Nei giorni che seguirono, Pietro fu costretto a raggiungere Marina per questioni lavorative urgenti delle quali non poteva occuparsi a distanza. Tornò al giovedì sera, giusto in tempo per conoscere il figlio di Vittorio Bonetti, il quale era finalmente rientrato dalle vacanze e aveva accettato di incontrare Dalila, grazie alla gentile intercessione di Mirella Pinardi.
«Se ne è pentita subito» riferì Dalila, mentre aspettavano che il cugina di Vittoria Montevecchio si presentasse all’appuntamento, «dato che le ho detto che domani sera non potrò andare al cinema con lei.»
«Quindi tra te e lei non è ancora scoppiata la scintilla?» chiese Pietro.
«No» rispose Dalila, «e non credo che scoppierà. Fa sempre dei discorsi strani. Non so che scopo abbia, ma sono convinta che abbia un secondo fine.»
Pietro sospirò.
«Non sarà che, a forza di vedere del marcio dappertutto, ne stiamo vedendo anche dove non ce n’è?»
«Non lo so» ammise Dalila, «ma comunque è una vecchia zitella, no?»
Pietro ridacchiò.
«Ha un’età dalla quale non siamo troppo lontani.»
«Parla per te. Ho dieci anni in meno di lei. Non...» Dalila si interruppe. «Secondo me quel tipo è Flavio Bonetti.»
Lo stavano aspettando di fronte a un bar del posto, scelto accuratamente per la sua disposizione. Vi erano alcuni tavoli al di sotto di una tettoia, che garantivano la possibilità di portare avanti una conversazione abbastanza riservata. I clienti presenti, infatti, si trovavano in parte nella sala interna, oppure all’esterno.
Pietro andò a sedersi e guardò Dalila fare un cenno al nuovo arrivato, un uomo di età compresa tra i sessantacinque e i settant’anni.
I due lo raggiunsero poco dopo.
Dalila si occupò delle presentazioni: «Signor Bonetti, questo è il mio amico Pietro. Proprio come me, è un entusiasta delle corse dei vecchi tempi. Entrambi siamo grandi ammiratori di sua cugina Vittoria.» Invitò Bonetti a sedersi. «La ringrazio, anche a nome di Pietro, per avere accettato di vedermi. Non era scontato.»
«La signorina Pinardi mi ha parlato molto bene di lei» rispose il parente della Montevecchio, prendendo posto. «Non posso dire di conoscere molto bene Mirella, ma ho deciso di darle fiducia.»
Anche Dalila si accomodò.
«Anch’io non posso dire di conoscere molto bene Mirella Pinardi. Mi fa piacere che abbia deciso di metterci una buona parola per convincerla a incontrarmi.»
Pietro azzardò: «Vuole qualcosa da bere, signor Bonetti?»
Flavio annuì.
«Sì, grazie, perché no?»
Pietro andò a chiamare un cameriere. Bonetti ordinò un aperitivo. Dalila chiese un drink analcolico e Pietro, tornato al tavolo, fece lo stesso. Mentre aspettavano le bibite, la conversazione rimase su argomenti leggeri.
Quando il cameriere fece ritorno per poi lasciarli soli con le bevande, Dalila fu piuttosto diretta: «Mi pare di capire che sua cugina Vittoria sia morta prima della sua nascita.»
«È così?»
«I suoi genitori le parlavano di lei?»
«Occasionalmente.»
«Che cosa sa della sua morte?»
Pietro le scoccò un’occhiataccia. Se Dalila voleva che Bonetti scappasse a gambe levate, era sulla giusta strada.
Il cugino di Vittoria Montevecchio, tuttavia, non parve troppo turbato.
«Uno spasimante respinto la spinse giù dal fienile. Vittoria l’aveva conosciuto all’estero e aveva avuto la pessima idea di chiamarlo qui a lavorare per lei.»
«Quindi andò così?» domandò Dalila. «Non ha mai avuto alcun dubbio?»
«La ricostruzione dei fatti, seppure mai confermata, era piuttosto credibile» rispose Flavio Bonetti.
«I suoi genitori conoscevano il presunto assassino?»
«Mia madre conosceva a malapena mia cugina Vittoria. In realtà, a quei tempi, conosceva a malapena anche mio padre. Non aveva mai incontrato quel criminale, che naturalmente si diede alla fuga subito dopo avere commesso il delitto.»
Dalila azzardò: «Suo padre, invece?»
«Non aveva l’abitudine di andare a casa di Vittoria» chiarì Bonetti. «In più, l’assassino si trovava in quella casa per lavorare. Vittoria non se lo teneva intorno quando aveva ospiti, ovviamente.»
Dalila rimase in silenzio abbastanza a lungo da spingere Pietro a cercare qualcosa da dire. Non fu necessario: infine la Colombari parlò. La sua considerazione fu diretta tanto quanto lo erano state le domande poste al cugino della vittima: «Temo che non abbia niente di utile da rivelarci, signor Bonetti.»
Questo non parve offendersi.
«Lo temo anch’io.»
«Non mi resta che chiederle scusa per averle chiesto di vederci, allora.»
«Non c’è problema, signorina...» Bonetti esitò. «Non mi ricordo il suo nome, mi dispiace.»
«Colombari.»
«Signorina Colombari» riprese Flavio Bonetti, «mi dispiace davvero non poterla aiutare. Lasci però che sia io a farle una domanda.»
Dalila lo esortò: «La ascolto.»
«Ho avuto la seria impressione che la spiegazione più plausibile – quella che ad assassinare mia cugina sia stato lo spasimante inglese – non la convinca affatto. Posso chiederle perché?»
«Sono del parere che non si debba dare per scontato nulla, a meno che non vi siano prove nette» affermò Dalila. «Le indagini si concentrarono su quell’uomo senza che vi fossero prove che avesse ucciso Vittoria Montevecchio. Era il candidato più plausibile, la strada più semplice da percorrere...»
Bonetti la interruppe: «Credo di non essermi spiegato bene, signorina Colombari. Non le sto chiedendo questo. La mia domanda è: si è lasciata influenzare da qualche teoria del complotto, è una semplice curiosa oppure sta giocando a fare l’investigatrice con un caso di cronaca di settant’anni fa?»
Pietro si intromise: «Chiedo scusa se le rispondo io al posto di Dalila. Sono rimasto molto affascinato dal personaggio di sua cugina e ho finito per coinvolgere la mia amica nelle mie congetture. Non sono né un complottista né un aspirante investigatore. Nemmeno Dalila appartiene all’una o all’altra categoria. Siamo semplicemente due grandi estimatori di Vittoria Montevecchio. Mi rendo conto di quanto siamo stati inopportuni e la prego di perdonare la nostra invadenza.»
Flavio Bonetti annuì.
«Comprendo, comprendo in pieno. Non si preoccupi, signor...» Esitò, dato che non conosceva il suo nome, ma Pietro non vi fece caso. «Non siete stati inopportuni. Non più di quanto lo siano stati altri in certe occasioni.»
Pietro azzardò: «Conosce una certa signorina Mattioli?»
In quell’occasione fu proprio lui a subire un’occhiataccia da parte di Dalila. Non se ne curò. Gli parve di scorgere un’esitazione sul volto di Bonetti, addirittura di vederlo sussultare lievemente.
«Mattioli?» ripeté questo.
«Ottavia Mattioli» insisté Pietro.
Il cugino di Vittoria Montevecchio assunse un tono piuttosto esitante: «Mhm... No, mi pare di no. Il nome non mi dice niente. Chi è? In che occasione dovrei averla conosciuta?»
Pietro scosse la testa.
«Non ha importanza chi sia. Evidentemente non ha mai avuto a che fare con lei, altrimenti se ne ricorderebbe.»
Dalila non disse nulla, si limitò ad abbassare lo sguardo e a fissare il tavolo. Pietro avrebbe voluto sapere che cosa le passasse per la testa, ma avrebbe dovuto attendere che Bonetti se ne andasse per chiederglielo. Flavio non rimase molto a lungo, giusto il tempo di finire la propria bevanda.
Non servì porre alcuna domanda. Alzando lo sguardo verso di lui, Dalila volle sapere: «Perché gli hai fatto quella domanda?»
«Su Ottavia, intendi?»
«Sì. Non mi sembra opportuno coinvolgere gente che non c’entra nulla con noi e con Bonetti.»
Pietro obiettò: «Mi pare che c’entri eccome, con noi. Non possiamo escludere che cerchi di avvicinarsi anche al cugino della Montevecchio. Anzi, sarebbe proprio nel suo stile.»
Dalila convenne: «Sarebbe nel suo stile, ma il cugino della Montevecchio nega che l’abbia fatto. O meglio, dice di non averla mai conosciuta, quindi non può nemmeno sapere quale sia il suo “modus operandi”.» Sospirò. «Al di là di tutto, credo che sia chiaro anche a te il grande messaggio di fondo di questa serata.»
«A dire il vero» obiettò Pietro, «non mi pare che in questa serata ci sia alcun messaggio di fondo.»
«Sì, invece, ed è che non arriveremo mai da nessuna parte. Ottavia prova un interesse morboso nei confronti di Vittoria Montevecchio e cerca di raccogliere informazioni. Mirella gestisce l’agriturismo che sorge in quella che un tempo era la sua casa, ma non sa nulla di lei. Il suo parente più stretto ancora in vita è nato dopo la sua morte e sembra non provare alcun interesse per approfondire il mistero del suo omicidio. Poi abbiamo Suor Giuliana, che è la figlia di una cara amica di Vittoria, ma è nata parecchi anni dopo il delitto. Non importa dove cerchiamo di andare, torniamo sempre al punto di partenza, girando intorno ai pochi elementi che abbiamo.»
«Abbiamo la giornalista che ci ha puntati, convinta che sapessimo qualcosa su Vittoria Montevecchio. Abbiamo la direttrice dell’agriturismo. Abbiamo la suora reticente e infine il parente della vittima che prende per oro colato l’unica versione dei fatti che circolava a quei tempi, pur non essendo mai stata supportata da conferme ufficiali. Dobbiamo capire quali di questi comportamenti abbiano un significato.»
«In che modo?»
«Ragionando, come farebbe il tuo amico Fischer.»
Dalila sbuffò.
«Che cazzo c’entra Fischer adesso?»
Pietro preferì ignorare la domanda. Del resto sarebbe stato meglio ignorare del tutto anche la stessa esistenza di Fischer, almeno per il momento.
«Immagina di avere perso la tua famiglia quando eri una bambina ancora molto piccola, di essere cresciuta in un convento e di non avere visto, nella tua vita, altro che il convento e le iniziative benefiche con le quali collabori. Di punto in bianco, ecco che arriva una donna arrembante e senza peli sulla lingua, che inizia a farti domande su un’amica di tua madre. Non pensi che la reazione della suora – non volerne parlare e cercare di sviare l’argomento – sia una reazione del tutto naturale?»
«Sì» ammise Dalila. «Ha senso.»
«Veniamo a Flavio Bonetti» proseguì Pietro. «È nato dopo la morte della cugina. Con tutta probabilità, quando era bambino nessuno gli ha spiattellato per filo e per segno come fossero andate le cose. Avrà raccolto qualche pezzo origliando. Poi, prima o poi, sarà incappato nella verità: qualcuno gliel’avrà detta, oppure l’avrà scoperta da solo. Immagina che per molto tempo abbia cercato una spiegazione, per poi trovarne una maledettamente dark.»
Dalila comprese subito dove volesse andare a parare: «È naturale non cercarne un’altra. È questo che vuoi dire?»
«Sì, specie considerando che nessuno, a distanza di anni, deve mai avere messo in dubbio che quel presunto maggiordomo inglese fosse l’assassino.»
«Di conseguenza l’unico atteggiamento davvero strano è quello di Ottavia.»
«E forse di Mirella. Non dici che cerca in tutti i modi di convincerti a frequentarla, nonostante non ti sembri seriamente interessata a te come dice?»
«Mi sembrerebbe eccessivo insinuare che stia cercando di estorcermi delle informazioni, ma...»
Pietro interruppe sul nascere la considerazione di Dalila: «Non dobbiamo fermarci a quello che sembra. Dobbiamo scoprire se ci sia qualche legame tra Mirella Pinardi e la Montevecchio e se l’indifferenza della “vecchia zitella” nei confronti di Vittoria non sia una copertura.»
***
«Ehi, disturbo?»
Mirella, che si era appena tolta gli occhiali e li teneva ancora in mano, per poco non li lasciò cadere sulla scrivania.
«Ottavia, che cosa ci fai qui?» Non avrebbe voluto parlare in tono così brusco alla persona che amava, ma non riuscì a trattenersi. Cercò comunque di correggere il tiro: «Non mi aspettavo questa sorpresa e...»
Si interruppe, per non dire nulla di sconveniente, ma l’altra riuscì a comprendere perfettamente il messaggio sottinteso: «E non ti piacciono le sorprese. Lo so. Eppure passavo di qui e ho deciso che dovevo vederti.»
«A che cosa devo l’onore?» chiese Mirella, riponendo finalmente gli occhiali sulla scrivania stessa.
«Sei seria?» ribatté Ottavia. «Deve davvero esserci una motivazione specifica per cui ho voglia di vederti?»
«No, ovviamente.»
«Eppure ti comporti come se ci fosse. Che cosa ti turba?»
Mirella sorrise, seppure consapevole che fosse un sorriso tirato.
«Niente, sono solo un po’ stanca.»
Ottavia sbuffò.
«Sai cosa ti dico? Anch’io sono stanca. Sei sempre più sfuggente, cerchi di evitarmi, non sei convinta a volere conoscere la mia famiglia, ti nascondi dietro al pericolo che Dalila potrebbe rappresentare...»
«Basta con questa Dalila!» sbottò Mirella. «Non so più come spiegarti che non c’è niente tra me e lei. E poi non sono sfuggente, sono solo stressata. Mi scoccia dovere tenere chiuso per quasi due settimane per i lavori di ristrutturazione, non essere presente tanto quanto lo sono adesso ma dovere comunque tenere tutto sotto controllo...»
«Basta con queste scuse!» la interruppe Ottavia, con fermezza. «So benissimo che c’è altro. Ti senti sotto assalto. Non pensavi che qualcuno potesse interessarsi al mistero della morte della vecchia proprietaria del casolare.»
«Oh, quindi vuoi giocare a carte scoperte.»
«Cosa intendi?»
«Lo farò anch’io. Tu sei una bella donna, Ottavia. Sei molto più bella e molto più giovane di me. Non hai i miei stessi gusti, consideri noioso tutto quello che piace a me. Io non credo all’amore che vince su tutto. Non dubito di piacerti almeno un po’, ma non sono così certa che mi consideri la donna della tua vita come dici. Sei ossessionata da Vittoria Montevecchio. Mi hai messa in guardia tu stessa da Dalila, sostenendo che dovevo fare attenzione, ma non allontanarla del tutto. Qual è il tuo scopo? Stare accanto a me qualunque cosa accada o reperire più informazioni che puoi, dato che mio zio comprò la casa da Bonetti dopo avere assistito all’omicidio?»
A Mirella parve di vedere Ottavia impallidire, anche se non era certa che fosse qualcosa di più di una semplice suggestione. Di certo, l’altra impiegò un po’ prima di replicare.
«Davvero siamo ancora a questo punto?»
«A quale punto?»
«Non ti fidi minimamente di me.»
«Non è questione di mancanza di fiducia» replicò Mirella. «Non mi piace il fatto che tu dia più importanza al passato dell’agriturismo, piuttosto che a me.»
Ottavia sospirò.
«Sei sempre la solita esagerata. E dire che ero venuta qui solo per informarti che non ho impegni domani sera. Se vuoi andare al cinema, ci sono.»
Mirella rabbrividì.
«Davvero ci verresti?»
«Certo.»
«Anche se il film non ti piacerà?»
«Chi può dirlo? Certo, se preferisci andarci con quella vacca ossigenata di Dalila Colombari non hai che da dirmelo...»
«No, certo che no. Voglio venirci con te. Non mi aspettavo una simile proposta.»
Ottavia minimizzò: «Non è niente di eccezionale. Si tratta solo di un film che vedremo insieme.»
La sua espressione, solitamente dura e fredda, si era addolcita molto. Mirella era consapevole che fidarsi di lei potesse essere un errore madornale, ma sentiva di non potere rinunciare a lei.
«Ti amo» mormorò.
Ottavia sorrise.
«Dimostramelo con i fatti, non solo a parole.»
«Credo di averti dato mille dimostrazioni» ribatté Mirella, cercando di recuperare un po’ di compostezza. «Adesso tocca a te.»
Ottavia le ricordò: «Ti ho appena proposto di andare a vedere uno di quei film che piacciono a te. Non è sufficiente?»
***
Durante la giornata di venerdì, fino al pomeriggio inoltrato, Pietro fu impegnato in una serie di problemi lavorativi che faticò a risolvere. L’unico aspetto positivo fu che quella serie di faccende lo tenne impegnato a lungo a sufficienza da non annoiarsi.
Erano le 16,45 quando finalmente si liberò. Mandò un messaggio a Marina, informandola che per lui la settimana di lavoro era terminata. La sua sorellastra non oppose resistenza e, anzi, gli augurò di trascorrere un buon weekend lungo, dato che l’azienda sarebbe rimasta chiusa per il ponte nel lunedì che precedeva la festività del 2 giugno.
Messi da parte il lavoro e Marina, Pietro non riuscì nemmeno a provare troppa soddisfazione per i quattro giorni che sarebbero seguiti, lontano da impegni professionali. Pensava e ripensava alla conversazione avuta la sera precedente con Dalila, dopo che Flavio Bonetti era andato via dal bar, non riusciva a occuparsi di nient’altro.
Erano d’accordo entrambi sul fatto che Ottavia Mattioli fosse la persona che più di ogni altra meritava di essere tenuta d’occhio. Dato che Dalila non poteva farlo senza destare sospetti, visto il rapporto totalmente deteriorato tra di loro, Pietro valutò la possibilità di mettersi in contatto con la giornalista. Forse non sarebbe stato necessario coinvolgere Dalila, in fondo tutto era iniziato come una sua indagine personale, nella quale la Colombari non avrebbe dovuto essere coinvolta. Una parte di lui, tuttavia, si opponeva a una simile idea. Riprendere a frequentare Dalila, seppure in maniera non romantica, l’aveva messo di fronte a quella stessa realtà che non aveva mai negato: la amava ancora e avrebbe continuato ad amarla qualunque cosa fosse accaduta.
Ci avrebbe pensato, in attesa di rivederla... e l’avrebbe rivista molto presto, dato che intendeva andare a farle un’improvvisata allo studio di fotografia. Quindici minuti dopo avere spento il computer dal quale lavorava si precipitò fuori, salì in macchina e, senza esitare, si diresse verso l’unica destinazione che lo faceva stare bene.
Per fortuna riuscì a evitare le strade più trafficate. Quando vide l’insegna dello studio comparirgli davanti agli occhi tirò un sospiro di sollievo, anche se, davanti a lui, una Cinquecento rossa andò a infilarsi proprio nel parcheggio che aveva adocchiato.
Mentre lasciava la macchina poco più avanti, nel retrovisore intravide la sagoma di un uomo che, spingendo un passeggino, si dirigeva verso lo studio fotografico. Doveva essere un cliente, si disse.
Sceso dall’auto, si avviò senza fretta. Se Dalila non era sola, avrebbe dovuto attendere in religioso silenzio, quindi tanto valeva prendersela comoda. Quando arrivò e aprì la porta fece una brutta scoperta: l’uomo disceso dalla Cinquecento rossa non era un cliente di Dalila, bensì Oliver Fischer, e il bambino nel passeggino era il figlio suo e della Colombari.
Valutò la possibilità di tornare indietro, ma non vi riuscì. Dalila l’aveva ormai visto e gli aveva già rivolto un cenno di saluto.
«A cosa devo l’onore di questa visita?»
«Passavo da queste parti» borbottò Pietro, «e ho pensato di passare a trovarti. Se sei impegnata, ovviamente, me ne vado subito.»
«Non sono impegnata» rispose Dalila, «o almeno non in questo momento. Alle cinque e mezza deve venire un cliente molto importante. Per quell’ora mi auguro che avrai già sloggiato.» Si rivolse a Fischer: «Non solo lui, ovviamente. L’unico che posso tenere dentro è Mirko. Al mio cliente piacciono molto i bambini. Oserei dire che è mio cliente solo ed esclusivamente perché trova simpatico nostro figlio.»
«Mancano a malapena due minuti a quell’orario» osservò Oliver. «Esco. Ci vediamo tra un po’, quando hai finito.»
Dalila annuì.
«Te ne sarei molto grata.» Si avvicinò a Mirko. «Mi raccomando, sorridi a quel vecchio incartapecorito. Lo sai che gli piaci un sacco. Gli ricordi i suoi figli quando erano bambini... qualcosa come sessant’anni fa.»
Oliver Fischer si avviò verso la porta e, senza aggiungere una parola, si allontanò. Pietro era consapevole che Dalila gli avrebbe ordinato di sloggiare, ma non le diede la soddisfazione di andarsene senza un’esplicita richiesta, la quale comunque non tardò ad arrivare.
Sospirando con rassegnazione, uscì dallo studio, ritrovandosi di fronte Oliver Fischer, che stava appoggiato alla Cinquecento rossa. Se Pietro avesse ragionato prima di parlare, ne avrebbe senz’altro dedotto che attendeva il via libera per potere rientrare a riprendersi il bambino, ma fu un pensiero che formulò soltanto più tardi, dopo avergli chiesto come mai lo stesse fissando con un’aria da stalker.
A onore del vero, Fischer non lo stava affatto fissando con aria da stalker, forse addirittura non lo stava nemmeno fissando, ma ormai il danno era fatto. Anziché offendersi, Oliver parve divertito dalle sue parole: «Un’aria da stalker, dici? L’hai mai visto un vero stalker?»
«Vero, non sembri uno stalker» ammise Pietro, «ma solo un semplice impiccione.»
Oliver annuì.
«Diciamo che questa definizione mi descrive molto più accuratamente e, dato che impicciarmi è qualcosa di cui non posso fare a meno, credo sia doveroso chiederti che cosa ci fai qui.»
«Nulla che ti riguardi» replicò Pietro.
«Lo so, non mi riguarda» concesse Oliver. «È proprio per questo che mi qualifico come impiccione.»
«Non hai qualche assassino a cui andare a dare la caccia?»
«L’ho fatto non più tardi di venti giorni fa. Non è stata una bella esperienza, specie considerando che non ho potuto fare nulla per evitare che venisse commesso un omicidio sotto ai miei occhi.»
Quando Pietro vide l’espressione sconsolata di Fischer si pentì di avergli posto quella domanda.
«Deve essere stato terribile.»
«Sì, indubbiamente una delle esperienze peggiori che abbia vissuto.» Oliver abbassò lo sguardo. «Dare la caccia ai criminali non fa più per me.»
«Eppure è stata la tua specialità, in questi ultimi anni» obiettò Pietro. «Te la sei cavata alla grande, quando abbiamo indagato insieme su chi avesse ucciso il marito di Alysse Mercier.»
Oliver replicò: «Sono un giornalista, la mia specialità è scrivere. Non ci sono ragioni per cui dovrei dedicarmi a indagare su casi di omicidio...» Gli strizzò un occhio. «E nemmeno per farlo insieme a te, a dire il vero. Come puoi immaginare, non sarebbe la mia massima ambizione.»
«Nemmeno la mia» ribatté Pietro, «ma mai dire mai.»
L’idea non lo faceva impazzire di felicità, ma iniziava a pensare che ci fosse una sola persona al mondo capace di muovere le acque che ristagnavano intorno a Vittoria Montevecchio.
***
Che Ottavia non stesse prestando attenzione al film era un dato di fatto, guardava a malapena lo schermo. Se Mirella avesse desiderato essere pedante, all’uscita l’avrebbe rimproverata per il suo totale disinteresse. Mirella, però, non avrebbe ricavato alcun vantaggio dal fatto che Ottavia fingesse eventualmente di trovare il film avvincente ed era giunta da molto tempo alla conclusione che non fosse necessario avere interessi condivisi per essere una coppia. La dipendente dell’Agriturismo Farfalla Perduta che le si avvicinava di più per età, per esempio, era felicemente sposata da più di venticinque anni, nonostante si lamentasse costantemente del fatto che a suo marito piacessero soltanto le partite di calcio e i film western, cosa che non turbava in alcun modo la loro stabilità di coppia.
Uscendo dal cinema, Mirella si limitò a un banale: «Ti è piaciuto il film?»
«Non tanto» ammise Ottavia. C’era da aspettarselo, il discorso poteva finire lì. Sarebbe accaduto, se non avesse aggiunto: «Per fortuna non è stato tanto lungo.» Quell’osservazione non era legata soltanto alla pellicola. Ottavia, infatti, chiarì le proprie intenzioni proponendo: «Dato che non è tardi, possiamo andare da qualche parte a bere qualcosa.»
Non era una cattiva idea, ma Mirella non riuscì a trattenersi: «Dato che siamo con la mia macchina, direi di sì.»
«Cosa intendi?»
«Hai lasciato a piedi Dalila Colombari, qualche tempo fa. Me l’hai raccontato tu.»
Ottavia rise.
«Quella vacca merita questo e altro.»
«Non mi hai mai raccontato che cosa sia successo davvero tra voi.»
«Niente.»
«Allora perché la disprezzi così tanto?»
«Perché Dalila non merita altro che essere disprezzata, o al massimo compatita» fu la secca risposta di Ottavia. «È una di quelle persone che si credono anticonformiste e poi sono esattamente ciò a cui, a parole, dovrebbero ribellarsi. A vent’anni puoi essere così, alla sua età no.»
«Anche a me non è parsa troppo anticonformista» ammise Mirella. «L’ho messa alla prova, quando siamo uscite insieme, proprio come mi avevi suggerito tu. In lei non ho visto la minima volontà di distinguersi dalla massa.» Abbassò lo sguardo. «Però, a dire il vero, nemmeno io mi distinguo dalla massa. Lo stesso volersi “distinguere dalla massa” a tutti i costi non è forse un uniformarsi alle voci che ci chiedono di distinguerci?»
Ottavia replicò: «Non la butterei su un aspetto così filosofico. Rimane un dato di fatto: Dalila Colombari è l’ultratrentenne media che sente di doversi sistemare a tutti i costi e che non si stacca in alcun modo dalla famiglia nonostante la sua famiglia sia composta unicamente da una madre che in settant’anni non ha mai fatto nulla di interessante. A completare l’opera, ha anche messo al mondo un figlio con quello che sperava potesse diventare il compagno ideale, che però è diventato il marito di un’altra. Non ha alcun rispetto per se stessa e, di conseguenza, non ha nemmeno il mio rispetto, specie considerando che, nonostante la piattezza della sua esistenza, cerca di farla apparire come qualcosa di eccezionale. Per lei perfino una scopata occasionale, o l’avere desiderato una scopata occasionale che non si è concretizzata, è un potenziale grande amore. Ritengo molto probabile che consideri Oliver Fischer come il fulcro della sua vita, nonostante questo non ne abbia voluto sapere di lei. E sai cosa ti dico? Che non me la sento di biasimarlo per essersi sposato con un’altra donna. Del resto, chi sceglierebbe mai una come Dalila, quando avrebbe potuto avere la compianta Tina Menezes?»
Mirella non poteva dire di comprendere davvero quel discorso. La sua impressione era che la Colombari fosse una donna normale, con desideri e ambizioni diversi da quelli di Ottavia, la quale le criticava perfino atteggiamenti in parte condivisi. Preferì non replicare, ma limitarsi ad affermare: «Dalila non conta niente né per me né per te, lasciamola perdere e andiamo a bere qualcosa.»
La voce di Ottavia era tagliente, mentre replicava: «Sei stata tu a metterla in mezzo e a ricordarmi di quella volta che l’ho lasciata a piedi. Se lo meritava, in fondo.»
«Cosa aveva fatto di male?»
«Non importa che te lo spieghi.»
«Importa, invece. C’entra Vittoria Montevecchio, vero? Oppure qualcosa che la riguarda?»
«Sono venuta al cinema con te per stare con te, non per parlare della Montevecchio una volta che il film fosse finito. Facciamo finta che non sia mai esistita.»
Mirella obiettò: «Il problema è che Vittoria Montevecchio è esistita e tu non hai mai nascosto il fatto che sia stata proprio lei a spingerti verso di me.»
Ottavia replicò: «Le persone finiscono sempre per conoscersi per una qualche ragione. Non mi sembra che, se due persone si sono conosciute a scuola di ballo, la loro relazione venga sminuita perché all’inizio erano interessate soltanto alle lezioni di ballo. Che cosa importa qual è il motivo che ci ha condotte a incontrarci? Quello che conta non è forse che sia successo e che adesso stiamo insieme?»
«Sì, ma...»
«Basta paranoie, Mirella. Anzi, se proprio lo vuoi sapere, ho l’impressione che la Montevecchio conti più per te che per me. Hai così paura di quello che potrebbe esserle successo, e tutto perché un tuo zio morto intorno al 1990 era un testimone oculare del delitto.»
Mirella raggelò. Si guardò intorno e, seppure nessuno sembrasse prestare particolare attenzione a lei o a Ottavia, la mise a tacere: «Non qui, qualcuno potrebbe sentirci.»
L’altra non replicò. Rimase in silenzio finché non furono nel parcheggio, al riparo da orecchie indiscrete, sulla macchina di Mirella. A quel punto riprese il discorso: «Un tuo parente, settant’anni fa, ha assistito a un delitto. Può capitare. Certo, è meglio se non capita, ma un giorno potrebbe succedere anche a me o a te.»
«Conosceva la vittima» replicò Mirella. «Ha comprato la sua casa.»
«Mi pare di capire che Vittorio Bonetti fosse ben desideroso di venderla.»
«Sì, e fino a questo punto ci siamo. Quello che non capisco è come si possa assistere a un omicidio ed essere così desiderosi di comprare la casa in cui è successo il fattaccio. Non pensi che, al giorno d’oggi, questo sarebbe sufficiente per essere visti sotto una cattiva luce?»
«Vittoria Montevecchio non è stata uccisa al giorno d’oggi, ma settant’anni fa. Un tuo zio ha assistito al delitto e, nonostante ciò, ha deciso di comprare il casolare. Magari voleva semplicemente aiutare Vittorio Bonetti a liberarsi di una proprietà con la quale non voleva più avere a che fare. In fondo, quel poveretto aveva perso una nipote. Per tuo zio, Vittoria era una semplice conoscente.»
Mirella annuì.
«Conoscente e avversaria. Entrambi hanno disputato il Trofeo delle Due Province, il giorno prima dell’omicidio.»
«No, non è così» replicò Ottavia, «sei male informata.»
Mirella sussultò.
«Cosa vuoi dire?»
«Che sei male informata, come ho detto.»
«Per niente. Lo raccontava lui stesso, quando ero bambina. Non era una questione che gli piacesse approfondire, ma è capitato che gli chiedessero della Montevecchio. In quelle occasioni riferiva che la signorina Vittoria aveva gareggiato con lui al Trofeo delle Due Province, proprio il giorno prima della sua morte – non usava mai il termine “omicidio”. Se non sbaglio, la Montevecchio partiva dal fondo della griglia, per un problema avvenuto durante la sessione cronometrata del giorno precedente.»
«Tuo zio era ancora lucido all’epoca?»
«Mi sembrava di sì.»
«Eppure deve essersi confuso» insisté Ottavia. «Sono riuscita a trovare l’elenco degli iscritti a quell’edizione del Trofeo delle Due Province. Non hai idea di quanto abbia dovuto faticare per riuscire a procurarmelo. Ti assicuro che non vi è alcuna traccia di Vittoria Montevecchio, non solo tra i concorrenti qualificati per la gara, ma proprio tra gli iscritti stessi.»
Mirella obiettò: «Potrebbe esserci stato un errore di trascrizione.»
Ottavia precisò: «È una fonte d’epoca.»
«La Montevecchio potrebbe essere stata iscritta in un secondo momento» azzardò Mirella. «Magari i programmi o gli elenchi degli iscritti erano già stati stampati... possono esserci delle spiegazioni, non credi?»
«Anche il fatto che tuo zio si sia confuso con un’altra edizione potrebbe essere una spiegazione, non pensi?» replicò Ottavia.
«No, non lo penso» affermò Mirella. «Era convinto di quello che diceva. Non ho idea del perché Vittoria Montevecchio non risulti nell’elenco degli iscritti al Trofeo delle Due Province, ma ti assicuro che c’era, anche se mio zio affermava di non ricordarsi del suo risultato. Era probabile che si fosse ritirata per un guasto, dato che non era arrivata al traguardo. Non ricordava, però, di averla vista dopo la fine della corsa.»
«Oh. E se...»
Ottavia si interruppe.
«E se...?» la esortò Mirella.
«Niente» rispose Ottavia, in tono sorprendentemente tagliente. «Hai ragione tu quando dici che penso troppo alla Montevecchio. Il fatto che un personaggio come lei colpisca così tanto l’immaginario non dovrebbe distrarmi da quello che conta davvero.»
Mirella azzardò: «Che cosa conta davvero?»
«Andare a bere qualcosa insieme» rispose Ottavia, il suo tono improvvisamente dolce. «Dove mi porti?»
«Non lo so. Dove vuoi andare?»
«In un posto in cui ci siamo solo io e te. Vieni a casa mia.»
Mirella si irrigidì.
«Qualcuno potrebbe vederci.»
«E allora?»
«Ti ho già detto come la penso. A quest’ora finiremmo per dare nell’occhio. Non è come trovarsi all’ora di pranzo o di cena, o magari subito dopo.»
Ottavia ribatté: «Se qualcuno ti vedesse venire a casa mia, non potrebbe comunque avere le prove che io e te stiamo insieme.»
«Il problema non è questo e lo sai» rimarcò Mirella. «Non avrei problemi a fare sapere a chiunque che io e te stiamo insieme, se non ci fossero quegli impiccioni che mi ronzano intorno.» Sospirò. «Non avrei mai dovuto darti corda, quando mi hai chiesto di dare confidenza alla Colombari.»
«Quando la vacca ossigenata vuole impicciarsi di qualcosa, non le importa che qualcuno le dia confidenza» replicò Ottavia. «È meglio farsela amica per tenerla sotto controllo e capire cosa vuole.»
«Il punto è proprio questo: capire cosa vuole. Finora non ci sono riuscita e non posso chiederglielo in maniera troppo esplicita. Ho provato a incastrarla, ma è più scaltra di quanto tu possa credere.»
«Come ti ho detto, la finta anticonformista è incapace di affermarsi da sola. Vuole sistemarsi a tutti i costi e l’occasione d’oro è Pietro Bruni. È stato lui a coinvolgerla, non ci sono dubbi.»
Pietro Bruni. Bruni, come Virginio Bruni. Mirella ricordava quel nome, non per averne sentito parlare in passato da Giovanni Pinardi, ma per essersi successivamente informata sulla vicenda, preoccupata dal rischio di ritrovarsi indirettamente coinvolta in una losca vicenda della quale avrebbe fatto volentieri a meno. Il Bruni di settant’anni prima era il direttore di gara designato per il Trofeo delle Due Province. C’era chi raccontava che si fosse sentito male alla vigilia della competizione, morendo pochi giorni dopo in ospedale, e chi invece replicava che era tutta una montatura, perché in realtà era uno dei testimoni dell’omicidio di Vittoria Montevecchio. Qualunque fosse la verità, a Mirella non era sfuggita l’omonimia tra costui e l’impiccione che aveva insistito così tanto per dare un’occhiata a quello che restava del luogo del delitto. Per quanto il cognome non fosse così raro, era difficile che si trattasse di un caso. Inoltre, se Pietro Bruni stava davvero indagando sui fatti di settant’anni prima, doveva essersi accorto del fatto che Mirella avesse il cognome in comune con uno dei concorrenti di quella specifica edizione del Trofeo delle Due Province, e ciò non prometteva nulla di buono.
***
Pietro non aveva mai seguito Edward Roberts sui social. A dire il vero, non si era neanche mai preoccupato troppo di quali fossero i propri profili seguiti, almeno finché non aveva preso a utilizzarli per fare ricerche. Subito dopo essersi reso conto di come tra i “followed” vi fossero molte autoproclamate celebrità che aveva conosciuto ai tempi in cui era fidanzato con Anna, aveva attuato un ampio lavoro di “unfollow”, certo che non avrebbe rimpianto oche svampite che mostravano al mondo la loro nuova borsa pagata una modica cifra che si aggirava intorno a mille o duemila euro, un netto contrasto anche con la moda alla portata di tutti del marchio che la famiglia Forti aveva reso popolare.
Pietro non aveva iniziato a seguire nuovi profili. In fondo utilizzava un account ufficiale e si guardava bene dall’intraprendere azioni che potessero farlo precipitare nell’occhio del ciclone. Sapeva che ogni mossa era sorvegliata dall’occhio feroce dell’individuo medio, quello che non aveva niente di meglio da fare che farsi film mentali e fantasie di ogni tipo a proposito di personaggi pubblici, interpretando a proprio piacimento le loro parole o le loro azioni. Era meglio non correre rischi e limitarsi a curiosare, mantenendo un basso profilo.
Non aveva mai seguito Edward Roberts sui e non iniziò a seguirlo, ma andò in più occasioni a dare un’occhiata a quello che pubblicava. Purtroppo il pronipote di Robbie Redgrave e Teddy dava l’impressione di condividere le stesse paranoie di Pietro e si guardava bene dallo scrivere con frequenza. Si limitava in prevalenza a condividere post sul mondo dell’automobilismo – niente che fosse di dubbia provenienza o vagamente polemico – senza mai spingersi più indietro dell’epoca moderna, se non addirittura contemporanea.
Solo l’ultima condivisione si distingueva: l’autore originale era una vecchia conoscenza di Pietro e l’argomento non poteva lasciarlo indifferente.
@ERobertsOfficial ha condiviso il post di @Oliver19_Fischer86:
Sto svolgendo una ricerca su Vittoria Montevecchio, sulla sua carriera (in particolare quella a livello locale/ nazionale) e sulla sua personalità. Mi piacerebbe scambiare qualche parola su di lei con eventuali suoi parenti, oppure discendenti o amici di suoi conoscenti.
Chi di voi avesse informazioni utili è pregato di contattarmi via Direct Message in qualsiasi momento, grazie.
Pietro rilesse il post più volte, quasi ad accertarsi che esistesse davvero e non fosse soltanto il frutto della sua immaginazione. Quando fu sufficientemente certo che Oliver Fischer avesse davvero pubblicato quella richiesta e che Edward Roberts – proprio quell’Edward Roberts che non aveva mai pronunciato una singola parola a proposito delle competizioni degli anni Cinquanta, nonostante ben due suoi parenti avessero preso parte alle gare dell’epoca – l’aveva condivisa affinché fosse vista da un pubblico più vasto, Pietro iniziò a riflettere sul da farsi.
Una parte di lui ne aveva abbastanza di Oliver Fischer. Il fatto che avesse concepito un figlio insieme a Dalila non lo disturbava. Era accaduto quando Pietro ancora non aveva idea dell’esistenza della Colombari. Inoltre, superata una certa età, era sempre stato consapevole del fatto che prima o poi avrebbe potuto innamorarsi di una donna con figli. Il problema era ciò che Dalila provava, o era convinta di provare, nei suoi confronti. Oliver era sempre stato un ostacolo tra di loro, anche quando Pietro e Dalila si frequentavano. Se almeno Fischer avesse contraccambiato i presunti sentimenti della Colombari, il fatto che questa avesse deciso di troncare la loro relazione per lui avrebbe anche avuto senso, ma Oliver non aveva mai fatto il passo in cui Dalila sperava.
Pietro non sapeva fino a che punto fosse opportuno spingersi per fare chiarezza. Aveva assicurato a sua nonna che avrebbe scoperto che cosa fosse davvero accaduto settant’anni prima. Non poteva tirarsi indietro, anche se Evelina non poteva più controllare fino a che punto si stesse impegnando.
Già qualche giorno prima, quando Fischer aveva scherzato sul fatto che indagare di nuovo insieme a lui su un caso di omicidio, gli era balenata in testa la possibilità che proprio Oliver potesse un giorno fare chiarezza. Dal tenore del suo post, sembrava che avesse già quell’intenzione. Pietro realizzò ben presto che vi era una sola possibilità.
Non mandò un Direct Message a Fischer. Gli telefonò, sperando che rispondesse. Aveva già perso le speranze, ma alla fine Oliver si presentò.
«Sì?»
La sua voce giunse con un tono asettico.
«Ti devo parlare» affermò Pietro.
«La cosa non mi stupisce» ribatté il giornalista. «Non è forse questa la ragione che spinge le persone a chiamare qualcuno al telefono?»
«Non fare troppi giri di parole, Fischer. Devo vederti al più presto.»
«Temo che non sia possibile. Sono impegnato, in questi giorni.»
Pietro replicò: «Non me ne frega un cazzo dei tuoi impegni!»
Oliver sentenziò, in tono pacato: «A me, invece, interessano molto. Un mio amico è venuto a trovarmi dall’estero e non ho alcuna intenzione di metterlo da parte per stare ad ascoltare i tuoi proclami.»
Pietro azzardò: «Per caso quel tuo amico è Edward Roberts?»
«Non vedo perché la cosa ti riguardi.»
«Perché ti chiamo per via del post che hai scritto sulla Montevecchio. Roberts l’ha condiviso. Mi viene spontaneo pensare che possa trattarsi proprio di lui.»
«Oh.»
«Non hai altro da dire, Fischer?»
«Che la tua telefonata potrebbe arrivare ad assumere un senso» rispose Oliver. «Spiegami che cosa ti ha spinto a contattarmi. Sai qualcosa di lei?»
«Non al telefono. Ho bisogno di vederti. Puoi portarti dietro anche Roberts come guardia del corpo. L’importante è che ne parliamo di persona.»
«Non “porto” Roberts da nessuna parte. Se sei così desideroso di vedermi, alzi il culo e vieni a casa mia.»
«Grazie per l’invito» ribatté Pietro, «ma preferirei incontrarti in un luogo più neutrale.»
«Hai paura che ti faccia a pezzi con una motosega e ti seppellisca in cantina? Se proprio lo vuoi sapere, mi fa schifo il sangue, non ho intenzione di tenermi un morto in casa e soprattutto non sono in possesso di una motosega. Credo che tu possa stare tranquillo, Bruni.»
«Fai poco lo spiritoso, Fischer. Quando scoprirai perché voglio parlarti, smetterai di ridicolizzarmi.»
«Non ti sto ridicolizzando» tagliò corto Oliver. «A che ora vieni?»
«Va bene stasera alle nove?»
«Va bene, ti aspetto. Non fare tardi.»
«Ti assicuro che non farò tardi» gli garantì Pietro, anche perché l’indomani avrebbe dovuto occuparsi fin dalla prima mattina di noiose questioni lavorative, dato che il weekend lungo era ormai terminato, fare le ore piccole a casa di Fischer non sarebbe stato l’ideale.
Durante le ore che lo separavano dall’appuntamento valutò con cura fino a che punto potesse esporsi. L’idea di raccontare a Oliver della sua parentela con il direttore di gara del Trofeo delle Due Province non lo allettava affatto, ma avrebbe dovuto giustificare in qualche modo il suo interesse per la vicenda. Non aveva ancora deciso niente, quando finì inevitabilmente per distrarsi. Lo fece cercando il profilo di Flavio Bonetti. A quanto pareva, il cugino della Montevecchio aveva vinto una discreta somma di denaro a un torneo di poker al quale aveva partecipato a Tenerife.
Pietro sbuffò. Possibile che tutto gli ricordasse la misteriosa morte di Vittoria? Ad assistere al delitto erano stati quattro uomini che giocavano a poker – tra cui Virginio Bruni, sostenevano certe malelingue, incuranti del fatto che la notte dell’omicidio si trovasse agonizzante in un ospedale di Reggio Emilia.
Ovviamente non vi era alcuna prova che Virginio Bruni fosse davvero stato ricoverato nei giorni che avevano preceduto la gara. Dovevano esservi state, ma era andato tutto irreparabilmente perduto. Pietro avrebbe dovuto fidarsi della versione dei fatti che gli era stata fornita da nonna Evelina, senza nemmeno la possibilità di chiederle ulteriori chiarimenti.
Con un sospiro, decretò che avrebbe dovuto, per forza di cose, condividere diverse informazioni con Fischer.
***
Mirella raccattò la blusa finita sul pavimento e la indossò. Ottavia era ancora seminuda e sembrava piuttosto divertita dall’idea che il banco della reception fosse divenuto ben altro, per loro, quel pomeriggio. Mirella non trovava la cosa altrettanto comica. O meglio, era esistito un tempo in cui avrebbe trovato allettante una simile prospettiva, ma non dimenticava il fatto che questa fosse stata resa possibile da circostanze sgradevoli. Ovviamente non era contraria ai lavori di ristrutturazione decisi dal cugino, che rimaneva pur sempre il proprietario dell’agriturismo, ma guardava la faccenda da una prospettiva ben diversa. I lavori significavano una chiusura forzata e il fatto che fossero iniziati in una settimana in cui la Festa della Repubblica cadeva di martedì significava un ulteriore rallentamento.
«Vado a prendere una boccata d’aria» annunciò, dopo essersi rivestita integralmente.
Aveva bisogno di stare da sola per qualche istante e immaginava che Ottavia non l’avrebbe seguita all’esterno in biancheria intima.
L’altra rimase dentro. Mirella guardò la terra smossa nel cortile, le reti arancioni che delimitavano le aree interessate dagli scavi. Sperava che l’impresa di ristrutturazioni non commettesse errori. Se avesse rotto per sbaglio un tubo dell’acqua, avrebbe messo a rischio le prenotazioni previste in occasione della riapertura, nella terza settimana del mese.
Sbirciò dietro le reti. Con gli occhi sbarrati, fissò a lungo ciò che intravide. Infine, una voce alle sue spalle la fece sobbalzare: «Che cosa c’è qui sotto?»
Mai come in quel momento Mirella aveva provato disprezzo per Dalila Colombari. In tono secco, la “vacca ossigenata” pretese di sapere: «Che cosa ci fai qui? Chi ti ha detto che potevi venire a impicciarti?»
«Rilassati» fu la calma replica della fotografa. «Passavo per un semplice saluto. Se avessi saputo che non gradivi, non sarei mai venuta qui.» Le indicò la lamiera accartocciata. «Adesso, però, ci sono. Non posso più andare via.»
Neanche fosse stata l’eroina senza macchia di uno di quei film che Mirella detestava con tutta se stessa, Dalila scostò la rete e si arrampicò su un cumulo di terra, chinandosi per esaminare l’oscuro reperto.
«Che cavolo c’è sepolto qui sotto?»
Era la situazione più assurda e inopportuna nella quale Mirella si fosse mai trovata, almeno fino a quel momento. Non poteva immaginare che qualcosa di ben peggiore fosse alle porte. Accadde poco dopo.
«Ehi, tesoro, dove ti sei cacciata?» La voce di Ottavia arrivò ben distinguibile. «Perché non torni dentro? Pensavo che ti piacesse stare a gambe aperte sul banco della reception.»
Dalila si alzò lentamente, tenendo in mano una piccola placca metallica. Scese dalla collinetta di terra, tornò a oltrepassare la rete.
«Vedo che vi conoscete» declamò. «Complimenti, Mirella. Perfino una vecchia zitella con i capelli grigi come te è riuscita a stupirmi.» Si rivolse a Ottavia: «In quanto a te, devo ammettere che non mi sorprendi affatto. Sono pronta ad aspettarmi di tutto.» Guardò prima l’una e poi l’altra. «Forse vi chiederete che intenzioni abbia e credo sia opportuno parlare chiaro: intendo scoprire che cosa sia successo a Vittoria Montevecchio... e lo scoprirò prima di voi.»
Ottavia ribatté, sprezzante: «Come pensi di riuscirci?»
«Non lo so ancora» rispose Dalila, «ma avere scoperto che sepolto qui sotto c’è quello che resta di un’auto da corsa è un punto di partenza.» Mostrò loro la sagoma metallica di una farfalla. «Questo è lo stemma della Montevecchio. Penzolava da quello che resta del cofano. Scoprirò che cosa significa tutto questo.»
«Vattene» le intimò Mirella. «Non voglio più vederti. Non osare mai più presentarti qui.»
«Ne farò a meno, se non sarà necessario» le assicurò Dalila. «Buon proseguimento a entrambe. Divertitevi, sul banco della reception.»
***
Pietro era ormai pronto per uscire quando il campanello iniziò a trillare come se ad azionarlo fosse una persona senza alcun controllo di sé. Alzò il citofono. Non fece in tempo a pronunciare una sola parola. Dalila esclamò: «Ti prego, aprimi subito!»
«Sto scendendo» la avvisò Pietro. «Tra un minuto sono da te.»
Non aveva alcuna intenzione di fare tardi all’appuntamento con Fischer, ma non si sarebbe mai tirato indietro di fronte a una simile insistenza da parte di Dalila. Una simile veemenza era il probabile segno di una situazione di urgenza.
La trovò che sbuffava davanti al portone, palesemente impaziente. Gli sventolò davanti la sagoma di una farfalla. Era verniciata di nero con qualche sfumatura grigia sulle ali. Era rovinata dal tempo, in diversi punti la vernice si era staccata, lasciando vedere la base metallica.
Pietro riconobbe lo stemma.
«Vittoria Montevecchio.»
«Già.»
«Dove te lo sei procurata?»
«All’Agriturismo Farfalla Perduta» rispose Dalila. «Volevo fare un’improvvisata a Mirella, ma ho scoperto che è chiuso per lavori. Una ditta sta facendo degli scavi. Li ha lasciati a metà, credo che oggi non lavorassero, visto che è festa. C’è il rottame di un’auto da corsa sepolto nel cortile... e su quel rottame c’era la farfalla.»
Pietro spalancò gli occhi.
«Là sotto c’è l’automobile di Vittoria Montevecchio?»
«Così pare... e non c’è solo questo.» Dalila parve esitare. «Ho scoperto una cosa.»
«Ovvero?»
«Mirella...»
Si interruppe.
«Mirella?» la esortò Pietro.
«È la compagna di Ottavia. O l’amante. Quelle due sono qualcosa l’una per l’altra e io non avevo idea del fatto che si conoscessero.» Dalila abbassò lo sguardo. «Credo che la loro fosse una trappola.»
Pietro rabbrividì. Che Ottavia Mattioli stesse giocando sporco non lo stupiva, ma non si aspettava lo stesso da parte di Mirella. C’era una sola cosa da fare, ormai.
«Anch’io devo confidarti una cosa.»
«Dimmi.»
Pietro le raccontò del post di Oliver condiviso da Edward Roberts e di come si stesse preparando per andare a raccontare la propria storia al giornalista.
«Non pensavo che avrei collaborato di nuovo con Fischer» ammise, «né ce l’avevo come ambizione, ma non vedevo alternative. È l’unico che può scoprire qualcosa.»
«Vuoi raccontargli la tua storia, eh?» replicò Dalila. «Quale storia? Gli vuoi dire che abbiamo visto un fantasma?»
«Non siamo certi di averlo visto.»
«Quindi vuoi dirgli che forse hai visto un fantasma?»
«No.»
«Allora cosa? Ti avverto, Bruni, se mi stai nascondendo qualcosa lo scoprirò, peoprio come ho scoperto la relazione tra Mirella e Ottavia. Non credi che la soluzione più facile per tutti sia parlarne apertamente?»
Pietro ammise: «Sì, Dalila, ho qualcosa da nascondere. Se vieni con me da Fischer scoprirai tutto.»
Arrivarono alle ventuno passate da pochi minuti. Oliver aprì la porta e strabuzzò gli occhi alla vista di Dalila.
«Come mai quell’aria da pesce lesso, Fischer?» lo apostrofò la Colombari. «Per caso questa vostra indagine è riservata ai veri uomini? In tal caso non preoccuparti, sono un vero uomo onorario.»
Anche Edward Roberts si presentò sulla porta. Dalila gli rivolse un saluto nella propria lingua, per poi chiedergli in inglese come stesse. Dal momento che Roberts non parlava l’italiano, se non per qualche parola del tutto insufficiente per portare avanti una conversazione, quella sera avrebbero parlato in inglese.
Andarono a sedersi intorno al tavolo del soggiorno e, senza troppi giri di parole, vennero subito al punto, Pietro prima di tutti gli altri: «Vi devo spiegare le ragioni del mio interesse per Vittoria Montevecchio. Mia nonna, prima di venire a mancare un paio di mesi fa, mi ha raccontato che mio nonno, tale Virginio Bruni, era il direttore di gara incaricato per il Trofeo delle Due Province, la competizione che si svolse poco prima dell’omicidio di Vittoria Montevecchio. Non diresse mai quella corsa. Secondo mia nonna, fu ricoverato in ospedale a seguito di un malore improvviso, per il quale morì alcuni giorni più tardi. In ospedale avrebbe vaneggiato – secondo quanto un’infermiera riferì a mia nonna – a proposito del fatto che qualcuno avesse tolto Vittoria Montevecchio dagli iscritti alla gara. A questo punto, però, c’è qualcosa di strano: mio nonno Virginio non sarebbe stato in ospedale la notte del delitto, ma a giocare a poker nella proprietà della Montevecchio. Insieme ad altri tre uomini avrebbe assistito al delitto. Non è stato difficile scoprire chi fosse uno di questi: era un certo Giovanni Pinardi, che poi comprò il casolare, e che risulta avere disputato il Trofeo delle Due Province. Il proprietario attuale è il figlio di quel Pinardi ed è il cugino della donna che lo dirige.»
«Molto interessante» osservò Oliver Fischer, «ma dubito che tuo nonno potesse essere sia in punto di morte all’ospedale sia a giocare a carte la notte del delitto.»
«Esattamente» convenne Pietro. «Mia nonna affermava che fosse stato avvelenato. Secondo la sua versione dei fatti, il ricovero in ospedale sarebbe vero. Voleva che scoprissi la verità, era convinta che la morte di mio nonno avesse a che vedere con l’omicidio.»
«Se davvero aveva assistito al delitto» osservò Oliver, «allora avrebbe senso che il colpevole volesse sbarazzarsi di lui.»
«Sì, certo. Però non poteva essere previsto in anticipo. Mi sembra molto improbabile che abbia fatto finta di avere un malore e di essere in ospedale quando in realtà intendeva andare a giocare a poker nel cortile del casolare, per poi avere davvero un malore a causa del quale è venuto a mancare.»
«Concordo. È tutto molto strano.»
Dalila intervenne: «Del resto, non può non essere strano, visto che sepolta nel cortile del casolare c’è il rottame di un’auto da corsa.»
Sia Fischer sia Roberts si girarono di scatto a guardarla. Oliver volle sapere: «Chi te l’ha detto?»
«Ho fatto un sopralluogo sul posto. L’ho visto con i miei occhi.» Dalila mostrò lo stemma della farfalla. «C’era questo.»
Oliver parve divertito.
«Hai trafugato una prova?»
Fino a quel momento Roberts non aveva ancora parlato. Pietro volle sapere da lui: «Che cosa ne pensi di Vittoria Montevecchio? Entrambi i fratelli Redgrave la conoscevano bene, mi pare.»
La replica di Edward non gli diede molta soddisfazione: «Non so molto di lei. Anch’io sono interessato a scoprirne qualcosa di più. Il mio prozio Robbie partecipò all’edizione del Trofeo delle Due Province che venne disputato prima della morte di Vittoria. Credo che fossero molto amici, forse qualcosa di più, anche se all’epoca le relazioni non ufficiali venivano mascherate dietro all’amicizia.» Guardò prima Pietro e poi Dalila. «Un po’ come voi, forse.»
Oliver Fischer lo mise a tacere con una gomitata.
«Non fare il pettegolo, Roberts.»
A Pietro non sarebbe dispiaciuta un’amicizia di quel tipo con Dalila, ma era ben lontano dall’obiettivo e, a dire il vero, gli sarebbe dispiaciuto ancora meno se Edward avesse evitato di intromettersi in affari che non lo riguardavano.
Per fortuna Fischer iniziò a fare ipotesi su come muoversi. Era positivo che non avesse stroncato a priori l’idea di indagare insieme sull’oscura vicenda di settant’anni prima, così come che il suo discorso avesse messo a tacere Edward Roberts, che fino a quel momento non aveva detto nulla di utile.
Le considerazioni di Fischer vennero interrotte dallo squillo di un cellulare. Era quello di Oliver. Si alzò, si diresse verso il mobile sul quale teneva il telefono.
«Ottavia?» borbottò.
Dalila scattò in piedi.
«Ottavia Mattioli?»
«Sì» confermò Oliver. «È una collega, ho avuto a che fare con lei di recente. Mi ero dimenticato che ci fossimo scambiati i numeri di telefono. La conosci?»
Dalila annuì.
«Anche troppo bene.»
«Se dovesse menzionare Vittoria Montevecchio» suggerì Pietro, «metti il vivavoce. Edward, Dalila, in tal caso restate in assoluto silenzio.»
Nessuno contestò quelle istruzioni. A quanto pareva, Pietro aveva azzeccato la ragione della telefonata. Parlando con Ottavia, Oliver gli fece un cenno piuttosto eloquente. Poco anche Pietro e Dalila udirono con chiarezza la voce della giornalista.
«...posso offrirti uno scambio equo. Io ti passo delle informazioni che possono aiutarti a tornare sulla cresta dell’onda stando lontano dagli scandali, tu mi fai conoscere qualche pezzo grosso che possa aiutarmi a fare carriera.»
«Che cosa c’entra Vittoria Montevecchio con tutto questo?» obiettò Oliver. «Hai delle informazioni su di lei?»
«Non è stata davvero uccisa» rispose Ottavia. «A seconda di quello che puoi offrirmi, posso valutare la possibilità di dirti dove puoi trovare le prov-...» Si interruppe di scatto. «Scusami un attimo, Fischer, devo controllare una cosa.»
Si udirono dei rumori indistinti. La giornalista non aveva riattaccato.
«Chi sei?» chiese la sua voce, che ormai giungeva in lontananza. «Come hai fatto a entrare?»
Seguì un urlo, poi un gemito, infine un tonfo. La telefonata si interruppe bruscamente.
Pietro si rese conto di tremare.
«E adesso» esclamò, «che cazzo è successo?»
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