Il nono capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Quella sera - pomeriggio, in realtà, erano appena le diciassette e trenta, nonostante fosse buio da quasi un'ora - faceva meno freddo di quanto Dalila si aspettasse, o almeno aveva quell'impressione, forse riscaldata dalla consapevolezza che, di lì a poche ore, avrebbe rivisto Pietro Bruni dopo una settimana. Erano rimasti in contatto, in quei giorni, tramite SilentText, perché Pietro aveva una fidanzata ufficiale. Quell'idea non la faceva impazzire, ma non conosceva Anna, perciò la faccenda non la riguardava, era piuttosto Pietro che avrebbe porsi delle domande su se stesso. Non le era sembrato, tuttavia, che avesse molto di cui interrogarsi, quando il venerdì sera precedente era entrato di soppiatto nel bagno femminile insieme a lei. Dalila era stata lusingata dalle sue attenzioni, di cui sentiva di avere bisogno, per poi ritrovarsi a doversi fermare prima che fosse troppo tardi.
«Niente rapporti completi senza preservativo» aveva messo in chiaro. «Ho già messo al mondo un figlio così ed è ancora troppo piccolo e impegnativo per pensare al prossimo.»
«Hai un figlio?» le aveva chiesto Pietro, una fugace osservazione pronunciata continuando ad armeggiare sotto la sua biancheria.
«Si chiama Mirko» aveva risposto Dalila. «È nato ad aprile.»
Non aveva pensato, sul momento, a quanto quelle parole potessero essere compromettenti. Il pensiero che Pietro potesse ricordarsi quel dettaglio e menzionarlo ad alta voce, davanti a Oliver e Selena, non l'aveva nemmeno sfiorata. Quando era successo, aveva cercato di salvare la situazione. Non era certa di esserci riuscita, ma quantomeno Fischer non l'aveva contattata per chiederle spiegazioni in merito. Continuava a vivere nel suo mondo e Dalila non avrebbe fatto nulla per cambiare le cose. Si era limitata a informarlo che avrebbe dovuto rivedere Pietro quella sera, perché preferiva essere chiara. Non aveva dubbi che Oliver fosse totalmente preso dalla consorte, ma non era l'impressione che aveva dato Pietro la sera in cui erano usciti tutti insieme, al punto che questo aveva chiesto a Dalila delucidazioni sul rapporto esistente tra lei e il giornalista. Ovviamente non aveva potuto dirgli la verità, del resto, se nemmeno Fischer sapeva tutto, perché avrebbe dovuto informare Pietro? Aveva già rischiato di fare abbastanza danni con la sua allusione alla vera data di nascita di Mirko, era meglio evitare che potesse farne degli altri.
In più, Dalila non aveva alcun dovere di rendergli conto del proprio passato, almeno finché Pietro fosse stato ufficialmente fidanzata con Anna Russo. Aveva cercato informazioni su costei, visitando le sue pagine social. Ne aveva dedotto che non le dispiaceva per niente per lei: Anna sembrava una mancata influencer piena di sé, ma senza alcunché di interessante, una persona vuota, che voleva riempirsi del denaro del proprio compagno, forse nemmeno per amore, ma solamente per il proprio status.
"Se fossi al posto suo" si disse Dalila, "Non farei mai quella fine."
A disturbarla non era il fatto che Anna desiderasse platealmente soltanto farsi mantenere. Per come la pensava Dalila, chi era sul punto di sposarsi con una persona ricca poteva tranquillamente avere quella mira e, anziché lavorare, dedicarsi ai propri interessi. Ciò che la disturbava di Anna era la mancanza apparente di qualsiasi interesse che andasse oltre a indumenti e accessori costosi o interventi di chirurgia estetica. Non riusciva a spiegarsi come una persona simile potesse essere sul punto di diventare la moglie di un uomo intrigante come Pietro.
Con quei pensieri in testa, percorreva a piedi le poche centinaia di metri che la separavano da casa, ancora una volta con la sensazione che non facesse così freddo come nei giorni precedenti. Doveva esserci meno umidità, del resto non c'era nebbia e, anche a debita distanza, le luci degli alberi di Natale e delle altre decorazioni su finestre e balconi svettavano con i loro colori. Come spesso accadeva, si domandò se chi illuminava gli alberi del proprio giardino oppure la ringhiera del proprio balcone non avesse paura di un cortocircuito. Se Dalila avesse abitato in un casa indipendente circondata da alberi, si sarebbe guardata bene dal rischiare che questi prendessero fuoco.
Riflettendo in proposito, si diresse finalmente verso il portone. Non diede peso alla Cinquecento rossa parcheggiata nel cortile, almeno finché non riconobbe la persona in attesa accanto alle buchette della posta.
Tina Menezes si girò verso di lei e osservò: «Finalmente sei arrivata, ormai non ci speravo più.»
«Immagino che quella sia tua.» Dalila indicò l'automobile. «Questo parcheggio sarebbe riservato ai residenti.»
«È da più di mezz'ora che sono qui» replicò Tina, «E nessuno mi ha detto nulla. Se qualcuno viene a lamentarsi, la porto fuori.»
«È da mezz'ora che sei qui?»
«Proprio così.»
«Per quale motivo?»
«Ti aspettavo.»
Dalila osservò: «Questo potevo immaginarlo. Sei stata qui tutto questo tempo? Come facevi a sapere quando sarei arrivata?»
«È molto semplice» ribatté Tina. «Ho suonato al tuo campanello e nessuno mi ha risposto. Poi ne ho visto uno su cui c'è il nome "Enrica Colombari". Ho ricordato che Oliver mi ha detto che tu e tua madre abitate nello stesso palazzo. Ho suonato da lei e le ho chiesto quando tornavi. Ha detto che non lo sapeva di preciso, ma che le avevi lasciato il bambino assicurandole che saresti rientrata non più tardi delle sei o delle sei e mezza.»
Dalila puntualizzò: «Al giorno d'oggi, quando si vuole vedere qualcuno, solitamente gli si telefona o gli si manda un messaggio. Perché ti sei presentata qui a sorpresa?»
«È stata una decisione d'impulso» chiarì Tina. «Sono stata combattuta fino all'ultimo. Non ero certa che fosse la cosa giusta.»
Dalila sospirò.
«Oh, no, adesso farai una premessa interminabile prima di dirmi che cosa vuoi. Anche tu ti sei messa in testa che Pietro abbia qualcosa di importante da nascondere? Magari vuoi chiedermi di indagare per conto tuo e...»
Tina la interruppe: «Se mi lasci parlare, magari te lo spiego. Non mi sembra opportuno, però, parlarne qui. Possiamo salire in casa tua?»
«Non ho fatto le pulizie, oggi, e nemmeno ieri.»
«La cosa non mi tocca, e poi non ci sarà così tanto sporco, immagino. Mi fai entrare?»
Dalila comprese che non aveva senso opporsi. Invitare Tina nel proprio appartamento doveva essere l'unica possibilità di scoprire che cosa desiderasse da lei. Aprì il portone, entrò nell'atrio, accese la luce e iniziò a salire, seguita dalla Menezes.
La fece entrare in casa e la invitò a lasciare la giacca a vento all'attaccapanni dell'ingresso. Si tolse il cappotto e fece lo stesso, poi entrò in cucina, chiedendo alla visitatrice: «Vuoi qualcosa da bere?»
Tina si sedette al tavolo, senza essere stata invitata, e rispose: «Non sono venuta qui per bere.»
«Lo immaginavo.» Dalila si accomodò di fronte a lei. «Non ho alcuna idea, però, del perché tu sia qui. Si tratta dell'indagine di Oliver e di Alysse Mercier?»
Tina accennò un sorriso.
«Si tratta di una mia indagine personale.»
«Anche tu insegui assassini misteriosi? Tu e Fischer siete proprio fatti per stare insieme!»
Tina annuì.
«Sì, Dalila, hai ragione, io e Oliver siamo fatti per stare insieme e ti assicuro che nessuno potrà dividerci. Ne sono assolutamente certa. Se Oliver non fosse stato convinto di volere stare con me, non mi avrebbe mai sposata.»
«Va bene, adesso però parliamo del delitto.»
«Non sono qui per un delitto.»
«E perché, allora?»
«Oliver mi ha raccontato per filo e per segno la vostra serata» riferì Tina. «Mi ha parlato di Pietro Bruni e di quello che ha detto, prima che andaste via. Sei stata tu, vero, che hai riferito al tuo spasimante che tuo figlio ha otto mesi? Non è Pietro che ha capito male, giusto?»
Dalila precisò: «Eravamo in discoteca, la musica era alta. Pietro può avere capito male.»
«Se pensi che mi beva questa storiella, ti sbagli di grosso» ribatté la Menezes. «Se mi permetti di fare due rapidi calcoli, otto mesi fa eravamo in aprile. Andando indietro di altri nove mesi, ci troviamo in luglio dell'anno scorso. A quei tempi, andavi a letto con Oliver. Il bambino è figlio suo?»
Non si poteva dire che Tina non fosse una persona diretta. Messa di fronte a una domanda così precisa, Dalila non era certa di riuscire a nascondere la verità.
Esitò a rispondere e questo le fu fatale, dal momento che l'altra dedusse: «È figlio suo.»
A quel punto, Dalila puntualizzò: «Mirko è figlio mio, non ha un padre. È tutto quello che devi sapere.»
«Non ci siamo di mezzo solo io e te» obiettò Tina. «È figlio di Oliver, vero? È stato concepito quando vi frequentavate, all'inizio dell'estate.»
Dalila replicò: «Non ho mai voluto niente da Oliver. È perché non lo scoprisse, che gli ho fatto credere che il bambino fosse nato più tardi. Non sarei mai andata a cercarlo, se la Mercier non mi avesse messa in mezzo. Non voglio niente né da tuo marito, né da te. Dimenticati di quello che sai e, te lo assicuro, Fischer non lo scoprirà mai.»
Sperava che alla Menezes potesse bastare, ma Tina espresse un ben diverso punto di vista: «Devi dirglielo.»
Dalila spalancò gli occhi.
«Cosa dovrei fare?»
«Hai capito benissimo» rispose Tina. «Devi dire a Oliver che Mirko è figlio suo, ha il diritto di saperlo.»
Dalila scosse la testa.
«Non hai capito un cazzo di me, Menezes. Non sono una rovina famiglie. Ti assicuro che non cambierò idea. Non me ne uscirò dal nulla tra qualche anno informandolo di cosa sia successo quel giorno in cui ci siamo trovati per guardare insieme alla televisione il Gran Premio d'Ungheria.»
«Oh, certo, avete senz'altro guardato il gran premio insieme, del resto è così che si concepiscono i figli» ribatté Tina. «Comunque, se ti può consolare, non ho paura di te. Te l'ho già detto, se Oliver ha accettato di sposarmi, l'ha fatto perché ne era veramente convinto. Però ha delle responsabilità nei confronti di suo figlio. Non è giusto che venga tagliato fuori, sono certa che non lo vorrebbe.»
Dalila insisté: «Nella mia vita non c'è spazio per un ipotetico padre di Mirko, specie se questo è sposato con un'altra donna. Anch'io, come Mirko, sono stata concepita da una relazione occasionale. Forse, se mio padre non avesse mai saputo della mia esistenza, avrebbe avuto meno problemi. Alla fine sua moglie l'ha lasciato, perché ha scoperto di me.»
«Oh, non lo sapevo.»
«Nemmeno Oliver lo sa.»
«Non gli hai mai parlato della tua famiglia? Neanche quando lavorate insieme?»
«Gli ho detto che mio padre è morto quando avevo diciannove anni e che la passione per i motori l'ho ereditata da lui. È tutto quello che sa. Non c'è mai stato bisogno di aggiungere altro. Oliver non fa troppe domande.»
Tina sorrise.
«A meno che non ci sia qualcosa di poco chiaro di mezzo. A lui interessano solo i presunti delitti.»
Dalila le suggerì: «Non essere troppo dura nei suoi confronti. Sei una donna fortunata. Non fraintendermi, non vorrei essere al posto tuo, non potrebbe mai funzionare. Però è giusto che tu lo riconosca, Oliver è una specie di principe delle fiabe sotto mentite spoglie.»
Tina ribatté: «Appunto, i principi azzurri non abbandonano i loro figli, anche se non li hanno concepiti con la principessa.»
«Davvero ci tieni così tanto, che Oliver venga a sapere la verità? Non credi che sia meglio se tutto rimane com'è adess-...» Quella domanda morì sulla bocca di Dalila, ma solo perché udì un suono sgradevole provenire dall'ingresso. «Credo che il mio telefono stia protestando animatamente e che mi stia chiedendo di essere messo in carica. Vado ad attaccarlo alla presa e torno.»
Si alzò e andò a recuperare lo smartphone da una delle tasche del cappotto. Teneva il caricabatterie nel proprio studio, pertanto si diresse in quella stanza. Non si aspettava che la Menezes la seguisse e si mettesse a curiosare.
Mentre Dalila attaccava il cellulare alla corrente, la moglie di Oliver Fischer osservò, guardando una delle fotografie incorniciate appese alla parete: «Questo è Ryuji Watanabe ai tempi della Formula 3.»
Dalila annuì.
«Sì, proprio lui. È uno dei miei scatti migliori, pubblicato anche da testate internazionali. Al giorno d'oggi viene sicuramente condiviso senza nemmeno citarmi nei credits, ma non importa. La fotografia è arte e merita di essere condivisa.»
Tina spostò lo sguardo su un'altra fotografia: «Questa penso sia stata scattata cinque o sei anni fa, anche se non riconosco nessuno dei piloti.» Si avvicinò di più alla parete. «Il circuito potrebbe essere Vallelunga e... aspetta, questo mi pare Junior Silberblitz. Le auto sono sicuramente delle Formula 4, quindi è più vecchia di quanto credessi. Saranno passati nove o dieci anni, ormai.»
Dalila replicò: «No, non è Silberblitz, anche se il colore del casco è molto simile. Ci avevi visto giusto, sulla datazione. Ho anche qualche foto di Silberblitz, ma non ne ho appesa nessuna alle pareti... e prima che tu me lo chieda, non ho nulla contro di lui come pilota, ma non sono mai riuscita a scattargli una foto degna di questo nome. Non...»
Si interruppe. Tina non la stava più ascoltando, ma guardava piuttosto l'unica fotografia che non era stata scattata da Dalila.
«E questa?»
Dalila fu vaga: «Non è opera mia, non ero ancora nata, ai tempi.»
Tina osservò: «Le Vertigo al massimo del loro splendore. La numero 81 era guidata da Villa, la numero 82 da Delacroix. O era il contrario? Non ricordo. A proposito, chissà perché avevano numeri di gara così alti.»
«Ai tempi dell'esordio in Formula 1, la Vertigo aveva schierato una vettura con il numero 18. Poi i numeri sono stati redistribuiti tra le squadre e hanno perso il loro numero storico. Non so bene come sia andata, ma la Vertigo ha ottenuto di usare l'81. Quando è stata schierata una seconda vettura, su questa è apparso l'82.»
«Conosci la storia della Vertigo meglio di me.»
Dalila puntualizzò: «Non è affare mio se non conosci il passato della squadra per cui gareggi. Informati.»
«L'unica cosa su cui vorrei essere informata è il motivo per cui tieni una foto di Delacroix e Villa incorniciata nella tua stanza» ammise Tina, «Anche se mi stanno venendo dei dubbi. Hai detto che tuo padre ti ha trasmesso la passione per i motori, che è morto quando avevi diciannove anni, che era stato lasciato dalla moglie... Sai, Selena e Oliver hanno fatto delle ricerche. E poi hai detto a Oliver di avere indossato un abito fatto su misura, per la vostra serata.»
Dalila replicò: «Stai elencando una serie di informazioni casuali senza alcun nesso logico.»
«Oh, no, ti assicuro che un nesso ce l'hanno» insisté la Menezes. «Tu non indosseresti mai un abito fatto su misura, se non ci fosse qualcuno intorno a te che l'ha realizzato. Fammi indovinare: tua madre è, o era, una sarta? Ed era lei l'amante di Valerio Villa? Tutto il resto coincide.»
Dalila le scoccò un'occhiata di fuoco: «Ti stai immischiando in una storia che non ti riguarda, da cui faresti bene a restare lontana.»
«Sfortunatamente per te, anche a me piacciono i misteri» replicò Tina. «Chi l'avrebbe mai detto, tu figlia illegittima di un ex campione di automobilismo... ti va di raccontarmi qualcosa su tuo padre?»
Dalila scosse la testa.
«Non puoi chiedermelo.»
***
Non vi erano dubbi che Xavier Delacroix fosse un trascinatore di folle. Non faceva nulla per essere tale, era una reazione spontanea alla sua stessa spontaneità. La sua aria da ragazzino, che paradossalmente strideva con il suo stato civile e familiare, lo faceva apparire fin troppo appetibile a chi voleva affezionarsi a un personaggio. Valerio lo conosceva da anni, ma in maniera piuttosto superficiale. Aveva l'aria del ragazzo ingenuo, dall'aria talora malinconica, e sembrava non avere niente in comune con lui.
Era considerato da molti un pilota straordinario, la rivelazione che avrebbe verosimilmente dominato le corse automobilistiche nella seconda metà degli anni '80 e, con un po' di fortuna, se la sua carriera si fosse prolungata nel tempo, magari avrebbe avuto ancora qualcosa da dire all'inizio degli anni '90. Valerio era ben consapevole di quelle chiacchiere, ma era altrettanto consapevole di quanto il mondo dell'automobilismo fosse mutevole. In più non vi era alcuna garanzia di essere ancora in vita nella seconda metà degli anni '80, o addirittura di arrivare fino agli anni '90. Non che Valerio fosse una persona per natura pessimista, ma sapeva che, a chi stava ai piani alti, non importava molto del fatto che il progresso tecnologico spesso non fosse accompagnato da riflessioni sulla sicurezza. Le monoposto erano sempre più veloci e instabili e spesso i circuiti non erano più adeguati ai nuovi standard. O, in alternativa, invece di andare avanti si andava indietro, con un numero sempre maggiore di tracciati cittadini americani.
Era paradossale come le competizioni automobilistiche statunitensi avessero trovato ormai da molto tempo un loro equilibrio, con campionati organizzati in ottima maniera, mentre quando si trattava di mescolarsi e amalgamarsi con la cultura motoristica europea, allora tutto iniziava ad andare a rotoli. Non vi erano dubbi che prima o poi la tendenza espansionistica nel Nuovo Mondo sarebbe rientrata, e allora chissà cosa avrebbero pensato gli appassionati del futuro di quei brutti esperimenti che spesso erano sede dello scontro per il titolo. A onore del vero, se Valerio avesse avuto un giorno la possibilità di lottare per il campionato mondiale, non gli sarebbe importato granché di conquistare l'ambito titolo su un tracciato quasi improvvisato tra le strade di una città americana, piuttosto che in uno dei templi dell'automobilismo, ma anche l'occhio voleva la sua parte e si rendeva conto di quanto, dal punto di vista televisivo, i tifosi europei fossero sottoposti a uno spettacolo ben lontano dall'essere affascinante.
Ai suoi occhi, Delacroix appariva come uno di quei piloti che non pensavano minimamente a questioni del genere. A uno come Xavier, dopotutto, bastava guidare e, se possibile, andare più veloce degli altri, o quantomeno provarci. Pur non avendolo mai frequentato, Valerio era convinto di averlo inquadrato piuttosto bene e, in effetti, quando lo conobbe meglio, si rese conto di averci azzeccato. Diventarono compagni di squadra alla Vertigo e, qualche settimana prima dell'inizio della stagione, Valerio fu invitato, esattamente come si aspettava, alla festa di fine anno della squadra. O forse era una festa di Natale, non gli importava molto di quale nome si desse agli eventi, l'importante erano i presenti o, per meglio dire, le presenti. Valerio non aveva alcuna difficoltà, quando si trattava di conquiste femminili. Durante gli eventi mondani era spesso circondato da esponenti del gentilsesso, ma c'era da dire che la cena della Vertigo aveva un concetto di mondanità tutto suo. E poi c'era Xavier Delacroix, che lo fissava con una strana aria di disapprovazione. Chissà, magari era uno di quei bigotti convinti che prima del matrimonio le donne dovessero essere guardate soltanto da lontano, come se fossero totalmente prive di desiderio... anche se, a giudicare dall'età in cui si era sposato ed era diventato padre, era molto probabile che il matrimonio fosse stato innescato da una gravidanza non programmata, il che stroncava sul nascere quell’ipotesi.
In altre circostanze, Villa non si sarebbe preoccupato del giudizio altrui, ma si sorprese a pensare che, dopotutto, costruire un rapporto di reciproca stima con Xavier sarebbe stato molto più utile che fare l'opposto. Non aveva mai avuto grossi problemi con i precedenti compagni di squadra, ma nessuno dei suoi precedenti compagni di squadra era come Delacroix. Si ritrovò quindi a mettere da parte la bella presenza femminile di turno e iniziò una conversazione con Xavier.
Il pilota della Vertigo era franco-belga, ma parlava un buon italiano, imparato nei primi anni della sua carriera, quando aveva gareggiato a lungo nei campionati minori italiani. Si ritrovarono a raccontarsi a vicenda qualche curiosità sul loro passato che, puntualmente, si rivelò ben differente. Se Valerio era cresciuto in una famiglia ricchissima che aveva contrastato a lungo la sua passione per i motori, Xavier si era ritrovato nella situazione opposta: figlio di due patiti di corse automobilistiche, il suo principale problema era stata la mancanza di mezzi economici. Alla fine, comunque, ce l'aveva fatta. Si poteva dire lo stesso anche di Valerio, che del denaro di famiglia aveva rischiato di non vedere neanche un centesimo, ma non avrebbe mai osato affermarlo ad alta voce: la convinzione generale era che, chi era nato abbiente, non si fosse conquistato nulla, nemmeno quando aveva rischiato di essere rinnegato dai propri genitori per inseguire la propria passione.
Quella cena fu un inizio, o forse una fine. Valerio non aveva mai immaginato che Xavier potesse avere qualcosa in comune con lui e, ancora meno, la possibilità che tra loro potesse nascere un'amicizia. Invece accadde, molto probabilmente perché entrambi sentivano la mancanza di qualcosa che vedevano invece nell'altro. Non che fosse molto positivo: in fondo c'era una palese invidia reciproca. Xavier avrebbe tanto voluto lo stile di vita di Valerio, il non avere alcuna responsabilità nei confronti di altri, il vivere soltanto per se stesso. Proprio come Valerio aveva ipotizzato, Xavier e la signora Delacroix si erano conosciuti quando erano ancora molto giovani e non avevano mai parlato seriamente di sposarsi e avere dei figli. Era semplicemente accaduto, erano stati travolti dagli eventi e l'avevano accettato. Erano stati felici e forse la signora Gabrielle era convinta di esserlo ancora. Anche Xavier lo era stato, almeno finché era stato un ragazzo qualsiasi, anziché finire per diventare l'oggetto del desiderio di molte altre donne. Le amiche delle ragazze che Valerio frequentava occasionalmente lo guardavano con occhi carichi di desiderio e a volte a contemplarlo a quella maniera erano anche le frequentazioni di Valerio che, evitando i legami duraturi, non se l'era mai presa troppo. Aveva avuto molte donne, ma era sempre stato chiaro con tutte loro: niente relazioni stabili e nessuna possibilità di avere avventure con chi da lui avrebbe voluto altro. Un giorno, quando avesse abbandonato le competizioni, sarebbe stato diverso, ma finché fosse stato un pilota non avrebbe voluto né una compagna stabile né tantomeno una famiglia ad aspettarlo, magari dall'altra parte del mondo, quando non aveva garanzie di tornare a casa vivo. Se c'era qualcosa in cui si sentiva di invidiare Xavier, era proprio l'essere riuscito a conciliare il proprio mestiere con la vita privata. Gli sarebbe piaciuto, poterla pensare come lui, non avrebbe corso il rischio di focalizzarsi soltanto ai piaceri, quando era lontano dai circuiti, senza mai costruire nulla.
Tutto andò bene, tra di loro, almeno finché non si ritrovarono l'uno contro l'altro, alla rincorsa di un titolo mondiale che sembrava ormai precluso ai piloti delle altre scuderie. La stagione era iniziata un po' in sordina, per Valerio, ma d'altronde nessuno si aspettava altro da lui. Era chiaro che per tutti fosse Xavier il favorito e, se all'inizio non provava alcun disturbo, iniziò a sentire inappropriato l'essere sempre messo in secondo piano quando Delacroix iniziò ad avere delle difficoltà e a perdere terreno. Erano in due, a contendersi quel dannato campionato, ma nessuno sembrava essersene reso conto, al di fuori della Vertigo. La squadra teneva un piede in due scarpe, ma del resto non c'era da aspettarsi altro: in un mondo in cui tutto cambiava molto in fretta e, da un giorno all'altro, Delacroix avrebbe potuto addirittura annunciare di volere lasciare la Vertigo alla fine della stagione, non vi era un interesse del tutto definito nel cercare di sostenere un pilota svantaggiando l'altro. Inoltre non era sempre fattibile: affinché uno dei due piloti si facesse da parte per l'altro, occorreva che si presentasse la giusta situazione. Ogni volta che uno dei due non era immediatamente dietro al compagno di squadra, oppure che una delle due monoposto aveva un'avaria che non le consentiva di arrivare al traguardo, ogni discorso diveniva superfluo. Accadeva non di rado di trovarsi nell’una circostanza o nell’altra, quindi la teoria non poteva essere tradotta facilmente in pratica.
Approfittando delle circostanze favorevoli che gli si presentarono, Valerio riuscì a salire in testa alla classifica, e non di poco. Qualcuno iniziò a farvi caso, occasionalmente gli addetti ai lavori arrivavano a chiedersi se Delacroix si sarebbe fatto da parte, da un certo momento in poi. Ovviamente non si fece da parte, né Valerio si aspettava altro. Erano avversari, prima ancora che compagni di squadra, e non vi erano rivali pronti a mettersi tra di loro. Comunque fosse andata, uno dei due sarebbe divenuto campione del mondo, alla fine della stagione. Per Valerio era chiaro e immaginava lo fosse anche per Xavier. Allo stesso modo gli era chiaro che, se il più veloce dei due era dietro, chi era davanti non aveva alcun dovere di stendere il tappeto rosso al passaggio dell'altro. Quando avvenne il fatto che fece discutere, Valerio aveva poche realistiche possibilità di mantenere la propria posizione, ma non vi erano ragioni per cui avrebbe dovuto rendere le cose facili al suo diretto avversario.
Per Xavier, a quanto pareva, nulla di tutto ciò era chiaro, così come non gli era affatto chiaro che ciò che accadeva in pista iniziava e terminava in pista. Al loro incidente seguirono polemiche e discussioni, come Valerio si poteva tranquillamente aspettare, del resto non era certo la prima volta che si ritrovava coinvolto in una collisione con un altro pilota. La prassi era essere sempre convinti che la responsabilità fosse dell'altro e, se non era così, almeno far credere di esserne convinti. Fu la posizione che tennero entrambi. La differenza abissale, tra i due, era che per Valerio si trattava soltanto di un incidente, sul quale ciascuno dei due aveva un'opinione diversa. Lo accettava senza alcun problema e, per quanto lo riguardava, era pronto ad accantonarlo e a metterlo da parte come un episodio generico del recente passato. Per Xavier, a quanto pareva, era tutto quello che contava, come se quel contatto e il conseguente ritiro fosse stato un attacco personale nei suoi confronti che andava assolutamente vendicato.
Valerio cercò, in due o tre occasioni, di farlo ragionare. Xavier continuava a polemizzare alla minima occasione e a mettere in chiaro che non si sarebbe arreso, che avrebbe fatto di tutto per vincere un mondiale che riteneva gli spettasse. Quando lo affermava, sembrava che quest'ultima parte del discorso dovesse essere qualcosa di eccezionale, e non quello che avrebbe fatto sempre e comunque. Valerio smise di preoccuparsi del punto di vista di Xavier. Anzi, gli capitò più di una volta di rispondere a tono, quando si rese conto che bastava poco a destabilizzare Delacroix. Non esagerò mai, in ogni caso: non gli piacevano le polemiche sterili e inutili e soprattutto non intendeva trasformare la conquista di un titolo in una questione di vita e di morte. Fu quella la ragione per cui cercò di avere una conversazione civile con il compagno di squadra, nelle ore che precedettero quella che sarebbe stata la gara decisiva. Fu tutto inutile: Xavier non era in grado di comprendere che, se si rivolgeva a lui in tono pacato, non lo faceva con un secondo fine.
In più, Valerio sapeva di non avere alcuna certezza. La posizione di partenza gli era favorevole, ma non vi era alcuna garanzia. Xavier era un avversario temibile e non vi erano dubbi che avrebbe fatto il possibile per batterlo. Lo sapeva e lo accettava. Avrebbe desiderato che per Delacroix funzionasse alla stessa maniera, ma non era così. Anzi, più Xavier lo screditava e più Valerio si rendeva conto di quanto lo temesse.
Mentre Delacroix era sempre più convinto che la vittoria finale gli spettasse e che fosse sul punto di essergli sottratta, non restava altro che raccogliere ciò che quell’ultima giornata aveva in serbo. Come facilmente prevedibile, l'ennesimo tracciato cittadino statunitense messo in calendario prima ancora di verificare che un gran premio su quelle strade fosse fattibile si era rivelato l'ennesima seccatura. Il tempo a disposizione di squadre e piloti era calato drasticamente a causa dei soliti problemi già visti più di una volta e, Valerio doveva ammetterlo, non era stato molto consolatorio vedere la situazione evolversi, al momento, a proprio vantaggio. Se fosse stato totalmente slegato dalla realtà, come lo era Xavier, forse il giorno precedente si sarebbe compiaciuto nello scoprire i problemi riscontrati dal compagno di squadra e avrebbe maturato la convinzione di essere a un passo dal campionato. La realtà dei fatti, tuttavia, era ben diversa: un guasto meccanico per Delacroix non prometteva bene, visti i problemi di affidabilità che avevano condizionato soprattutto la prima parte della stagione. L'unica possibilità che Valerio sapeva di avere era quella di battere Xavier, ma serviva che la vettura non lo abbandonasse. Se era accaduto al suo compagno di squadra soltanto il giorno precedente, poteva succedere anche a lui molto prima di quanto si aspettasse, e allora sarebbe stato un enorme problema.
Come ad avverare le più pessimistiche previsioni, qualcosa accadde sulla griglia di partenza. Le altre monoposto partirono senza difficoltà, ma non la sua. Valerio rimase fermo, consapevole che il vantaggio fosse già perduto e lo svantaggio forse irrecuperabile. Per fortuna il motore riuscì a riavviarsi, anche se significava prendere il via dal fondo della griglia, tra vetture lente su un circuito che non favoriva i sorpassi. Era certo che, se ci fosse stato Xavier al posto suo, avrebbe creduto fosse una congiura del destino. La verità era che non vi era alcun destino e, se proprio doveva esserci, era probabile che determinasse eventi ben più importanti per il genere umano rispetto al risultato di una gara automobilistica. Chi partiva dalle retrovie doveva semplicemente fare il possibile per uscire da quella scomoda situazione, invece di prendersela con le stelle. Forse vincere il mondiale era impossibile, ma dimostrare di non essere più quel pilota che nessuno prendeva sul serio era ugualmente importante.
Le prime curve non furono molto promettenti. Perfino Karl Graber oppose una grossa resistenza. A Valerio non passò nemmeno per la testa che il pilota svizzero avesse qualche ragione per volerlo ostacolare, nonostante fosse un amico di Delacroix. Altri, al posto suo, avrebbero utilizzato un argomento assurdo come quello per inventare complotti, ma era molto più probabile che quel disgraziato stesse cercando neanche di portare a casa un buon risultato, quanto piuttosto di farsi inquadrare il più a lungo possibile, certo che gli sponsor avrebbero gradito.
Valerio attese. Non era mai stato molto paziente, ma sapeva di non potersi concedere errori. Graber faceva parte di un disegno più ampio, non poteva correre rischi per infilarsi dove non c'era spazio. Era solo il primo giro, prima o poi Karl gli avrebbe fatto - non volontariamente - strada oppure si sarebbe eliminato da solo. Poteva concedersi di aspettare, anche se era certo che, nelle posizioni che contavano, Xavier si fosse già liberato almeno di alcune vetture che lo precedevano. Forse doveva sperare che il motore dell'auto del compagno di squadra iniziasse a dare problemi un'altra volta, ma la verità era che non poteva preoccuparsi di quello che succedeva a Delacroix, non in quel momento, almeno.
Accadde tutto molto in fretta. Non ebbe il tempo di riflettere su quello che stava succedendo, ma solo di fare il possibile per evitare di ritrovarsi coinvolto. Non fece nemmeno caso a chi fosse l'altro, si limitò a notare che una delle vetture coinvolte era quella di Graber. Si buttò all'ultimo dal lato opposto, per non travolgere nessuno. In un tracciato normale si sarebbe ritrovato nella sabbia o sull'erba, ma quello non era un tracciato normale. Non c'erano vie di fuga, ma soltanto barriere che non lasciavano scampo. Valerio cozzò contro una di esse e, in un altro momento, avrebbe formulato un pensiero che suonava come "il mondiale è finito". Molto probabilmente lo era, ma la sua mente si rifiutava di andare in quella direzione. Non c'erano solo campionati dei mondo da vincere o da perdere, c’era anche la consapevolezza di essersi appena ritrovato coinvolto in un evento che avrebbe preferito non vedere dal vivo.
Gli parve quasi che l’atmosfera mutasse, come se qualcosa fosse stato stravolto all'improvviso, come se fosse arrivato a un punto di non ritorno. Quando tornò alla realtà, appena qualche frazione di secondo più tardi, realizzò finalmente che il motore della monoposto si era spento. Tutto ciò che poteva fare era slacciarsi le cinture e scendere, ma nemmeno allora riuscì a pensare al titolo ormai sfumato. Quello che restava della monoposto di Graber era uno spettacolo agghiacciante e non prometteva nulla di buono e distogliere lo sguardo non sarebbe servito a niente; Valerio sapeva che avrebbe continuato a vedere la stessa immagine pur rivolgendo gli occhi altrove.
Aveva ancora quella scena fissa in testa, mentre camminava verso la corsia dei box, così come non se n’era ancora andata quando si sedette a terra sperando che nessuno andasse a disturbarlo. Non fu così, purtroppo tra i tanti ad avvicinarsi a lui fu proprio Xavier - ovviamente era stata esposta bandiera rossa, anche se non Valerio non ci aveva pensato, fino a quel momento. Il suo compagno di squadra voleva sapere cosa fosse successo, ma non ebbe la forza di rispondergli. Fu un errore, perché Delacroix si abbassò di scatto e gli si sedette accanto, rinnovando la stessa domanda.
Doveva rispondergli, doveva trovare la forza di parlare. Scuotendo la testa, mormorò: «Un incidente di merda.»
Non era abbastanza per Delacroix, che gli chiese ulteriori spiegazioni. Valerio gli descrisse la dinamica, come meglio poteva, parlandogli del contatto tra due monoposto, di cui quella di Graber che veniva sbalzata in aria prima di capovolgersi su una barriera. Filtrò molto le parole, perché non se la sentiva di essere esplicito, e infatti Xavier parve dispiaciuto per Graber, ma senza avere ben chiaro come stessero le cose. Ancora una volta preferì non essere troppo diretto, ma lasciò intendere che il problema non fosse una gara terminata al primo giro.
«Ho visto la sua auto, in che condizioni è, purtroppo non è l'unica cosa che ho visto.»
Xavier abbassò lo sguardo e rimase in silenzio per quello che a Valerio parve un tempo piuttosto lungo. Si aspettava di vederlo alzarsi in piedi e andare via senza dire niente, ma non successe. Come colto da un dubbio improvviso, volle sapere: «E tu? Cosa c’entri tu? Come ci sei finito in mezzo?»
«Ho preso in pieno la barriera, mentre cercavo di evitarli» rispose Valerio. «Ci sono riuscito, a evitare tutti, ma non sarebbe cambiato niente. I soccorsi sono arrivati subito, il che è un mezzo miracolo visto la proverbiale disorganizzazione dei gran premi americani. Ho visto mentre estraevano Karl da quello che restava della sua macchina.»
«E...?»
«E niente» tagliò corto Valerio. «Avrei preferito non vedere, non ricordare quanto la vita umana sia fin troppo volubile.»
«Eppure l’hai sempre detto tu stesso» obiettò Xavier. «Non fai altro che ripetere che non vuoi legami, perché non puoi mai sapere quello che succederà domani.»
Valerio si girò a guardarlo.
«Dirlo è una cosa, vederlo con i propri occhi è un’altra.»
Non sapeva cosa aspettarsi, Xavier Delacroix l'aveva abituato a restare costantemente spiazzato dal suo comportamento. Si augurava solo che, almeno di fronte a un incidente grave, mettesse da parte i loro dissapori personali, che sembravano così lontani, in quel momento.
Delacroix asserì: «Dobbiamo scegliere, se accettare l'idea che un giorno i nostri cari potranno perderci, oppure condannarci a un'esistenza infelice.»
Valerio non condivideva le teorie di Xavier, ma non era il momento per discutere del senso della vita. Si limitò a non dire nulla, senza nemmeno riuscire a chiedersi se stesse rinunciando a qualcosa.
Quando il suo compagno di squadra riprese a parlare, l'argomento fu tutt'altro, ovvero Karl Graber, come facilmente prevedibile. Valerio non pensò più alle considerazioni di Xavier sulla sua vita privata, almeno per quel giorno e almeno per molti giorni a venire.
Nella pratica, si sarebbe ritrovato a non cambiare affatto il proprio modo di vivere. Per parecchi anni ancora, sarebbe passato da un'amante occasionale all'altra, senza sapere che, se esisteva un destino, aveva in serbo per lui qualcosa di inatteso. Per una volta, si sarebbe lasciato condizionare dalle proprie origini, arrivando a fidanzarsi con la figlia di amici di famiglia. Sarebbe seguito un matrimonio moderatamente felice, ma minato da un grande segreto: l'amore per Enrica Colombari, a cui Valerio avrebbe rinunciato, per il bene della propria stabilità di coppia. Però non avrebbe mai rinunciato definitivamente a Dalila, sua figlia, il frutto di quella relazione clandestina.
***
Dalila si sedette sul bordo della scrivania, chiedendosi se sarebbe mai riuscita a togliersi di torno Tina Menezes. La sua visita aveva portato solo disgrazie, a cominciare dalla confessione che le aveva estorto a proposito del fatto che Mirko fosse figlio di Oliver. A peggiorare la situazione, si era fatta seguire, seppure non volontariamente, all'interno dello studio, dove la sua ultima maschera era definitivamente caduta. Non si era posta il problema della fotografia appesa alla parete. Era consapevole che qualcuno, vedendola, avrebbe potuto chiederle spiegazioni, ma avrebbe potuto inventarsi una scusa qualsiasi, come per esempio affermare che Villa e Delacroix erano i suoi idoli e che, per quella ragione, vi era una foto risalente all'epoca in cui erano compagni di squadra alla Vertigo.
Per fortuna la degna consorte di Oliver Fischer scelse di essere ragionevole, osservando: «Hai ragione, non posso chiederti di raccontarmi di tuo padre, non è un mio diritto. Però, se permetti, sono molto curiosa: perché una foto dove compare anche Delacroix?»
Dalila la guardò con aria innocente.
«E perché no, invece?»
«La loro convivenza come compagni di squadra non è certo stata idilliaca» rispose Tina. «Non vedo ragioni per cui avresti dovuto...»
Dalila a interruppe: «Alle pareti del mio studio ci appendo quel cazzo che mi pare, sono stata chiara? Adesso, se permetti, avrei da fare. Dato che non sono stata io a invitarti, potresti liberarmi della tua presenza?»
La Menezes sospirò.
«Pensi che si possa risolvere tutto allontanando le persone? Mi dispiace deluderti, ma non funziona così. Posso andarmene, se vuoi, ma Mirko resterà sempre figlio di Oliver e tu resterai sempre figlia di Valerio Villa. A questo non si sfugge.»
«Ti prego, non coinvolgere Fischer» insisté Dalila. «Non parlargli né di una faccenda né dell'altra. Non...» Il telefono squillò, costringendola a lasciare la propria postazione per andare a controllare chi fosse. «È Pietro.» Abbassò la suoneria, ignorando la chiamata. «Dovrei pensare a lui, che devo incontrare stasera, non a te e ai tuoi deliri.»
«Stai attenta» la pregò Tina. «Ti suggerisco di non dirgli di chi sei figlia. Potrebbe insospettirsi, credere che tu ti sia avvicinata a lui con qualche secondo fine, anche se non è così.»
Dalila abbassò lo sguardo.
«Pietro è un uomo attraente... però è vero, ho anche un secondo fine.»
Come facilmente prevedibile, Tina volle sapere: «Quale?»
«Ti ricordo che Alysse Mercier mi ha trascinata in questa storia, prima ancora che decidesse di coinvolgere te e Fischer. Mi sono chiesta, fin da subito, perché l'avesse fatto...» Con un sospiro, Dalila tornò a sedersi sul bordo della scrivania. «Credimi, Menezes, questa storia è più complicata di quanto tu possa pensare.» Se fino a qualche istante prima le sembrava impossibile potersi confidare con qualcuno, doveva riconoscere che era una possibilità concreta. Tina non si sarebbe certo fatta da parte e, anzi, avrebbe rischiato di scoprire da sola certe faccende ormai sepolte, magari facendo grossi danni. «C'è qualcosa che non sai, che non sa nemmeno Oliver e che, invece Alysse potrebbe avere scoperto. Non sono tanto entusiasta, nel condividere con te questa informazione, ma temo di non poterne fare a meno.» Quando Tina si avvicinò, si fece da parte, per permetterle di sedersi accanto a lei. «Mi hai chiesto perché ci sia una fotografia di mio padre insieme a Xavier Delacroix, alla parete e la spiegazione è molto semplice: ho ricevuto quella foto da mio padre, quando ero ragazzina. Mi ha parlato di Delacroix. È vero che c'erano state delle tensioni tra di loro, ma lo considerava un amico e gli voleva bene.»
«Alysse potrebbe averlo scoperto, hai detto» osservò Tina. «Di certo non ti riferivi a questo.»
«Oh, no» confermò Dalila, «Parlavo di una faccenda molto più seria. Delacroix aveva molte cose in comune con mio padre e una di queste era che anche lui aveva un figlio segreto. Non ne aveva mai saputo niente, credo. La sua amante si era sposata con un altro uomo quando il bambino era piccolo e questo portava il cognome del marito della madre. Però, quando è cresciuto, gli è stato spiegato perfettamente chi l'avesse generato. Ha fatto le proprie ricerche, ha conosciuto persone che gli hanno raccontato cose sulle quali forse avrebbero dovuto tacere. Così, all'improvviso, all'età di diciotto anni, mi sono ritrovata davanti questo ragazzo francese che frequentava in Erasmus l'università di Bologna. Mi ha detto chi era e che sapeva chi fossi. Era il figlio di Xavier Delacroix e voleva conoscermi.»
Tina azzardò: «Vi siete messi insieme?»
Dalila rise.
«Messi insieme? No, certo che no! Non c'è mai stato coinvolgimento romantico tra di noi.»
«Quindi cos'è successo?»
«Abbiamo parlato di persona e poi abbiamo deciso di rimanere in contatto. Chattavamo, di solito a proposito di automobilismo vintage. Gli raccontavo del rapporto che avevo con mio padre.»
«Vi vedevate spesso?»
«Io e mio padre?»
«Tu e il figlio di Delacroix.»
«No, anche perché poi è tornato in Francia, ma chattavamo spesso. Gli ho raccontato che, secondo mio padre, tutto quello che si raccontava di loro non era esattamente vero.»
«Hai raccontato a tuo padre di questo ragazzo?»
«Sì. Entrambi avrebbero voluto conoscersi. Un anno dopo, il mio amico era tornato per lavoro. Mio padre era testimonial di non so cosa e avrebbe premiato il vincitore della Formula Junior all'evento di ottobre a Misano Adriatico. Ho chiesto al figlio di Delacroix se voleva venire là insieme a me. Ha accettato. Ovviamente non potevo incontrare mio padre in occasione di un evento ufficiale. Non gli ho detto che ero là, ma sapevo in quale albergo avrebbe alloggiato. Siamo andati da lui, la domenica sera, ma non c'era, o almeno così ci ha detto un tizio che lavorava all'hotel. È morto quella sera stessa, quindi l'incontro non c'è mai stato.»
Tina rimase in silenzio per qualche istante, prima di chiederle: «Cos'è successo dopo?»
«Niente di che» rispose Dalila. «Io e il mio amico abbiamo continuato a sentirci, anche se poi mi sono trovata un fidanzato che aveva da sindacare su qualsiasi mio legame con persone di genere maschile. Ho quasi smesso di chattare con il figlio di Xavier, anche se questo nel frattempo si era allontanato ulteriormente, dato che di era trasferito a Torino per motivi di lavoro. Qualche anno dopo, quando ho lasciato quel tizio, ho scoperto che il mio amico si era fidanzato con una ragazza italiana, di origine francese da parte di madre, che studiava per diventare giornalista. Gli ho augurato buona fortuna per il loro futuro insieme e non l'ho più sentito.»
«Oh cazzo» esclamò Tina. «Mi stai dicendo che...»
Dalila annuì.
«Sì, il figlio di Delacroix era Alexandre Mercier. Ed era presente nello stesso posto in cui mio padre è morto la sera stessa della sua morte.»
«Valerio Villa, però, era malato di cuore e ha avuto un arresto cardiaco» replicò Tina, «Non c'è nulla di misterioso, nella sua morte.»
«Sulla carta no» confermò Dalila, «Ma sarà andata davvero come tutti credono? L'ho pensato per tanto tempo, ma non ne sono più tanto sicura. Uccidere un uomo malato potrebbe essere più facile che uccidere un uomo sano. E poi c'è Alexandre, il suo suicidio, proprio dopo che aveva iniziato a lavorare per i Forti. Non ero in contatto con lui da anni, quindi non so se avesse qualche ragione per togliersi la vita. Posso fidarmi solo del parere di Alysse, e Alysse sostiene che Alex non si sia suicidato. Non posso fare a meno di chiedermi, quindi, se per caso Mercier avesse visto qualcosa che non doveva vedere.»
Tina osservò: «Ma c'eri anche tu, hai detto. Se Alexandre Mercier sapeva qualcosa, in teoria avresti dovuto esserne al corrente. Oppure mi sbaglio? Mi sta sfuggendo qualcosa?»
Dalila confermò: «C'ero anch'io, appunto. Quindi può darsi che abbia visto anch'io qualcosa a cui, diversamente da Alexandre, non ho dato un significato. Immagino che tu adesso capisca perché mi sono avvicinata a un membro della famiglia Forti.»
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