Ho sempre avuto l’abitudine di catalogare le eventualità in base a quanto siano probabili. Il picco della scala, quello della massima improbabilità, è che Bonetti possa un giorno prendere moglie. Eppure, stamattina, quando siamo scesi dalla sua Lambretta e abbiamo incrociato il quartetto delle donne che organizzano le riunioni della parrocchia, non ho potuto fare a meno di notare come costoro lo guardassero.
Tre di loro non si sono mai maritate, mentre un’altra è vedova. Due di queste devono avere superato i quarantacinque anni, mentre le altre arrivano a malapena ai quaranta. Se Bonetti puntasse all’una o all’altra, potrebbe ancora riuscire a concepire un erede, invece di affermare che sarò io la sua unica erede. Gliele ho indicate con un vago cenno del capo.
Bonetti ha compreso all’istante cosa intendessi. Ha borbottato: «Non m’interessano né la Silvana né la Franca.»
Ho obiettato: «Potrebbero essere due valide possibilità, se tu volessi sistemarti.»
Bonetti ha dichiarato: «Non intendo prendere una moglie che mi costringa ad andare perfino ai vespri. Quelle due bigotte, per quanto mi riguarda, possono anche rimanere zitelle!»
Ho giocato la solita carta: «Allora a chi lascerai, un giorno, il tuo patrimonio?»
Bonetti ha riso, poi ha esclamato: «Come ben sai, non resterà un grande patrimonio, quando io non ci sarò più! Non avrai molto del quale godere.»
In altre occasioni, è capitato che gli rammentassi come la speranza di vita di un corridore automobilistico sia inferiore alla media, ma stavolta non avevamo a disposizione troppo tempo per parlare, avremmo fatto tardi alla messa. Non che Bonetti desiderasse presenziarvi, ma l’avevo convinto ad accompagnarmi affinché, appunto, potesse avere qualche speranza di intrattenersi, dopo la celebrazione, con la Silvana, o con la Franca, oppure con un’altra signorina del loro calibro. Ovviamente, il risultato è stato pessimo. Tutto ciò che ho ottenuto è stato avere accanto a me Bonetti che sbuffava, come se non fosse in grado di stare seduto composto e di alzarsi in piedi al momento opportuno, mormorando orazioni in latino, per poco più di quaranta minuti.
Ho notato la soddisfazione salire, sul suo volto, nel momento in cui si è accorto che il parroco si avvicinava alle battute conclusive. È stato il primo a uscire dalla chiesa. Con una scusa, l’ho convinto a trattenersi nel piazzale, in attesa del noto quartetto. Purtroppo è andato subito in direzione del calzolaio, con il quale si è messo lungamente a conversare, fintanto che la moglie di costui non ha messo fine alla conversazione. Il calzolaio e la signora si sono diretti dall’altro lato della strada, dove avevano parcheggiato il loro macinino.
Nel frattempo, è accaduto l’impensabile: ho visto la Franca allontanarsi dalle sue tre amiche e dirigersi verso di me. Si era tolta il foulard, per metterlo intorno al collo come una sciarpa, e i suoi riccioli castani svolazzavano sotto la brezza di aprile.
«Signorina Vittoria!» ha esclamato.
«Buongiorno» ho detto, con un tono eccessivamente pomposo.
«È la nipote di Bonetti, non è vero?» mi ha chiesto.
Ho risposto affermativamente.
La Franca ha annuito e si è lasciata andare a un sorriso. Ho guardato dove fosse Bonetti e gliel’ho indicato: «Oh, ecco mio zio!»
Ho fatto un cenno, rivolta a quest’ultimo, che si è avvicinato zoppicando.
La Franca, nel frattempo, mi informava: «Ieri pomeriggio, dalla parrucchiera, ho sentito dire che prenderà parte alla Corsa della Polvere.»
È questo il nome con cui viene comunemente chiamato il Trofeo delle Due Province, ma non pensavo vi si facesse riferimento al salone della Donata. Ancora meno, ritenevo che la Franca potesse provare interesse per le competizioni automobilistiche. Con una certa meraviglia, invece, l’ho ascoltata dilungarsi su come fosse impressionata dalla partecipazione alla corsa della Scuderia Saetta Cremisi.
«La Donata ha detto che ci saranno perfino corridori stranieri» affermò, «e che ha visto su un giornale le fotografie di un certo... come si chiama? È un bel signore inglese, Regre-... Regra-...? Ha un nome strano.»
La Franca non è una donna di mondo. Dal lunedì al sabato, porta in giro il latte a bordo di una bicicletta, oppure a piedi. La domenica mattina, va a messa. Al massimo, qualche volta, la domenica pomeriggio si spinge fino alla balera, anche se probabilmente ha desistito quando i potenziali cavalieri presenti hanno smesso di chiederle di ballare. Una volta, qualche anno fa, l’ho vista seduta in disparte, con l’aria triste, nella speranza di essere adocchiata, se non da un giovanotto, almeno da un signore di mezza età. Deve essere difficile, per lei, comprendere che i nomi esteri non sono uguali ai nostri.
La correggo: «Redgrave. Robbie Redgrave.»
La Franca annuisce.
«Appunto, ha un nome strano.»
Non le dico che, se dovessimo sforzarci di tradurlo, ne verrebbe fuori qualcosa tipo “tomba rossa”, che tra l’altro non è certo un cognome augurale, per un corridore che compete nelle gare internazionali a bordo di un’automobile iscritta con licenza italiana!
Il bel signore inglese, come l’ha definito colei della quale mi auspico che Bonetti possa divenire un corteggiatore, è stato ben presto messo da parte, per dare spazio a questioni più pratiche.
«La Donata ha detto che oggi, nel pomeriggio, vi sarà una... come si chiama?»
«Sessione non cronometrata. Sarà l’ultima vera e propria occasione per mettere a punto le macchine.» Ho guardato Bonetti. «Per fortuna, ho accanto a me il mio meccanico di fiducia.»
«Il tuo meccanico di fiducia» mi ha ricordato Bonetti, «che è stato invitato a pranzo dal calzolaio Rossi. La signora Bruna mi ha raccomandato di non fare tardi, quindi è meglio che io ti accompagni a casa.»
La Franca mi ha fissata.
«Lei pranza da sola, signorina Vittoria?»
«Sì» ho affermato. «Preferisco concentrarmi sull’impegno del pomeriggio, piuttosto che sul pasto.»
«Allora la lascio andare e mi scusi se le ho fatto perdere tempo!» ha replicato la Franca.
«Si figuri» mi sono congedata, in tono cordiale. «Arrivederla, a presto.» Bonetti si stava già avviando verso la Lambretta. Io, invece, ho avuto un’intuizione: «Signorina Franca, vuole per caso venire ad assistere?»
Era entusiasta. Le ho dato appuntamento per le due e mezzo del pomeriggio, comunicandole l’indirizzo preciso. Le ho suggerito anche quale via percorrere, dal momento che le strade principali sarebbero state chiuse ai passanti.
Mentre salivo sulla Lambretta, Bonetti mi ha chiesto da quando io e la Franca fossimo così in confidenza.
«Da quando ho scoperto che le piacciono le corse» ho risposto.
Mi ha accompagnata al casolare. Mi sono guardata bene dal lasciarlo entrare dentro casa. Sono sicura che Leslie sia molto bravo a interpretare la parte del bravo tuttofare, ma preferisco evitare nella maniera più assoluta di destare sospetti, e non tanto perché potrebbe apparire sconveniente che una signorina e un domestico rimangano da soli nella stessa casa. Del resto, posso sempre giustificarmi affermando che non è certo mia responsabilità se la Clara ha deciso di accettare in impiego a Modena, lasciandomi senza una cameriera qualificata. Non posso certo rimpiazzarla con la prima venuta!
Ciò che temo, è che qualcuno possa scoprire che c’è un motivo ben preciso se ho assunto Leslie al mio servizio, il quale non risiede nel fatto che sia un giovanotto avvenente.
L’ho detto anche a Leslie, quando sono entrata in casa. Mi sono lasciata andare, gli ho rivelato di avere paura. Credo di avere esagerato, ma non sono sicura che Leslie abbia compreso tutto alla perfezione. Come sempre, quando converso con lui, ho pronunciato frasi sconnesse, perché non conosco tanto bene l’inglese, così come Leslie non conosce tanto bene l’italiano. Parliamo entrambi meglio il francese ed è in quell’idioma che mi sono espressa, finendo tuttavia per saltare all’occorrenza alla lingua di Shakespeare o a quella di Dante.
Leslie non mi ha giudicata. Non mi ha detto: «Farebbe meglio a contenersi, signorina Vittoria, che non siamo in una sala cinematografica davanti a una pellicola strappalacrime.»
Solo nel trascrivere queste parole sento ancora i brividi. Non riesco a credere che abbiano determinato la fine della mia carriera nelle corse di durata, almeno in quelle importanti. Una parte di me è ancora convinta che la mia reazione all’orrore più atroce al quale avessi assistito su un circuito automobilistico fosse giustificata e che le misure intraprese non siano del tutto sufficienti. Sono combattuta, perché non sono certa che il Trofeo delle Due Province disponga di strutture adeguate. Se ci fosse la Vittoria Montevecchio dello scorso giugno, mi direbbe che dovrei scappare a gambe levate, anziché prendere parte alla corsa. Però la Vittoria Montevecchio dello scorso giugno non c’è, cerco di tenerla fuori dal mio presente. L’unico passato sul quale cerco di concentrarmi è quello che riguarda Teddy Redgrave e l’epoca in cui era con lui, e non con suo fratello, che condividevo l’automobile.
Ho pranzato in fretta, incurante del fatto che, al contempo, Bonetti stesse verosimilmente consumando i tortellini e il cotechino cucinati dalla signora Bruna, la moglie del calzolaio. Mi sono concessa un po’ di prosciutto e del formaggio, che sono andata a comprare ieri. Da quando non c’è più la Clara, tocca a me andare a fare la spesa, perché Leslie non comprende bene l’italiano e i negozianti non fanno lo sforzo di ripetere e di parlare più lentamente. Il salumiere mi ha detto che dovrei mandarlo via e assumere il fratello della sua domestica a ore. Ridendo, l’ho detto a Leslie, mentre ci alzavamo da tavola.
Mancava ancora più di un’ora al ritrovo per la sessione non cronometrata. Nonostante avessi mangiato poco, mi è salita la nausea. Leslie mi ha chiesto se stessi bene, perché gli sembravo un po’ pallida.
Ho replicato: «Quando mi metto in macchina, mi sento sempre bene!» Ho sfoderato uno dei miei migliori sorrisi e ho aggiunto: «Oggi, in più, c’è anche una bella sorpresa.»
«Quale?»
«Una parrocchiana zitella verrà a vedermi.»
«Una...?»
Leslie non ha capito, quindi ho provato a spiegarglielo così: «Signorina. Senza marito. Trentasei anni, forse trentasette. Mio zio. Bonetti. Farle la corte. Speriamo.» Quando ha sorriso, ho aggiunto: «La Franca.»
«Lafranca» ha ripetuto Leslie.
Forse dovrei fare come fanno nel centro e nel meridione, dove non antepongono gli articoli ai nomi di battesimo. Questo eviterebbe confusione, ma è un pensiero molto campato in aria. Leslie non resterà a lungo nelle campagne emiliane. Presto non ci sarà più niente da fare per lui, qui.
~.~.~
Franca (ci provo) era molto contenta di vedermi. Mi ha accolta agitando una mano. Ho ricambiato il saluto. Mi aspettavo che mostrasse una certa meraviglia, nel vedermi con la tuta da corsa, il casco di cuoio e gli occhiali, invece che con l’abito ricamato e il foulard in tinta, come quella mattina, ma sono stata io a stupirmi di fronte alla facilità con cui accettava quella mia immagine.
Da tanto tempo, ormai, ho l’impressione che la gente fatichi a capacitarsi dell’idea che ci siano due diverse versioni di me. Da un lato c’è Vittoria Bonetti, la signorina di paese, dall’altro c’è Vittoria Montevecchio, un’entità che, fuori dal mondo delle corse automobilistiche, viene considerata quasi irreale. Non che dentro quel mondo sia diverso: è capitato di rado che partecipassi a eventi mondani, ma la consapevolezza che la Montevecchio potesse apparire come una vera signora spesso lasciava tutti spiazzati. Ciò non accadde mai con Teddy Redgrave, il quale mi offrì fin dal primo momento un’amicizia disinteressata. Non successe nemmeno con suo fratello Robbie, anche se in questo caso la situazione è sempre stata molto più complicata.
Dopo avere scambiato qualche parola con la Franca (non ci riesco proprio, per me non sarà mai solo Franca), mi sono guardata intorno alla ricerca di Bonetti, che proprio non si vedeva. Ciò era per me fonte di notevole stupore. A quell’ora, doveva avere già finito da un pezzo di gustare il cotechino della signora Bruna! Non è mai stata sua abitudine arrivare in ritardo e ho iniziato ad avvertire il disdicevole sentore di una disgrazia imminente.
A onore del vero, una disgrazia era già successa da qualche giorno, ma Bonetti l’aveva appresa proprio a pranzo, dal calzolaio, ed era quella la ragione della sua mancata puntualità. Un cugino di Rossi era rimasto gravemente ferito in un incidente sul lavoro avvenuto in una fabbrica metalmeccanica del bolognese, nella quale lavorava fin da quando si era trasferito una ventina di anni prima.
«Era un mio caro amico d’infanzia» mi ha spiegato Bonetti, «e la notizia mi ha lasciato senza parole. Poi, ho ricevuto il colpo di grazia: è deceduto proprio ieri sera, dopo una lunga agonia. Sarà sepolto al cimitero del posto. Il parroco locale ha accettato di celebrare il funerale in una data che per la comunità operaia è molto simbolica.»
Ho notato una certa indecisione nella sua voce, ma non ho avuto troppo tempo per riflettere. L’innominabile, nonché ultimo uomo sulla faccia della Terra che avrei voluto vedere, si stava dirigendo verso di me a passo deciso. Era impeccabile, senza un capello fuori posto, né una piega nella camicia.
«Vittoria Montevecchio, che sorpresa!» ha esclamato.
Mi fissava con insistenza e avrei voluto sostenere il suo sguardo, ma gli occhi mi sono inevitabilmente caduti sulla piccola spilla d’oro che portava appuntata sulla cravatta, la sagoma stilizzata di un fulmine, lo stesso stemma presente sulle macchine della sua scuderia.
«La sorpresa è tutta mia» ho replicato, cercando di mantenere la calma. Quando mi ha guardata con un’espressione dubbiosa, ho chiarito: «Non mi aspettavo che la Saetta Cremisi potesse disputare una corsa di basso rango, quale potrebbe apparire il Trofeo delle Due Province.»
La sua obiezione non è tardata ad arrivare: «Si sbaglia, signorina Montevecchio. Sono un grande estimatore di corse come il Trofeo delle Due Province. Eventi come questo conservano ancora il fascino delle origini. Omaggiano i giorni in cui a competere erano solo i veri uomini, anziché le signorine che reagiscono all’inevitabile con la disperazione. In ultima sintesi, sono io che devo meravigliarmi per la sua presenza. Non mi sembra di averla vista nell’elenco degli iscritti. È sicura che le sarà concesso di prendere il via alla gara? O meglio, che le sarà concesso di tentare la qualificazione, domani? Non è scontato, in ogni caso, che riesca ad assicurarsi un posto per la gara.»
Dal modo in cui guardava la mia automobile, sulla quale svettavano, ben lucidati, il numero 32 e la figura che da tempo ho scelto come mio stemma, ho avuto l’impressione che stesse sottovalutando le prestazioni del mezzo meccanico. Da questo punto di vista, sono certa che dovrà ricredersi. Bonetti ha fatto un lavoro magistrale.
Rimaneva in sospeso l’altra questione: quell’uomo ritiene che dovrei rimanere lontana dal mondo delle corse. Non si tratta di una novità assoluta. In un’occasione mi sono vista rifiutare l’iscrizione con una squadra ufficiale perché “le competizioni non sono né per le signore, né per le signorine”. In questo caso, però, è diverso. Non stiamo parlando di un pregiudizio secondo cui le donne dovrebbero stare lontane dalle automobili da corsa, quanto piuttosto di un’opinione personale espressa contro di me, Vittoria Montevecchio, colpevole di non avere la freddezza sufficiente ad accettare qualsiasi tipo di conseguenza.
Quanto accaduto lo scorso giugno è la vicenda più atroce alla quale io abbia mai assistito su un circuito automobilistico. Non sono stata l’unica a ritenere inaccettabili gli avvenimenti di Sarthe. Diverse nazioni hanno vietato le corse fintanto che le strutture non saranno considerate sufficientemente adeguate in termini di sicurezza.
Sul momento, ho cercato di non lasciarmi scalfire. La sessione non cronometrata si è svolta in maniera assolutamente regolare. Secondo Bonetti, c’è da preoccuparsi un po’ per una piccola perdita d’olio, ma non dovrebbe essere nulla di grave.
Il percorso è cambiato lievemente, rispetto alle passate edizioni. Alcuni tratti che gli anni scorsi erano sterrati adesso sono asfaltati. Quando sono scesa dall’automobile, tuttavia, le mie condizioni non erano diverse: il mio casco, i miei occhiali e la parte inferiore del mio volto erano ricoperti di polvere tanto quanto ai vecchi tempi.
L’innominabile è tornato a tormentarmi. Mi ha chiesto se un salone di bellezza non fosse più adatto a una signorina come me. Ho replicato, con freddezza: «Oggi è domenica, il salone della Donata, la nostra parrucchiera di paese, è chiuso. Resterà chiuso anche domani, e non solo, anche martedì.»
Prima che potesse ribattere, ha fatto la propria comparsa trionfale Robbie Redgrave, il “bel signore inglese”, e devo dire che mai vi fu una definizione più azzeccata. Sembrava esitare, quando mi ha salutata, eppure non vi era nulla di più dolce della sua voce.
«Bonjour, Mademoiselle Vittoria. Buongiorno, come state?»
Avevamo l’abitudine di conversare in francese, lingua comune a entrambi, ma pareva avere una certa padronanza dell’italiano, maggiore di quanto ricordassi, probabile effetto della sua permanenza presso la Scuderia Saetta Cremisi.
Non mi sembrava la sede più opportuna per spiegargli che in italiano non si usa il Voi, ma il Lei, e che il Voi potrebbe ricevere sgradevoli interpretazioni ed essere associato a uno sgradevolissimo ed estremamente disdicevole periodo della nostra storia recente, a meno che non si stia parlando in dialetto, o che non lo si usi per rivolgersi con rispetto a una persona anziana con la quale si abbia una certa familiarità. Del resto, chi potrebbe mai preoccuparsi troppo della maniera in cui si esprime in italiano un cittadino dell’Impero Britannico?
Non solo non era la sede opportuna, ma non vi ho nemmeno prestato troppa importanza, sul momento. Essere di fronte a Robbie Redgrave, ricoperto di polvere tanto quanto me, significava essere di fronte ai giorni passati in cui eravamo di più che due compagni di squadra. Mi ha rammentato le lettere che ci scrivevamo, all’inizio spesso, poi sempre più di rado. A volte mi chiedo se la ferita che per me è ancora aperta lo sia anche per lui, poi mi dico che forse non vi è alcuna ferita di questa natura, che me la sto imponendo per non essere travolta dalle altre ferite, quelle specifiche del mio mestiere.
Tornando a noi, ero di fronte a Robbie Redgrave, che mi parlava un po’ in francese e un po’ in italiano. Ho ricambiato il suo saluto.
Tra noi, c’è stata una breve conversazione, ancora una volta mescolando le due lingue. Avrei preferito se l’innominabile si fosse defilato, ma ho dovuto stringere i denti e sopportare ancora la sua presenza. Ringraziando tutti i Santi, ha evitato sgradevoli allusioni in presenza di Redgrave e soltanto quando Robbie si è congedato è tornato al nostro dibattito, affermando: «Il fatto che la parrucchiera del paese oggi sia chiusa non mi sembra una buona ragione per la sua insistenza. Non crede di avere già dimostrato che le corse non fanno per lei?»
Ho obiettato: «Non era quello che pensava quando mi ha offerto un posto come titolare su una delle sue macchine. Non ha mai dubitato di me, fino all’anno scorso a Le Mans.»
L’ho visto annuire, prima di concedermi: «Quello che dice è vero. Penso di essere sempre stato un visionario. Per questa ragione, non mi sono lasciato condizionare da certi commenti che ai tempi erano sgraditi a entrambi. Le ho dato fiducia e l’ha ricambiata. È veloce, signorina Montevecchio, questo non l’ho mai messo in dubbio. Però è emotiva, troppo emotiva. Allontanarla è stata la decisione migliore che potessi prendere. Non voglio nella mia squadra corridori che si lascino prendere dall’isteria, come ha fatto lei in quella sciagurata occasione.»
«Era una sciagurata occasione, appunto» ho rimarcato. «Avevo tutto il diritto di essere sconvolta. Avrebbe dovuto esserlo anche lei.»
«Siamo tutti abituati alla morte, signorina Montevecchio.»
«Siamo abituati alla morte, ma non a una strage di quella portata. Penso di potere sopportare la vista di un’automobile che prende fuoco. Posso sopportare anche che un numero circoscritto di spettatori possa rimanere coinvolto in uno sventurato incidente, ma quello che è successo a Le Mans è troppo. Non può chiedermi di reagire come se fosse normale che un’automobile, trasformata in una palla infuocata, plani sopra al pubblico, trucidando decine e decine di spettatori e ferendone oltre un centinaio.»
«Urlare e disperarsi ha forse cambiato le cose?»
«Deridermi e farmi notare che non eravamo dal cinematografo ha forse contribuito a cambiarle?»
«Io e lei non andremo mai d’accordo su questo, signorina Montevecchio. Le consiglio di stare lontana dalle corse, nel suo interesse.»
L’ho corretto: «Bonetti.»
«Come dice?»
«Signorina Bonetti. È questo il mio nome, quando sono lontana dalle corse. Si rivolga a me a questa maniera, se per lei Vittoria Montevecchio non è degna di gareggiare in automobile.»
Non gli ho dato il tempo di una risposta. Gli ho voltato le spalle e mi sono allontanata. Sono rincasata a piedi, del resto il casolare è a poche centinaia di metri da uno dei tratti più stretti del tracciato.
Lungo il tragitto, ho trovato Leslie insieme a una ristretta mandria di pecore che brucavano l’erba. Ho visto un vecchio pastore che sonnecchiava, seduto sotto un albero. Ho chiesto spiegazioni al tuttofare, il quale ha affermato di avere approfittato della situazione: «Persone non fanno caso a me. Pensano che io sia qui con...» Indica le pecore. «Sheeps.»
Sorrido, prima di esclamare: «Ottimo lavoro, Leslie! Non ci abbiamo pensato, ma è una buona idea quella che tu assista alle sessioni in incognito!»
******
«Adesso gli sposi e i testimoni firmeranno l’atto di matrimonio, affinché esso abbia anche valore civile» annunciò il prete, mentre gli invitati si stavano già avviando verso l’uscita.
Dalila guardò attraverso l’obiettivo, prima di dilungarsi in una serie di scatti, andando a caccia dell’inquadratura perfetta. La sposa si muoveva come in preda all’estasi, con uno svolazzare di tessuti rosa pastello, stesso colore della cravatta indossata dal neo-marito.
Dalila immortalò il momento della firma, per poi prepararsi a esaudire ogni ulteriore richiesta. In un mondo in cui ciascun evento veniva immortalato da decine e decine di smartphone, con un concreto rischio di obsolescenza per il mestiere che svolgeva da vent’anni, non poteva permettersi di non sottostare agli ordini dei clienti.
Gli sposi iniziarono a guardarsi intorno, forse alla ricerca del punto esatto dove volevano essere immortalati. Dalila ne approfittò per avvicinarsi a don Sergio.
«Ehi.»
Il prete alzò lo sguardo.
«Vai. Ti stanno aspettando.»
«No, affatto» replicò Dalila. «Immagino che stiano cercando le migliori condizioni di luce, come se ne capissero qualcosa. Spero che decidano in fretta. Anzi, no. Più tempo passano qui e più tardi arriverà il momento del ricevimento. Se solo ci penso, mi sento male.»
«È lavoro» le ricordò don Sergio. «Non sei stata forse tu a supplicarmi di raccomandarti a tutte le coppie che non sapevano quale fotografo ingaggiare per la cerimonia?»
«Certo, e infatti non mi lamento» ribatté Dalila, «ma questi... sono letteralmente due bimbiminch-...» Si interruppe. «Ci siamo capiti, bro.»
Il suo vecchio amico la guardò storto.
«Bro?»
«Non lo dici forse anche tu, che siamo tutti fratelli e sorelle in Cristo?»
«Appunto, non bro e sis nel nome della musica trash.»
«Trap» lo corresse Dalila.
«No, intendevo dire proprio quello che ho detto: trash.»
«Vedrai che un giorno qualcuno fonderà il sottogenere della Christian Trap e cambierai idea. Sarebbe interessante. Se fossi un produttore musicale ci farei un pensiero. Ci pensi? Qualcosa tipo:
Ti ringrazio mio Lord,
per avermi dato queste cord-
vocali,
vedo le ali
dei tuoi angeli e i Santi
accompagnano i miei canti,
nella mia vita
di pecorella smarrita
non ho mai perso
la retta via,
ma vivo on the road,
in questa via,
ma lo sai cosa faccio?
non rubo e non spaccio,
non mi cerca la polizia,
invoco la Vergine Maria:
il mio canto così bello
merita cash nel cappello.
Ovviamente i Christian Trapper vengono dalla strada tanto quanto gli altri, ma si limitano a chiedere l’elemosina ai passanti affascinati dalle loro spiccate doti canore. I loro testi sono pieni di citazioni religiose decontestualizzate e un giorno sperano di essere reclutati dai cori celesti.»
«Forse sarebbe meglio» azzardò don Sergio, «se si facessero reclutare da un’agenzia di lavoro interinale.» Le indicò gli sposi. «Ti stanno chiamando.»
«Vado, allora. Tu pensaci.»
«A cosa?»
«A un coro trap per la tua chiesa.»
«Se non fossimo nella Casa del Signore e io non stessi indossando questo abito, potrei dirti apertamente come la penso, ma viste le circostanze sono costretto a trattenermi.»
Dalila sorrise.
«Avanti, su con la vita. Pensa alle cose belle: tu stai per sbarazzarti dei due sposini, io dovrò sorbirmeli ancora per diverse ore! A proposito, perché si sono sposati proprio di venerdì?»
«Perché volevano sposarsi oggi, dato che è il quinto anniversario di quando si sono conosciuti, e il calendario gregoriano ha voluto che questa data cadesse di venerdì.»
Lo sposo la chiamò a gran voce: «Signorina Colombari?»
Dalila sbuffò.
«Signorina? Si vede così tanto che sono zitella?»
Voltò le spalle a don Sergio e andò a immortalare gli sposi in posa accanto a una vetrata dipinta. Quella trafila durò più a lungo di quanto avrebbe desiderato, ma fu senza dubbio migliore del dovere assistere da vicino al lancio del riso, all’esterno della chiesa.
Poi arrivò il padre della sposa, che si dilungò nello spiegarle come raggiungere l’agriturismo nel quale si sarebbe svolto il ricevimento nuziale. Dalila conosceva bene l’indirizzo, era andata perfino a fare un sopralluogo sul posto qualche giorno prima, dato che non voleva sbagliare strada, ma ritenne poco educato farglielo notare. Per fortuna, seguì un tragitto della durata di una ventina di minuti, nel quale si lasciò cullare dal senso di pace primordiale che regnava nell’abitacolo della sua automobile.
Quando giunse a destinazione, si lasciò andare a un sospiro. Fare la fotografa ai matrimoni non era mai stata la sua massima ambizione. Anzi, era una strada che non aveva mai preso in considerazione, ma doveva accontentarsi di quello che aveva. Gli sposi pagavano bene, era meglio tenerseli buoni. Qualcuno, inoltre, abbinava al pessimo gusto in fatto di abiti da sposa un curioso contraltare, ovvero un gusto ottimo in fatto di strutture ricettive. I festeggiamenti sarebbero stati senz’altro noiosi, ma Dalila non poteva negare che l’Agriturismo Farfalla Perduta avesse una certa aura. Ricavato in quello che un tempo era un casolare di campagna, le evocava un solo pensiero: il Trofeo delle Due Province, che doveva essere passato lungo le strade circostanti, anche se non vi era nulla che potesse documentarne il percorso esatto, a distanza di sette decenni.
Dalila scese dalla macchina, togliendosi dalla testa quei pensieri. Aveva ben altro di cui occuparsi. Trascorse le due ore successive a immortalare gli sposi, i loro parenti e tutti gli altri invitati, mentre il sole calava e il crepuscolo dava il benvenuto alla sera.
Quando i quantitativi di alcool consumato furono tali da lasciare ipotizzare che nessuno avesse più il desiderio di essere ritratto, si allontanò, concedendosi qualche istante di relax.
«Dalila Colombari. Wow, che sorpresa!»
Una voce, alle sue spalle, la fece sussultare.
Si girò lentamente.
«Pietro Bruni?»
«In persona.»
«Non mi sto davvero interrogando sulla tua identità. Che cosa ci fai qui?»
«Che cosa ci fai tu, piuttosto?»
Dalila gli indicò la macchina fotografica che portava a tracolla.
«Prova a indovinare.»
«Lo immaginavo, ma non è un po’ triste lavorare ai matrimoni?»
«Lo è ancora di più farlo perché sei amica del celebrante, ma questa è la mia realtà.»
Pietro azzardò: «Non senti la mancanza di qualcosa? Eri abituata all’avventura, a una vita piena di colpi di scena...»
Dalila replicò: «Ti sembra così strano che, dopo quello che ho passato, io abbia deciso di puntare a un’esistenza tranquilla? Sono una fotografa, non ho mai avuto alcun desiderio di andare a caccia di assassini. Quando ci ho provato, non mi è andata molto bene.»
«Eri una fotografa sportiva, fino a non troppo tempo fa. Che cosa ci fai alle cerimonie?»
«Non capitano tutti i giorni delle buone occasioni. In più, lo sai bene, il mio nome è stato associato più di una volta a degli scandali. Faccio quello che posso, ti sembra così strano?»
«No.»
«Bene. Allora, adesso che ti ho spiegato come stanno le cose, posso tornare al mio lavoro?»
Senza attendere la risposta di Pietro, Dalila gli voltò le spalle e si allontanò.
«Aspetta un attimo.»
«Cosa vuoi ancora?»
Pietro fu subito al suo fianco.
«Mi hai chiesto cosa ci facessi qui. Non ti ho ancora risposto.»
«Non sono sicura di volerlo sapere» affermò Dalila. «Non sei vestito abbastanza elegante per essere un invitato.»
«Infatti non lo sono.»
«Né hai bisogno di lavorare qui. Immagino che tu non abbia lasciato l’azienda di famiglia, anche se ti sta troppo stretta. E poi, non ti ci vedo in un agriturismo.»
«Sono qui perché ho fatto gli occhi dolci alla direttrice e mi ha permesso di essere presente proprio stasera, a condizione di non dare nell’occhio.» Pietro suggerì: «Continuiamo questo discorso davanti a qualcosa da mangiare? Dubito che gli sposi ti abbiano offerto la cena.»
«Me la vuoi offrire tu?»
«C’erano un sacco di vassoi, al rinfresco. Quello del fritto misto di pesce è rimasto quasi intatto. So dove trovarlo. Potrei trafugarlo per noi. Ci stai?»
Dalila sospirò.
«Sai una cosa, Pietro? Sarebbe tutto molto più facile, se tu ti comportassi come qualsiasi noioso esponente di una celebre famiglia imprenditoriale.»
«Sì, magari lo sarebbe, ma così è di gran lunga più divertente. Vuoi essere la mia complice, stasera?»
«Dipende cos’hai da offrirmi.»
«Fritto misto di pesce, appunto. Con un po’ di fortuna, posso procurarmi dei piattini e delle posate. Magari anche una bottiglia d’acqua.»
«Gassata, grazie.»
«Aspettami qui.»
«E gli sposi?»
«Chi se ne frega degli sposi. Se la caveranno bene anche senza di te. Non vorrai tornare a casa senza prima avere sentito una storia da brividi!»
Dalila si girò a guardarlo.
«Dovrei cadere nella tua rete? Ho trentanove anni, appena compiuti. Non mi faccio incantare da certe storielle. Vuoi cercare di farmi paura perché io mi fiondi tra le tue braccia? Non ti pare un po’ banale? Non siamo in un teen drama ambientato la notte di Halloween. È già passata da sei mesi, mentre la tua adolescenza è passata addirittura da più di vent’anni.»
Pietro ridacchiò.
«Pensi che potrei ricorrere a certi mezzucci da ragazzino? Se voglio farti cadere ai miei piedi, io ti faccio cadere ai miei piedi.»
«Stai flirtando con me, Bruni?»
«Dammi una ragione valida per non farlo.»
«Non sei ancora andato a procurare quel famoso fritto misto. Perché non provvedi?»
«Come desideri, Madame. O dovrei dire Mademoiselle?»
«È la seconda volta in poche ore che viene rimarcato come io sia zitella.»
«Pensavo che si dicesse single.»
«Dieci anni fa forse sì, alla mia età si dice zitella.»
«Sei la zitella più desiderabile di tutta la Motor Valley. Magari questo potrebbe esserci d’aiuto.»
«In che senso?»
«La direttrice. Usare certi atteggiamenti con lei ha funzionato, ma non troppo. Secondo me è lesbica. Dovresti farle gli occhi dolci anche tu. Magari riesci a strapparle qualche informazione. Io, purtroppo, sono riuscito soltanto a garantirmi l’accesso alla Farfalla Perduta, ma di più non ho potuto fare.»
Dalila obiettò: «Credo che, arrivati a questo punto, dovresti spiegarmi quali siano le tue intenzioni. Cosa sta succedendo all’Agriturismo Farfalla Perduta? C’è qualcosa di poco chiaro?»
«Un omicidio» rispose Pietro. «Non era ancora un agriturismo, ai tempi. È successo settant’anni fa.»
Dalila spalancò gli occhi.
«Che cos-...»
Pietro la interruppe: «Ne parliamo davanti al fritto, se non ti dispiace.»
«Per niente. Sono curiosa. Hai qualche piccola anticipazione?»
«Stanotte sarà l’anniversario del delitto.»
«Oh.»
«Vieni con me. Ho perlustrato questo posto. So dove possiamo andare a cena.»
«Non dovevo aspettarti qui?»
«Ho cambiato idea. Si può sempre cambiare parere, non credi?»
Dalila sussultò.
«È un modo come un altro per dirmi che, se volessi ripensarci, tu sei ancora disponibile?»
«L’hai detto, non io» replicò Pietro. «Vieni.»
Dalila lo seguì. Si lasciò condurre in una stanza piuttosto spoglia, dove c’erano tuttavia un tavolo sgangherato e alcune sedie altrettanto malmesse.
Accomodandosi su una di queste, Dalila azzardò: «Dici che mi sosterrà?»
Pietro sorrise.
«Speriamo.»
Si apprestò a tornare indietro, ma Dalila lo trattenne: «Non metterci troppo.»
«Sarò di ritorno tra esattamente un minuto» le assicurò Pietro.
«Ah, sì?» Dalila ridacchiò. «Guarda che potrei cronometrarti.»
«Oh. Te ne vai in giro con tanto di cronometro, adesso?»
«No. Me ne vado in giro con tanto di smartphone, come un buon novanta percento della gente di oggi. Indovina un po’?» Dalila prese fuori il telefono. «C’è un cronometro, basta solo capire come usarlo.»
«Va bene. Se così stanno le cose, vorrei chiederti una piccola concessione: un minuto e venti secondi? Sai, dato che non mi sarà possibile barare, vorrei assicurarmi di non perdere la scommessa.»
«Non abbiamo scommesso niente.»
«Per me, c’è in palio la gloria.» Pietro le strizzò un occhio. «Fai partire il cronometro, ti assicuro che sarò di ritorno nei tempi concordati.»
Dalila lo guardò uscire dalla stanza, apprestandosi a premere il pulsante. Le cifre iniziarono a correre sullo schermo. Quando Pietro rientrò, con un vassoio in mano, arrestò il cronometro.
«Hai perso.»
«Non ci credo.»
«Puoi leggere: ci hai messo esattamente un minuto, ventuno secondi e cinquecentoquarantotto millesimi.»
«Mi stai contestando poco più di un secondo e mezzo, Colombari?» ribatté Pietro. «Sei seria? E poi, addirittura questa precisione al millesimo?» Depose il vassoio sul tavolo. «Fritto misto ancora tiepido, piattini, posate, bicchieri di finta plastica biodegradabile che danno l’impressione di doversi rompere dopo pochi secondi e acqua effervescente naturale. Lo so, la preferisci più frizzante, ma dobbiamo accontentarci.»
«Ottimo lavoro, Bruni.» Dalila mise via il telefono e guardò il piatto di portata. La pietanza sembrava invitante. «Siediti e raccontami tutto.»
Mentre riempivano i piattini, Pietro esordì: «Tutto iniziò settant’anni fa.»
«Me l’hai già detto.»
«Lo so, ma la storia comincia così.»
«La storia è una leggenda metropolitana, oppure un fatto realmente accaduto?»
«È un fatto realmente accaduto, al quale sono stati senz’altro aggiunti dei dettagli, come l’apparizione del fantasma della vittima la sera dell’anniversario della sua morte.»
«Oh. Quindi domani sera dovrebbe fare la propria comparsa?»
«No, stasera.»
«Eppure l’anniversario del delitto è domani.»
«Forse sì, forse no.»
Dalila faticava a seguire la narrazione poco accurata di Pietro, ma il presunto coinvolgimento di un fantasma rendeva il tutto meno interessante. Dalila non escludeva a prescindere l’esistenza di una vita ultraterrena e, anzi, riteneva di avere comunicato con Tina Menezes in un momento di parziale incoscienza, ma non nutriva alcuna fiducia nella veridicità di una storia in cui, tra i protagonisti, vi era lo spirito della vittima che tornava sul luogo del delitto.
«Questo pesce è ottimo, non credi?» domandò, cercando di cambiare discorso.
«Sì, quando era ancora caldo doveva essere fantastico» rispose Pietro. «Peccato che gli invitati l’abbiano snobbato.»
«Siamo a debita distanza dal mare. Molta gente è convinta che il pesce debba essere consumato soltanto nelle località balneari. Non mi stupisce che abbiano preferito i prodotti locali.»
«Il motivo potrebbe essere questo.»
Dalila non replicò. Rimase in silenzio, in attesa che Pietro riprendesse a parlare. Passò un po’, prima che succedesse. Quando accadde, tornò sul delitto di settant’anni prima.
«La vittima era una giovane donna benestante. O meglio, era giovane per gli standard odierni. Aveva ventisei anni. Non so se, all’epoca, fosse considerata giovane. Viveva in questa casa. Suo padre lavorava con le auto, nel settore delle corse.»
Dalila alzò lo sguardo.
«Oh.»
«Anche sua madre.»
«Non è esattamente quello che mi aspetterei da una signora degli anni Cinquanta.»
«Tardi anni Quaranta, direi. Si è ammalata gravemente, negli anni Cinquanta era già morta.»
«Oh, mi dispiace.»
«Anche il padre era già morto, all’epoca dell’omicidio. La nostra ventiseienne viveva da sola nella casa di famiglia... o meglio, da sola per gli standard dell’epoca.»
«Cosa intendi?»
«C’era una cameriera. Poi, negli ultimi tempi, c’era anche il misterioso signor Leslie. Era un giovane tuttofare venuto dall’Inghilterra, possiamo considerarlo una sorta di maggiordomo.»
«Non mi dirai che ha ucciso la signora!»
«È proprio ciò di cui è stato accusato, ma a quel punto era già scappato, lasciando perdere le proprie tracce. Non si sa che fine abbia fatto, come se fosse sparito nel nulla.»
«Interessante.»
Pietro sorrise.
«Lo vedi? Non è male, come storia.»
«Peccato che non regga molto. Che cosa ci faceva un maggiordomo inglese negli anni Cinquanta in un casolare di campagna a metà strada tra Modena e Reggio Emilia? Sarebbe stato molto più probabile trovarlo nella villa di un Lord inglese.»
«Ottima osservazione, Dalila. Ti viene in mente qualche spiegazione?»
«A parte che questa storia sia un fake che hai fabbricato tu stesso?»
«Sai che sono una persona diretta e che non invento storie per impressionare. Se voglio andare a letto con una donna, glielo dico apertamente.»
«Non credo che tu sia così sfacciato.»
Pietro replicò: «Invece lo sono. Mi piacerebbe fare sesso con te e non ho alcuna intenzione di nascondertelo. Però, come ben sai, non avevo la più pallida idea di trovarti qui. Sono venuto per scoprirne qualcosa di più sul tragico omicidio di Vittoria Montevecchio.»
Dalila strabuzzò gli occhi.
«Che cosa?!»
«Immaginavo che questo nome non ti avrebbe lasciata indifferente. Presumo che tu sappia chi fosse.»
«Certo che lo so. Modestamente, me la cavo bene con la storia del motorsport. Vittoria Montevecchio, peraltro, è una figura molto interessante. Era lanciata verso una carriera di tutto rispetto. Aveva corso perfino insieme a Robbie Redgrave. Mi stai dicendo che l’Agriturismo Farfalla Perduta, un tempo, era casa sua?»
Pietro confermò: «Proprio così, ed è stata uccisa qui.»
«Settant’anni fa domani.»
«Ufficialmente sì.»
«Che cosa ti fa pensare che la versione dei fatti ufficiale non sia quella vera?»
«Niente, non è un’idea mia. Diciamo che ci sono versioni che potremmo chiamare leggende metropolitane, proprio come le hai definite tu. Perché dovrebbero esserci teorie alternative, se l’assassino fosse davvero il maggiordomo inglese e il delitto fosse stato consumato esattamente come si crede?»
«Non saprei. Perché non dovrebbero esserci? La gente è sempre stata dotata di una certa fantasia. Perché dovremmo stupirci, se circolano teorie del complotto a proposito di un omicidio?»
«Capisco quello che vuoi dire, Dalila... ma non sarebbe stato molto più semplice per tutti lasciare che tutte le colpe ricadessero sull’inglese? Non aveva legami con nessuno. Era sparito nel nulla, segno che non sembrava avere alcuna possibilità di difendersi.»
«Tecnicamente sì, ma pensa solo a quanta gente crede di sapere chi sia il vero assassino quando si tratta di casi di cronaca, riversandosi sui social media a proclamare la propria verità. Nessuno si loro ha alcun coinvolgimento nel delitto o nelle indagini, semplicemente vogliono convincersi di saperne di più di tutti gli altri.»
«Oggi. Settant’anni fa non c’erano i social media.»
«Con tutto il male che si può dire di certe piattaforme, non hanno inventato niente. Semplicemente, un tempo, la gente comune non aveva luoghi in cui potere dire tutto quello che le passava per la testa davanti a un pubblico più vasto della gente che stava nelle immediate vicinanze nella piazza del mercato. Adesso ce l’ha.»
«Non mi convinci, Colombari.»
«Sei tu a non convincermi. Perché un bel quarantenne esponente di una celebre famiglia imprenditoriale, anziché stare a cena con un’autoproclamata VIP vestita di grandi firme, dovrebbe stare in un agriturismo di campagna a trafugare cibo durante un ricevimento nuziale, intrattenendo una fotografa con chiacchiere a proposito di un omicidio risalente a settant’anni fa? Perché questo delitto ti interessa così tanto?»
«Perché dovrebbe interessarmi stare a cena con un’oca svampita che ha speso più di mille euro per una borsa da sera, quando la mia azienda di famiglia produce, tra l’altro, marsupi e tracolle che vengono venduti a trenta o quaranta euro? Ho avuto fidanzate di quel calibro, ma mi sono dimenticato di loro nel momento stesso in cui io e te ci siamo chiusi insieme nel bagno di una discoteca.» Pietro la guardò negli occhi. «Lo so, Dalila, tra noi è finita, ma mi hai fatto vivere emozioni che non pensavo si potessero provare. Voglio seguire il mio cuore, non i vincoli imposti dalla mia posizione.»
«Seguire il tuo cuore significa diventare un acchiappafantasmi?»
Pietro rise.
«No, non sono un acchiappafantasmi. È solo che l’azienda di famiglia sponsorizzava la Vertigo, quando è morta Tina Menezes. Quell’incidente mi ha segnato più di quanto desiderassi, specie per l’indifferenza con cui è stato accolto da mia sorella. Per lei, la morte della Menezes era solo uno sventurato episodio che avrebbe potuto minare l’immagine del nostro marchio. Per me, è stato un punto di non ritorno. Nel tempo libero, cerco di approfondire più che posso la storia delle donne nell’automobilismo. Vittoria Montevecchio mi ha colpito, perché era quella che più le somigliava. È molto probabile che non avesse una personalità altrettanto frizzante, ma ho deciso di scoprire qualcosa di più su di lei. Ho iniziato a fare ricerche e queste, a sorpresa, mi hanno condotto a incontrarti.»
«Finiamo questo fritto» decretò Dalila, «e poi andiamo insieme a caccia di fantasmi.»
«Sul serio?»
«È un modo come un altro per stare lontani da certe tentazioni.»
Pietro ribatté: «Lo dici come se lasciarti andare non ti piacesse. Eppure, in quel bagno, mi hai fatto capire subito che ti piaceva parecchio. Ricordo bene i tuoi gemiti.»
«Era difficile non gemere durante una sessione di petting così intensa» puntualizzò Dalila. «Non posso negare che tu ci sappia fare, sia con le mani sia con la lingua... e non solo con quelle, avrei scoperto in seguito. Però cerco altro: una stabilità che finora mi è mancata. Non sono più la ragazza esuberante che si vanta delle proprie esperienze, non mancando di esagerarle.»
«Va bene, come vuoi» concluse Pietro. «Se proprio vuoi calarti nel ruolo della zitella austera, posso accontentarmi di scoprire insieme a te che cosa ne sia stato davvero di Vittoria Montevecchio.»
«Come pensi di scoprirlo? La gente che c’era a quell’epoca sarà già morta. Con un po’ di fortuna, potremmo trovare qualche ultranovantenne incartapecorito, magari affetto da demenza senile. Non caveremo un ragno dal buco.»
«Proviamoci, almeno.»
Dalila annuì.
«Proviamoci. Magari, con un po’ di fortuna, incontreremo il fantasma in persona! Chissà che non sia la stessa Montevecchio a rivelarci chi l’ha uccisa.»
***
«Credo che dovresti portare questa roba dove l’hai presa» azzardò Dalila, indicando i piatti e i bicchieri vuoti.
Pietro mise tutto sul vassoio.
«Dopo. Adesso ti porto al piano di sopra.»
Senza esitare, Dalila lo seguì. Imboccarono il corridoio che conduceva alle scale e salirono. Pietro continuò a farle strada. Andava a passo spedito, senza lasciarle troppo tempo per guardarsi intorno. Si fermò soltanto quando giunse di fronte a un ampio portone di legno chiuso da un lucchetto.
«Immagino che la nostra ricerca sia già finita» azzardò Dalila.
«Immagini male» ribatté Pietro. Teneva in tasca un mazzo di chiavi, che le mostrò. «Le ho prese di nascosto, mentre salutavo la direttrice.»
Fece scattare il lucchetto, aprì il portone e invitò Dalila a varcare la soglia: «Prego, Mademoiselle.»
Entrarono in un grande locale adibito a magazzino, con una lunga vetrata sulla parete esterna, che si affacciava sul cortile. Questo era illuminato quasi a giorno, rendendo l’interno visibile nonostante la penombra.
Dalila decretò: «Una volta, non c’era quel finestrone. Non c’era nemmeno una parete. Questo era un fienile.»
«Proprio così» convenne Pietro. «Da questo fienile, dopo avere lanciato un urlo, Vittoria Montevecchio venne buttata giù, nel corso della notte. Alcuni testimoni la videro cadere. Erano almeno quattro.»
«Che cosa ci facevano dei testimoni fuori nel bel mezzo della notte?» obiettò Dalila. «Devi ammetterlo, questa storia è un po’ strana.»
«Stare fuori nel cuore della notte è forse un crimine?»
«No, così come non lo è assumere un maggiordomo inglese. Però è tutto molto improbabile, non credi? Voglio dire, che cosa ci faceva qui il fantomatico signor Leslie? E che cosa ci facevano quattro testimoni nel cortile della casa di Vittoria Montevecchio?»
«Pare giocassero a poker.»
«Di notte?»
«Di notte.»
«Nel cortile di una casa di campagna di altrui proprietà?»
Pietro puntualizzò: «Non sto dicendo che questo sia sensato. Ti sto solo informando su quale sia la versione dei fatti che ai tempi fu presa per buona. La fuga di Leslie venne considerata come un fortissimo indizio di colpevolezza.»
«Invece c’è chi sostiene che quella notte Vittoria fosse già morta, se ho capito bene» replicò Dalila. «Perché? Quali sono gli indizi a sostegno di una simile teoria? Chi avrebbe urlato, se la Montevecchio era già morta? Dove era stato nascosto il cadavere, fino a quel momento, e da chi? Il maggiordomo inglese era in casa? Quella cameriera già menzionata, invece?»
«La cameriera era andata via dieci giorni prima, dopo avere trovato un impiego in città» rispose Pietro. «Vittoria Montevecchio e il maggiordomo erano soli.»
«Siamo sicuri che questo maggiordomo sia davvero esistito?»
«Considerando che diverse persone sostennero di averlo incontrato e di avere scambiato qualche parola con lui, riuscendo a capirsi a fatica, direi di sì. Non ci sono prove che si chiamasse davvero Leslie e che fosse davvero inglese, ma di certo non era italiano.»
«E tu vorresti indagare su questa faccenda?»
«Perché no?»
Dalila rimarcò: «Non hai niente in mano, se non le informazioni lette su qualche sito web o su qualche libro.»
Pietro chiarì: «Le ho lette su un blog amatoriale, il titolo, tradotto in italiano, qualcosa come “verità e miti su Vittoria Montevecchio”. A proposito, sai che non era il suo vero cognome, ma uno pseudonimo?»
«Sì.»
«Hai letto anche tu quel blog?»
«No, non ne ho mai sentito parlare.»
«Pare che l’autore fosse un giornalista che scriveva per un sito sulle categorie minori dell’automobilismo a ruote scoperte. Si chiama Dirk Strauss, o qualcosa del genere.»
Dalila fu scossa da un brivido.
«Dirk Strauss?»
«Lo conosci?»
«Preferisco non risponderti.»
«Va bene, lo conosci» concluse Pietro.
Dalila evitò di riferirgli che anche quello era uno pseudonimo e che Dirk Strauss era Oliver Fischer, il padre di suo figlio Mirko, nonché colui per cui lo aveva lasciato, convinta che un giorno potessero esserci speranze per loro.
«È interessante, quel blog?»
«La maggior parte dei post risalgono a cinque anni fa. Qualcuno è stato pubblicato anche dopo, ma non c’è nulla di nuovo. Ritengo molto probabile che Dirk Strauss non abbia trovato altre informazioni sulla Montevecchio.»
«Parlava anche del fantasma?»
«No.»
Pietro si avviò verso la lunga finestra. Dalila lo seguì, inciampando in uno scatolone e rischiando di cadere.
«Tutto a posto?» le chiese Pietro, senza voltarsi.
«Sì, tutto bene.»
Dalila lo raggiunse accanto al vetro. La musica suonava, ma il volume non era eccessivamente alto, tanto che si sentivano gli schiamazzi dei presenti. Vide un uomo, forse il padre della sposa, che attraversava il cortile diretto verso lo stabile, forse per andare in bagno. Luci colorate si riflettevano sull’edificio di fronte. Era basso ed era plausibile che, almeno in origine, fosse stato concepito come stalla. Era molto improbabile, tuttavia, che la Montevecchio o i suoi genitori avessero mai posseduto delle mucche. Se Dalila avesse dovuto tirare a indovinare, avrebbe ipotizzato che il padre di Vittoria avesse utilizzato quell’ambiente come officina meccanica.
Le luci si spensero all’improvviso.
Gli invitati esplosero in grida divertite e applausi.
A Dalila parve di udire qualcuno che esclamava: «Avete pagato la bolletta?»
Accanto a lei, Pietro sussurrò: «Questo non era previsto, ma stiamo davvero rasentando il livello della commedia horror adolescenziale. Forse dovremmo metterci a limonare come se non ci fosse un domani.»
Dalila gli rammentò: «Ho trentanove anni, mentre tu ne hai più di quaranta. Ho un figlio, concepito durante un rapporto occasionale con un amico e collega. Non gli ho detto nulla e ho lasciato che si sposasse con un’altra donna. La mia vita sentimentale è stata complicata a sufficienza in passato, non c’è bisogno di aggiungere altre complicazioni.»
Pietro obiettò: «Se fossimo in un’opera di fantasia, questo sarebbe infodump. Vuoi aggiungere anche che il tuo primo ragazzo ti ha lasciata per farsi prete? E che successivamente hai avuto una relazione con uno stalker? Poi è venuta la volta di una tizia che somigliava un po’ alla Menezes, dopodiché...»
«Va bene, basta, niente infodump» lo interruppe Dalila. «Inoltre, vorrei ricordarti che la tua vita sentimentale non è stata molto migliore della mia. Dovevi perfino sposarti con una mezza influencer.»
«Poi ho incontrato te.»
«Ti sei mai pentito di non essere rimasto con lei?»
«Così a Natale avrei dovuto indossare un pigiama con gli elfi e cappello da Babbo Natale in tinta con le pantofole, per posare accanto a lei vestita alla stessa maniera ridicola, mentre tenevamo in braccio due chihuahua con cappottini glitterati, con un enorme albero con luci intermittenti alle nostre spalle? Neanche per sogno!»
«Allora è proprio vero che ti ho salvato da un triste destino.»
Pietro ribadì: «Non lo dico per dire, ma perché è vero. Non importa se io e te non stiamo più insieme. È grazie a te, se ho capito che stavo solo recitando una parte. Non tornerei mai indietr-...»
Si interruppe di colpo. All’inizio, Dalila non ne comprese il motivo. Quando vide il bagliore, pensò che l’impianto elettrico avesse ripreso a funzionare. All’inizio fu un chiarore leggero, poi la sagoma iniziò a farsi più definita. Le ali di una farfalla iniziarono a delinearsi. Era molto stilizzata, come un antico simbolo, e brillava, sul muro dell’edificio di fronte.
«Oh» mormorò Pietro.
«Bella trovata» osservò Dalila. «Non mi aspettavo di vedere qualcosa di simile al matrimonio tra due bimbiminchia.» Il disegno luminoso ondeggiò, poi si dissolse. «È stata una bella scenografia, non trovi?»
«La farfalla» borbottò Pietro.
«Agriturismo Farfalla Perduta» gli ricordò Dalila. «Deve essere il marchio di fabbrica di questo posto.»
Pietro non replicò. Prese fuori da una tasca lo smartphone. Lo schermo acceso svettò nell’oscurità.
«Cosa stai cercando?»
«Aspetta. È un po’ lento, qui non prende il 5G.»
Dalila attese. Poco dopo, Pietro le passò il telefono.
«Guarda tu stessa.»
Le stava mostrando una pagina del blog di Dirk Strauss. Una fotografia in bianco e nero ritraeva un dettaglio applicato su un’automobile da competizione: uno stemma dai tratti semplici, dalla forma di una farfalla con le ali spiegate, la cui punta dipinta di bianco contrastava con il resto, verniciato di nero.
«Wow!» esclamò Dalila. «Hanno proiettato il simbolo distintivo di Vittoria Montevecchio?»
«L’avranno davvero proiettato?» ribatté Pietro. «Non avremo assistito alla sua apparizione?»
«Ma che cazz-...»
Dalila si interruppe, nell’udire un rumore dietro di sé. Qualcuno doveva avere scostato il portone. Una voce, alle sue spalle, annunciò che non erano più soli.
«Signorina Colombari?»
«Signor...» Dalila si rese conto di non avere idea di come si chiamasse. «Signor... padre della sposa?»
«Signor Chiari» rispose costui, «Ettore Chiari.»
Il magazzino si illuminò. Il nuovo arrivato, diversamente da loro, aveva avuto l’intuizione di premere l’interruttore.
«Che cosa ci fa qui?» chiese Dalila, senza riflettere.
«Facevo due passi, per sgranchirmi le gambe» rispose il padre della sposa. «Preso dalla curiosità sono salito al piano di sopra... e poi ho sentito delle voci. Una delle due mi sembrava familiare. Era da un po’ che non la vedevo in giro.»
«È colpa mia» intervenne Pietro. «La signorina Colombari non intendeva assolutamente prendere alla leggera il lavoro. Sono io che l’ho distratta.»
«Oh, nessun problema.» Il signor Chiari parve divertito dalle sue parole. «Sono certo che la signorina Colombari abbia scattato già molte fotografie.»
«Assolutamente» confermò Dalila. «Anzi, sono pronta a tornare al piano di sotto.» Sussurrò, all’orecchio di Pietro: «Sistema tutto, nella nostra sala da pranzo personale.» Si avviò verso il padre della sposa, guardando in basso per non inciampare di nuovo. «Possiamo scendere, signor Chiari.»
Uscì dal magazzino, seguita da costui. Si avviarono insieme verso le scale che conducevano al pianterreno.
«Bella idea, quella della farfalla luminosa» osservò Dalila.
Ettore Chiari replicò: «Di quale farfalla sta parlando?»
Dalila rabbrividì.
«Niente di importante, non si preoccupi.»
«No, sono curioso» insisté il signor Chiari, iniziando a scendere i gradini.
«È stata solo un’impressione» affermò Dalila, cercando di essere convincente. «I giochi di luce possono trarre in inganno.»
Il padre della sposa convenne: «Senza dubbio. Poi, però, è saltato il generatore. È a questo che si riferiva, vero? A qualcosa che ha visto prima che l’illuminazione saltasse?»
Dalila fece la deliberata scelta di non essere diretta: «A cosa dovrei riferirmi, se non a questo?»
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