domenica 19 luglio 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (4/15)

OPENING IV

Una vecchia scatola di latta, ammaccata dal peso dei decenni, custodiva i pochi ricordi che la figlia di Gualtiero e Diana Bianchi possedeva dei genitori. Era molto piccola, quando li aveva persi. Si stavano recando a fare visita a un parente quando vi era stato un serio incidente. Diana era morta sul colpo, mentre Gualtiero era rimasto gravemente ferito. Estratto ancora vivo da quello che restava della carrozza del treno, figurava tra i nomi di chi era stato condotto nel più vicino ospedale. Non era stato sufficiente a salvarlo, era deceduto l’indomani senza mai essersi ridestato dallo stato di incoscienza.
La figlia dei coniugi Bianchi non rammentava molto di loro. Possedeva qualche fotografia. Negli scatti, i genitori erano ritratti con pose formali, che stridevano almeno in parte con i ricordi accumulati nei suoi primi quattro anni e sette mesi di vita. La figlia di Gualtiero e Diana Bianchi era cresciuta considerando come membri della propria famiglia la Madre Superiora e le altre consorelle. Aveva conosciuto soltanto la vita monastica e aveva finito per prendere i voti. Non se ne era mai pentita. Non riusciva a immaginare un’altra se stessa.
Nonostante la lontananza abissale da quei primi quattro anni e sette mesi, aveva sempre fatto di tutto per conservare la memoria dei Bianchi. Purtroppo, non le era rimasto molto di Gualtiero. C’era di più, invece, di Diana. Ogni tanto, quando sentiva la necessità di immergersi nel passato, quella che un tempo era stata la più piccola di casa Bianchi apriva la scatola di latta e si lasciava trasportare dai ricordi.
Ciò che la colpiva di più, ma al quale per decenni non aveva saputo dare un significato, era il diario. Non era di sua madre, quanto piuttosto di tale Vittoria Montevecchio. Dagli accenni che si trovavano occasionalmente tra le pagine, doveva essere stata un’amica di Diana. Non che per la figlia di costei fosse facile immaginare la madre come intima conoscente di una donna che aveva cercato di farsi strada nelle corse automobilistiche, ma così doveva essere stato.
Insieme al diario, vi era anche la lettera, scritta in due versioni, da due grafie diverse: in inglese, da un tratto molto deciso, con piccoli accumuli d’inchiostro, come se la foga dell’autore rischiasse costantemente di spezzare la punta della stilografica, e in italiano da una grafia più fine, ma non eccessivamente elegante, forse quella di una segretaria con l’esigenza di essere pratica. Era molto probabile che la missiva fosse stata tradotta in lingua italiana da una persona inglese.
Scritta in entrambe le versioni su carta azzurra, che con il tempo era andata a ingiallirsi, spiegava le ragioni per cui Diana Bianchi fosse venuta in possesso del diario della Montevecchio.




Redgrave Manor, 15 maggio

Gentile signorina Diana,
o per meglio dire signora Bianchi, come credo sia adesso il Vostro nome, Vi scrivo, dopo il mio ritorno in patria, per informarvi che alla fine del mese corrente mi recherò nuovamente in Italia e, nello specifico, nella città di Mantova. Riterrei opportuno incontrarvi, non per invadere i Vostri spazi personali, quanto piuttosto per consegnare a Voi il diario della nostra comune amica, la signorina Montevecchio, tristemente scomparsa tredici giorni fa a seguito di un fatto sul quale credo che le Autorità del posto stiano ancora investigando.
Come ho avuto modo di riferirvi quando ci siamo fugacemente incontrati alla cerimonia funebre, ritengo vi siano dei punti oscuri che temo non verranno mai del tutto chiariti. Cercherò di spiegarvi, in breve, in questa lettera, le questioni sulle quali non ho potuto dilungarmi in quella circostanza, in quanto sono convinto che riguardi indirettamente anche Voi. Non fraintendetemi, sono consapevole che la Vostra vita di un tempo non abbia più effetto alcuno sul Vostro presente, ma è giusto informarvi, nel caso in cui la Vostra amica Vittoria non l’avesse fatto, che condivideva le stesse Vostre perplessità di fronte alla sventurata morte di mio fratello Teddy.

Spero non Vi offenda una considerazione che ritengo doverosa. Siete perfettamente al corrente delle tensioni esistenti tra me e il povero Teddy, durante gli ultimi mesi della sua vita, quindi è probabile che vi stiate domandando perché adesso stia parlandovi di lui.
La verità è molto semplice: non smisi mai di nutrire nei confronti del mio amato fratello un affetto che nessun litigio o nessuna polemica potrà mai placare. Seppure non sia completamente persuaso dei Vostri sospetti, né di quelli della signorina Vittoria Montevecchio, gli ultimi accadimenti mi hanno portato ad aprire gli occhi e a chiedermi se non abbia inconsciamente ignorato una potenziale verità che non sarei stato in grado di affrontare.
Ciò che avete affermato, ovvero che la morte di mio fratello sia stata archiviata in maniera troppo freddolosa, è vera. Purtroppo, a causa delle nostre tensioni, non mi confidò mai le preoccupazioni che, a quanto ho appreso, lo tormentavano in quelle ultime settimane. Se ne fossi stato al corrente, non dubito che avrei avuto un differente approccio, invece di limitarmi ad affermare che, nelle corse, gli incidenti sono la normalità.
Non vorrei apparire troppo cinico, né dare l’impressione di affermare che non vi fossero altri possibili finali per Teddy, ma ribadisco che per me non sussisteva ragione per credere che la sua morte fosse stata altro che una tragica fatalità. Negli ultimi giorni della signorina Montevecchio, ho avuto modo di apprendere che costei guardava la situazione da una prospettiva molto differente.

Vista la brevità della nostra conversazione in occasione dei funerali, non sono al corrente di quanto vi avesse rivelato la signorina Montevecchio. Ritengo probabile che vi avesse tenuto all’oscuro di tutto, visto che ormai vi eravate allontanata dopo avere contratto matrimonio con il signor Bianchi.
La nostra comune amica Vittoria aveva maturato la convinzione di volere scoprire qualcosa di più a proposito delle circostanze che avevano condotto mio fratello alla morte. Venuta a conoscenza del fatto che la Scuderia Saetta Cremisi avrebbe disputato il Trofeo delle Due Province, invitò presso il proprio casolare un uomo che presentò come il “signor Leslie”. Costui si trovava a casa della signorina Montevecchio nelle settimane precedenti la gara, ufficialmente con il ruolo di domestico. Non mi è stato possibile approfondire del tutto quale fosse l’intenzione della signorina Vittoria. Anche lo stesso “Leslie” non è stato molto esplicito in merito. Nonostante ciò, sono giunto alla conclusione che la sua presenza fosse legata al tempo che questo aveva trascorso lavorando per Teddy.
La signorina Vittoria Montevecchio era convinta di potere incontrare qualcuno che sapesse illuminarla sulle cause dell’incidente di mio fratello e desiderava che colui che gli stava vicino nei suoi ultimi mesi di vita fosse presente. Sono convinto che avrei continuato a credere che si stesse lasciando andare a fantasie incontrollate, se non fosse stato per gli accadimenti di cui Voi stessa siete, almeno in parte, al corrente.

Lasciate che Vi illustri i fatti. Vittoria Montevecchio guidava l’autovettura numero 32, con una piccola squadra composta da suo zio nel ruolo di capomeccanico e da altri due individui.
L’ho incontrata nel pomeriggio di domenica 29 aprile. In quella giornata veniva disputata una sessione non cronometrata. Sembrava tesa, ma ho attribuito il suo stato d’animo al fatto che avesse conversato con il signor Valenti. Tra i due si è innescata una spaccatura insanabile l’anno passato, quando io e la signorina Montevecchio eravamo compagni di squadra. La reazione di Vittoria alla tragedia di Le Mans, della quale immagino sarete abbondantemente informata, è stata – secondo il parere di Valenti – troppo emotiva, al punto da spingerlo a decidere di allontanarla.
In quella giornata non è accaduto niente che valga la pena di rievocare, solo prove non cronometrate e uno scontro tra la signorina Montevecchio e il signor Valenti rimasto entro i limiti della civiltà. Per l’indomani, invece, era prevista la sessione cronometrata, che avrebbe delineato la griglia di partenza della gara. È proprio in quella giornata che è accaduto l’impensabile: molto tempo dopo il termine della sessione, quando sono stati annunciati i risultati, la signorina Montevecchio non era indicata né tra i corridori qualificati, né tra quelli che avevano mancato la qualificazione. Il signor Ronchi, uno dei meccanici della signorina, ha iniziato a dare in escandescenze, inveendo contro il direttore di gara, il quale ha confermato che non vi era alcuna automobile numero 32 nell’elenco degli iscritti. La nostra amica Vittoria ha replicato di avere pagato regolarmente la quota per l’iscrizione e, in effetti, risultava che avesse corrisposto la somma di denaro richiesta.
È seguita una fase di stallo piuttosto lunga, nella quale una cronometrista francese, la signorina Josephine Arquette, ha affermato di conoscere un tempo fatto registrare dalla signorina Montevecchio. Questo coincideva in maniera ragionevole con quello in possesso della squadra Bonetti, pertanto Vittoria Montevecchio è stata ammessa alla competizione.

Non mi è chiaro, in alcuna maniera, che cosa sia accaduto nel pomeriggio di martedì. Il giorno della gara, la signorina Montevecchio era accompagnata dal signor Ronchi e dall’altro meccanico. Suo zio era assente, in quanto si era recato a un funerale nei pressi di Bologna.
Vista la faccenda poco chiara della mancata iscrizione, era stata ammessa alla gara a condizione che partisse dall’ultima posizione. Poco prima della partenza l’ho incontrata e abbiamo scambiato qualche parola. Sembrava abbastanza tranquilla. Non l’ho mai più vista, dopo quel momento. Ho insistito per consultare i verbali della gara, per scoprire che cosa ne fosse stato di lei. Il suo nome non era menzionato, così come non era presente il numero 32. Ho insistito per capire che cosa le fosse successo. Secondo il direttore di gara, si era ritirata per un guasto meccanico già nel corso della prima tornata. Ronchi è stato piuttosto evasivo, quando gli ho chiesto spiegazioni. Parla soltanto l’italiano e non mi è stato molto a sentire, nonostante la signorina Arquette sia intervenuta in mio soccorso cercando di fare da interprete. Tutto ciò che posso affermare è che, dopo la competizione, non ho visto traccia né della signorina Montevecchio, né tantomeno dell’automobile che guidava. Nessuno sembrava particolarmente preoccupato, a parte il signor Leslie.
Ciò che è accaduto successivamente ha dell’incredibile: pare che, quella sera, quattro uomini si siano trovati presso il casolare della nostra amica vittoria per giocare a poker. Si sono lasciati trasportare a sufficienza da essere ancora sul posto quando è calata la notte. Nelle prime ore del 2 maggio, le urla di Vittoria Montevecchio si sarebbero innalzate dal fienile. I quattro avrebbero visto la signorina precipitare a terra. Due di questi avrebbero cercato di soccorrerla, mentre gli altri due si sarebbero recati verso la casa nella speranza di individuare l’aggressore.
Vittoria Montevecchio avrebbe riportato ferite fatali. A seguito della testimonianza dei quattro – il direttore di gara, il meccanico Ronchi, un corridore di nome Pinardi e un quarto soggetto dal quale sono rimasto molto meravigliato – le Autorità si sono concentrate sul ruolo del misterioso signor Leslie.

Non temete per lui. Sono certo che non avrebbe mai fatto del male alla signorina Montevecchio. Ho cercato di aiutarlo, per evitare che si trovasse in un guaio serio. In cambio della mia “complicità”, mi ha aiutato a introdurmi nel casolare. Ho trafugato il diario della nostra amica, convinto che fosse la soluzione migliore. Voi non avete alcun legame con i fatti accaduti due settimane fa. Sono certo che siate la persona più adatta a custodirlo.
Sarò ben lieto di spiegarvi a parole tutto questo, quando ci incontreremo dal vivo. Nell’attesa che arrivi quel momento, Vi porgo i miei più distinti saluti.

il Vostro amico
Robbie Redgrave




La figlia di Diana Bianchi, vecchia amica di Vittoria Montevecchio, sorrise con amarezza, notando come la lettera fosse stata scritta esattamente settant’anni prima. Chissà come, quel lungo messaggio divenne il suo chiodo fisso. Nonostante cercasse di scacciarlo, questo tornava, accompagnato dal diario, che più di una volta si sarebbe ritrovata a sfogliare nei giorni a venire.
Fece qualche ricerca sulla Montevecchio. Subito dopo il suo anniversario di morte si era narrato della misteriosa persona che la sera del 2 maggio si aggirava intorno alla sua tomba. Bastava poco per apparire misteriosi. Del resto, chi voleva vedere qualcosa di insolito non faticava a immaginarselo.
Non che le allusioni in merito fossero più così tante tante, bisognava andarle a cercare. La figlia di Diana Bianchi non aveva dubbi: presto Vittoria sarebbe caduta nel dimenticatoio e non si sarebbe più discusso di lei fino al mese di maggio dell’anno successivo.
Solo una ristretta cerchia di persone si sarebbe curata del fatto che fosse esistita e proprio una di queste si sarebbe messa in contatto con lei nel bel mezzo di uno di quei giorni. Era mercoledì ed erano le due del pomeriggio passate da pochi minuti. La figlia di Diana Bianchi stava leggendo per l’ennesima volta il resoconto delle spese. Le cifre che svettavano in nero sul bianco imperfetto della carta riciclata non le piacevano affatto. L’indomani, al mattino, avrebbe dovuto presenziare a una riunione che si preannunciava molto complessa. Sapeva quale sarebbe stato il responso: l’aumento della retta, che avrebbe impattato sulle famiglie. Avrebbe combattuto strenuamente per evitarlo, ma non sarebbe servito.
Sbuffando, allontanò le carte. Proprio in quel momento squillò il telefono. La tuttofare che, al piano di sotto, si improvvisava all’occorrenza centralinista la informò: «Sono in linea con una donna che chiede di lei con insistenza. Mi è sembrata anche un po’ maleducata. Devo passargliela?»
Era possibile che qualcuno la stesse cercando per la faccenda da discutere il giorno successivo?
«Di chi si tratta?»
«Non lo so. Mi ha detto solo un nome. Non ho capito di chi si tratti.»
«E quale sarebbe questo nome?»
«Colombari. Ha detto di essere la signorina Colombari.»
«Oh.»
La figlia di Diana si rese conto di non essere particolarmente spiazzata da una simile risposta, per quanto non avesse la più pallida idea del perché la signorina Colombari la stesse contattando. Non sarebbe servito molto per scoprirlo.
L’improvvisata centralista suggerì: «La liquido con una scusa?»
«No, affatto. Me la passi immediatamente.»
«Come vuole.»
La figlia di Diana non poté fare a meno di accennare un sorriso, di fronte alla scarsa convinzione con cui la sua richiesta fu accontentata.
Rimase in attesa che la telefonata venisse trasmessa al suo interno, infine accolse colei che la stava chiamando: «Buon pomeriggio, signorina Colombari. A che cosa devo questo onore?»
Dall’altro capo del telefono, Dalila parve esitare.
«È lei, Suor Giuliana?»
«In persona.»
«Meno male che mi ha risposto! Ho bisogno di parlarle con una certa urgenza. Ho provato a chiamarla sul cellulare, ma senza successo.»
«Sto lavorando, signorina Colombari.»
«L’avevo immaginato. Per questo l’ho chiamata direttamente qui. Non la disturbo, vero?»
Suor Giuliana ribatté: «Questo glielo dirò dopo. Se ha bisogno di parlarmi “con urgenza”, posso immaginare che non sia per comunicarmi che si sposa, o che è in attesa di un altro bambino. Sono notizie importanti, ma non l’avrebbero spinta a chiamarmi qui, avrebbe tranquillamente atteso. Che cosa vuole?»
Seguì una breve pausa, infine Dalila Colombari affermò: «Devo parlare con lei di una persona che è stata uccisa.»
Suor Giuliana osservò: «Credo sia l’unica persona al mondo che può uscirsene con una richiesta simile parlando in tono così calmo. In che guaio si è cacciata stavolta?»
Aveva conosciuto Dalila Colombari qualche anno prima, quando era impegnata in un’indagine non ufficiale sulla morte di un giornalista sportivo per il quale aveva lavorato in passato. Naturalmente aveva corso rischi che la maggior parte delle persone avrebbe volentieri evitato. Ciò non significava che fosse sprezzante del pericolo. Anzi, l’impressione che Suor Giuliana ne aveva ricavato era che la Colombari fosse disposta a rischiare soltanto quando riteneva che ne valesse davvero la pena. In seguito era stata coinvolta in un ulteriore caso di omicidio, nel quale era stata esposta a un pericolo di gran lunga superiore a quello della volta precedente, ma anche in quell’occasione era stata spinta dalla volontà di inseguire una giusta causa.
Dietro alla sua immagine spregiudicata e talvolta un po’ troppo sfacciata vi era molto di più, e il caso di omicidio al quale alludeva risaliva a talmente tanto tempo prima da non apparire come un rischio. Dalila Colombari, infatti, pronunciò un nome che proveniva dal passato: «Vittoria Montevecchio.»
«Oh.»
«Non mi chiede chi fosse, Suor Giuliana?» azzardò Dalila Colombari.
«Non vedo perché dovrei chiederglielo. Stiamo parlando di un personaggio noto.»
«A condizione di sapere qualcosa a proposito delle corse automobilistiche di settant’anni fa. Non mi aspettavo che una suora provasse interesse per un simile argomento.»
Suor Giuliana sospirò.
«Vedo che non le è passata la passione per il girare intorno alle cose, invece di andare dritta al punto. Ricordo ancora l’occasione del nostro primo incontr-...» Si interruppe. «Non ha senso rivangare il passato adesso, perderemmo soltanto tempo e, non si offenda, me ne sta già facendo perdere abbastanza lei, signorina Colombari.»
«L’ultima volta in cui ci siamo viste mi chiamava Dalila.»
«Ha ragione, Dalila. Adesso, però, venga al sodo: che cosa posso fare per lei? Come può facilmente immaginare, non sta né in cielo né in terra il fatto che lei mi chiami presso il centro nel quale faccio volontariato per parlarmi di Vittoria Montevecchio... a meno che, ovviamente, non abbia una ragione ben precisa per farlo. È palese che ce l’abbia. La esponga, dunque. Credo sia la soluzione più semplice per entrambe.»
La Colombari ribatté: «Potrei avere scelto di parlarne con lei per la fiducia che ripongo nei suoi confronti.»
«Non mi prenda in giro, Dalila. Nel caso la cosa le sfugga – e non le sfugge, perché mi ha contattato proprio qui – presto servizio presso una casa di cura. Ritiene che non abbia niente di più importante da fare che stare a sentire le sue chiacchiere?»
«Non mi prenda in giro lei, piuttosto. So bene che la ragione per cui sa chi fosse Vittoria Montevecchio non è quella che ha cercato di propinarm-...»
Suor Giuliana la interruppe: «Vedo che la sua sfacciataggine rimane immutata. Non credo che sarebbe durata molto a lungo, in convento.»
«Infatti la suora è lei, io sono una fotografa. A proposito, mi dispiace che ci sia finita così presto, in convento.»
«Cosa vuole dire?»
«Che sono al corrente delle sue vicissitudini passate. Mi dispiace per la perdita che ha subito quando era bambina e per il fatto che nessuna famiglia l’abbia adottata.»
«Così è la vita.»
«Magari, se le cose fossero andate diversamente, tutta la sua esistenza sarebbe stata diversa.»
«Se si sta rammaricando perché mi sono fatta suora, le assicuro che non mi sono mai pentita della strada che ho intrapreso... e che, da parte mia, non sto insinuando che per lei sia stato un errore diventare fotografa.»
Seguì un lungo silenzio. Suor Giuliana sperò che Dalila provasse almeno un po’ di imbarazzo per certe sue considerazioni non richieste. Conoscendola, non era troppo probabile che si rendesse conto di quanto quel comportamento fosse inappropriato. Del resto, una persona come la Colombari o la si amava o la si detestava con fermezza. Suor Giuliana aveva scelto di apprezzarla – o forse era stata la fotografa a saperla conquistare.
«Parlando di cose serie» disse infine Dalila, «come le ho spiegato, sono venuta a conoscenza del fatto che lei sia una discendente diretta di una cara amica di Vittoria Montevecchio. Mi piacerebbe parlarne con lei di persona. Posso venire a trovarla?»
«Mi farebbe molto piacere se lei venisse a trovarmi, Dalila» ammise Suor Giuliana, «ma non vedo perché dovremmo discutere di Vittoria Montevecchio. Quella povera donna morì in circostanze misteriose settant’anni fa, ovvero molto tempo prima della mia nascita. Non so...» Si interruppe. Stava per aggiungere un “non so niente di lei” che sarebbe stato piuttosto stonato, considerando che aveva letto e riletto certi passaggi del suo diario. Si corresse: «Non so se sia il caso.»
«Le assicuro che lo è» insisté Dalila. «Mi è successa una cosa molto strana... ero con un mio caro amico, o per meglio dire, con un uomo che ho frequentato in passato. Quella cosa strana riguarda Vittoria Montevecchio.»
Il fatto che la faccenda prevedesse la presenza di un uomo con il quale Dalila aveva avuto una relazione mutava radicalmente le circostanze. Non che la questione di Vittoria Montevecchio potesse davvero riguardare la Colombari, ma a Suor Giuliana non sarebbe dispiaciuto vederla sistemata. Era chiaro che Dalila avesse sempre desiderato l’amore, magari una sorta di indagine insieme al suo spasimante poteva essere la svolta giusta per lei. Solo ed esclusivamente per quella ragione, decise di incoraggiarla: «Vediamoci, quando riesce a venire a trovarmi.»
«Questo sabato?» azzardò Dalila.
Mancavano soltanto tre giorni.
Suor Giuliana confermò: «Questo sabato.»
Dalila esclamò, con un’evidente eccitazione: «La ringrazio! Sapevo che non mi avrebbe detto di no!»
Un amminimento era d’obbligo: «Aspetti, prima di esserne così felice. Si ricordi che non so ancora in che modo sia convinta che Vittoria Montevecchio la riguardi. Non sono ancora sicura di approvare le sue intenzioni.»
«Ha tempo per ascoltarmi qualche minuto?» volle sapere la Colombari.
«Se fosse andata diretta al punto» sentenziò Suor Giuliana, «ormai l’avrei già ascoltata. Però mi dica, posso fare lo sforzo di ascoltarla ancora per qualche minuto, come mi chiede.»
«Grazie. Tutto è iniziato il primo giorno del mese. C’era un matrimonio, quel pomeriggio. Io dovevo scattare le foto.»
«Non sapevo che si occupasse di cerimonie, adesso.»
«A quanto pare. Il ricevimento nuziale si svolgeva all’Agriturismo Farfalla Perduta. Immagino che il nome non le dica niente, ma il posto è ricavato da un casolare. In quel casolare, un tempo, abitava Vittoria Montevecchio. Era la vigilia del suo anniversario di morte, che immagino lei conosca molto bene.»
Suor Giuliana si irrigidì. Era possibile che Dalila sapesse che, dopo avere guidato per ore un furgoncino malmesso, si era recata al cimitero a visitare la tomba dell’amica di sua madre? Decise, almeno per il momento, di ignorare quell’aspetto.
«Immagino che sia stato piuttosto evocativo.»
«In un certo senso. All’agriturismo ho incontrato Pietro Bruni, della famiglia Forti. Le ho parlato di lui, in passato.»
«Sì, quel bell’uomo che le ronzava intorno in passato.»
«Proprio lui. Mi ha parlato di una leggenda che riguarda il fantasma della Montevecchio... e potrei perfino averlo visto!»
Suor Giuliana non sapeva se ridere o piangere.
«Dalila, posso dirle una cosa, senza che si offenda?»
«Certo.»
«Non pensavo che qualcuno un giorno mi avrebbe confidato di pensare di avere visto il fantasma di un’amica di mia madre morta settant’anni fa. Però, dato che è successo, non mi stupisce affatto che sia stata proprio lei a raccontarmi una cosa simile!»
Dalila aggiunse altri dettagli, con un racconto a tratti sconnesso. Quando terminò, Suor Giuliana non poté fare a meno di giungere a una conclusione: quella donna non avrebbe mai desistito e, qualsiasi cosa si fosse messa in testa di fare, l’avrebbe portata a termine. Non restava che incontrarla di lì a un paio di giorni.

***

I minuti passavano senza che la sala si riempisse. Sul grande schermo andavano già in onda trailer e pubblicità. Dalila guardò indietro. Oltre a lei e a Mirella erano presenti soltanto una mezza dozzina di altri spettatori.
«Non c’è nessuno» borbottò. «Sei così sicura che il film che hai scelto sia così eccezionale?»
Mirella ribatté: «Non te lo posso assicurare dato che non l’ho ancora visto, ma le anteprime sono tutte positive.»
«In sintesi, sarà una grandissima rottura.»
«Non dire assurdità, Dalila.»
Il tono perentorio con cui pronunciò quell’affermazione le fece rimpiangere i tempi in cui la direttrice dell’Agriturismo Farfalla Perduta la chiamava “signorina Colombari” e le dava del lei.
«Dipende tutto dai gusti che abbiamo in fatto di film» si difese. «Evidentemente ci piacciono cose diverse.»
«E sarebbe un impedimento?»
«Un impedimento a trascorrere una serata piacevole? Non necessariamente.»
«Sai bene che non mi riferisco a questo» replicò Mirella. «Credi che non l’abbia ancora capito?»
«Che cosa?»
«Che sei consapevole di quello che provo.»
Dalila si irrigidì.
«Ci conosciamo da tre settimane. È la seconda volta che usciamo. Siamo andate al cinema la settimana scorsa, limitandoci a guardare il film, e adesso ci siamo tornate. Affermare di provare qualcosa non è forse esagerato?»
«Forse per te che ti sei adeguata alle convenzioni sociali, che hai messo al mondo un figlio e che non disdegni la compagnia degli uomini» borbottò Mirella. «Non credi che il genere maschile sfrutti da sempre quello femminile? Non ti viene voglia di ribellarti e affermare te stessa?»
Dalila sbuffò.
«Senti, Mirella, sarò molto chiara: non me ne frega un fico secco di queste chiacchiere. Io non prendo ordini da nessuno, uomini o donne che siano. L’uomo medio è attratto da me, la donna media tendenzialmente no, e non solo dal punto di vista sentimentale o sessuale. Questo mi ha spinta in certe direzioni, in passato, e non mi pare che siano affari tuoi.»
«Resta anche il fatto che tu sia attratta dal fascino dell’uomo medio. Ritieni che la società ti consideri più accettabile accanto a un uomo che a una donna e di conseguenza non fai nulla per allontanarti da quello che ritieni il percorso stabilito.»
«Attratta dall’uomo medio? Neanche per sogno. Gli uomini con cui sono stata erano superiori alla media, o quantomeno li vedevo come tali. Lo stesso discorso si applica alle donne.»
«Resta la societ-...» insinuò Mirella, ma Dalila la interruppe senza troppi complimenti.
«La società è un concetto generico, del quale mi importa poco e niente. Tutto ciò che voglio è essere riconosciuta come persona e non come parte di una coppia, cosa che chiunque mi veda solo ed esclusivamente come una potenziale partner solitamente non fa.»
«Sei bella, Dalila. Gli uomini ti sessualizzano.»
«E tu fai troppe chiacchiere, Mirella. Non penso di essere il tuo tipo di donna.»
«Non c’è un tipo di donna che prediligo. Sei arrivata tu e non posso negare che tu mi piaccia tanto.»
Dalila rifletté. Mirella parlava con un tono piuttosto convincente. Sulla carta, avrebbe dovuto fidarsi delle sue parole. In realtà, però, la direttrice dell’Agriturismo Farfalla Perduta dava l’impressione di volerle vendere qualcosa, piuttosto che di provare genuino interesse nei suoi confronti.
«Guardiamo il film poi ne parliamo, va bene?»
Mirella annuì, borbottando tra i denti: «Va bene.»
Non ne parlarono affatto: la pellicola finì molto tardi. Dal punto di vista di Dalila, la sua visione fu una perdita di tempo notevole, ma preferì lasciar credere a Mirella che il film non le fosse dispiaciuto.
Dopo averla salutata, andò a casa. Per l’ennesima volta si ritrovò a chiedersi se avesse sbagliato qualcosa. La maggior parte delle sue relazioni sentimentali, vere e proprie o soltanto accennate che fossero, era stata un errore, al punto da portarla a chiedersi se avrebbe mai potuto trovare una stabilità. Sentiva, però, che questo non derivasse da ciò che era. Non credeva alle stupide storielle secondo cui le donne si legavano agli uomini perché da bambine venivano sommerse da fiabe in cui la protagonista sposava il principe azzurro, risultandone irreparabilmente condizionate. Venivano sommerse, allo stesso tempo, da guerriere giapponesi dai capelli di colori strani, da robot spaziali e da animali parlanti, ma non per questo ambivano a trasformare la propria vita in un cartone animato, perché mai avrebbero dovuto fare eccezione proprio per le fiabe, tanto più che, una volta cresciute, provavano per esse soltanto il disinteresse più totale?
Mirella non aveva capito niente di lei. Tacciandola di avere avuto troppi uomini, poco importava che la maggior parte di loro avesse determinato in prima persona la fine della relazione, non si discostava troppo da quella “società” di cui tanto parlava. Anzi, era molto più chiusa di quella fetta di società con la quale Dalila, nata da una relazione extraconiugale, aveva avuto a che fare fin dall’infanzia.
In più, restava l’attaccamento che millantava nei suoi confronti. Per quanto Dalila non escludesse l’attrazione a prima vista – l’aveva provata lei stessa nei confronti di Pietro – restava il fatto che, la sera del matrimonio, Mirella Pinardi non l’avesse degnata di uno sguardo. La storia del cinema e il fatto che Dalila le piacesse erano venuti fuori soltanto dopo la prima menzione a Vittoria Montevecchio.
Scacciò quei pensieri, si preparò per andare a letto e scivolò in fretta nel sonno. L’indomani attese che Mirella si mettesse in contatto con lei, ma ciò non accadde.
In tarda mattinata, Dalila mise un cartello sulla serranda dello studio, avvisando che al pomeriggio sarebbe stata assente, ma che avrebbe ugualmente risposto a eventuali chiamate o messaggi. Pranzò presto. Nel pomeriggio doveva recarsi da Suor Giuliana.
Si erano incontrate per la prima volta quando Dalila dava la caccia a una giovane cantante trapper, che nella vita di tutti i giorni durante l’estate prestava servizio come animatrice in un campo solare parrocchiale, diretto dalla monaca stessa. Suor Giuliana, negli ultimi tempi, si era impegnata come volontaria in un centro per l’assistenza diurna agli anziani. Era proprio là che Dalila intendeva raggiungerla e chiarire gli argomenti rimasti in sospeso durante la loro telefonata di due giorni prima.
Per strada non c’era molto traffico. Impiegò meno tempo del previsto per raggiungere a destinazione. Rimase seduta in macchina per una decina di minuti, guardando brevi video sullo smartphone. Per deformazione professionale – quella di un tempo, almeno – si ritrovò a scegliere filmati di corse del passato.
Proprio quel giorno cadeva l’anniversario di un’edizione piuttosto datata del Gran Premio di Montecarlo, considerata come una delle gare dal finale più rocambolesco della storia dell’automobilismo. Dalila non dubitava che fossero accaduti episodi simili in passato, ma tutto ciò che era successo prima delle dirette televisive tendeva a passare in secondo piano. Allo stesso modo, le competizioni nazionali, percepite come meno importanti, non ricevevano la stessa attenzione mediatica di quelle internazionali, e chissà quanti episodi notevoli erano andati irreparabilmente perduti.
Una voce narrante ben più eccitata di quelle piatte che commentavano le corse ai vecchi tempi, limitandosi a esporre i fatti senza urla o prese di posizione, definiva l’evento come “estremamente noioso fino a pochi giri dalla fine, quando aveva iniziato a cadere la pioggia”. Non che tutti i fatti avvenuti subito dopo avessero a che vedere con le condizioni meteo, ma era irrilevante: i luoghi comuni sui gran premi bagnati non mancavano mai, così come quelli secondo i quali qualsiasi gara non fosse un continuo susseguirsi di sorpassi altisonanti non meritasse di essere ricordata.
«È bastata un po’ di pioggia» spiegava infatti il narratore, «per rendere bella una gara che altrimenti sarebbe stata del tutto inutile. Che cosa succede, infatti? Ecco che il leader della gara perde il controllo della monoposto e finisce malamente fuori pista, lasciando strada ai diretti inseguitori!»
Gli inseguitori non erano stati proprio diretti, fino a quel momento, ma piuttosto lontani. Uno di questi finiva subito dopo in testacoda sulla pista resa scivolosa dall’olio perso da un’altra vettura, altri due si ritiravano all’ultimo giro dopo essere rimasti senza carburante, infine uno – proprio il pilota che aveva perso olio – si fermava in una via di fuga per la rottura del cambio. Non doveva esserci molto altro di intatto, sulla macchina, dato che, a colpo d’occhio, sembrava che mancassero sia metà ala anteriore, sia l’intero alettone posteriore.
«Come vedete, abbiamo avuto cinque diversi leader in qualcosa come due o tre giri, tutti ritirati!» esclamava la voce narrante, con una certa eccitazione.
Dalila sospirò. Era stata una gara piuttosto movimentata, non vi era ragione di inventare dettagli per renderla ancora più spettacolare. Alla fine, al comando si erano alternati solamente tre piloti – uno dei due rimasti senza benzina e quello con l’auto che cadeva a pezzi non erano mai stati leader, ma rispettivamente secondo e terzo al momento in cui si erano fermati – e uno di questi non si era mai ritirato: il concorrente finito in testacoda sulla pista scivolosa, infatti, non inquadrato dalle telecamere, era riuscito a ripartire e successivamente a completare la gara, andando a tagliare il traguardo senza la consapevolezza di essere in prima posizione e scoprendo di avere vinto soltanto dopo l’arrivo al parc fermé.
Chissà se anche gare come il Trofeo delle Due Province avevano mai riservato simili colpi di scena. Chissà se la stessa Vittoria Montevecchio aveva mai vissuto in prima persona qualcosa di simile. Dalila non aveva idea di come si fosse evoluta la sua carriera nelle competizioni locali. Veniva prestata più attenzione al fatto che avesse disputato diverse edizioni della 24 Ore di Le Mans, compresa la nefasta edizione che aveva contribuito a cambiare la storia dell’automobilismo.
Dalila mise via il telefono, scese dall’automobile e si diresse a passo spedito verso la struttura. Ad aprirle la porta fu una donna sulla sessantina, dall’aria vagamente sciatta. Doveva essere quella che le aveva risposto al telefono due giorni prima. La voce sembrava la stessa, così come il modo di fare.
Squadrando Dalila dall’alto al basso, decretò senza troppi complimenti: «Non penso proprio che Suor Giuliana debba incontrare una come lei.»
«Mi chiamo Colombari» puntualizzò Dalila. «Le dica che la signorina Colombari è arrivata e che desidera vederla.»
Dopo avere sbuffato, la sua interlocutrice borbottò: «Vado ad avvisarla subito... ma, la avverto, se Suor Giuliana non vuole vederla, lei se ne torna immediatamente da dove è venuta!»
Dalila annuì.
«Le garantisco che, se Suor Giuliana non volesse ricevermi, me ne andrei senza essere di alcun disturbo.»
«Ci mancherebbe» insisté l’altra, prima di voltarle le spalle e di allontanarsi. Era già in fondo al corridoio, quando la ammonì: «Non si muova da qui, signorina Colombari. Che non le venga in mente di mettersi a curiosare in giro!»
Dalila non disse nulla, ma dentro di sé era stanca di essere considerata un problema.

***

Mirella si sistemò gli occhiali sul naso, poi controllò il telefono. Dalila Colombari non si era fatta viva. Forse aveva esagerato, la sera precedente. Non solo l’aveva costretta a guardare un film per il quale non provava il minimo interesse, ma l’aveva anche ammorbata con discorsi che l’avevano infastidita. Aveva dovuto fingere che le importasse qualcosa delle sue vicissitudini sentimentali passate, era il minimo sindacale per fingere di provare qualche sentimento per lei. Dalila, in realtà, era solo un bel pezzo di carne. Mirella era consapevole di non essere appariscente e di non avere troppe speranze con le belle donne, aveva sempre avuto una certa passione per queste. Nonostante il poco fascino, poteva vantare anche un certo successo. L’unica per la quale provava sentimenti di un certo spessore era proprio una donna di quel tipo.
Sapeva di doverla chiamare, ma soprattutto sapeva di dovere nascondere certi pensieri poco casti formulati a proposito della Colombari. La fotografa doveva continuare ad avere un ruolo di secondo piano.
Cercò il numero in rubrica e fece partire la chiamata. Ottavia rispose al secondo squillo.
«Ehi, finalmente! Mi stavo chiedendo che fine avessi fatto.»
«Sto lavorando» si limitò ad affermare Mirella, ed era vero, dato che si trovava seduta alla reception. Era prevista una cerimonia, per il tardo pomeriggio, e presto sarebbero arrivati gli ospiti.
«Avresti potuto mandarmi almeno un messaggio» borbottò Ottavia. «Devo forse immaginare che tu sia troppo presa dalla vacca dai capelli ossigenati con cui sei uscita ieri sera?»
Mirella non sapeva esattamente che cosa fosse accaduto tra Ottavia e la sua ex, ma Dalila non le sembrava terribile tanto quanto le era stata descritta.
«No, figurati. Abbiamo solo guardato un film. Me la sto facendo amica, niente di più.»
«Ne sei proprio sicura?»
Il tono di Ottavia era più tagliente di quanto Mirella avrebbe immaginato.
«Lo sai bene che non mi piacciono le vacche.»
Ottavia si fece molto più distesa.
«L’ho sempre saputo. A te piacciono solo le migliori. Riusciamo a vederci, stasera?»
«Ne avrò fino a tardi. Ci sono dei clienti molto importanti, oggi.»
«Domani, allora?»
Mirella suggerì: «Possiamo pranzare insieme, se vuoi.»
«Solo se facciamo anche altro, oltre a pranzare!» ribatté Ottavia.
«Ti farò tutto quello che vuoi» le garantì Mirella, «ma non penso che tu mi abbia chiamata per questo. Sono alla reception. Potrebbe passare da un momento all’altro una delle cameriere. Come puoi tranquillamente immaginare, preferirei che le nostre conversazioni piccanti rimanessero tra di loro.» Abbassò la voce, prima di aggiungere: «Soprattutto adesso che abbiamo la necessità di nasconderci.»
Ottavia obiettò: «Perché? Mi sembrava che fossimo d’accordo sull’ufficializzare la nostra relazione. Mi avevi perfino detto che volevi conoscere mia madre e mia zia! Con mia zia, andresti d’accordo: anche a lei piacciono quei film interminabili e noiosi per cui hai una passione morbosa.»
«Non ho alcuna passione morbosa per i film» replicò Mirella, «e ti porterei ovunque, con me. Però c’è la faccenda della “vacca”. Dal momento che non abbiamo ancora ufficializzato nulla, dobbiamo quantomeno aspettare di scoprire che cosa si sia messa in testa. Se scopre il nostro legame, va tutto...» Rise. «Va tutto in vacca, è il caso di dirlo!»
«Lo so» convenne Ottavia. «Per te, questa è una faccenda seria, ma ti assicuro che non è il caso di preoccuparsi. E poi, puoi venire tranquillamente a conoscere la mia famiglia. Dalila non lo scoprirà mai. Non ha mai preso, neanche minimamente, in considerazione l’idea che tra noi due ci fosse qualche genere di rapporto. Pensa che mi ha chiesto se ti ho conosciuta facendo ricerche sulla Montevecchio...»
«Per il momento, la “vacca ossigenata” è inoffensiva, ma potrebbe non essere sempre così» replicò Mirella, che non aveva alcuna intenzione di desistere. «Te l’ho ripetuto mille volte: nei confronti della Montevecchio, tu hai solo curiosità. Per me, è molto diverso.»
Ottavia sbuffò.
«Ma se non eri neanche nata, a quei tempi!»
«Qualcuno lo era» obiettò Mirella. «Mio zio fu uno dei testimoni oculari del delitto. Poi, neanche troppo tempo dopo, comprò il casolare, quando Vittorio Bonetti decise di venderlo per non rimanere legato a una proprietà che per lui rappresentava soltanto sventura. Se saltasse fuori uno scandalo...»
Ottavia la interruppe: «Dalila non è così pericolosa. Non riuscirà mai a fare saltare fuori uno scandalo. Gli unici scandali capitano quando apre le gambe con la persona sbagliata... e non mi stupisce che di tanto in tanto le capiti. È una di quelle donne che in tanti guardano con la bava alla bocca. L’ha fatto Oliver Fischer, l’ha fatto Pietro Bruni...»
«Ecco, a proposito, Oliver Fischer, dobbiamo parlare di lui» rimarcò Mirella. «Dalila potrà anche non essere pericolosa, ma quell’uomo sembra specializzato nell’andare a scoperchiare i segreti più reconditi del motorsport. Per segreti più reconditi intendo casi di omicidio legati alle corse o a persone che hanno a che vedere con esse. Non so quanto spesso si vedano, ma Dalila e quell’individuo hanno avuto un figlio insieme. Fischer non è solo una figura distante, ma un concreto pericolo. Cosa potrebbe succedere se Dalila lo convincesse che certe faccende vanno approfondite?»
Ancora una volta, Ottavia cercò di rassicurarla: «Vittoria Montevecchio è stata uccisa trent’anni prima della nascita di Oliver Fischer. Non c’è niente che possa scoprire. Al massimo si concentrerà sul misterioso maggiordomo inglese, come tutti. Il nome della tua famiglia non verrà coinvolto in uno scandalo. Tuo zio stava giocando a carte con altri tre uomini. È palese che non fosse coinvolto nel delitto, qualunque cosa sia accaduta.»
«Lo so, ma al giorno d’oggi basta poco per infangare il nome di qualcuno, cerca di non dimenticartelo. Devo gestire un’attività. Hai idea di che cosa succederebbe, se...»
A Mirella morirono le parole in bocca. Il silenzio, tuttavia, non durò troppo a lungo, venendo ben presto spezzato da Ottavia.
«Stai calma, andrà tutto bene. E ricordati che domani voglio un pranzo gustoso.»
Mirella avvampò.
«Gustosissimo.»
«Anch’io lo renderò gustoso per te» le assicurò Ottavia. «Mettiti qualcosa di carino.»
«Non ho niente di carino.»
«Trovalo.»
«Tanto non dovrò indossarlo molto a lungo.»
«Anche l’occhio vuole la sua parte. Non costringermi a portarti a fare shopping.»
«Prova solo a uscirtene con una proposta simile e ti incateno.»
«Se mi incateni al letto, va benissimo.»
Mirella avrebbe voluto replicare a tono, ma non fu possibile. La cameriera più giovane si stava avvicinando. L’aveva rimproverata piuttosto duramente in varie occasioni per averla sorpresa al telefono con il fidanzato con l’atteggiamento di una gatta in calore. Non aveva alcuna intenzione di farsi scoprire mentre si comportava alla stessa maniera, seppure la posizione di potere le desse l’autorità di fare ciò che desiderava.

***

Dalila fu condotta in un piccolo studio, dove trovò Suor Giuliana in attesa. La monaca la accolse con un sorriso radioso, l’esatto opposto della diffidenza mostrata dalla signora che le aveva aperto la porta.
«Non disturbo, vero?» chiese Dalila.
«Che cosa le fa pensare di disturbare?» obiettò Suor Giuliana.
«Il comportamento di quella megera al piano di sotto» borbottò Dalila. «Mi sono accorta del modo in cui mi guardava. Le sembro così poco rispettabile da non poterle nemmeno parlare?»
Suor Giuliana rispose: «Non mi sembra poco rispettabile. Certo, posso immaginare che la signora che l’ha fatta entrare – e che la invito a non definire con termini denigratori – non si aspettasse che io frequentassi donne come lei.»
«Infatti noi non ci frequentiamo. Siamo solo in contatto occasionale. Non penso che avremmo molte cose in comune.» Dalila si lasciò andare a un sorriso, anche se non fu radioso come quello della suora. «Non abbiamo molto in comune, ma credo che potremo tranquillamente andare d’accordo. A questo proposito, inizierei dal fantasma di Vittoria Montevecchio.»
Suor Giuliana parve divertita.
«Dal fantasma, eh?»
«Lo so, molto probabilmente la presenza di un fantasma va contro le sue convinzioni religiose» ammise Dalila, «ma la prego di non liquidarmi così. Che cosa crede, che a me non sia sembrato strano assistere alla potenziale apparizione di un fantasma?»
Suor Giuliana si accomodò alla scrivania e la invitò con un cenno a fare altrettanto sulla sedia di fronte.
«Non la sto liquidando, Dalila. Anzi, non ho detto niente. Inoltre, fin dall’inizio della mia vita monastica, come molte consorelle ho prestato servizio di volontariato. L’ho fatto organizzando attività per i ragazzi e adesso occupandomi degli anziani.»
«Non la seguo. Cosa significa tutto questo?»
«Che sarò anche una suora, ma sono consapevole dell’esistenza di un mondo laico. La maggior parte delle persone con cui ho a che fare non condividono le mie stesse convinzioni religiose, oppure non hanno incentrato la loro intera vita su di esse. Sono portata per essere aperta al confronto. È vero: non credo che le anime dei morti siano qui, su questo mondo, nella nostra stessa dimensione. Tuttavia, mia cara Dalila, lei è venuta qui, senza alcun sensazionalismo, a dirmi che pensa di avere visto un fantasma. Mi sembra una persona razionale. Per quanto mi sia difficile ritenere che abbia davvero assistito all’apparizione di uno spettro, di certo non se l’è inventato di sana pianta! È molto probabile che possa esistere una spiegazione alternativa, la quale le sfugge.»
«Sì, Suor Giuliana, ci ho pensato anch’io.» Dalila raccontò, in breve, a che cosa avesse assistito, per poi concludere: «Può essere stato un gioco di luci, fatto di proposito, magari proprio allo scopo di ingannare chi l’avesse visto.»
«Oppure» suggerì la monaca, «un omaggio.»
Dalila scosse la testa.
«No, non lo ritengo molto probabile. Dubito che, a quel ricevimento, qualcuno conoscesse il simbolo di Vittoria Montevecchio, figurarsi la leggenda sul suo fantasma.»
«E quell’uomo, Pietro Bruni?»
«Mi sta dicendo che dovrei sospettare di lui e stargli lontana? Nemmeno mia madre, quando avevo meno della metà degli anni che ho ora, cercava di allontanarmi dai ragazzi. Pretendeva soltanto di essere informata sui miei spostamenti.»
«Meno della metà degli anni che ha adesso? Era già maggiorenne, a quell’epoca!»
«Qualche anno prima. I miei spostamenti, comunque, erano spesso limitati: la punizione standard quando le disobbedivo, il che capitava molto spesso, devo ammetterlo, consisteva nell’essere costretta a trascorrere i pomeriggi infrasettimanali con lei in sartoria. Potevo fare i compiti e studiare, ovviamente, proprio come accadeva quando ero più piccola e non potevo rimanere a casa da sola al pomeriggio. Diversamente da allora, però, se finivo in anticipo non mi era concesso di svagarmi in alcun modo, dovevo aiutarla finché la sua giornata di lavoro non terminava.»
Suor Giuliana annuì, con un’espressione soddisfatta.
«Mi fa piacere che almeno sua madre abbia cercato di tenere sotto controllo la sua esuberanza, quando è stata grande abbastanza da iniziare a dare problemi.»
Dalila ribatté: «A onore del vero, mi piaceva atteggiarmi a ribelle e ho sempre dato qualche problema. Lo risolveva facendomi mettere con il sedere all’aria, generalmente nudo, e facendo partire una serie di vigorose sculacciate. Però non ha mai usato ciabatte come strumenti di punizione, diversamente dalle mamme stereotipate dei vecchi tempi. Al massimo, qualche volta ha usato il metro da sarta ripiegato. Ho già messo in chiaro che non dovrà mai azzardarsi a usarlo su mio figlio. E sa qual è stata la sua risposta? Che se il bambino dovesse mancarle di rispetto o fare qualcosa di così grave da meritarsi una punizione severa la colpa sarebbe mia, che non l’ho saputo educare bene, e che sarei io a doverne rispondere!»
Suor Giuliana accennò un sorriso.
«Sua madre è esattamente il tipo di persona che mi piacerebbe avere come amica.»
«Però deve accontentarsi di me.»
«Pazienza, non si può avere tutto. Adesso, però, non divaghiamo troppo. Torniamo a Pietro Bruni.»
Dalila non riuscì a trattenere un sussulto. Discutere di quell’argomento, in quella circostanza, non era l’ideale per diverse ragioni. Prima di tutto, aveva accennato a Suor Giuliana della sua esistenza e del fatto che avessero avuto una relazione, ma non riteneva che la monaca sapesse abbastanza su di lui da poterne parlare con cognizione di causa. In più, al cospetto di una suora si sentiva in imbarazzo al pensiero di ciò che aveva fatto con lui, specie se questa sembrava leggerle nella mente.
«Quell’uomo esercita su di lei una certa influenza, non è vero, Dalila?»
«Cosa vuole dire?»
«Che lo desidera, in tutti i sensi. Ha rinunciato a lui, per varie ragioni, ma non ha mai smesso di desiderarlo. Probabilmente si fa ancora delle fantasie su di lui.»
Dalila avvampò.
«Come le viene in mente?!»
Suor Giuliana ridacchiò.
«Non mi dica che non fa mai pensieri inappropriati, perché non le credo, e non credo nemmeno che si tratti di semplici pensieri.»
Nonostante le guance le stessero andando in fiamme, Dalila non distolse lo sguardo.
«Se crede che i miei pensieri siano inappropriati, perché ne parla apertamente? Non dovrebbe piuttosto scandalizzarsi e magari farsi il segno della croce, pensando che io sia una degenere lussuriosa?»
«Non credo che lei sia una degenere lussuriosa» ribatté Suor Giuliana, «anche se la definizione mi piace molto. Invece di scandalizzarmi, preferisco suggerirle di trasformare le sue fantasie in realtà.»
«Ovvero?»
«Invece di sporcarsi le mani pensando a quell’uomo, apra il suo cuore e gli confidi quello che prova nei suoi confronti. Invece di vivere da sola un semplice sollazzo fisico, potrebbe condividere emozioni con lui.»
«In ultima sintesi, mi sta invitando a uscire dall’immoralità e a vivere con Pietro una relazione platonica?»
«Le sto suggerendo semplicemente di dire a Pietro quello che prova. Se il sentimento è reciproco, non avrà più bisogno di lasciarsi travolgere dalle fantasie erotiche. Ovviamente, per via del mio ruolo, le suggerisco vivamente di mantenere un certo contegno, quando rimarrà da sola con lui, e di non ascoltare solo ed esclusivamente il richiamo della carne. Però, dopo che l’avrà sposato, potrà sbizzarrirsi di più.»
Dalila sbuffò.
«Davvero sta cercando di gettarmi tra le braccia di Pietro come se lo scopo ultimo di ogni donna fosse il matrimonio?»
Suor Giuliana ribatté: «Il matrimonio non è lo scopo ultimo di ogni donna, come potrà capire tranquillamente anche dalla mia posizione. Però, dai nostri discorsi passati, ho intuito che sia il suo. Per questo la incoraggio. Voglio vederla felice.»
«O forse ha paura che io faccia qualcosa che, per via della sua posizione, non potrà accettare?»
«Ovvero?»
«Ovvero innamorarmi di una donna, anziché di un uomo. Posso immaginare che, essendo ciò incompatibile con le sue convinzioni religiose, voglia cercare di allontanarmi da una simile prospettiva.»
«Quale donna? Non si è innamorata di me, mi auguro.»
«Certo che no! È una suora.»
«Sempre donna rimango. E comunque, sa cosa le dico? Il fatto che lei sia attratta sia dagli uomini che dalle donne è una grossa complicazione: se le fossero piaciuti solo gli uni o solo le altre, almeno il cinquanta percento della popolazione non avrebbe alcuna possibilità di trascinarla in una relazione sbagliata.»
«Mi faccia capire» replicò Dalila. «Sta affermando che, se non mi metterò insieme a Pietro, sceglierò inevitabilmente la persona sbagliata? Eppure è stata proprio lei a chiedermi se sapesse quale fosse il simbolo di Vittoria Montevecchio.»
Suor Giuliana chiarì: «Non sto dicendo che sceglierà la persona sbagliata. Però mi ha dato più volte l’impressione che questo Pietro le piaccia davvero. Se le ho chiesto se fosse al corrente del significato della farfalla è solo perché, se qualcuno voleva che la farfalla venisse interpretata in una certa maniera, forse non voleva necessariamente che fosse proprio lei a vederla. Magari voleva farla vedere a Bruni, non stavo insinuando che fosse opera sua.»
Dalila annuì.
«Questo è verosimile.»
«Ottimo punto di partenza.» La suora si alzò in piedi e le si avvicinò. «Mi dica, Dalila, che sensazioni prova per quell’uomo?»
«È meglio che non le risponda, perché non sono sensazioni di cui io possa parlare come una monaca. Ne abbiamo già discusso poco fa. Pietro mi fa fare pensieri che secondo il suo punto di vista non sarebbero appropriati. Quando stavo con Pietro, quei “pensieri inappropriati” li ho fatti anche insieme a lui... e penso che il mio corpo non abbia mai ricevuto “pensieri” così invitanti prima di allora, ne sono convinta fin dalla prima volta che ci sono uscita insieme.»
«Oh. Quindi avete “pensato” insieme già al primo appuntamento.»
«Più o meno. Eravamo due perfetti sconosciuti, allora. Eppure mi è sembrato che il mio corpo stesse cercando proprio lui. Non ero mai stata così bene mentre “pensavo” con un partner.»
«Allora si dichiari» ribadì Suor Giuliana. «Per quanto io sia convinta che dovrebbe ambire a un tipo di intimità più spirituale insieme al suo amato, forse il suo corpo stava cercando di dirle qualcosa. A volte abbiamo la testa troppo confusa, quindi il nostro corpo ci aiuta a fare chiarezza.»
Dalila le scoccò un’occhiata penetrante.
«Abbiamo? Ci aiuta? In che senso? Forse il suo corpo le dà certi segnal-...»
Suor Giuliana la interruppe bruscamente: «Facevo un discorso generale. Non sto certo affermando di avere pulsioni di quel tipo! Le pare?»
«Le avrà avute, prima di farsi suora.»
«No, a dire il vero.»
«Mi sta dicendo che, almeno da ragazzina, non ha mai provato interesse verso qualcuno? Non so, al convento non c’era un giardiniere?»
«Era molto anziano. O meglio, a me sembrava tale. È molto probabile che, in realtà, avesse più o meno la stessa età che io ho ora.»
«Quindi non ha mai...»
«Non ho mai fatto “pensieri”, né sperato di farne.»
«Non le piacevano gli uomini?»
«Non provavo interesse nei loro confronti.»
«Le donne, invece?»
«Idem per loro.»
«Ma era davvero così, oppure gliel’hanno messo in testa le suore?»
«È sempre così curiosa, Dalila?» ribatté Suor Giuliana. «A volte fare troppe domande può diventare pericoloso.»
«Come avrà capito, sono sempre stata disposta a correre certi rischi.» Dalila sorrise lievemente. «Ho sfidato il metro da sarta senza paura e le assicuro che mia madre non si faceva scrupoli, quando riteneva che me lo meritassi.»
«E che cosa ne ha ricavato, a parte qualche striscia rossa sulle natiche?»
«Ho fatto di testa mia.»
«Forse avrebbe dovuto ascoltare di più sua madre» sentenziò Suor Giuliana.
Dalila precisò: «Adesso che sono adulta lo faccio. Del resto, al giorno d’oggi non mi impedisce più di fare quello che desidero. Cose tipo fare domande inopportune alle suore e affermare in loro presenza che ritengo molto strano che non abbiano mai provato il desiderio – prima di prendere i voti, intendo – di utilizzare ciò di cui la natura le ha dotate.»
«Solo perché abbiamo un buco lì sotto non significa che quel buco debba essere per forza l’aspetto principale della nostra esistenza. Non pensa che sia riduttivo limitarla a questo? Sono sicura che si renda conto che c’è molto di più. Del resto, è venuta qui per discutere di questioni filosofiche, come la presenza o meno di quelli che chiama fantasmi. Non pensa sia meglio tornare a questo argomento?»
Dalila si alzò in piedi, fronteggiando la suora.
«Solo se mi racconta tutto.»
«Cosa intende per tutto?»
«Dell’amicizia tra sua madre e Vittoria Montevecchio, per esempio.»
«Vittoria Montevecchio è morta parecchi anni prima della mia nascita. Non dubito che mia madre fosse ancora legata al suo ricordo, ma questo non significa che io sappia qualcosa di lei. Per non parlare del fatto che, al momento dell’incidente in cui i miei genitori furono coinvolti, avevo appena quattro anni e sette mesi. Non c’è nulla che io possa raccontarle.»
«Ha visitato la sua tomba!»
«Sì, l’ho fatto.»
«Perché?»
«In nome dell’amicizia tra lei e mia madre.»
«Ha fatto tutta quella strada, di sera... non credo sia appropriato per una suora.»
«Eh, no, mia cara Dalila» sbottò Suor Giuliana, «non le permetto di venire qui a dire che cosa dovrei o non dovrei fare! Mia madre voleva bene a Vittoria e io sono andata a portare dei fiori sulla sua tomba. Sono certa che, nel corso della sua vita, abbia commesso centinaia di azioni più inappropriate.»
Dalila ribatté: «Centinaia è riduttivo. Migliaia è più appropriato. Però, se non vuole dirmi niente, la capisco. Possiamo parlare d’altro.» Sfidando apertamente la monaca, le domandò: «Almeno ha mai fatto dei “pensieri” da sola?»
«Vista la sua impertinenza e i metodi relativamente bruschi di sua madre, mi stupisce che abbia ancora un paio di natiche sulle quali sedersi.»
«A volte me ne stupisco anch’io. Se preferisce, posso farle una domanda più semplice: ha mai baciato qualcuno? Un vero bacio, intendo.»
«Una domanda vorrei farla io, se me lo permette.»
«La ascolto.»
«Chi ha baciato lei, l’ha fatto perché interessato a baciarla, oppure semplicemente per farla stare zitta?»
«Probabilmente per entrambe le ragioni.»
Suor Giuliana accennò una risata.
«È consolatorio sentirglielo ammettere. Con questo, direi che possiamo salutarci. Ovviamente può chiamarmi quando vuole, possibilmente per parlare di argomenti meno disdicevoli di quelli di oggi.»
«E il fantasma?»
«Non corra rischi, Dalila.»
«Cosa intende dire? Crede che sia pericoloso?»
«Credo che, se qualcuno ha fatto vedere deliberatamente quel gioco di luci a lei o a Pietro Bruni, potrebbe avere losche intenzioni, oppure credere che sia lei ad averle.»
Dalila spalancò gli occhi.
«Quali losche intenzioni? Per chi mi ha preso?»
«So benissimo che non è una criminale» la rassicurò Suor Giuliana. «Anzi, sono convinta che sia una donna di buon cuore. Non si impicci in questioni che non la riguardano. Pensi a suo figlio.»
Dalila affermò: «Voglio che mio figlio, un giorno, possa essere fiero di me.»
Suor Giuliana replicò: «E io voglio che suo figlio cresca con una madre in vita. Non crede di avere responsabilità più grandi del fare indagini su un delitto avvenuto settant’anni fa che non la riguarda?»
Dalila sospirò. Dentro di sé, si chiedeva perché la monaca fosse così categorica su una questione che non avrebbe dovuto più generare pericoli da decenni, ma preferì non replicare.


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