’undicesima piazzola, Delacroix era decimo, con il vantaggio di partire dal lato pulito della pista. Comunque fosse andata, tuttavia, era ben difficile che il suo compagno di scuderia potesse arrivare a raggiungerlo e a insidiare la sua posizione in vetta alla classifica. Sembrava ormai fatta per Xavier Delacroix, il ragazzo timido e schivo che al volante si trasformava in una bestia feroce, colui che tutti, fin dal primo momento, avevano identificato come un futuro campione del mondo. Quel futuro stava diventando il presente e, quando la gara finalmente partì, con un giro in meno da disputare a causa del nuovo schieramento sulla griglia, ebbe uno scatto fulmineo e si liberò di tre avversari, portandosi settimo, a ridosso della zona punti.
«Vediamo invece Villa in difficoltà, nelle posizioni retrostanti» commentò Angelo, cercando di metterlo a fuoco sul piccolo monitor in bianco e nero, «ruota contro ruota contro avversari che, sulla carta, avrebbero ben poche possibilità di resistergli.»
Era solo questione di pochi giri: ben presto quei piloti che guidavano auto con le quali era difficile superare la tagliola delle qualifiche, o addirittura quella delle prequalifiche, in alcune occasioni, si sarebbero arresi al loro ineluttabile destino. Qualcuno di loro, tuttavia, tentava un ultimo guizzo disperato per mettersi in mostra prima che terminasse la stagione, ma non c’era da stupirsene. Il debuttante svizzero Karl Graber, riconosciuto dal suo numero di gara inquadrato per un fugace attimo in primo piano, si trovava addirittura a vista d’occhio ben prima della ventesima posizione, a giudicare dal numero di monoposto che aveva dietro, il tutto dopo avere collezionato ben cinque mancate qualificazioni e una non prequalificazione nei sei precedenti appuntamenti del campionato. Doveva essere il suo giorno fortunato, un po’ come se il suo destino fosse rimanere, a modo suo, nella storia.
Angelo sapeva che quel giovane avrebbe perso posizioni prima ancora che il giro terminasse e che di lì a poche tornate si sarebbe ritrovato ultimo, e chissà, magari non sarebbe mai più stato al via di un gran premio, il tutto mentre i telespettatori, nei loro soggiorni oppure al bar, erano a malapena consapevoli della sua esistenza. Le regie dei singoli paesi erano gestite in autonomia e, mentre in alcuni stati con una grande cultura motoristica il lavoro di copertura era piuttosto buono, in altri lasciava molto a desiderare. Non c’erano dubbi che quella fosse una delle gare in cui le telecamere sarebbero andate a inquadrare il pilota al comando per gran parte del tempo, ignorando perfino la rimonta di Valerio Villa, figurarsi se c’era spazio per uno come Graber, che per molti doveva sembrare solo un nome come un altro che andava a riempire la griglia di partenza, nelle poche occasioni in cui riusciva a entrarvi.
Infatti, proprio come Giuliani immaginava, la sagoma gialla della monoposto di testa - sagoma che Angelo sapeva essere gialla, ma che appariva grigio chiaro sullo schermo - andò ben presto a monopolizzare le immagini. Dove fosse Villa, sembrava non importare a nessuno, figurarsi se qualcuno si preoccupava di dove fosse Graber, destinato a scomparire di scena, mentre al massimo, di tanto in tanto, faceva capolino la sagoma della Vertigo di Delacroix, che superata da poco la metà del primo giro era già al quinto posto.
Poi, di colpo, la regia staccò dal pilota in testa alla classifica, senza tornare su quello in testa alla gara: c’era una barriera sfondata, da qualche parte del circuito. C’erano due vetture ferme che ostruivano la strada e se ne intravedeva una ribaltata al di là della barriera stessa. Più indietro, un’altra monoposto era stazionaria con la parte anteriore visibilmente danneggiata: era quella di Villa e tutto lasciava pensare che il pilota fosse andato a colpire un muro nel tentativo di evitare il groviglio che gli si era parato davanti.
Un mezzo di soccorso venne inquadrato muoversi verso quella zona. Poco dopo apparve sullo schermo il direttore di gara che reggeva una bandiera una bandiera: appariva grigia scura, quasi nera, ma Angelo Giuliani sapeva che in realtà era rossa. Il pilota al comando non era ancora arrivato sulla linea del traguardo, il primo giro non era ancora stato completato. Il primo pensiero automatico fu quello che, una volta sistemate le barriere e rimosse le vetture incidentate, la gara sarebbe ripartita da distanza originale. Se le squadre che avevano auto coinvolte nella collisione multipla disponevano di una vettura di riserva, i loro piloti avrebbero ripreso il via.
Dal momento che tutto ciò che era accaduto fino a quel momento risultava non essere mai successo, doveva esserci, per forza di cose, un dubbio esistenziale: «Bisogna vedere, regolamento alla mano, se Villa potrà ripartire con il muletto dalla quarta posizione, oppure se dovrà schierarsi in fondo alla griglia.» Angelo era quasi sicuro che potesse riprendere la posizione originale, ma a quella certezza se ne accompagnava un’altra, ovvero che il fatto avrebbe senz’altro generato molte polemiche. «Se la memoria non mi inganna, dovrebbe essere così. Non...»
Si interruppe per un attimo, quando le immagini andarono a focalizzarsi sulla monoposto ribaltata. Le condizioni erano terribili e quelle del pilota non dovevano essere molto migliori. Commissari e addetti al soccorso stavano accerchiando il rottame, su cui svettava ancora, in bella vista, il numero di gara di Karl Graber. Il primo pensiero di Angelo andò alla considerazioni fatte poco prima, che fosse il giorno fortunato del giovane svizzero, che fosse destinato a farsi ricordare, associato a quel gran premio, e che quella avrebbe potuto essere la sua ultima presenza sulla griglia di partenza. La prima era senza dubbio sbagliata - non era certo il suo giorno fortunato, su questo non vi erano dubbi - ma la seconda e la terza avrebbero potuto corrispondere a verità.
***
Dalila avvertì le lacrime pizzicarle gli occhi, nel vedere riproposte le strazianti immagini dell'incidente di Graber. Nello stesso istante, una vibrazione del suo telefono la informò che le era arrivato un messaggio. Si trattava di Fischer: "Sei già pronta? Io e Selena stiamo arrivando."
Lasciato da parte il video, gli rispose: "Sì, sono pronta, ci vediamo tra poco."
Si aspettava che Oliver la lasciasse in pace, ma l'amico ritenne di doverle dare un suggerimento: "Vestiti bene. Il locale in cui dobbiamo incontrare tu-sai-chi è uno di quelli in cui fanno entrare solo gente vestita elegante, possibilmente firmata. C'è mancato poco che Selena mi costringesse a indossare la cravatta."
Dalila valutò in fretta il proprio maglione nero decorato con gli strass, abbinato a un paio di pantaloni di velluto grigio scuro. Non doveva essere il tipo di abbigliamento consigliato da Fischer.
Si tolse la felpa e la gettò da parte, poi andò a cambiarsi. Non era certa di possedere indumenti che rispondessero alle caratteristiche richieste, ma scelse un abito di colore viola spento che le arrivava appena sotto le ginocchia e un paio di calze collant chiare. Per fortuna gli stivaletti scamosciati con il tacco alto erano adatti sia con i pantaloni sia con quell'abito, quindi non fu necessario scegliere un altro paio di scarpe.
Tornò al telefono e scrisse: "Ho messo un abito di alta sartoria, fatto su misura."
La prima parte di quella descrizione era vagamente altisonante, ma almeno la seconda era corretta.
Oliver si stupì: "Possiedi abiti fatti su misura?"
Dalila sorrise, nonostante la consapevolezza che il tempo perso per cambiarsi le avrebbe impedito di continuare la visione del video di 107% Racing Heart. Rispose: "Certo, e sono anche molto più elegante di certe cosiddette celebrità!"
Fu l'ultimo messaggio che si scambiarono. Mise il cellulare dentro la borsetta - faticando non poco per infilarlo in uno spazio così ristretto - e indossò il cappotto. Era il migliore che avesse, e poi avrebbe dovuto lasciarlo depositato al guardaroba, perché mai qualcuno avrebbe dovuto fare delle storie? A tale proposito, decise di aggiungere una giacca. Non aveva idea di quale fosse la temperatura dentro al locale, quindi era meglio non correre rischi.
Aveva appena finito di indossare tutto il necessario - aggiungendo anche un foulard - quando il campanello suonò. Afferrò la borsa e si diresse verso la porta. Prese le chiavi, poi uscì. Sul pianerottolo, tentò di infilate il mazzo in una piccola fessura rimasta a lato di telefono e portafoglio. A quel punto scese le scale in gran fretta, preparandosi a raggiungere Oliver e Selena.
Quest'ultima la aspettava fuori dal portone, come da disposizioni di Dalila, che aveva chiesto a Fischer di rimanere in macchina. Voleva evitare che sua madre, per puro caso, lo vedesse e le facesse domande indesiderate. Quel rischio non si sarebbe ovviamente corso con la Roberts. Trovandosi a tu per tu con lei, Dalila la squadrò con attenzione. Avrebbe tanto desiderato vedere come fosse vestita, ma portava un cappotto lungo, quindi la sua curiosità sarebbe stata soddisfatta soltanto una volta nel locale.
«È un piacere rivederti, Dalila» la accolse Selena Roberts, in un italiano perfetto e senza accento. «Ne è passato di tempo.»
«Già, quando ci siamo viste l'altra volta, Fischer stava esponendo la soluzione a un caso di omicidio, dopo avere radunato tutti i sospettati, come in un vecchio romanzo poliziesco» rievocò Dalila. «Stavolta credo che la cosa sia un po' prematura. Immagino che tu sappia che, condizionato da Alysse Mercier, Oliver sta valutando la possibilità che un membro della famiglia Forti abbia ucciso il marito di quella giornalista.»
Non si era premunita di abbassare la voce, ma era improbabile che qualcuno la stesse ascoltando. Chi poteva mai avere le finestre aperte, in una sera fredda come quella?
Selena chiarì: «Se sono qui, è perché so perfettamente che cosa si sia messo in testa.»
«E sei d'accordo con le sue intenzioni» dedusse Dalila.
«Credo nelle sue capacità. Ha svelato il mistero che si nascondeva dietro alla morte del mio primo fidanzato, e non solo dietro alla sua.»
«Nel frattempo, ti sei innamorata di lui.»
Selena precisò, in tono piuttosto freddo e distaccato: «È stato un amore di breve durata, che risale a sette anni e mezzo fa. Le cose sono molto cambiate.»
Dalila azzardò: «Tuo marito che cosa ne pensa del fatto che tu stia uscendo insieme a un tuo ex, stasera?»
«Pensa che sia una copertura piuttosto credibile, considerando che stiamo per incontrare un uomo ufficialmente fidanzato, che però non disdegna la compagnia di altre donne» ribatté Selena. «Non hai nulla di cui preoccuparti per la stabilità del mio matrimonio. Io e Edward siamo una coppia affiatata. Sarei riuscita addirittura a convincerlo a prendere parte a questa serata al posto di Fischer, se non avesse avuto impegni improrogabili. Tu, invece? Sei proprio sicura di volere giocare con il fuoco? Non hai paura di scottarti?»
«Non mi turbano le scottature» rispose Dalila. «Ci vuole ben altro per spaventarmi.»
«Ti ricordo che siamo di fronte a un probabile caso di omicidio.»
«Io, invece, ricordo a te non c'è alcun indizio che faccia pensare che Pietro Bruni abbia ucciso il marito di Alysse Mercier. Se a Oliver piace fasciarsi la testa prima di essersela rotta, non posso farci niente.»
«Mhm.»
Felice di avere lasciato Selena senza parole, Dalila le domandò: «Dove hai lasciato la macchina? Immagino che Oliver sia in paziente attesa.»
Selena indicò una direzione, in maniera molto approssimativa, affermando: «È da quella parte. Meglio andare, rischiamo di fare tardi. Comincia a fare piuttosto freddo.»
A Dalila non sembrava che le temperature avessero appena iniziato ad abbassarsi, ma che fossero già tali da parecchio tempo, ma decise di non dare peso a quelle parole. Dopotutto, complice l'eccitazione per la serata imminente, quel gelo non le sembrava più un problema insormontabile, anche se non poteva negare che in quella stagione fosse alquanto azzardato uscire con le gambe coperte da un semplice paio di collant.
Selena si avviò e Dalila la seguì. Non si stupì di notare come la Roberts possedesse un'automobile nuova, elegante e molto costosa.
Salì sul sedile posteriore, proprio dietro a Oliver.
«Sei pronto, Fischer?»
«Buonasera anche a te, Dalila» rispose Oliver. «Anche per me è un piacere vederti. Sarà piacevole averti al mio fianco durante questa serata di caccia.»
«Ottima definizione» convenne Dalila. «Ti faccio i miei complimenti per la tua brillante intuizione.»
«Naturalmente» ribatté Oliver, mentre Selena si metteva al volante, «Parlo di caccia all'assassino, non all'uomo attraente di turno. Per quanto mi riguarda, puoi fare quello che vuoi, ma cerca di non intralciare la mia indagine.»
Non poteva, ovviamente, immaginare quale fosse la ragione per cui Dalila nutriva un acceso interesse per la vicenda. Non negava che Pietro Bruni fosse un uomo interessante, ma non le sarebbe importato nulla di lui, se non fosse stato coinvolto, magari solo marginalmente, nella faccenda di cui Alysse Mercier le aveva accennato, prima di defilarsi e comportarsi come se la loro conversazione non fosse mai avvenuta. Si era posta molte domande, sulle ragioni che avevano convinto Alysse a parlarne proprio con lei, ma non era ancora giunta a una risposta.
Oliver non sospettava che potesse esserci qualcosa di cui non era stato messo al corrente ed era bene che continuasse a non sospettare. Per quella ragione, gli rispose: «Non intralcerò la tua indagine nella misura in cui tu non intralcerai la mia vita. E ricordati che, se non fosse per me, non saremmo nemmeno arrivati a questo punto. Sono io quella che è andata a stanare Bruni.»
Selena, che nel frattempo aveva acceso il motore, si immise su strada, chiedendo: «Ti da fastidio la radio?»
Dalila negò, quindi la Roberts la lasciò accesa a basso volume, mentre si allontavano dalla via. Non c'era nebbia e la visibilità era ottima.
Anche allontanandosi dal centro abitato le luci non mancavano, visto che molte case erano già adornate da illuminazioni natalizie. Per un tratto di strada rimasero tutti e tre in silenzio, infine Selena, alzando il volume della radio, esclamò: «Questo è il fidanzato della mia cliente!»
Per quanto riguardava Dalila, quel tizio avrebbe potuto essere anche il Presidente della Repubblica, ma l'unica reazione che le avrebbe suscitato sarebbe stata quella di spegnere la radio o di cambiare canale, non certo quella di spararlo nell'abitacolo a tutto volume.
Il trapper Cya 'N' Hide pronunciava frasi sconnesse con una voce innaturale, il verso più comprensibile, ripetuto diverse volte, recitava testualmente: "amo le bitch nei late thirties, le trovo così dirty".
Oliver esclamò: «Un vero poeta!»
Selena rise.
«Sono proprio d'accordo con te.» Si rivolse a Dalila. «Tu cosa ne pensi?»
«Che se le bitch nei late thirties la pensassero tutte come me, questo non vedrebbe la figa nemmeno guardando i film porno» rispose Dalila, con schiettezza. «Per caso hai conosciuto questo "cantante"?»
«L'ho incontrato un paio di volte, ma non ho avuto il coraggio di suggerirgli di cambiare mestiere.»
«E a Mara Musk non l'hai suggerito?»
«Cambiare mestiere presuppone lavorare già» sentenziò la Roberts, «E non mi risulta che la mia amata cliente lo stia facendo, al momento.»
Dalila doveva ammetterlo, Selena era molto meno noiosa di quanto potesse immaginare. Certe sue osservazioni sagaci ispiravano simpatia. Contrariamente alle proprie aspettative, iniziava a pensare che la vicinanza con Pietro Bruni non fosse l'unico risvolto interessante della serata imminente.
«Direi che possiamo abbassare il volume» intervenne Oliver, e lo fece senza aspettare il consenso di Selena. «Ormai abbiamo già ascoltato anche troppo.»
Ormai accantonato il sublime testo di Cya 'N' Hide, Dalila si informò: «Com'è il locale scelto da Pietro?»
«È una discoteca dove una persona normale potrebbe spendere un intero stipendio in una sera» rispose Oliver. «Ci sono stato una volta, ma non fa per me. Se ti conosco, non fa neanche per te.»
«Molto probabile» ammise Dalila, «Ma per Bruni questo e altro. Abbiamo una missione da compiere.»
«Ti vedo molto coinvolta» osservò Oliver. «Non eri tu quella che diceva di non volere scendere in prima linea?»
«Questo era prima che il mio compito fosse quello di fare delle avance a un uomo affascinante» ribatté Dalila. «Se permetti, questo cambia tutto.»
Sperò che Oliver non le ripetesse ancora una volta di fare attenzione. Per fortuna, Fischer non parlò. Per quanto la riguardava, poteva pensare quello che voleva. Non gli avrebbe dato spiegazioni di sorta, non quella sera, almeno. Un giorno, forse, sarebbe stato possibile, ma di certo quel momento storico era ancora molto lontano e non vi era modo di anticipare i tempi.
Selena continuò a guidare, da un certo punto in poi seguendo le indicazioni del navigatore satellitare. Giunsero a un ampio parcheggio. Il locale in cui avrebbero incontrato Pietro era piuttosto imponente e già dall'esterno lasciava intuite che all'interno vi fossero clienti dell'elevato status sociale, o che almeno lo millantassero.
Una volta all'interno, quando lasciarono i cappotti al guardaroba, Dalila poté finalmente ammirare l'abito di Selena. Era nero, con ricami floreali color argento, ed era di ottima fattura.
Il riscaldamento sembrava puntato su una temperatura piuttosto alta, se non altro non ci sarebbero stati problemi, da quel punto di vista. Per essere ammessi all'interno, fu necessario comunicare a un PR che erano attesi al tavolo di Bruni. A quel punto non vi furono ostacoli.
Si diressero dal lato indicato, in una sala poco illuminata. Dalila vide subito Pietro Bruni e lo indicò a Oliver e Selena. Fischer le si avvicinò e criticò la scelta del posto: «È troppo buio e c'è la musica troppo alta.»
«Non potevo dirgli che dobbiamo indagare su un delitto e che quindi era opportuno incontrarsi nella biblioteca privata di un Lord con la presenza di un numero imprecisato di agenti di Scotland Yard che sostengono che la vittima sia morta per cause naturali» ribatté Dalila. «Mi sembra già tanto essere riuscita a convincerlo che potevo portare anche voi.»
Oliver non replicò. Nel frattempo, Pietro Bruni si era accorto di loro e li stava invitando a raggiungerlo con un cenno. Dalila si accomodò di fronte a lui, con Selena da un lato e Oliver dall'altro.
«Scusaci per il ritardo» disse Dalila, «Abbiamo perso un po' di tempo per parcheggiare.»
«Non fa niente» rispose Pietro. «Non mi presenti i tuoi accompagnatori?»
Dalila recitò la parte che si era preparata: «Questa è la mia cara amica Selena Roberts. Il suo accompagnatore è Oliver Fischer.»
«La moglie di Edward Roberts?» chiese Pietro.
Selena confermò: «Proprio io.»
Pietro accennò a Fischer.
«Vedo che hai dei piccoli segreti. Meglio così, siamo in due.» Sorrise, rivolto a Dalila. «Io non ancora, in realtà, non dipende da me.»
Quelle parole la fecero rabbrividire. Pietro Bruni era davvero un uomo attraente, anche se Dalila non aveva l'abitudine di frequentare persone che appartenessero a quel ceto sociale. Se non fosse stata seduta di fronte a lui perché Oliver riteneva che potesse essere invischiato in un caso di omicidio, non avrebbe esitato a divenire il suo segreto.
Non aveva idea di cosa potesse succedere. Per fortuna, per il momento, Oliver sembrava più pronto di lei: si mise a conversare con Pietro, parlando di Echos e della sponsorizzazione alla Vertigo.
«Dimenticavo, tu sei il marito di Tina Menezes» osservò Bruni, con una risata. «L'hai appena sposata e hai già un'amante?»
Dalila guardò Oliver. Sembrava spiazzato. Per fortuna Selena gli resse il gioco: «Ero già la sua amante anche prima. Non sono gelosa. Se mi sono sposata io, può farlo anche Oliver. L'importante è non rinunciare mai ai propri piccoli segreti.»
Quel continuo parlare di segreti fece rabbrividire Dalila. Pietro riduceva tutto alle relazioni clandestine. C'erano ben altri segreti, alcuni di vecchissima data. Si rivide appena diciannovenne, in un tardo pomeriggio d'autunno. Era insieme a un amico, erano riusciti a eludere la sorveglianza della reception dell'hotel in cui l'uomo che Dalila e il suo amico desideravano incontrare avrebbe trascorso tutto il fine settimana. Non era stato facile scoprire quale fosse il suo numero di stanza, né si stava rendendo facile imboccare il corridoio giusto.
Era stato l'amico a rivolgersi a un tale vestito da inserviente, che veniva verso di loro, inventando quella che doveva sembrargli una storia credibile: «Lo zio della mia fidanzata, il signor Villa, ci sta aspettando nella stanza 256. Da che parte dobbiamo andare?»
L'inserviente aveva sussultato, prima di balbettare: «S-stanza 256?»
«Dobbiamo vedere Valerio Villa, ci sta aspettando» aveva risposto l'amico di Dalila. «Qual è la stanza?»
«Non ha comunicato di aspettare visite» aveva risposto l'inserviente. «Andate a parlare con la signora della reception.»
Era passato oltre, forse pensando di farli desistere, ma non avevano desistito, avevano trovato da soli la stanza 256. Dalila aveva bussato alla porta, ma nessuno aveva risposto. Aveva perfino provato ad abbassare la maniglia.
«C'è chiuso a chiave» aveva borbottato. «Forse non c'è, è meglio andare via.»
Nessuno dei due era stato soddisfatto di quella scelta, ma non c'erano alternative. Presto qualcuno avrebbe preteso che rendessero conto della loro presenza. Avevano lasciato l'hotel, senza alcun risultato.
Soltanto due giorni più tardi era stata divulgata una notizia che a Dalila era giunta inattesa, quando l'aveva udita alla radio: Valerio Villa - ex campione di automobilismo degli anni '80 - era morto quella domenica sera a causa di un improvviso arresto cardiaco. Aveva problemi di salute già da tempo, quindi i suoi parenti più stretti non erano stati troppo stupiti. Sul momento non lo era stata nemmeno Dalila, ma a distanza di molti anni iniziavano a sorgerle parecchi dubbi.
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