“La sposerò, anche a costo di essere diseredato” aveva affermato il signor Teddy Redgrave, confidandogli il sentimento che provava nei confronti della signorina Diana. Da quel punto di vista, Laszlo non era venuto a conoscenza di ulteriori sviluppi. Il signor Teddy continuava a definirla come un’amica, quindi non vi era ancora stato alcun fidanzamento ufficiale. Se la signorina Diana fosse o meno al corrente delle intenzioni dell’amato – Laszlo dava per scontato che il sentimento fosse ricambiato – non era un’informazione di cui fosse a conoscenza.
Trascorsero alcune settimane prima che il signor Teddy lo informasse che presto Diana avrebbe indossato l’anello di fidanzamento al dito. Sembrava che il signor Robert Redgrave non avesse fatto alcunché per opporsi, evidentemente non aveva alcuna intenzione di diseredare il nipote. Del resto, nonostante non facesse altro che lamentarsi delle scelte di vita del signor Teddy e di suo fratello Robbie, non era mai stato animato da cattive intenzioni nei loro confronti.
L’intenzione del signor Teddy era annunciare il fidanzamento in maniera ben poco formale la sera dopo una gara importante, in occasione di un ricevimento. Aveva preso parte alla competizione anche il signor Robbie Redgrave, presente alla festa, e Laszlo non poté fare a meno di notare la donna con cui conversava nel momento in cui entrò nel locale.
Non capitava spesso di dovere accompagnare il signor Teddy alle feste, ma in quell’occasione l’aveva voluto con lui, riconoscendogli una certa importanza.
«Sei stato il primo a cui ho detto che avrei sposato Diana» aveva sentenziato, quando Laszlo aveva cercato di declinare l’invito, «e ovviamente dovrai esserci, stasera.»
Laszlo aveva sempre pensato che gli esponenti delle classi sociali più abbienti scegliessero di contrarre matrimonio per ragioni dettate dall’interesse. Teddy Redgrave lo smentiva giorno dopo giorno. Gli occhi gli brillavano, quando parlava della signorina Diana. Costei non era una banale arrampicatrice sociale: Laszlo scorgeva la stessa luce anche negli occhi di lei, era sempre più palese che ricambiasse il sentimento dell’amato, anche se Laszlo non ne capiva tanto, di quel genere di sentimenti.
Non si era mai innamorato, anche se, a una certa maniera, aveva conosciuto l’amore, per opera di una cameriera molto più matura di lui che aveva prestato servizio per breve tempo presso Redgrave Manor. Non vi era stato nulla di romantico, da parte della donna, ma soltanto pura passione. Laszlo si era lasciato andare con lei e aveva vissuto esperienze mai provate prima, ma non era stato particolarmente addolorato quando se n’era andata di punto in bianco dopo avere trovato un altro impiego.
Si era quasi convinto che certe sensazioni non esistessero davvero, che fossero tutta invenzione di scrittori e poeti. Aveva creduto che le coppie si formassero per due specifiche ragioni: per mandare avanti la specie umana o per lasciarsi travolgere dalla passione. In alcune circostanze le due grandi motivazioni finivano per fondersi l’una con l’altra.
Era molto probabile che non fosse davvero così. Proprio la signorina Diana, con la luce che aveva negli occhi, gli aveva fatto cambiare idea, non per ciò che la univa al signor Teddy ma per il fatto che lo stesso Laszlo non riuscisse a provare indifferenza nei suoi confronti.
Era felice che la signorina Diana si sposasse con Redgrave, ma allo stesso tempo non poteva fare a meno di chiedersi se, in un’altra vita, in una situazione totalmente diversa, anche per lui potesse essere possibile un futuro insieme a una donna come lei. La signorina Diana non era né un’aristocratica né un’esponente di una famiglia particolarmente abbiente, ma una semplice cronometrista. Un segretario estremamente fortunato avrebbe potuto avere qualche possibilità, non era un’idea da escludere a priori.
Ovviamente quell’altra vita non esisteva e Laszlo non poteva fare altro che allontanare quel sentimento, nasconderselo nel profondo dell’anima e sperare che nessuno se ne accorgesse mai. Del resto, chi si sarebbe preoccupato di analizzare e psicanalizzare un giovane segretario che, in molte circostanze, doveva apparire come un semplice elemento di tappezzeria?
La signorina Diana non aveva mai notato nulla e, ugualmente, nemmeno il signor Teddy aveva idea di tutto ciò. Solo una persona intuì qualcosa e quella persona era Vittoria Montevecchio, la donna che conversava con il signor Robbie quando Laszlo si presentò alla festa.
La giovane stella dell’automobilismo era bruna, di media statura, e piuttosto elegante nell’abito rosso che sfoggiava in quella circostanza. La tonalità del vestito somigliava molto al “rosso corse”, il colore del quale venivano verniciate le automobili italiane nelle competizioni sportive, comprese quelle della Scuderia Saetta Cremisi.
Laszlo non si aspettava che la signorina Montevecchio gli si avvicinasse e ancora meno che gli rivolgesse la parola.
«Signor Hal-...» esitò questa, parlandogli in francese.
«Signor Leslie» la corresse Laszlo, dopo essere stato raggiunto nell’angolo più buio della sala, rispondendo nella stessa lingua. «Credo che sia più facile così.»
«Non dovrebbe rinunciare al nome che porta.» La signorina Montevecchio accennò una risata. «Non sono la persona più adatta per fare un simile considerazione, forse.»
«Perché? Non si chiama forse Vittoria Montevecchio?»
«Mi chiamo Vittoria Bonetti, in realtà.»
«In che modo devo rivolgermi a lei, allora?»
«Può usare il mio nome di battesimo. Anche in questo caso è la soluzione più semplice.»
«Va bene, signorina Vittoria» concesse Laszlo, senza aggiungere altro.
Non aveva molto da dire e, se si fosse sforzato di trovare qualcosa, avrebbe corso il rischio di apparire inopportuno. Nel corso degli anni aveva appreso che tacere era di gran lunga l’opzione migliore, quando c’era il pericolo di fare considerazioni inappropriate.
Non che la signorina Vittoria sembrasse badare troppo a cosa fosse opporuno o meno, dato che andò subito a scomodare un argomento ostico.
«Come ben saprà, sono una cara amica di Diana.»
«Lo so.»
«E Diana è palesemente innamorata di Teddy Redgrave. Senza fare un grosso sforzo di immaginazione, sono abbastanza certa che il signor Redgrave desideri sposarla.»
«So bene anche questo» confermò Laszlo, «anche perché lavoro per il signor Redgrave.»
«Le piace, non è vero?»
«Sono contento che il signor Teddy voglia sposarla.»
«Non è ciò che le ho chiesto, signor Leslie.»
«Mi scusi, ho male interpretato la sua domanda. Se vuole un mio parere in merito – anche se non riterrei di dovere giudicare – sono convinto che sia la moglie ideale per il signor Teddy, anche se quelli del suo rango potrebbero non considerarla tale.»
Cercava di evitare lo sguardo della signorina Vittoria, che invece faceva l’opposto.
«Signor Leslie, la mia domanda era diversa, temo mi abbia fraintesa nuovamente.»
«Mi dica, allora. Forse il problema è che nessuno di noi si sta esprimendo nella propria lingua natale.»
«È innamorato di lei?»
Laszlo sussultò.
«N-no... C-come le viene in mente?» balbettò. «Senza offesa, signorina Vittoria, ma come può pensare una simile assurdità?»
Invece di indispettirsi, la Montevecchio rise.
«Sì, è innamorato di lei, non vi sono dubbi. Mi dispiace.»
Laszlo scosse la testa.
«Non deve dispiacersi. Non provo nulla per la signorina Diana se non ammirazione. Sono sinceramente contento di sapere che diverrà la moglie del signor Teddy Redgrave. Non poteva andare diversamente.»
«Già, non poteva andare diversamente» affermò la signorina Vittoria, con una certa amarezza nella voce. «Spero che un giorno anche lei possa trovare l’amore, signor Leslie.»
«Non ha importanza, nella mia vita c’è altro.»
«Ah, sì?»
«Certo, il mio lavoro...»
La signorina Vittoria ribatté: «Ci sono molti uomini che, pur avendo un’occupazione, prendono moglie. Potrebbe intraprendere questa strada anche lei.»
Laszlo avvampò.
«Non vedo perché dovremmo parlare di questo argomento. Io non le chiederei mai se intende prendere marito.»
La signorina Vittoria sorrise.
«Non mi offenderei per una simile domanda.»
«Allora glielo chiedo: spera di prendere marito, prima o poi?»
«Perché no? Non lo escludo... anche se, ovviamente, non sposerei mai il primo venuto. Se vuole, posso darle qualche indicazione su come immagino il mio marito ideale.»
Laszlo abbassò lo sguardo.
«Mi mette in imbarazzo, signorina Vittoria.»
La Montevecchio non parve particolarmente turbata da quella prospettiva.
«Non rinuncerei alle competizioni per amore. Certo, prima o poi appenderò il casco al chiodo, ma succederà quando sarò pronta per questo. Di conseguenza, il mio marito ideale deve amare le corse. A lei piacciono?»
Laszlo alzò gli occhi. Se Vittoria Montevecchio era così sfacciata, poteva comportarsi alla stessa maniera.
«Le trovo emozionanti, ma non mi sposerei con lei a scatola chiusa solo per questo.»
La signorina Vittoria non si offese. Anzi, rise di gusto e ribatté: «Nemmeno io mi sposerei a scatola chiusa, né con lei né con un altro. Non ha niente da temere, signor Leslie. E poi, non potrei mai prendere in considerazione di sposare un uomo di cui non so pronunciare il vero nome. Come si chiama davvero?»
«Laszlo Halasz.»
«Laszlo Halasz? Suona bene. Da dove viene?»
«Le mie origini sono ungheresi.»
«Come è finito in Inghilterra?»
«Mi ci hanno portato quando ero bambino. Da adulto, non ho potuto fare altro che rimanervi.»
«Le manca l’Ungheria?»
«Non può mancarmi un luogo che non ha mai fatto parte della mia vita.»
«Ha mai sentito parlare di Ferenc Szisz?»
Laszlo non aveva mai udito quel nome.
«No, dovrei?»
La signorina Vittoria gli spiegò: «Fu il vincitore del primo gran premio della storia, che si svolse in Francia nel 1906. Era ungherese d’origine. Ha un conterraneo illustre, signor Hala-... mi scusi, ho dimenticato il suo cognome.»
«Halasz, ma può chiamarmi Leslie, come le ho detto. Se devo essere sincero, lo preferisco.»
«Come mai questa preferenza?»
«Quando mi faccio chiamare Leslie nessuno mi chiede da dove vengo.»
«Ed è un problema?»
«No, ma la mia storia non è così interessante. Raccontarla è solo una perdita di tempo.»
«Lo lasci giudicare a me. Mi dica qualcosa su di lei.»
Leslie scosse la testa.
«Non c’è niente da raccontare su di me, davvero.»
La signorina Vittoria insisté: «Le ho parlato delle mie ambizioni matrimoniali. Non le va proprio di parlarmi delle sue?»
«Come le ho detto, non sto cercando l’amore» replicò Laszlo. «Ho altro di cui occuparmi, che porta via tutti i miei sforzi.» La Montevecchio lo fissava con insistenza, ma cercò di sostenere il suo sguardo. «Questo è tutto ciò che ho da dire, per me il discorso è terminato.»
La signorina Vittoria ribatté: «Questo lo vedremo, perché per me non lo è affatto.»
***
Il mondo venne a scoprire la storia di Vittoria Montevecchio nel peggiore dei modi, quando la sera del 2 giugno, esattamente settant’anni e un mese dopo la sua morte, un’altra donna fu assassinata nello stesso posto, con conseguenti richiami al passato. Nel casolare non vi era più un fienile, sostituito da un ampio ambiente con una lunga vetrata. L’assassino non l’aveva spinta giù alla stessa maniera della Montevecchio, ma era probabile che l’avesse tramortita prima di sollevarla e buttarla giù dalla finestra.
Quella donna rispondeva al nome di Ottavia Mattioli e Oliver era stato l’ultimo a parlarle. L’omicida doveva averla colta di sorpresa mentre era al telefono. In quel momento la giornalista stava affermando che Vittoria Montevecchio non era stata uccisa e che sapeva dove trovare le prove.
Di colpo, tutto era cambiato. A distanza di pochi giorni, Oliver si trovava di nuovo con Edward, Pietro e Dalila. A parte Roberts, tutti avevano avuto a che fare con lei e questo avrebbe potuto provocare spiacevoli conseguenze. Dalila era la più preparata di tutti. Dopo averli accolti in casa, mostrò loro un biglietto, scritto sia in italiano sia in inglese, il quale recitava: “Potremmo essere intercettati. Lasciamo qui telefoni e apparecchi elettronici di qualsiasi tipo, poi scendiamo in giardino”.
Oliver annuì e, senza quasi emettere suono, sussurrò: «Buona idea.»
Si avviarono. Andarono a sedersi intorno al tavolo di legno. Pietro si guardò intorno e domandò, a bassa voce: «Secondo voi siamo al sicuro qui?»
Vista l’occhiata interrogativa da parte di Edward, ripeté in inglese ciò che aveva già chiesto in italiano.
«Sì, a meno che non abbiano ragione quelli che affermano che ci vengano impiantati dei microchip quando facciamo il vaccino dell’antitetanica» rispose Dalila, sempre in inglese, «ma credo che, se così fosse, non riusciremmo a eludere la sorveglianza dei poteri forti. Resta da chiedersi perché i poteri forti dovrebbero desiderare in qualche modo sorvegliarci, ma questo è un altro discorso.»
Pietro azzardò: «Forse perché conoscevamo la vittima di un omicidio?»
Dalila gli ricordò: «Non era così fino a pochi giorni fa, dato che la povera Ottavia non era ancora stata uccisa.»
Olivet suggerì: «Che cosa ne direste, invece di parlare di microchip, di fare il punto?»
«Inizia tu a fare il punto, Fischer» lo invitò Pietro. «Sei tu che hai ricevuto una telefonata da parte di Ottavia e che, di conseguenza, ne dovrai rispondere.»
Oliver si irrigidì.
«Sono già stato interrogato in proposito.»
«E cos’hai detto?»
«Che conoscevo Ottavia per ragioni professionali, ma che non la frequentavo. Mi ha telefonato per un argomento sul quale voleva scrivere, relativo a Vittoria Montevecchio. Non sapevo niente della sua vita privata e lei non sapeva niente della mia, se si escludono i fatti di dominio pubblico, essendo stato sposato con una persona nota.»
«Come hai spiegato il motivo per cui Ottavia si trovava nel luogo in cui è stata assassinata?»
«Non l’ho spiegato. Ho ricevuto una telefonata da lei. Per quanto ne sapevo, poteva anche essere a casa, seduta sul cesso. Ho sentito che chiedeva a qualcuno come fosse entrato, poi è caduta la linea. Mi è stato domandato perché non l’abbia richiamata e perché non abbia dato l’allarme. Ho detto la verità: non conoscevo Ottavia così bene da preoccuparmi. Le parole che le ho sentito pronunciare potevano riferirsi a chiunque, perfino a un cane o a un gatto al quale non era permesso entrare in casa oppure in una specifica stanza. Non mi sembrava il caso di procurare allarme.»
«Ha urlato.»
«Lo so, ha urlato, ma non c’era nulla che io potessi fare. E poi, Dalila si è presentata a casa sua. È stata vista dai vicini e ha appurato che Ottavia non c’era.»
Dalila intervenne: «Cosa che mi ha già provocato diverse rogne. Per fortuna avevo un alibi di ferro...» Si rivolse a Edward: «E per fortuna io e te, Roberts, non siamo mai stati insieme, quindi sei più credibile di quanto non lo siano gli altri due.»
«La fortuna è tutta mia» replicò Edward. «Non sei la mia donna ideale, come puoi tranquillamente immaginare.»
Dalila sorrise.
«Credimi, Roberts, non ne ho l’ambizione. Preferisco essere me stessa, piuttosto che somigliare a Selena. Senza offesa, naturalmente. È solo che è talmente perfetta... io non riuscirei mai a rispettare certi standard ventiquattro su sette.»
«Invece di parlare del fatto che Selena sia perfetta, non potremmo discutere del da farsi?» obiettò Oliver.
Dalila gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Cosa c’è? Te la sei presa per quello che ho detto sulla tua principessa?» gli chiese, in italiano, forse perché Edward non capisse.
Oliver replicò, in tono pacato, in lingua inglese: «Non è elegante parlare davanti a Roberts una lingua che non conosce. Ribadisco che dobbiamo capire cosa fare.»
Edward affermò: «Io domani dovrei partire. Ho intenzione di farlo. Ho già rilasciato le mie dichiarazioni e confermato che eravate tutti con me. Ho una vita.» Guardò Dalila. «Ho una moglie perfetta a cui non piace l’idea che io sia coinvolto indirettamente in un caso di omicidio. Non è la prima volta, ma non ci si abitua mai.»
Oliver precisò: «Nessuno vuole trattenerti. Anzi, mi dispiace molto che tu ti sia ritrovato in mezzo a questa storia.» Sospirò. «Dovevamo solo cercare informazioni su una donna morta settant’anni fa! Non mi spiego come possa essere successo.»
Pietro gli ricordò: «Ottavia Mattioli si trovava sul luogo del delitto e ti aveva appena detto che Vittoria Montevecchio, in realtà, non era stata uccisa. Sosteneva di averne le prove.»
«Se ci pensi bene» rispose Oliver, «quello che è successo è un controsenso. Mi aspetterei piuttosto che chi ha scoperto che una morte accidentale è stata in realtà un omicidio venga soppresso sul posto, prima che possa rivelare a qualcuno la verità. Qui è successo l’esatto opposto: Ottavia è andata sul luogo del delitto, ha affermato di avere le prove che non si trattasse di un delitto ed è stata uccisa. Perché? Che senso ha tutto questo?»
«Non so che senso abbia tutto questo» intervenne Dalila, «ma nel cortile dell’Agriturismo Farfalla Perduta è sepolta un’auto da corsa, o almeno quello che ne rimane. C’era lo stemma di Vittoria Montevecchio. Non risulta che abbia preso parte alla gara avvenuta nel pomeriggio antecedente la sua morte, ma il presunto direttore di gara avrebbe affermato che era stata tolta dalla lista degli iscritti. Non trovate che vi sia una soluzione plausibile?»
«Quale?»
«Rifletti, Fischer. Le corse di quell’epoca erano un’autentica scommessa. Non ci sarebbe stato da stupirsi troppo se fosse accaduto un incidente grave.»
«Ne avremmo traccia. Gli incidenti gravi e i morti erano all’ordine del giorno.»
«Immagina, però, che l’incidente grave sia capitato a qualcuno che non doveva essere lì, che questo possa provocare delle grane. Che cosa fare? Nascondere le tracce potrebbe essere una soluzione sensata. La macchina incidentata è stata portata via, il cadavere è stato rimosso e nascosto. Più tardi, quella notte, è stato gettato giù dal fienile, simulando un omicidio e facendo cadere i sospetti sul maggiordomo inglese, un tizio di cui nessuno sapeva nulla e che poteva essere facilmente messo in mezzo. In tempi non sospetti quello che restava della macchina è stato sepolto lì. Secondo te ha senso, Fischer?»
Oliver annuì.
«Potrebbe avere senso.»
Dalila si rivolse anche agli altri.
«Tu cosa ne pensi, Roberts?»
«È un’idea affascinante, ma non so fino a che punto sia verosimile. Non sarebbe stato più semplice inserire Vittoria Montevecchio nella lista degli iscritti? Nessuno avrebbe avuto modo di dimostrare che, al momento della partenza della gara, non c’era. Era un’epoca in cui tutto veniva scritto su carta.»
«Osservazione interessante. Tu, invece, Pietro? Hai qualcosa da dire?»
Bruni rimase in silenzio piuttosto a lungo, prima di affermare: «Questo significherebbe che mio nonno ha contribuito a falsificare la verità.»
Dalila obiettò: «Tuo nonno era in ospedale.»
«Non lo sappiamo per certo.»
«Tua nonna ha detto che...»
Pietro la interruppe: «Non posso dare per scontato che mia nonna abbia detto la verità, ma soprattutto non posso essere certa che la conoscesse lei stessa. Non ho idea di chi fosse davvero Virginio Bruni. Chi mi dice che non abbia simulato un malore o addirittura la propria morte?»
«Comunque sia, sarebbe ultracentenario adesso» rimarcò Dalila. «Anche se avesse fatto qualcosa di poco chiaro settant’anni fa e avesse simulato la propria morte – cosa non proprio attuabile, nella pratica, per non parlare del fatto che non ne avrebbe avuto ragione – di certo non ha ucciso Ottavia pochi giorni fa.»
«Questo è poco ma sicuro» si intromise Oliver, «ma credo sia opportuno esaminare l’altro lato di questa faccenda: ammesso che Vittoria sia morta in un incidente di gara e che Ottavia sia arrivata a questa conclusione, chi l’ha uccisa e perché? Chi ha interesse a nascondere la verità sulla morte della Montevecchio?»
Pietro lo fissò.
«Domanda interessante, Fischer. In effetti, perché qualcuno dovrebbe volere nascondere che la Montevecchio non è stata uccisa? Sarebbe più sensato che accadesse l’esatto contrario. Per non parlare del fatto che sono passati settant’anni. Chi ha interesse a nascondere, settant’anni dopo, che la verità era un’altra?»
«Un eventuale centenario o novantenne che abbia in qualche modo cancellato le prove» suggerì Dalila, «ma dubito che sarebbe in grado di buttare una persona giù da una finestra.»
Edward suggerì: «Qualcuno che vuole continuare a infangare il nome del maggiordomo inglese.»
«Maggiordomo inglese che forse non usava il vero nome» puntualizzò Pietro, «dato che non ha lasciato tracce, un po’ come se fosse stato un fantasma sia prima sia dopo. E poi, ammesso che qualcuno voglia infamarlo anche al giorno d’oggi, deve trattarsi di una persona dai novant’anni in su, o quantomeno ottantacinque. È difficile che possa commettere un delitto come quello che è appena avvenuto.»
Dalila concluse: «C’è un’altra spiegazione plausibile.»
«Ovvero?» chiese Oliver, che tuttavia stava maturando una certa opinione.
Non si sorprese troppo quando Dalila mostrò di avere la stessa idea: «Un discendente di uno di quelli che hanno coperto la verità non vuole che questa venga alla luce, per proteggere la reputazione di un proprio familiare, probabilmente già defunto.»
Lo sguardo di Oliver incrociò quello di Pietro, che interpretò male quell’occhiata.
«Cosa stai insinuando, Fischer?»
«Cosa dovrei insinuare?»
«Sono il nipote del direttore di gara. Immagino che tu abbia fatto due più due e che ti stia già chiedendo come posso avere ucciso quella donna.»
«Forse faresti meglio a mettere da parte l’immaginazione» puntualizzò Oliver. «Eri con me, quando Ottavia è stata uccisa. Mi sembra chiaro che non puoi essere stato tu a buttarla giù dalla finestra. E poi, chi ti collegherebbe mai a quel Virginio Bruni di cui ormai nessuno ricorda l’esistenza? È un’altra la famiglia a cui appartieni.»
«Vuoi essere tu a stabilire chi sono?» replicò Pietro. «Mi dispiace, Fischer, ma non è così che funziona. Stai attento a quello che fai. Un solo passo falso e vedrai come ti distruggo. Ne ho ancora la possibilità.»
«Sarebbe una perdita di tempo, non credi?» obiettò Oliver. «In fondo, siamo tutti dalla stessa parte. Vogliamo che la verità venga alla luce. Nessuno di noi sta fingendo.» Si rivolse a Edward: «Non vorrei coinvolgerti più di quanto tu lo sia già, Roberts, ma non avresti modo di fare qualche ricerca? I fratelli Redgrave conoscevano bene Vittoria. Non dico che sia facile, ma potrebbe essere una via da percorrere, anche solo se si trattasse di trovare qualche vecchia fotografia o lettera. Qualcuno dei tuoi parenti avrà conservato qualcosa di loro, immagino.»
L’altro non fu particolarmente convinto della sua proposta, ma rispose che avrebbe cercato di fare qualcosa. In compenso, quando tornarono nell’appartamento di Dalila a recuperare i telefoni, questa mostrò loro un messaggio che aveva ricevuto.
“Quando possiamo vederci?” le scriveva Suor Giuliana. “Ho delle informazioni per lei.”
***
Il campanello suonò all’improvviso, mentre Oliver stava lavorando a un articolo su un evento vintage di cui nei giorni successivi sarebbe caduto l’anniversario. Andò alla porta, guardò dallo spioncino e vide Pietro Bruni. L’idea che questo si presentasse a casa sua senza preavviso non lo faceva impazzire, ma gli riconobbe l’attenuante di non volere lasciare tracce. Aprì e gli chiese se volesse entrare.
L’altro scosse la testa.
«Meglio di no, non credi? Con tutte le precauzioni che abbiamo preso...» Abbassò la voce. «Con te non hai niente, vero?»
«No. Ho il telefono in casa, ma credo di essere lontano a sufficienza.»
«Io l’ho lasciato in macchina.»
Oliver uscì, chiuse la porta alle proprie spalle e si allontanò, portandosi verso il centro del cortile, prontamente seguito da Pietro.
Dal momento che questo non stava fornendo grosse spiegazioni, anzi, non ne stava fornendo affatto, volle sapere: «Perché sei qui?»
«Non certo perché sentissi la tua mancanza» rispose Pietro. «Non sono passate nemmeno ventiquattro ore dal nostro ultimo incontro.»
«Purtroppo.»
«Vedo che almeno su questo abbiamo lo stesso punto di vista.»
«Te lo ripeto» insisté Oliver. «Perché sei qui? Dato che sto perdendo tempo a causa tua, mi piacerebbe saperlo.»
«Flavio Bonetti» riferì Pietro, senza dare ulteriori spiegazioni.
«Sarebbe?»
«Il cugino di Vittoria, figlio del suo capomeccanico, purtroppo nato dopo la morte della Montevecchio, ma non si può avere tutto. L’abbiamo incontrato io e Dalila qualche tempo fa. Ho scoperto dove possiamo vederlo stasera, se per te va bene.»
«Incontrarlo?»
«Per caso... dando ovviamente un notevole aiuto al caso.»
«Perché hai bisogno di me?»
«Perché non voglio dare l’impressione di essere andato là appositamente per lui. Farmi vedere in compagnia di qualcun altro potrebbe essere una buona copertura.»
Oliver azzardò: «Perché non porti Dalila con te?»
Quelle parole gli valsero un’occhiata di fuoco e la secca replica di Pietro: «Tu vieni con me, punto e basta.»
«Te lo scordi!»
«Non fare il guastafeste. Secondo me, quel tipo sa più di quanto abbia detto a me e a Dalila. Magari con te parlerà.»
Oliver obiettò: «Non l’ha fatto in presenza di Dalila e dovrebbe farlo con me? Credo di avere meno sex appeal.»
«Flavio Bonetti non è esattamente il tipo a cui interessa la figa.»
«È gay?»
«Non credo. Penso che trovi sessualmente eccitanti soltanto le carte. Tempo fa è andato a Tenerife per partecipare a un importante torneo di poker. Pare abbia avuto ottimi risultati. Stasera gioca in un contesto più ristretto, ma sempre di poker si tratta.»
«Dove?»
«Mi stai dicendo che vieni?»
«Ti sto chiedendo dove gioca.»
«In un pub malfamato del centro. Sai, uno di quei posti in cui l’atmosfera è intrisa di fumo e almeno la metà dei presenti hanno bevuto molto più del dovuto.»
«Non è un posto che fa per me.»
Pietro ribatté: «Per caso hai paura?»
«Paura? Io?» replicò Oliver. «Ho fatto cose ben più pericolose che varcare la soglia di un pub malfamato.»
«Hai risolto casi di omicidio, ma hai sempre avuto a che fare con assassini eleganti. Non credo che stasera ne troverai molti.»
«Di assassini eleganti?»
«Di gente elegante in generale. Credimi, Fischer, sto per portarti in un luogo di perdizione.»
«Temo che tu non sappia niente di luoghi di perdizione. Fumo? Gente ubriaca? Gioco d’azzardo? Temo che tu non abbia visto nulla.»
«Mi stai prendendo per il culo?»
«No. In occasione della mia scorsa indagine sono andato più volte in un posto pieno di contenuti sessuali espliciti... e no, non mi riferisco a un locale di spogliarelliste, quanto piuttosto a un posto in cui c’è una sala in cui i clienti posson-...»
Pietro lo interruppe: «Il fatto che tu vada a puttane non mi riguarda.»
«I clienti non si intrattengono con delle escort, ma con le proprie partner» puntualizzò Oliver, «e non necessariamente a coppie. Threesome, foursome e quant’altro sono permessi.»
«Per caso ci sei stato con Edward Roberts e sua moglie?»
Pietro parve divertito da una simile prospettiva.
«Sì» lo gelò Oliver. «Non posso dire che faccia per me, ma è un’esperienza che difficilmente dimenticherò.»
Pietro spalancò gli occhi.
«Quindi te la scopi sul serio?! Non è soltanto una tua fantasia?»
«Cosa pensi? Che non sappia come si usa il cazzo?»
«Okay, è solo una tua fantasia. Te lo sei inventato.»
«Ti ripeto che so come si usa il cazzo» insisté Oliver. «Il fatto che io abbia un figlio mi sembra una prova.»
«È una prova del fatto che non sei stato capace di tenerlo dentro i pantaloni» ribatté Pietro. «Non ci credo, che tu sia andato in un locale hard con Selena Roberts e suo marito e che abbiate avuto rapporti a tre. Hai detto che eri là per un’indagine.»
Oliver sospirò.
«E va bene, mi hai scoperto. Non sono andato là con quelle intenzioni, anche se abbiamo dovuto impegnarci tutti e tre per non dare nell’occhio. Non c’è stato alcun rapporto a tre nel vero senso della parola, ma c’è stato un contatto decisamente più ravvicinato di quello che solitamente ci si aspetta tra amici.»
«Nel senso che Selena Roberts ha mostrato un paio di peli inguinali stando comunque più coperta di quanto lo sarebbe in spiaggia o in piscina e tu non sei più stato capace di capire nulla?»
«In spiaggia e in piscina è normale vedere certe nudità. Non c’è nulla di particolarmente eccitante nemmeno in un seno scoperto al vento. Là dentro l’effetto è molto diverso... però non ho perso la concentrazione.»
«Com’è andata l’indagine?» volle sapere Pietro.
«Ci sono stati momenti più importanti in altre sedi» rispose Oliver, «e comunque non sono serviti a niente. Il caso si è concluso con un ulteriore omicidio, è stato un enorme fallimento.»
«È per questo che hai deciso di impegnarti in un altro caso?»
«Non doveva esserci un altro caso. Non potevo certo immaginare che Ottavia Mattioli sarebbe stata uccisa.»
«Però Vittoria Montevecchio è comunque stata uccisa – o almeno è quello che credevamo.»
«Settant’anni fa. Era ragionevole aspettarsi che nessuno corresse rischi, al giorno d’oggi. Non potevo avere idea che ci fosse qualcuno in pericolo... e chissà in che modo Ottavia si è cacciata nei guai.»
«Quella donna era ossessionata da Vittoria Montevecchio» rispose Pietro, «al punto da girare con frequenza intorno alla sua tomba, con lo scopo di venire in contatto con persone che provavano un simile interesse. Dalila me l’ha descritta come un’arrivista pronta a rischiare, in nome di uno scoop. Deve avere intuito che ci fosse qualcosa di interessante da portare alla luce. Purtroppo per lei, c’era chi voleva evitarlo... e ha fatto una fine molto spiacevole. Mi dispiace che tu ci sia finito in mezzo.»
«Non importa che fingi di essere solidale nei miei confronti. Ti preferisco quando ti comporti da stronzo.»
«Non sto fingendo. Mi dispiace davvero per te. È vero, sono uno stronzo, ma non fino al punto da augurare disgrazie ad altri. Ti ho perfino difeso quando mia nonna si è augurata che tu morissi prematuramente affinché io potessi riconquistare Dalila.»
Oliver ridacchiò.
«Hai raccontato i fatti miei a tua nonna?»
«Le ho raccontato i fatti miei, non i tuoi» puntualizzò Pietro. «Le ho solo menzionato il fatto che ci fosse un terzo incomodo tra me e la donna della mia vita.»
«Forse dovresti rivedere le tue convinzioni. Hai mai pensato che, se Dalila non vuole stare con te, forse non è davvero la donna della tua vita?»
«E se invece fossi tu a farti educatamente da parte, invece di continuare a ronzarle intorno come hai sempre fatto? La verità è che non hai mai voluto parlare chiaro con lei, né prima che tua moglie morisse, né dopo. Le hai permesso di rimanere aggrappata all’ideale che si è fatta di te, e tutto perché non vuoi ammettere che, se lo cose fossero andate diversamente, ti ci saresti messo insieme volentieri.»
Oliver obiettò: «Abbiamo già fatto questo discorso, mi pare.»
Pietro ribatté: «Qualche istante prima di prenderci a cazzotti. Stavolta non ci sarà Edward Roberts a difenderti, quindi ti conviene darmi ragione.»
«Non ho alcuna intenzione di darti ragione, se dici delle stronzate colossali. Tutto ciò che posso fare è replicare molto pacatamente che non hai capito niente di me. Aggiungerei inoltre che sei venuto qui per chiedermi di andare a stanare il cugino di Vittoria in una specie di bisca. Forse dovremmo soffermarci su questo.»
«Ho detto che è un locale malfamato, non che si tratta di una bisca.»
«Quindi» dedusse Oliver, «il nostro spiacevole off topic è finito. Passi a prendermi tu, stasera?»
«Va bene.»
«A che ora?»
«Alle dieci.»
«Pensavo prima.»
«Hai per caso lo stesso bed time di tuo figlio?» scherzò Pietro.
Oliver lo ignorò.
«Ti aspetto alle dieci, puntuale.»
«Niente telefono» gli ricordò Pietro. «Niente smartwatch o cose del genere. Niente che possa esporci al rischio di intercettazioni. È necessaria la massima cautela.»
«Non è necessario che lo ripeti a ogni istante» mise in chiaro Oliver. «Non sono nuovo a prendere certe precauzioni, anche se finora mi sono dovuto preoccupare soltanto di intercettazioni “non ufficiali”.»
«Ovvero?»
«Non ho mai rischiato di essere sospettato in un caso di omicidio, ma sono stato esposto al rischio che qualcuno mi entrasse nel telefono per spiarmi. Sai com’è, quando dai la caccia agli “assassini eleganti”, corri sempre il rischio che possano hackerarti.»
«Spero che tu non abbia mai avuto niente di compromettente nel telefono» ribatté Pietro. «Non so, cose tipo foto hard di Selena Roberts. Immagino che sia questa la ragione per cui non hai il coraggio di guardare avanti.»
«Le tue considerazioni non richieste stanno diventando ancora una volta estremamente sgradevoli. Credo che faresti meglio a tacere, prima di dire una parola di troppo. Non che tu non abbia già detto niente di inopportun-...»
«Scusami se ti interrompo, Fischer, ma non ho voglia di ascoltare le tue lamentele. Ci vediamo stasera alle dieci e vedi di non farmi aspettare.»
Oliver gli assicurò: «Non dovrai aspettare.»
***
Il campanello suonò alle 21,59. Oliver era pronto. Aprì la porta e accolse Pietro Bruni.
«È un piacere rivederti.»
«Il piacere è tutto mio.»
Oliver uscì. Chiuse la porta a chiave, poi seguì Pietro che si avviava verso il cancello. Poco dopo salirono in macchina.
«Sei pronto per la nostra serata di perdizione?» domandò Bruni.
«Ti ho già detto che non conosci la vera perdizione» borbottò Oliver.
«I tuoi threesome non mi interessano, né credo alla loro autenticità. Dovrai accontentarti della perdizione che ti propongo io. Basta solo che non ti sfondi di alcool come la maggior parte dei clienti.»
«Non c’è pericolo. Sono astemio.»
«Meglio così. Devi parlare con Flavio Bonetti, convincerlo a rivelare particolari scottanti che finora ha tenuto per sé. Spero che non ti dia troppo fastidio il fumo. Gli aspiratori non funzionano molto bene.»
«Hai già fatto un sopralluogo sul posto?»
Pietro chiarì: «Ci sono stato per caso tempo fa.»
Oliver lo informò: «Il fumo mi dà fastidio, ma cercherò di non dargli troppo peso, per il bene della nostra indagine.»
«Farò lo stesso.»
«Perché, dà fastidio anche a te?»
«Da quando ho smesso sì.»
Pietro si allacciò la cintura di sicurezza. Anche Oliver fece lo stesso. Non disse altro, sperando che Bruni rimanesse in silenzio.
La strada non era particolarmente trafficata, furono necessari appena venti minuti per raggiungere la destinazione. Visto dall’esterno, il pub sembrava squallido. Una volta entrato, Oliver realizzò che era addirittura peggio di come se l’era immaginato da fuori.
Pietro andò a sedersi a un tavolo, invitandolo a fare lo stesso. Oliver si accomodò.
«Cosa bevono i pervertiti come te?» chiese Bruni.
Oliver rispose, in tono serio: «Acqua gassata.»
«Wow! Sei un autentico cattivo ragazzo. Devo iniziare a temere per la mia sopravvivenza?»
«Autentico e cattivo forse, ragazzo ormai non più.»
Pietro sorrise.
«L’età è solo un numero.»
Fece un cenno a un cameriere per ordinare da bere.
Questo lo guardò male. Evidentemente non era abituato a clienti che ordinavano acqua anziché costosi drink. Ciò nonostante, tornò poco dopo con una bottiglia e due bicchieri.
Pietro si versò da bere.
«Finiremo per dare nell’occhio.»
«Nessuno ci sta guardando.»
«Siamo gli unici due che bevono acqua, qui dentro.»
«Acqua gassata» precisò Oliver, «bevanda da veri duri.» Si guardò intorno. «Per caso hai idea di dove possa essere quel Flavio Bonetti che stiamo cercando? Non vedo gente che gioca a carte.»
«Per forza, qui dentro c’è buio. Sarà in un’altra sala.»
«C’è un’altra sala?»
«Sì.» Pietro gli indicò una direzione, in maniera molto vaga. «Da quella parte.» Oliver si alzò in piedi. Bruni cercò di trattenerlo: «Ehi, aspetta! Dove stai andando?»
«A curiosare.»
«Così? Senza delineare un piano d’azione?»
«Vado solo a dare un’occhiata.»
Pietro fece per alzarsi.
«Vengo con te.»
Oliver lo trattenne.
«Neanche per sogno.» Indicò la bottiglia. «Bada al nostro drink da veri uomini, per evitare che qualcuno tenti di avvelenarci. Io arrivo subito.»
«Se non torni entro dieci minuti, vengo a cercarti.»
«Non ci metterò tanto, non c’è bisogno che ti preoccupi per me. Se volevi portare una principessa da difendere, potevi venirci con Dalila.»
Pietro obiettò: «Dalila non mi sembra il tipo di donna che vorrebbe essere difesa come una principessa. Secondo me è una di quelle che si lamentano delle fiabe che fanno il lavaggio del cervello ai bambini.»
Oliver replicò: «Si vede che non la conosci bene. Dalila è il tipo di persona che metterebbe fine a un simile dibattito con un “basta parlare di stronzate, parliamo di cose serie, che ai bambini non importa un fico secco di ricavare lezioni di vita dalle fiabe”.»
Senza dare a Bruni il tempo di ribattere, si allontanò. Ciò che vide fu ben lontano dall’essere interessante. In una saletta, infatti, vi erano quattro tavoli ai quali si trovavano i giocatori. Erano quasi tutti uomini dai cinquant’anni in su, alcuni dovevano avere superato anche i sessanta, con l’eccezione di due donne che potevano avere la stessa età della loro controparte maschile.
Oliver ancora curiosando quando, alle sue spalle, una voce femminile gli domandò: «Ti piace il poker?»
«No.»
Si girò a guardare la sua interlocutrice. Era una donna sui trentacinque anni, di media statura, con i capelli castani raccolti in una coda. Portava una camicia larga sbottonata, di colore beige, sotto la quale si intravedeva una canottiera scura, jeans attillati e un paio di décolleté della stessa tonalità della camicia.
Era sicuro di non averla mai vista prima, invece questa lo riconobbe subito: «Oliver Fischer.»
«In persona.»
«Che cosa ci fai qui, a tenere d’occhio i giocatori di poker, se non ti interessa il poker?»
«Passavo. Come fai a sapere chi sono?»
«Ho sentito parlare di te.»
«Non pensavo di essere così famoso.»
La donna accennò un sorriso, prima di informarlo: «Non è questione di fama. Ho lavorato con una persona che ti conosceva. Ottavia Mattioli, hai mai sentito parlare di lei? Non vorrei che si fosse soltanto inventata di conoscerti.»
«Sarebbe difficile non avere mai sentito parlare di lei, non credi?» replicò Oliver.
«Già, purtroppo.»
«La conoscevi bene?»
«Tu?»
«Sono io che l’ho chiesto a te.»
La presunta collaboratrice della Mattioli rimarcò: «Io ti ho chiesto se la conoscevi. Non mi hai ancora risposto.»
«La conoscevo.»
«Bene.»
«No.»
«Io sì... o almeno credo. A proposito, io sono Lucia.»
«Scrivi anche tu o hai collaborato con lei in altri modi?»
«Scrivo. Non mi piaceva molto il suo modo di lavorare, ma a volte bisogna scendere a compromessi. Immagino che sia capitato anche a te.»
Oliver annuì.
«Qualche volta.»
Stava per voltarle le spalle e allontanarsi, ma Lucia lo fermò.
«Chi è quel bel tipo con cui stavi seduto al tavolo poco fa?»
«Bel tipo?» ripeté Oliver.
«Sì, il tuo amico è piuttosto attraente» ribadì Lucia. «Fagli i complimenti da parte mia.»
Oliver era sul punto di ribattere che Pietro non era un suo amico, ma quelli non erano affari che riguardassero la collega della povera Ottavia Mattioni.
«Non mancherò di riportargli un messaggio così importante.»
A quel punto lasciò da parte Lucia e, senza aggiungere altro, tornò al tavolo.
Pietro lo informò: «Stavo per venire a cercarti. Temevo che qualcuno, infastidito dalla tua presenza, ti avesse ucciso e stesse già occultando il tuo cadavere.»
«Spiacente di deluderti, ma sono ancora vivo.»
«Hai visto qualcosa di interessante?»
«Una tizia che ti considera un uomo attraente. Mi ha chiesto se mi piace il poker e mi ha detto che mi ha riconosciuto, avendo lavorato con Ottavia in passato.»
«Fischer, credi anche tu che stiano accadendo un po’ troppe coincidenze?»
Oliver sospirò.
«Inizio a pensarlo.»
«Quella donna sa chi sono?»
«Non mi ha dato questa impressione, ma è molto probabile che mentisse. Come hai detto anche tu, ci sono troppe coincidenze. Secondo me mi ha avvicinato per una ragione ben precisa.»
Pietro annuì.
«Probabile. Di conseguenza, se ci ha visti insieme, deve avere fatto due più due e avere immaginato che siamo sulle tracce di qualcuno o qualcosa.»
«Perché? Non sembriamo due vecchi amici venuti a bere un drink per veri uomini trasgressivi?» Oliver si versò un bicchiere d’acqua. «Quando possiamo avvicinare Bonetti? Mi sembra piuttosto preso dalla partita. Non possiamo andare là e chiedergli se ha un attimo per noi.»
«Immagino di no.»
«Quindi cosa proponi?»
«Una paziente attesa.»
«Potrebbero volerci ore!»
«È forse un problema, Fischer?» replicò Pietro. «Hai qualcosa di così importante da fare?»
«Sai, a un certo orario vorrei andare a casa a dormire, non mi pare un’idea così malsana.»
«In questo momento lo è eccome. Dobbiamo parlare con quel tizio. Mi pareva che fossimo d’accord-...»
Oliver lo interruppe: «Non proprio. Sei stato tu a stabilire tutti i dettagli. Non mi hai lasciato la possibilità di tirarmi indietro.»
«Deciditi, Fischer.» Pietro lo fissò con freddezza. «O stai a casa tranquillo, o prendi parte alla nostra indagine. Non ci sono vie di mezzo.»
Oliver portò il bicchiere alla bocca, senza ribattere.
Pietro continuò: «Qui non siamo nella tua vita privata, dove continui a pensare alla tua cara moglie defunta e a Selena Bernard seminuda in un locale per pervertiti, ma non hai la decenza di allontanarti da Dalila e di lasciarla in pace. Non...»
Oliver agitò il bicchiere, lanciandogli deliberatamente addosso il contenuto. Con una mossa rapida, Pietro si fece da parte. Non schivò totalmente il getto d’acqua, ma riuscì a non trovarsi nell’esatta traiettoria del flusso.
Alzò gli occhi su di lui e, dopo averlo fissato a lungo, affermò: «Non pensavo fossi così audace, Fischer.»
«Io, invece, non pensavo che tu fossi così stronzo» rispose Oliver. «Non fraintendermi, so bene che sei uno stronzo, ma non pensavo che lo fossi così tanto. Adesso sono io che ti metto di fronte a una decisione: o la pianti di fare il coglione, oppure le nostre strade si separano. Vuoi che ti aiuti a scoprire la verità su tuo nonno, qualunque essa sia, o preferisci pensarci da solo senza cavare un ragno dal buco come hai fatto finora?»
Pietro prese un tovagliolo di carta, si asciugò il collo e cercò di fare lo stesso con la camicia.
«Ho già preso la mia decisione e non torno indietro, ma non per questo resterò a guardare mentre ti insinui tra me e la donna che amo. Non ti permetterò di rovinare i miei piani un’altra volta. Spero per te che sia vero che non hai interessi nei suoi confronti, perché altrimenti alla fine rimarrai molto deluso.»
«Sai, Bruni, saresti un personaggio interessante, se non fossi ripetitivo come un disco rotto. Perché non provi a farti avanti con lei, se il tuo scopo è questo? Mi sembra una soluzione migliore che rompere i coglioni a me. Hai così tanta paura che ti dica di no?»
«Ringrazia che dobbiamo parlare con Bonetti, Fischer. Se così non fosse, a quest’ora avresti già fatto una brutta fine.»
***
Udendo un rumore improvviso, Suor Giuliana spalancò gli occhi. Si ritrovò al buio, immersa nel silenzio più totale. Non era successo nulla, non vi erano ragioni per preoccuparsi, doveva essersi trattato di suggestione. Era ancora notte, mancavano ancora ore e ore al momento dell’incontro con Dalila Colombari.
Non poteva negare di provare un’innata simpatia nei confronti di quella donna così sfacciata, anche se credeva fermamente che, alla veneranda età di trentanove anni, fosse ormai ora che abbandonasse quell’atteggiamento così strafottente. Non era quella la ragione per cui aveva deciso di condividere con lei informazioni che fino a pochi giorni prima avrebbe desiderato tenere riservate.
Una persona era morta. Qualunque fosse il mistero che girava intorno alla triste fine di Vittoria Montevecchio, questo non era più qualcosa che appartenesse solamente al passato. Un’altra donna era morta, con una dinamica molto simile. Suor Giuliana non poteva restare indifferente di fronte a un omicidio ed era certa che si potesse dire lo stesso anche della Colombari.
L’incontro era fissato per le dieci del mattino. Dalila si presentò puntuale e, con una mossa degna di lei, la pregò di liberarsi del telefono e di trovare un luogo sicuro in cui parlare. Lo fece mostrandole un foglio sul quale quel messaggio era scritto a caratteri cubitali con un tratto deciso di pennarello.
Se pensava di impressionarla, si sbagliava di grosso. Suor Giuliana afferrò il sacchetto di stoffa nel quale conservava i cimeli da mostrare alla Colombari, dopodiché le ordinò, in tono perentorio: «Venga con me.»
Dalila non se lo fece ripetere due volte. Suor Giuliana uscì dallo stabile e, dopo essersi guardata intorno e accertata di essere al riparo da occhi indiscreti, le indicò il vecchio furgone con il quale si spostava.
La invitò a salire a bordo.
«Ho detto che non sarei stata disponibile tra le dieci e le undici» la informò in seguito. «Abbiamo solo un’ora, quindi non faccia discorsi inopportuni che servono solo a perdere tempo.»
«Io non sono inopportuna» ribatté Dalila, con il suo solito atteggiamento da bambina che vuole infastidire i genitori o gli insegnanti.
Suor Giuliana non replicò. Salì sul furgone e attese che Dalila facesse lo stesso. Non le lasciò nemmeno il tempo di finire di allacciarsi la cintura di sicurezza, prima di accendere il motore.
Quando la Colombari ebbe terminato, erano ormai sulla strada. Suor Giuliana imboccò una via che conduceva lontano dal centro abitato e poi una strada sterrata. Qualche minuto dopo essere partite si trovavano accanto a un campo di girasoli. Solo allora parlò.
«Mi auguro che questo sia un luogo abbastanza sicuro per i suoi standard, Dalila.»
«Direi di sì.»
«Immagino che sappia perché le ho chiesto di vederci.»
«Immagino che invece lei non sappia che conoscevo piuttosto bene la vittima.»
«Oh.»
«Ho avuto una relazione con lei. È stata un fallimento.»
Suor Giuliana non poté fare a meno di replicare: «Come tutte le sue relazioni, del resto.»
Dalila sbuffò.
«Le pare facile condividere tutto con un’altra persona?»
«Immagino di no. Mi auguro comunque che le cose possano funzionare e che un giorno riesca a realizzare quello che per ora è soltanto un sogno.»
«La ringrazio per l’incoraggiamento, ma non sono venuta qui per questo. Che cosa deve dirmi su Ottavia?»
«Non devo dirle niente su Ottavia Mattioli» rispose Suor Giuliana. «Devo parlarle, piuttosto, di Vittoria Montevecchio, argomento che mi sembra interessasse molto anche alla stessa Mattioli. Le ho taciuto un particolare importante, quando ci siamo viste qualche tempo fa.»
«Lo immaginavo. Che cosa le ha fatto cambiare idea?»
«Mi sono informata. Il suo amico Oliver Fischer sta facendo ricerche sulla Montevecchio. Visto quanto mi ha detto di lui, sono abbastanza certa che voglia indagare in tal senso.»
A Suor Giuliana parve che Dalila sussultasse. Non si stupì quando questa si mise sulla difensiva.
«Che cosa vuole da Fischer? Ha qualcosa contro il fatto che io e lui abbiamo avuto un figlio e siamo rimasti solo amici, invece di sposarci? Immagino che per lei sia intollerabile non sistemare le cose con un matrimonio riparatore.»
«Mi risulta che Fischer fosse già sposato, quando ha scoperto di essere il padre di suo figlio, il che non lo renderebbe qualificabile per un matrimonio riparatore» ribatté Suor Giuliana. «In ogni caso, ci sono persone che hanno avuto figli insieme che si odiano. Mi sembra che la sua amicizia con il signor Fischer sia comunque un risultato importante.»
Dalila replicò: «Quindi, secondo l’ottusa mentalità di chi ha trascorso l’intera vita in convento, tutto ciò a cui posso ambire è essere qualcosa di meglio di ciò che è il male assoluto?»
«Non solo lei. Tutti noi possiamo solo cercare di fare del nostro meglio, con la consapevolezza che non raggiungeremo mai la perfezione. Non è questione di mentalità ottusa o di conventi, è la realtà con cui tutti dobbiamo confrontarci. Aggiungo che, se si sente costantemente giudicata, forse è lei che giudica se stessa.»
«Cazzate!»
«La invito a moderare i termini. Mi ritenga pure ottusa, ma non c’è bisogno di essere volgari per esprimere il proprio disaccordo con un’opinione.»
«Me ne sbatto delle sue opinioni. Mi dica perché siamo qui. Che cosa vuole da Oliver?»
«Niente. Io passerò le mie informazioni a lei, che poi deciderà cosa farne. Mi costa molto, ma ritengo sia la scelta più opportuna. Vede, Dalila, sono in possesso del diario di Vittoria Montevecchio.»
La Colombari si girò di scatto a fissarla.
«Che cosa?!»
«Un certo Robbie Redgrave lo fece recapitare a mia madre, accompagnato da una lettera. Vorrei rimanerne in possesso. Se è d’accordo, posso consegnargliene una copia. La legga. Ne parli con Fischer, se lo desidera. Ciò che mi preme è che nessun altro perda la vita. Immagino che quella donna abbia smosso qualcosa. Non le chiedo di emularla. Le chiedo di avere cautela. Se qualcuno sa che cosa successe davvero a Vittoria Montevecchio, che parli. Sono passati settant’anni, ma è doveroso che abbia finalmente giustizia.»
«Non crede che l’abbia uccisa quel maggiordomo inglese? Leslie, mi pare si chiamasse.»
Suor Giuliana la informò: «Laszlo Halasz. Era questo il suo vero nome. Vittoria Montevecchio l’ha scritto sul diario.» Sorrise. «Sa qual è la coincidenza curiosa?»
«Quale.»
«Halasz.»
«Di dove è originario questo cognome?»
«Ungherese, credo. È un termine che si traduce in italiano come “pescatore”. Lo dica al signor Fischer. Magari gli piacerà l’idea di rendere giustizia anche a un suo omonimo.»
«Che cosa scriveva Vittoria su di lui?»
«Era un suo spasimante. Nello specifico, uno di quegli spasimanti ai quali si concede la possibilità di allungare le mani in zone proibite. Un po’ come ha fatto Pietro Bruni con lei, la sera del vostro primo appuntamento.»
Dalila rimase in silenzio a lungo, infine osservò: «Credo che le piaccia accennare a certi argomenti. Vuole che le spieghi che sensazioni si provano? Certo, sarebbe più facile se certe cose le avesse fatte da sola. Potrei spiegarle la differenza quando è qualcun altro a farle, quanto sia imprevedibile il modo in cui muoverà le dita, la velocità, la pressione, se sarà dolce, oppure grezzo, se si limiterà a una carezza molto intima o se sarà come una belva che vuole marcare il territorio...»
Suor Giuliana la interruppe: «Basta così.» La guardò negli occhi. «Smettila, Dalila. Chiudi quella bocca.»
«È la prima volta che mi dà del tu.»
«Ti dispiace?»
«No. Anzi, è il modo in cui mi aspetto che si rivolga a me una suora di una certa età. Lo ritengo appropriato. In fondo io sono ancora giovane.»
«Invece i tuoi discorsi non sono affatto appropriati» mise in chiaro Suor Giuliana. «Sei ancora la ragazzina impertinente che eri un tempo, quella che meritava di essere sculacciata con il metro da sarta ripiegato. Anzi, sai cosa ti dico? Che era una punizione fin troppo blanda per una sfacciata come te.»
«Dice così solo perché nessuno ha mai usato un metro da sarta sul suo fondoschiena. Non dubito che in un ambiente rigido come il convento le punizioni corporali fossero all’ordine del giorno, ma sono sicura che lei fosse talmente brava da riuscire a evitarle. Del resto, non poteva essere altro che una ragazzina perfetta.»
«Ti ho già detto che la perfezione non esiste, Dalila.»
«Adesso, per caso, vuole anche aggiungere che siamo tutti esseri imperfetti, ma è proprio questo che ci rende speciali?»
Suor Giuliana scosse la testa.
«Non mi sento affatto speciale. Mi sento solo umana.»
«Che cosa c’è di umano» obiettò Dalila, «nell’indossare la tonaca e il velo e nel non potere mai perdere il controllo?»
«Che cosa c’è di umano, invece, nel perdere il controllo in maniera animalesca?» replicò Suor Giuliana.
«È obbedire al richiamo della natura.»
«Può darsi, ma anche mangiare, bere o andare in bagno è obbedire al richiamo della natura. Sono abbastanza certa che non consideri nessuna di queste cose come il fulcro della tua esistenza.»
Dalila sospirò.
«Non può capire.»
Suor Giuliana ammise: «Hai ragione. Non posso capire, e nemmeno lo desidero. Non voglio sapere perché la vita erotica di Vittoria Montevecchio ti intrighi quasi di più del suo omicidio.»
Dopo un lungo silenzio, Dalila osservò: «E se non fosse stata uccisa?»
«Cosa vuoi dire?»
«Scriveva tutti i giorni sul diario?»
«Nei periodi in cui lo aggiornava, sì.»
«La sera?»
«Non necessariamente. A volte scriveva la mattina, specie per raccontare i fatti della tarda serata precedente. Però d’abitudine, se aveva scritto in un altro momento della giornata, poi tornava a scrivere anche alla sera.»
«Quando l’ha fatto per l’ultima volta?»
«La mattina del primo maggio.»
«Ma non quella sera?»
«No, nonostante nel pomeriggio abbia disputato una corsa automobilistica, quindi qualcosa di cui parlare ce l’aveva. O almeno, avrebbe dovuto disputarla, se non è cambiato nulla. Perché mi stai facendo queste domande?»
«Non si preoccupi del perché, per ora. Quella gara era per caso il Trofeo delle Due Province, altrimenti noto come Corsa della Polvere?»
«Sì» confermò Suor Giuliana.
Dalila volle sapere: «Nei giorni precedenti è successo qualcosa di strano? Per caso c’era stato qualche problema con l’iscrizione?»
Suor Giuliana rabbrividì.
«Ne sai più di me che ho letto il diario, Dalila?»
«Che cosa vuole dire?»
«Dopo la sessione di qualificazione, Vittoria ha scoperto di non risultare iscritta all’evento. È servito l’intervento di uno dei suoi meccanici e di una cronometrista francese, per sistemare il tutto.»
«Interessante. Sa cosa le dico? Che ha ragione: chi se ne frega della vita erotica della Montevecchio! Non c’entra quel Laszlo, ne sono sicura. La morte di Vittoria ha a che vedere con la sua mancata iscrizione.»
«Se è così, scoprilo. Leggi il diario, leggi la lettera di Robbie Redgrave, coinvolgi Fischer, che di certo non si tirerà indietro... Fai tutto quello che è in tuo potere affinché la verità sull’amica di mia madre venga alla luce.»
«Sì, Suor Giuliana» fu la replica decisa di Dalila. «Può contare su di me.»
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