sabato 18 luglio 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (3/15)

OPENING III

Le accuse di Philippe Charpentier erano ben lontane dall’essere infondate. Certi signori che fuori dall’abitacolo davano l’idea di non sapere nemmeno cosa fosse un’automobile non disdegnavano l’andare a cercare di proposito le zone più polverose, per annebbiare la visuale a chi sopraggiungeva alle loro spalle. Non mi sarebbe dispiaciuto lamentarmi della loro condotta con il direttore Rambaldi, ma più il tempo passava e più prendevo sul serio le parole del corridore reggiano. Quanto aveva lasciato intendere Robbie Redgrave era piuttosto illuminante: le regole non erano uguali per tutti. In più, se anche Rambaldi fosse intervenuto, l’avrebbe fatto nei confronti di chi aveva commesso scorrettezze dimostrabili, non certo di chi stava nell’ombra come l’innominabile.
La conclusione è che non ho fatto nulla. Del resto, i sollevatori di polvere non si sarebbero qualificati per la gara dell’indomani e avrebbero smesso ben presto di essere un problema. Ero sicura di avere fatto alcuni giri puliti. Non contavo di avere conquistato una delle prime file, ma non avevo dubbi sul fatto che sarei stata tra i primi ventiquattro. Lasciata l’automobile nelle mani di Bonetti e degli altri due meccanici avrei potuto godermi la mia soddisfazione.
Il Trofeo delle Due Province è una competizione minore. Viste le circostanze, non mi aspettavo che vi fosse molta rapidità nel diramare il risultato. Ricoperta di polvere com’ero, ho atteso con pazienza, come tutti gli altri. Il corridore reggiano borbottava qualcosa insieme a un concorrente piacentino che conosco di vista. Robbie Redgrave non si vedeva, mentre Charpentier conversava con una signorina giovane e bella che aveva tutta l’aria di essere una cronometrista. È stato necessario aspettare due ore. Ho sentito la tensione accumularsi. Infine, Rambaldi è tornato all’altoparlante e ha iniziato ad annunciare il risultato.
È stato proprio il francese a conquistare il miglior tempo. Intorno a lui, i suoi meccanici hanno iniziato ad acclamarlo. Ho intravisto l’innominabile. Imprecava, probabilmente deluso dal fatto che la Scuderia Saetta Cremisi avesse ottenuto soltanto una seconda posizione, con un certo distacco da Charpentier. L’autore di quel tempo è stato, ovviamente, Robbie Redgrave. Gli altri due corridori portati da Saetta Cremisi competono ad alto livello, ma non alto come quello di Redgrave. Hanno comunque ottenuto risultati rispettabili, l’uno settimo e l’altro dodicesimo.
Eravamo al giro di boa. Iniziavo a provare un po’ di delusione. Mi auguravo di essere almeno al centro del gruppo. A ogni nome pronunciato, i posti disponibili divenivano sempre meno. Il reggiano non sembrava troppo abbattuto dall’essere solamente quindicesimo. L’ho visto esultare insieme a due corridori modenesi, che si erano qualificati appena meglio di lui. Poco dopo è arrivato il turno del piacentino: era diciannovesimo. Io, invece, non c’ero ancora. Ho sentito scandire i cinque nomi restanti e nessuno di essi era il mio.
Tenevo il casco in mano e, per la meraviglia, l’ho lasciato cadere. Non sapevo ancora che sarei rimasta ancora più stupita da ciò che sarebbe accaduto di lì a pochi minuti. Le identità dei non qualificati e i loro risultati sono stati scanditi, l’uno dopo l’altro. Non ero né nel gruppo di chi aveva conquistato l’accesso alla gara, né di chi era stato escluso.
Mi sono girata verso Bonetti. Prima ancora che potessi parlare, Berto l’ha fatto al posto mio: «Che cosa significa?! Dov’è la signorina Vittoria? È impossibile che non ci sia.»
Senza aggiungere altro, si è diretto a passo spedito verso il sostituto direttore di gara e ha iniziato a inveire contro di lui. Se mi è permessa un’opinione in tal senso, sono convinta che non fosse la maniera migliore per essere preso in seria considerazione, ma era troppo tardi per trattenerlo. Del resto, che cosa avrei potuto fare? Ritenevo di non avere né la possibilità di essere presa sul serio, né la capacità di accettare di essere esclusa senza motivo alcuno dalla competizione alla quale ero ufficialmente iscritta.
Proprio mentre mi chiedevo come agire, una voce femminile ha esclamato, con decisione: «Il y a eu une erreur!»
La signorina giovane e bella che avevo visto dialogare con il corridore francese si stava avvicinando a Rambaldi, senza la foga di Berto, ma con una certa determinazione.
Il direttore di gara ha parlato lentamente, scandendo bene le parole: «Non la capisco, Mademoiselle. Qui siamo in Italia, l’idioma ufficiale è l’italiano. Sono spiacente, ma non comprendo la sua lingua.»
«Mi scusi» ha replicato la cronometrista, in italiano, «ho detto che c’è stato un errore.»
Se non fosse stato per la sua pronuncia della lettera “R”, la si sarebbe potuta scambiare tranquillamente per un’italiana. Nella nostra lingua, ha spiegato a Rambaldi che, quando Charpentier era rientrato con un certo anticipo, avendo già spremuto al massimo il mezzo meccanico, si era dilettata a cronometrare il mio giro, incuriosita dalla mia presenza. Secondo il suo conteggio, la mia prestazione era indubbiamente migliore di quella di una parte dei qualificati.
Io non sapevo chi fosse, ma la signorina Josephine era perfettamente al corrente della mia identità, avrei scoperto dopo. Spiegherò questo aspetto in un secondo momento, perché il risultato della sessione cronometrata è decisamente più importante. Secondo Rambaldi, non ero né tra i qualificati, né tra i non qualificati. C’era da scommettere che non ne volesse sapere di prendere in considerazione le rimostranze della signorina francese, alla quale ha intimato ancora una volta di tacere. Chissà come sarebbe finita, se non fosse intervenuto anche Philippe Charpentier che, in italiano piuttosto tentennante, ha chiesto al sostituto direttore di gara: «Vi risulta che Mademoiselle Montevecchio abbia pagato l’iscrizione?»
«Regolarmente!» è intervenuto Berto, continuando a sbracciarsi.
A quel punto, Rambaldi mi ha convocata. Ho cercato di spazzare via un po’ della polvere che avevo sulla tuta, per poi realizzare che era tutto inutile. Almeno mi ero pulita un po’ il volto con un pezzo di tela bagnato, durante la lunga attesa.
Io e l’uomo che poteva ammettermi o escludermi dalla competizione eravamo faccia a faccia. Non aveva l’espressione beffarda dell’innominabile, né sembrava essere particolarmente disturbato dall’idea che una donna potesse mettersi al volante di un’automobile da corsa. Sbuffava semplicemente, come chi è convinto di avere già perso abbastanza tempo.
«Lei è la signorina Montevecchio?»
«In persona.»
«E ha disputato clandestinamente la sessione cronometrata?»
«Ma quale disputato clandestinamente!» ho obiettato. «Le pare che un corridore non autorizzato possa scendere in pista eludendo la sua sorveglianza?»
«Qual è il suo numero di gara, signorina Montevecchio?»
«Il 32.»
«Qual è il nome della squadra?»
«Bonetti Corse.»
«Bonetti Corse, eh?» Rambaldi ha iniziato a consultare i suoi documenti. «Mi dispiace, signorina Montevecchio, ma né il suo nome, né quello della sua squadra, né il suo numero di gara risultano nell’elenco degli iscritti.»
«Ho pagato l’iscrizione, proprio come ha affermato il mio meccanico» ho puntualizzato, sperando che servisse.
Il sostituto direttore di gara ha continuato a leggere.
«In effetti, signorina Montevecchio, la sua quota risulta regolarmente pagata. Tuttavia, deve essere accaduto qualcosa. Forse è stata perduta qualche carta e...»
«Mi scusi» l’ho interrotto, «per caso sta affermando che, per via di un cavillo burocratico, non potrò disputare la gara?»
«Non vi sono rilievi ufficiali sul suo tempo di qualificazione» ha obiettato Rambaldi. «Ovviamente non può essere ammessa alla gara.»
«C’è il tempo misurato dal mio meccanico, il signor Pierino Ronchi» ho precisato. «C’è il tempo misurato dalla signorina...»
Ho guardato la francese con aria interrogativa.
«Arquette» si è presentata costei. «Josephine Arquette.»
«Confronti le nostre misurazioni, signor Rambaldi» l’ho supplicato. «Non abbiamo avuto modo per confrontarli.»
«Lo faccia, per cortesia!» è intervenuto, all’improvviso, Redgrave. Parlava in italiano stentato, ma comprensibile a sufficienza per intimorire il sostituto direttore di gara. «Se la signorina Montevecchio viene esclusa a priori, allora non prendo parte alla gara nemmeno io.»
Nonostante io e Charpentier ci conoscessimo appena, anche il francese è intervenuto in mia difesa, minacciando di ritirarsi. Non mi aspettavo una simile presa di posizione. L’innominabile ha sbottato che stavamo solo perdendo tempo e che, già in passato, avevo dimostrato di non avere le capacità per competere ad alto livello. Non gli ho ricordato che al Trofeo delle Due Province vi erano anche concorrenti decisamente meno competitivi di me, parte dei quali avevano ricevuto proprio da lui l’incarico di ostacolare gli avversari in ogni possibile maniera.
Rambaldi non sembrava più preoccupato dall’idea di perdere tempo. A spaventarlo, era piuttosto la possibilità che i primi due classificati nella sessione cronometrata si ritirassero di punto in bianco. Cercava la soluzione meno dolorosa possibile, la quale era il confronto tra il tempo misurato da Mademoiselle Arquette e dal mio meccanico. Non vi era stata alcuna interazione tra di loro, né la signorina francese aveva dato alcuna delucidazione su quale posizione potessi arrivare a occupare.
Vi erano due decimi di secondo tra il tempo di Jacqueline e quello di Pierino. Secondo la Arquette, mi potevo collocare al quattordicesimo posto, mentre il tempo non ufficiale calcolato dalla mia squadra mi avrebbe assegnato la quindicesima posizione.
«Ritengo ragionevole che lei si sia qualificata per il Trofeo delle Due Province, signorina Montevecchio» ha ammesso Rambaldi.
Ho annuito.
«Lo sapevo.»
«In assenza di una misurazione ufficiale, tuttavia, non potrà esserle assegnata la posizione che le spetta. Ovviamente mi attiverò affinché le venga restituito il denaro che ha versato.»
«Non voglio indietro il denaro! Mi sono qualificata per una competizione alla quale sono ufficialmente iscritta. Non posso accettare l’idea di esserne esclusa perché la direzione di gara si è dimenticata di annotare la mia presenza.»
«Capisco quello che vuole dire, ma...»
«La signorina Montevecchio» è intervenuto Redgrave, «può correre al posto mio.»
«Anch’io, ovviamente» ha affermato Charpentier, «sarei disposto a farmi da parte per lei.»
Non so se il francese sia semplicemente molto galante, oppure se si sia invaghito di me, ma sono grata a lui tanto quanto a Robbie per essersi schierato così apertamente dalla mia parte. Dopo un lungo dibattito, Rambaldi si è arreso.
«Va bene, signorina Montevecchio. Credo di non potere fare a meno di ammetterla sulla griglia di partenza.»
«Oh!»
Non sapevo cosa dire.
«Ritengo doveroso precisare, tuttavia, che non ha un tempo ufficiale» ha aggiunto Rambaldi. «La sua unica possibilità è accettare di scattare dall’ultima casella dello schieramento.»
Non era un pensiero che potesse farmi impazzire dalla felicità, ma l’unica possibilità per competere era accettare quel compromesso.
«Va bene.»
Berto mi ha fissata con gli occhi spalancati.
«Ma come, signorina Vittoria?»
«Non ho alternative» ho replicato. «E poi, non importa la posizione di partenza, ma solo quella di arrivo.»
Il meccanico ha imprecato in dialetto, ma Bonetti gli ha fatto segno di calmarsi. Era evidente che ribellarsi avrebbe soltanto peggiorato la situazione.

~.~.~

Sono arrivata a casa senza incontrare Leslie lungo la strada. Era improbabile che fosse ancora appostato da qualche parte, ma non mi sono messa troppe preoccupazioni. Tutto ciò che mi interessava in quel momento era farmi un bagno. Ho guardato l’acqua diventare grigia di polvere, portarsi via la mia sporcizia. Quando sono uscita dalla stanza da bagno era ormai l’ora di cena. Sono andata a indossare abiti adatti. Avevo appena terminato, quando il campanello ha iniziato a suonare. Mi sono recata alla porta. Non poteva trattarsi di Leslie, a meno che non avesse dimenticato la chiave di casa.
Ho aperto. Mi sono ritrovata di fronte Josephine Arquette.
«Buonasera, signorina Vittoria. La disturbo?»
«No. Prego, venga dentro, Mademoiselle Josephine.»
La signorina Arquette ha sorriso, è venuta dentro e mi ha seguita nel soggiorno, dove l’ho fatta accomodare.
«A cosa devo l’onore della sua visita? Ma soprattutto, chi le ha detto dove trovarmi?»
Josephine Arquette mi ha spiegato: «Suo zio, Monsieur Bonetti, mi ha detto dove abita. Gli ho detto che ci siamo già incontrate, in passato...»
L’ho interrotta: «Io e lei, però, non ci siamo mai incontrate, Mademoiselle.»
«Ciò che afferma non è del tutto esatto, signorina Vittoria» ha replicato Josephine. «Sono trascorsi ormai diversi anni. Lavoravo per Rivage Bleu in Formula 5000, prima che arrivasse lei. Dopo, sono stata ingaggiata dalla Scuderia Saetta Cremisi. Per breve tempo, sono stata la cronometrista di Redgrave.» Ha fatto una breve pausa, poi ha precisato: «Teddy Redgrave.»
«Oh.»
Anche con lei, ero talmente spiazzata da non sapere come replicare.
Josephine Arquette mi ha informata: «Conoscevo anche la signorina Diana. So che si trattava di una sua cara amica. Per caso è in contatto con lei? Abita da queste parti?»
Ho scosso la testa.
«No, la signorina Diana non abita qui.»
«Oh, giusto. Ho sentito dire che sia a Mantova.»
«Sì, abita in quella zona.»
«Che cosa ne è stato di lei?»
«Non è più signorina. Si è sposata l’anno scorso.»
La signorina Arquette è rimasta in silenzio fin troppo a lungo, prima di osservare: «Era inevitabile che succedesse, prima o poi.»
«Non lo so» ho ammesso. «Io e la signorina Diana ci siamo un po’ perse di vista, negli ultimi tempi. Suo marito si chiama Gualtiero Bianchi. È un fotografo sportivo, non lo conosco personalmente.»
«L’ho sentito nominare» ha osservato la signorina Arquette. «È molto bravo.»
Non sapevo cosa rispondere, quindi le ho chiesto se gradisse un tè. Sono stata piuttosto sollevata quando mi ha detto di no, perché non avevo alcun desiderio di prepararlo.
Ci siamo salutate dopo una ventina di minuti e, quando l’ho accompagnata alla porta, ho notato una busta sotto la stessa. Josephine Arquette mi ha guardato con aria interrogativa. Mi sono limitata ad affermare che doveva trattarsi del messaggio di un ammiratore.
«Credo che a Philippe lei non sia indifferente» ha affermato.
«Davvero?» ho obiettato. «Non me ne sono accorta.»
Non le ho dato molta soddisfazione, ma del resto la signorina Arquette non sembrava cercarla. È andata via senza aggiungere altro, lasciandomi sola con la busta tra le mani.
Leslie è tornato proprio mentre la aprivo.
«È una lettera d’amore?» mi ha chiesto.
«Figurati!» ho replicato.
«Immagino di sì» ha insistito Leslie. «Ho sentito dire che diversi corridori ti hanno difesa contro il direttore di gara.»
«Ah sì? Chi te l’ha raccontato?»
«Tante persone.»
«Non conosci l’italiano bene abbastanza. Avrai senz’altro travisato qualcosa.»
«Chi ti dice che abbiamo parlato in italiano? Ho fatto conversazione con il signor Redgrave in persona, il quale ha ammesso di averti difesa a sua volta. Per caso la lettera è sua?»
«Non è una lettera d’amore» ho insistito.
«Se lo fosse, allora l’autore sarebbe scontato. Tu e Redgrave vi amate, non è vero?»
Non sono riuscita a trattenere un sussulto.
«Non credo che dovremmo parlare di questo, Laszlo.»
È entrato. Ha richiuso la porta. Mi ha tolto la busta e il suo contenuto di mano, posandoli su un mobiletto lì accanto. Mi ha presa tra le braccia. Mi sono subito trovata schiacciata tra lui e il muro.
Rabbrividendo, ho lasciato che mi posasse le mani sui fianchi. Ha preso ad accarezzarmi. Ho chiuso gli occhi. Gli ho permesso di baciarmi. La sua lingua accarezzava la mia. Non mi sono tirata indietro. Non ne avevo la benché minima intenzione, anche se il messaggio di Robbie Redgrave mi stava aspettando.
Leslie mi ha alzato il vestito. La sua mano destra ha lasciato il mio fianco sinistro e si è infilata tra le mie cosce, mentre il suo bacio si faceva più intenso. Le sue dita hanno preso ad accarezzarmi, sempre più in su. Solo uno strato di biancheria separava il suo tocco dalla parte più intima del mio corpo. Quando la sua mano si è insinuata al di sotto di quello strato di stoffa non ho potuto non gemere.
Ha iniziato a stuzzicarmi, prima con dolcezza, poi sempre più forte. Quando l’ho sentito introdurre un dito dentro di me ho soffocato un grido. Mi sono abbandonata totalmente a lui e al piacere che mi stava dando.
Più tardi, mentre mi ricomponevo, ha sussurrato: «Ti amo, Vittoria. Ti amo ancora. Non ho mai smesso di amarti.»
Come sarebbe stato facile dirgli: «Ti amo anch’io.»
Avrei voluto avere il cuore e la mente liberi al punto tale da fare una simile affermazione, ma non era possibile. Mi sono limitata a uno sguardo intenso, poi ho preso il messaggio.
«È Redgrave?» mi ha chiesto Leslie.
«È Redgrave» ho risposto.
«Ti ha mai detto che ti ama?»
«Sì.»
«Credo sia inutile chiederti se ti ha mai fatto quello che ho appena fatto io.»
«Sì, è inutile.»
«Avete fatto anche altro, vero? È Redgrave l’uomo che hai avuto come amante?»
«Non mi piace questa definizione» ho ammesso.
«Trovane una migliore.»
«Innamorato?»
«Robbie Redgrave era il tuo innamorato?»
«Diciamo di sì.»
«Cos’è successo tra voi?» ha voluto sapere Leslie. «Ti ha lasciata?»
«Non proprio» ho risposto.
«L’hai lasciato tu?» ha azzardato Leslie.
«Non proprio» ho detto di nuovo.
«Non capisco.»
«Nemmeno io. Ci sono state delle complicazioni, tra noi. È stata la distanza a separarci. Finché correvamo insieme per la Scuderia Saetta Cremisi, tutto era molto facile. Quando sono tornata a casa, invece, era inevitabile che le nostre strade si dividessero.»
«Adesso è tornato da te?» mi ha chiesto Leslie, togliendomi di mano il biglietto per la seconda volta. «Che cosa ti scrive?» Il messaggio era in francese, quindi non ha avuto difficoltà. «Vuole vederti stasera.»
«Non è un appuntamento» ho puntualizzato. «Mi chiede di raggiungerlo in un locale del posto. Non saremo noi due da soli. Ci sarà anche Philippe Charpentier, il francese che mi ha difesa.»
«Un altro spasimante?» ha borbottato Leslie. «Non importa, tanto alla fine torni sempre da me.»
«Ti ho chiamato qui per un motivo ben preciso» gli ho rammentato. «Non dobbiamo dimenticarcene.»
«Non mi sembrava che te ne ricordassi così tanto, poco fa» ha risposto Leslie, in tono piuttosto beffardo. «Mi sembravi interessata soltanto alla mia abilità in certe attività scabrose.»
Mi sono ripresa il biglietto.
«Se ti dimostro che anch’io ho una certa abilità nelle attività scabrose, mi lasci andare all’incontro di stasera senza metterti in mezzo?»
«Non penso di poterti incatenare. Non...»
L’ho messo a tacere avventandomi su di lui. Gli ho sbottonato i pantaloni e ho fatto cose indicibili. Ci siamo concessi una cena leggera insieme, dopodiché mi sono preparata per andare a raggiungere Robbie Redgrave e Philippe Charpentier. Devo ammettere che la balera non era il posto migliore per portare avanti la mia attività collaterale, quindi mi sono limitata a godermi la serata. Ho fatto qualche ballo insieme a Charpentier, che se la cava piuttosto bene con il valzer, e in corso d’opera siamo passati dal lei al tu. Robbie, invece, è un po’ più carente dal punto di vista della danza, ma l’ho sempre saputo.
Alla fine, quando Charpentier ci ha salutati e siamo rimasti da soli, mi ha chiesto se potevamo prenderci qualche minuto per parlare in privato. Non ero preparata. Non me la sono sentita di dirgli di no.
Mi ha condotto in una via buia, poco lontana dal parcheggio della balera.
Esitava, quindi l’ho esortato: «Allora? Cosa devi dirmi?»
«Ho visto il signor Leslie.»
«Oh.»
Era almeno la terza volta, nel corso della giornata odierna, in cui restavo senza parole. Anzi, era la terza tra quelle che ho potuto scrivere sul diario, perché ce ne sono state altre mentre la mano di Leslie si occupava della mia intimità, ma questo non è un argomento che possa essere approfondito tra le memorie di una signorina perbene.
«Immagino che sia il famoso tuttofare inglese che lavora per te» ha ipotizzato Redgrave.
«Come sai tutto questo?»
«Le voci corrono.»
«Sì, è il tuttofare che lavora per me» ho ammesso.
«Ti andrebbe di spiegarmi come mai l’hai assunto?»
«Non vedo perché dovrei spiegarlo a te, Robbie.»
«Certo, Vittoria, non c’è motivo per cui dovresti spiegarmelo, questo non posso negarlo» ha detto Redgrave. «Però, devi ammetterlo, è molto strano che, invece di ingaggiare un dipendente del posto, tu ti sia portata a casa una sorta di maggiordomo inglese, se così possiamo chiamarlo.»
«Leslie non è un maggiordomo.»
«Quella è l’impressione che dà.»
«Meglio così. Sembra lo sfizio di una signora che voleva concedersi un domestico esotico.»
«Invece cos’è?»
«Niente che ti riguardi.»
«Siete amanti?»
Ho riso.
«Vuoi sapere una cosa, Redgrave? Leslie mi ha fatto una domanda simile su di te.»
«E tu» ha replicato Robbie, «non gli hai raccontato di come ce la siamo spassata?»
«Non ce n’era ragione» ho risposto.
Robbie ha insistito: «Se non siete amanti, allora che cosa ci fa qui da te? Che cosa vi siete messi in testa di fare? Non ti sarai messa nei guai, vero, Vittoria?»
L’ho guardato con aria innocente, anche se non serviva a niente, perché era buio e non poteva distinguere la mia espressione facciale, e ho detto, con fermezza: «Non mi sono messa nei guai.»
«Però finirai per farlo, se non ti dai una regolata in tempo» ha obiettato Robbie Redgrave.
«Non posso» ho affermato. «Abbiamo entrambi bisogno di risposte, non credi?»
La replica di Robbie è stata piuttosto diretta: «Sui biglietti d’ingresso, in Inghilterra, c’è scritto “motorsport is dangerous”, come monito per gli spettatori. Credo che tu sappia che cosa significa. Questa è l’unica risposta possibile.»
«So bene come la pensi, non hai mi creduto che ci fosse una spiegazione alternativa» ho concluso. «Io, però, sono convinta che ci sia. La morte di tuo fratello non è stata una casualità.»
Robbie Redgrave è rimasto in silenzio. L’ho salutato, gli ho voltato le spalle e me ne sono andata. Era tardi, sono tornata al casolare. Domani sarà una lunga giornata.

~.~.~

Non è stata una notte tranquilla. Ho faticato a prendere sonno, non per la tensione in vista della gara, non perché la mia situazione con Leslie è fin troppo complessa, non perché Robbie Redgrave ha palesemente dimostrato di provare ancora interesse nei miei confronti, né tantomeno perché una cronometrista francese che non avevo mai incontrato prima di ieri mi ha fatto domande sulla mia amica Diana, divenuta in tempi più recenti la signora Bianchi.
Vi è una sola ragione per cui il sonno sembrava non arrivare mai e risiede nella consapevolezza che quello in cui perse la vita Teddy Redgrave non fu un banale incidente di gara. A mente fredda, in questa tiepida mattina di maggio, mi rendo conto di quanto l’atteggiamento di Robbie sia condivisibile. Abbiamo visto la morte tante volte farsi largo sugli autodromi e sui tracciati stradali. Abbiamo visto fatalità ben più tragiche di quella di suo fratello, che non costò la vita ad altre persone se non a lui stesso. Comprendo Robbie, la sua convinzione che dovremmo esserci ormai abituati alla tragedia. Eppure, non posso fare a meno di ripensare alle parole di Diana, dopo il funerale dell’altro Redgrave.
«Teddy era preoccupato da qualcosa o da qualcuno» mi disse. «Non ha voluto spiegarmi con esattezza che cosa temesse, ma sono assolutamente certa che vi sia qualcosa di poco chiaro.»
«Non saranno i sentimenti a ingannarti?» obiettai. «So bene che tu e Redgrave eravate...» Esitai. «Amici. Quel tipo di amicizia che si conclude con un matrimonio.»
Diana arrossì violentemente.
«Davvero l’avevi capito?»
«Come avrei potuto non capire? Il vostro legame era così evidente.»
Diana abbassò lo sguardo.
«Non per tutti, credo. Quella signorina che in chiesa stava seduta tra le prime file, poco lontana dalla famiglia Redgrave...»
Non finì la frase. Venimmo interrotte dall’innominabile, che passava proprio accanto a noi. Non ne parlammo più. Ho la sensazione che Diana intendesse informarmi che alla cerimonia funebre fosse presente una donna ugualmente interessata al suo Teddy, anche se l’argomento non fu mai approfondito e quasi lo rimossi.
A rievocare quella triste giornata, la ricordo vagamente. Portava un elegante abito nero, un cappello ampio e una veletta talmente pesante da non lasciare quasi intravedere i suoi lineamenti. Dopo la fine della cerimonia, si era defilò molto in fretta.
Se torno su questi fatti proprio adesso è perché, nonostante la dama in nero fu un argomento trattato solo in quella circostanza, in più occasioni Diana avanzò l’ipotesi di un sabotaggio. Diceva che nessuno l’avrebbe presa sul serio, perché non se ne intendeva di automobili, e che io avrei avuto molto più credito, se avessi parlato.
«Capisco tuttavia» mi disse una volta, «che tu preferisca non esporti. In fondo, non sai nulla dei timori di Teddy.»
Era vero. Non c’era nulla che potessi fare, se non giungere alla conclusione che, all’età di ventidue anni, Diana si sarebbe senz’altro innamorata di un altro uomo, avrebbe preso marito e si sarebbe dimenticata di Teddy Redgrave e di tutti i suoi timori.
Sono fortemente convinta che Diana abbia pensato che io non mi sia mai preoccupata abbastanza di quelle oscure vicende. Si è sempre sbagliata e, se le importa ancora qualcosa di Redgrave, si sbaglia tuttora. Ho parlato con Robbie delle impressioni di Diana, facendogli credere che fossero anche le mie, nonostante non avessi abbastanza elementi per fare deduzioni in materia. L’ho coinvolto, ho cercato di portarlo dalla mia parte, ho perfino accettato l’idea di sembrare una visionaria... questione sulla quale non mi dilungo, perché qualcuno ha appena suonato alla porta. Penso proprio che la cosa più opportuna sia passare oltre e concentrarmi, finalmente, sulla gara ormai imminente.

~.~.~

Invece no, sono di nuovo qui, per via della strana visita che ho ricevuto. L’ospite si è fermato poco, non più di dieci o quindici minuti, ma sono comunque molto stupita del fatto che un uomo che conoscevo solo di vista si sia scomodato di chiedere a qualcuno dove abito e di presentarsi alla mia porta.
Leslie ha aperto e, in italiano stentato, si è presentato come il mio maggiordomo. Mentre finivo di scendere le scale, mi ha annunciato che un signore chiedeva con insistenza di me.
«Buongiorno, signorina Vittoria!» ha esclamato, con una certa foga, il corridore piacentino qualificato in diciannovesima posizione per la gara. Sarebbe stata la ventesima, se il mio tempo fosse stato considerato valido.
«Buongiorno a lei, signor...»
L’ho guardato con aria interrogativa, rendendomi conto di non ricordare come si chiamasse.
«Giovanni» mi ha informata, limitandosi al nome di battesimo.
«A cosa devo l’onore della sua visita, signor Giovanni?»
«Spero di non essere invadente. Non è buona abitudine che un uomo sposato si presenti a casa di una signorina.»
Ho accennato un sorriso.
«Non sono sola. C’è il mio maggiordomo a vegliare su di me.»
Il signor Giovanni ha riso, palesemente divertito dalla mia affermazione. Poi è arrossito e si è mostrato piuttosto desolato.
«Mi scusi, non volevo apparire scurrile.»
«Non si preoccupi. Sono una donna che si muove costantemente in mezzo agli uomini. Sono abituata a commenti scurrili, seguiti dal loro immediato imbarazzo. Non so se siano davvero imbarazzati, oppure se si fingano tali.»
«Le chiedo scusa a nome di tutti i miei colleghi per le volgarità che è costretta a sopportare.»
«Suvvia, signor Giovanni, non ingigantisca la faccenda. È bello lasciarsi andare, ogni tanto. Non vi sono ragioni per cui una signorina come me non dovrebbe essere ammessa a ridere e scherzare insieme agli uomini.»
«Se la mette su questo aspetto, signorina Vittoria, non so come reagire. Potrei darle ragione, ma correrei il rischio di apparire inopportuno.»
Ho sorriso di nuovo.
«Signor Giovanni, mi piacerebbe molto restare a parlare con lei di queste “questioni filosofiche”, ma ritengo doveroso chiederle quale motivo l’abbia portata a presentarsi alla mia porta. Deve esserci una ragione, se ci ha tenuto a chiarire di essere un uomo sposato.»
«Molto felicemente. Sto anche per diventare padre.» Sul suo volto, ho visto comparire un’espressione di pura soddisfazione. «Sarà il mio primo erede.»
«Le porgo le mie più sincere congratulazioni.»
«E io la ringrazio.»
«Adesso, però» l’ho esortato, «mi dica perché è qui.»
Il signor Giovanni ha annuito.
«Ha ragione, signorina Vittoria. Sono qui per discutere con lei la questione della sua esclusione e riammissione alla Corsa della Polvere.»
«Oh.»
Non ho potuto farci niente: sembra che tutti abbiano il potere di farmi restare senza parole. Secondo il signor Giovanni, è impossibile che un uomo professionale come Rambaldi abbia deliberatamente eliminato il mio nome dalla lista degli iscritti.
Rammentando le parole del corridore reggiano, ho obiettato: «Non tutti sono sicuri dell’onestà del sostituto direttore di gara.»
«Sì, so bene a chi si riferisce» ha convenuto il signor Giovanni. «Il mio amico Paolo ha avuto una pessima esperienza a una competizione diretta dal signor Rambaldi. È convinto che costui non sia esattamente lo specchio della correttezza.»
«Invece non è così?»
«Io non sono così estremista in proposito. Tutti commettono degli errori e, se il signor Rambaldi ha squalificato Paolo, in una passata occasione, può darsi che abbia commesso un errore. In alternativa, come tutti i corridori, Paolo era convinto di essere dalla parte della ragione, anche se non era così. A chi non è mai capitato! Sono certa che conosca molto bene la sensazione.»
«A dire il vero no.»
«Nemmeno io. Non ammetterei mai di avere avuto torto, in certe circostanze... ma queste sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano.»
Gli ho domandato: «Quindi come spiega la mia esclusione, se non vi è stata alcuna malizia da parte di Rambaldi?»
«Rambaldi si è ritrovato in mano tutte le carte in corso d’opera, quando ha dovuto sostituire l’incaricato. Ritengo plausibile che, in quelle carte, il suo nome effettivamente non ci fosse. Qualcuno l’ha rimosso prima che l’incarico passasse a Rambaldi.»
«Perché dovrebbe essere accaduto?»
«Non lo so. Ha dei nemici, signorina Vittoria?»
Ho spalancato gli occhi.
«Dei nemici? Io?»
«Non so, magari quel Redgrè... o come si chiama, quello che correva con lei alla Scuderia Saetta Cremisi.»
«Redgrave? No, assolutamente.»
«Charpentier, allora?»
«Nemmeno. Non lo conoscevo quasi, prima di ieri sera.»
«Allora –.» Ha fatto il nome dell’innominabile. «Ho avuto l’impressione che quell’uomo ce l’abbia con lei. L’ho sentito discutere con Josephine Arquette, ieri. È stato dopo che lei se n’è andata, signorina Vittoria.»
Non ero al corrente di quella faccenda, alla quale Mademoiselle Josephine non ha minimamente accennato quando è venuta a farmi visita.
«Cos’è accaduto tra – e Josephine Arquette?» ho chiesto.
«Non lo so con esattezza» ha ammesso il signor Giovanni. «Ho sentito soltanto che la accusava di essersi intromessa in una faccenda che non la riguardava e che, per causa sua, c’era il rischio che una concorrente incapace di gestire il peso di una competizione automobilistica potesse essere d’intralcio agli altri corridori.»
«È preoccupato per via della mia presenza?»
«No, per niente.»
«Ne è proprio sicuro?»
«Conosco la sua fama, signorina Vittoria. Una volta o due abbiamo disputato le stesse gare, anche se non abbiamo mai avuto confronti diretti. Sono certo che sappia perfettamente destreggiarsi nella corsa alla quale prenderemo parte.»
Non so perché, mi sono sentita in dovere di dargli una spiegazione: «All’epoca in cui correvo per la Scuderia Saetta Cremisi, – mi stimava. Abbiamo avuto delle divergenze soltanto in un secondo momento. A suo dire, ho reagito in maniera troppo emotiva ai fatti accaduti la primavera passata alla 24 Ore di Le Mans. So che dovrei essere abituata alla morte, ma questo non significa sopportare a cuore leggero una devastazione di quel tipo.»
«La capisco, signorina Vittoria.»
Adesso è appena andato via. Mi chiedo se parlargli apertamente sia stata una decisione saggia, o se mi sia mostrata troppo debole. Non importa, una volta che si accenderanno i motori metterò in chiaro cui sono davvero.
È ora di posare la penna. Quando tornerò, il Trofeo delle Due Province sarà terminato. Non so se scoprirò mai se – abbia cercato di farmi escludere dalla gara, ma la cosa non ha alcuna importanza. Non so nemmeno se il signor Giovanni avesse qualche secondo fine, ma neppure questo ha rilevanza. Anche il suo nome, non conta, ma proprio in questo momento ho rammentato: si chiama Giovanni Pinardi.

******

Non vi erano ragioni logiche per cui qualcuno dovesse recarsi al cimitero all’ora del tramonto o oltre. L’inverno era finito da un pezzo e le giornate erano lunghe a sufficienza da avere ancora luce fino alle otto di sera passate. Chi avesse voluto recarsi a rendere omaggio alla tomba di Vittoria Montevecchio nell’anniversario della sua morte avrebbe potuto tranquillamente farlo prima che scendesse il buio.
Trovare la lapide di marmo, con la foggia di settant’anni prima, non fu difficile. Era indubbio che quella posizione fosse visibile dalla strada. Se Mirella Pinardi era davvero passata da quelle parti proprio mentre la figura incappucciata si aggirava nei confronti della tomba in questione, allora era plausibile che potesse davvero averla vista.
Nei giorni precedenti, Dalila aveva continuato a cercare informazioni sul misterioso avvistamento. I post in merito erano sempre più rari. Passato l’anniversario di morte di Vittoria Montevecchio, anche l’attenzione per quest’ultima tendeva a sfumare, fino quasi a esaurirsi del tutto: tutto stava andando come da copione, non ci si poteva aspettare nulla di diverso.
Dalila e Pietro continuavano a sentirsi, ma non l’aveva informato del proprio sopralluogo. Sebbene una voce le ricordasse che recarsi sul posto potesse non essere un’idea saggia, Dalila l’aveva ignorata. Che cosa poteva mai accadere di male in un cimitero al calare della sera? Dalila si sentì travolta da un’intensa sensazione di pace, nel contemplare il ritratto in bianco e nero di Vittoria Montevecchio. Aveva un’espressione seria che non intaccava la bellezza dei suoi lineamenti. Il suo volto era circondato da un caschetto di capelli neri. Al collo portava un foulard bianco, oppure di una tonalità chiara. Da quanto si poteva intravedere, indossava un abito piuttosto sobrio, con una fantasia a pois più chiari.
La tomba era ricoperta di mazzi di fiori, alcuni dei quali ormai appassiti. Era molto probabile che a portarli fossero stati gli ammiratori della Montevecchio. Dalila non poté fare a meno di chiedersi se la misteriosa figura in nero avesse lasciato uno di questi.
Immersa in quelle riflessioni, non si accorse di una presenza dietro di sé, almeno finché una voce non parlò: «Quella di Vittoria Montevecchio è una storia molto triste, vero?»
Dalila sussultò.
«Davvero triste» convenne, senza voltarsi.
La persona alle sue spalle insisté: «Uccisa da uno spasimante respinto. Dimenticata dagli appassionati di automobilismo, a parte i più nerd di questi. Tagliata fuori ogni volta in cui si discute di quali siano le donne che hanno fatto la storia del motorsport.»
A quelle parole, Dalila si voltò.
«Perché sei qui?»
Ottavia Mattioli le rivolse un mezzo sorriso.
«Potrei farti la stessa domanda.»
Diversamente dall’interlocutrice, Dalila non aveva alcuna intenzione di sorridere.
«Il tuo è semplice voyeurismo.»
Ottavia aggrottò la fronte.
«Come, prego?»
«Hai capito benissimo» insisté Dalila. «Hai sempre provato un interesse malsano per le donne nella storia dell’automobilismo.»
«Interesse malsano?» obiettò Ottavia. «A me non pare proprio. Sei tu che hai scambiato per interesse malsano la mia concreta ammirazione per tutte loro. Ho sempre cercato di portare alla luce le loro storie e...»
Dalila la interruppe: «Hai cercato di somigliare con tutte le tue forze a Tina Menezes. Avevi il suo stesso taglio di capelli. Cercavi di vestirti con il suo stesso stile.»
«È curioso che proprio Tina Menezes si sia sposata con il tuo uomo» ribatté Ottavia. «È per questo che ce l’hai con me e che mi accusi di voyeurismo?»
«Oliver Fischer non era il mio uomo» puntualizzò Dalila.
«Hai fatto un figlio insieme a lui.»
«È un rischio che si corre scopando con una persona con il cazzo. Dovresti saperlo, dato che sei stata con qualche uomo anche tu, all’inizio della tua carriera di scopatrice seriale.»
«Tu fai un figlio con un tizio con cui neanche stai insieme e io sarei la scopatrice seriale, eh?» replicò Ottavia. «Non hai ancora superato il fatto che io ti abbia lasciata, vero?»
«L’ho superata da molto tempo, a dire il vero» puntualizzò Dalila. «Anzi, sai cosa ti dico? Sono molto felice di non stare più insieme a te. Hai sempre voluto metterti in competizione con me e, per riuscirci, non hai fatto altro che sminuirmi.»
«Non ti ho mai sminuita. Ti ho detto che eri una nullità, ma solo perché è sempre stato vero. Come donna non vali niente. Una come te, può andare bene solo per una scopata occasionale.» Ottavia ridacchiò. «Quell’Oliver Fischer doveva pensarla come me, dato che non ha esitato a mettersi da parte e a sposarsi con una vera donna. Se proprio lo vuoi sapere, ho sempre ammirato la Menezes. Senza nulla togliere alle pioniere dell’automobilismo, ha scritto la storia. Peccato soltanto che abbia vinto un gran premio su una pista orripilante e senza storia come quella di Las Vegas, piuttosto che su un circuito degno di questo nome.»
«Una vittoria è sempre una vittoria.»
«Sì, certo, non lo metto in dubbio, ma non ha avuto lo stesso impatto che avrebbe potuto avere su un’altra pista.»
Dalila non aveva alcuna intenzione di dibattere sul significato della vittoria di Tina Menezes al Gran Premio di Las Vegas di qualche anno prima, specie quando c’era una questione importante da definire.
«Voglio farti una proposta, Ottavia.»
«Spero niente di indecente.»
«Già stare qui a guardarti in faccia è indecente. Non intendo abbassarmi a livelli peggiori di questo.»
«Allora fammi la tua proposta e levati di torno.»
«Vattene tu, piuttosto. Ero qui molto prima di te.»
«Ho visto. Mi accusi di voyeurismo, ma mi sembra che tu sia qui da un pezzo. Che cosa ci fai davanti alla tomba di Vittoria Montevecchio? Di sicuro non sei venuta qui nella speranza di incontrare una tua ex e di insultarla.»
«Come puoi immaginare» confermò Dalila, «non prevedo il futuro. Non sapevo che saresti venuta qui. Se avessi potuto immaginarlo anche solo lontanamente, non mi sarei presentata qui.»
«Appurato questo, fammi la tua proposta.»
«Io ti dico perché sono qui e tu fai la stessa cosa.»
Ottavia annuì.
«Mi sembra ragionevole.»
«Bene. Non so se tu lo sappia, ma adesso faccio la fotografa ai matrimoni.»
«Oh, come mai?»
«Ho un amico prete che mi raccomanda agli sposi.»
«Non volevo sapere come hai fatto a procurarti un lavoro così modesto, ma perché una fotografa sportiva di un certo livello si sia ridotta a qualcosa di così deprimente.»
Dalila obiettò: «Non è deprimente. Beh, un po’ sì, specie nel ritrovarmi a chiedermi come mai una bimbaminchia di ventidue anni sia riuscita a trovare un marito, mentre io a trentanove sono ancora zitella, ma non è di questo che dobbiamo parlare. Questa bimbaminchia ventiduenne si è sposata all’inizio del mese. Il ricevimento si svolgeva all’Agriturismo Farfalla Perduta. Non so se tu abbia mai sentito parlare di questo posto.»
Ottavia non rispose, ma il suo sussulto parlò al posto suo.
Dalila azzardò: «Lo conosci?»
Ottavia non la smentì, ma nemmeno confermò.
«Cos’è successo all’agriturismo?»
«Niente. Anzi, in realtà sono successe tante cose, ma non mi sembra importante approfondirle in questo momento. L’agriturismo è stato ricavato da un vecchio casolare di campagna, nel quale un tempo abitava proprio Vittoria Montevecchio.»
«Oh, questo è interessante» ammise Ottavia. «Quindi è questa la ragione per cui ti sei interessata a lei?»
«Più o meno. Tu?»
«Voyeurismo, lo chiameresti tu. Dare una viva importanza a un personaggio importante per la storia dell’automobilismo, questo è il modo in cui lo definisco io.»
«Hai intenzione di scrivere qualcosa su di lei?»
«Può darsi.»
«Capisco.»
«Qualcosa di serio, ovviamente. Non intendo tornare su certe sciocchezze che sono state scritte negli ultimi giorni... ma forse non ne hai sentito parlare.»
Dalila sentì scattare un campanello d’allarme.
«Parli del misterioso personaggio in nero che avrebbe visitato la tomba di Vittoria Montevecchio di sera, nell’anniversario della sua morte?»
Ottavia sbuffò.
«Non mi dire che ne sei venuta a conoscenza pure tu!»
Dal momento che non vi era nulla di male in una simile ammissione, Dalila le confidò: «Ho anche parlato con una persona che mi ha detto di averla vista.»
Un altro sussulto da parte di Ottavia le fece capire che riferirle quel dettaglio non era stata una buona idea.
«Chi è quella persona?» volle sapere l’altra.
«Non sono affari che ti riguardano.»
«Sì, invece. Sto scrivendo un articolo sulla storia della Montevecchio e...»
Dalila tagliò corto: «Non sono affari tuoi. Vuoi scrivere qualcosa di più serio, hai detto. Limitati alle questioni serie e lascia perdere le chiacchiere.»
«Chi. È. Quella. Persona?»
«La tua insistenza mi fa ritenere che possa esserci qualcosa di più.»
«Anche il tuo silenzio.»
«Come vuoi. Ti faccio un’altra proposta: tu ti tieni i tuoi segreti, io mi tengo i miei.»
«Potremmo parlarne di fronte a un drink.»
«E se io non bevessi?»
«Sei diventata astemia?»
«La cosa non ti riguarda.»
«Anziché parlarne davanti a un drink, possiamo parlarne davanti a un tè.»
«Vuoi forse avvelenarmi, come se io fossi una vecchia Lady inglese degli anni Cinquanta?» scherzò Dalila.
Ottavia ribatté: «Mi pare che l’ora del tè sia passata da un pezzo. E poi, pensavo a un tè freddo.»
«Vada per il tè freddo, allora» concluse Dalila, «Ma vengo solo se paghi tu.»
«Da quando sei diventata una scroccona?»
«Da quando tu sei priva di galanteria?»
«Se vuoi qualcuno che ti paghi da bere, perché non esci con un uomo?»
«Perché mi interessa parlare di Vittoria Montevecchio e la maggior parte degli uomini snobbano questo argomento, come del resto la maggioranza delle donne.»
«Per fortuna ci siano noi voyeur.» Ottavia la fissò con insistenza. «Secondo me, Dalila, sei tu la voyeur.»
«Sei in macchina?»
«Sì.»
«Mi accompagni tu in un posto di tuo gradimento per consumare questo tè?»
«Ogni tuo desiderio è un ordine, fotografa di basso rango.»
«Sia chiaro, dopo devi riaccompagnarmi qui.»
«Non mancherò di farlo.»
A bordo dell’automobile di Ottavia, Dalila non proferì parola. Del resto, neanche l’altra sembrava molto interessata a fare conversazione. La portò verso il paese. C’era un solo bar aperto. Era brutto e dall’aria cadente. Una barista sui sessant’anni prestava più attenzione al telequiz trasmesso dalla televisione piuttosto che alle esigenze dei clienti, che comunque scarseggiavano.
Nel tè freddo c’era troppo ghiaccio, nonostante Dalila avesse chiesto espressamente che non vi fosse. Per diversi minuti, lo fece girare a colpi di cannuccia, mentre Ottavia consumava la propria bibita. Nessuna delle due pronunciò il nome di Vittoria Montevecchio. Ottavia si mise a rievocare i vecchi tempi in cui stavano insieme, con un tono improvvisamente accomodante. Dalila ci tenne a ricordarle: «L’unico contributo che hai dato alla mia vita è stato farmi capire che non sono portata per avere una relazione di lunga durata con una donna. C’è troppa competizione. La natura non ci ha dotate di un cazzo, ma in compenso ci ha rese incapaci di avere un approccio sano con le altre persone che non ce l’hanno.»
«Parla per te» replicò Ottavia. «Forse sei tu che hai dei problemi, non io, che sono sempre andata d’accordo con tutte, tranne che con te.»
«Permettimi di dubitarne.»
«Puoi dubitare di tutto quello che vuoi, non mi riguarda più da molto tempo, ormai. Parlami piuttosto di Tina Menezes. Vi siete solo contese un uomo a distanza, o l’hai anche conosciuta?»
«L’ho conosciuta, e anche piuttosto bene, ma pensavo che lo sapessi.»
«Ti sbagli. Ho sempre provato un interesse professionale nei confronti di Tina Menezes, ma non sono una stalker. Non mi occupo della vita privata delle donne del motorsport contemporaneo, nel caso tu abbia questo sospetto. Per esempio, non me ne frega un fico secco di Ivana Blaze... a proposito, è stasera che c’è la gara a Montecarlo?»
«Sì, e non sono sicura di volermela perdere per starti a sentire.»
«Le trasmettono in diretta streaming su canale ufficiale, se non sbaglio, e poi le lasciano caricate. Puoi tranquillamente guardarla più tardi, se ti interessa una categoria trash come l’Evolution Grand Prix Series. A proposito, sbaglio o Fischer lavora come addetto stampa per una delle squadre del campionato?»
«Non sbagli.»
«Un altro che è caduto in basso.»
«Che cosa te lo fa pensare, dall’alto del tuo piedistallo?»
«È molto semplice: Oliver Fischer è un giornalista sportivo con una certa rispettabilità. Dovrebbe stare dall’altro lato della barricata, a demolire quella categoria inutile. Invece no, è passato di là, il nome del denaro. Spero che almeno non abbia avuto bisogno della raccomandazione di qualcuno, a differenza tua nella nuova carriera di fotografa alle cerimonie.»
Dalila provò a bere un sorso di tè. Era ancora gelido, ma non c’era da stupirsi, visti i cubetti di ghiaccio ancora enormi.
«Mi chiedo se l’appassionata di quiz conosca la differenza tra un tè freddo e un tè ghiacciato.»
Guardò verso la barista. Era ancora concentrata sul televisore, sul quale svettavano le immagini di una città bombardata. Il telequiz era finito ed era iniziato il telegiornale, ma la sua concentrazione sullo schermo non era mutata.
Ottavia allungò verso di lei il proprio bicchiere.
«Puoi buttarlo qui.»
«Cosa?»
«Il ghiaccio.»
Dalila fu ben lieta di sbarazzarsene. Con l’aiuto della cannuccia, lo spinse dentro alla bibita di Ottavia.
«Dato che hai appena menzionato la mia nuova carriera, mi sembra opportuno tornare sull’argomento collaterale.»
«Mi sembrava che ci fossimo già dette tutto.»
«A me sembra l’esatto contrario, altrimenti non saremmo qui.»
«Io, invece, sono convinta che siamo qui in memoria dei bei vecchi tempi. Prima di addormentarci, entrambe penseremo a quello che avrebbe potuto essere, se non ci fossimo arrese di fronte alle difficoltà.»
«Non erano difficoltà» obiettò Dalila. «Mi stavi rendendo la vita impossibile.»
«Potrei dire la stessa cosa di te.»
«Allora dillo. Non mi interessa. A interessarmi, è la Montevecchio. Ti ricordo che è solo ed esclusivamente per lei se sono qui.»
«Se la mettiamo sotto questo punto di vista, allora» fu la secca replica di Ottavia, «possiamo dire che a me interessa soltanto sapere chi sia la persona che ha visto la strana figura incappucciata.»
«Avevi detto che non ti interessava, eppure dimostri l’esatto opposto» rimarcò Dalila. «Credo che dovremmo concentrarci su questo. Non fraintendermi, non ti sto chiedendo perché ti importi così tanto di quel fatto nonostante tu abbia detto che non te ne fregava nulla. Conoscendoti, posso tranquillamente immaginare che non volessi sbandierarlo ai quattro venti. Una volta scoperto che anch’io non ero indifferente a tale questione, hai pensato che parlarne apertamente non fosse così terribile.»
«Le tue sono congetture di un certo livello, ma non eri tu quella che voleva andare a casa a guardare la gara dell’Evolution? I tuoi giri di parole non sembrano quelli di una persona che ha fretta.»
«Sai, Ottavia, anche tu non sembri avere fretta, rimandando il momento di essere più dirette. Credo che quel momento debba arrivare al più presto, quindi sarò diretta io stessa: secondo te, perché una persona incappucciata dovrebbe andare a fare visita alla tomba di Vittoria Montevecchio?»
«Io mi chiederei, piuttosto: perché non dovrebbe andarci?»
«Incappucciata?»
«Forse non voleva farsi riconoscere.»
«È una spiegazione ragionevole, in effetti, ma c’è un punto che mi sfugge.»
«Quale?»
«Rifletti, Ottavia. La figura incappucciata non può essersi teletrasportata al cimitero. Deve essersi diretta da quelle parti e, per forza di cose, deve essere arrivata dalla strada. Nessuno ha parlato di mezzi di trasporto nel parcheggio del cimitero stesso.»
«Quell’individuo potrebbe essersi travestito prima di entrare al cimitero.»
«Mhm.»
«La cosa non ti convince, Dalila?»
«Per niente.»
«Si sarà coperto con un mantello con un cappuccio.»
«Per quale ragione?»
«Per non farsi riconoscere.»
«Al cimitero di sera? Quante persone pensi che ci siano da quelle parti? Paradossalmente, indossare un mantello con un cappuccio è il modo migliore per farsi notare, casomai qualcuno dovesse passare lì davanti. Guarda caso, è proprio quello che è successo.»
«Pensi che il nostro uomo volesse farsi notare?»
«Non lo so, ma di certo non si è nascosto molto bene. E poi, come sai che si tratta di un uomo?»
«Sì, potrebbe essere una donna, oppure una persona non binaria» ammise Ottavia. «Sei libera di pensare che il mio modo di parlare non sia politically correct, ma definirlo genericamente “uomo” era il modo più sbrigativo per riferirmi a lui... o lei, o a loro, o a quel cazzo che è.»
«Non penso niente del tuo modo di parlare, volevo solo essere sicura che non stessi scartando una buona metà della popolazione per il semplice fatto di esserti fissata con l’idea che fosse un uomo. Appurato che non è così, hai dei sospetti su chi possa essere?»
«Perché dovrei avere dei sospetti?»
«Non so. Sembri saperne molto, a proposito di Vittoria Montevecchio.»
«Ho fatto delle ricerche su di lei, in effetti. Purtroppo non ho potuto fare altrettanto relativamente agli strani individui che ruotano intorno alla sua tomba.»
«Però ti sei mostrata convinta del fatto che volesse nascondersi» insisté Dalila, «quando nella realtà ha mestamente fallito nell’intento, se l’ha mai avuto. Io dico, invece, che volesse proprio farsi notare.»
«In un cimitero di paese, di sera?» ribatté Ottavia. «Perdonami se uso i tuoi stessi argomenti, ma siamo di nuovo al punto di partenza. Quanto erano elevate le probabilità che qualcuno potesse vederlo? Non troppo alte. Erano ancora di meno quelle che qualcuno potesse collegare la sua presenza alla tomba di Vittoria Montevecchio e andare a raccontare sui social l’accaduto. O meglio, era molto probabile che la cosa venisse raccontata sui social, ma le probabilità che diventasse virale non erano troppo alte. Ne hanno parlato anche le pagine dedicate alle scie chimiche e perfino quelle dei no-greenpass che credono di essere ancora all’epoca del Covid. Come effetto collaterale, le pagine che ridicolizzano i complottisti trasformando in meme tutto quello che scrivono hanno ripreso indirettamente la “notizia”. Sono abbastanza sicura che il nostro “uomo” non avesse questa intenzione.»
«Che intenzione aveva, allora?»
«Non lo so. Portare dei fiori alla Montevecchio?»
«Incappucciato?»
«Forse non era davvero incappucciato.»
Dalila rabbrividì.
«Ma certo!»
«Cosa vuoi dire?» chiese Ottavia, mostrando un vivo interesse.
«I complottisti hanno parlato di una “figura in nero”, nessuno ha mai menzionato che fosse incappucciata, tranne la persona con cui ho parlato... e te.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che abbiamo parlato con la stessa persona, la quale, a me, ha detto di non avere fatto caso, all’inizio, a quella persona. Perché? Ma ovviamente, perché teneva in mano lo smartphone, come la maggior parte della gente che cammina per strada.»
«Dove vuoi arrivare?»
«Voglio arrivare al fatto la signorina Mirella Pinardi, direttrice dell’Agriturismo Farfalla Perduta, quando sta seduta al banco della reception indossa un paio di vistosi occhiali da vista. Immagino che sia presbite, dato che non è molto lontana dai cinquant’anni. Se stava leggendo qualcosa che le premeva sul telefono, molto probabilmente indossava gli occhiali.»
«E quindi?»
Il tono di Ottavia si era fatto improvvisamente più esitante. A Dalila venne da pensare che si sentisse smascherata, ma preferì non concentrarsi su quell’aspetto, almeno non subito.
«Sai cosa succede se da lontano hai una vista perfetta, ma hai bisogno della correzione da vicino?»
«Quale arcano fatto dovrebbe capitare?»
«Nessun arcano fatto. Semplicemente, se porti un paio di lenti positive da due diottrie o giù di lì, una volta che alzi gli occhi e guardi lontano da te senza togliere gli occhiali, ci vedrai all’incirca come una persona miope alla quale mancano due diottrie. Di conseguenza, notando una persona vestita in maniera inconsueta, non la vedresti in maniera totalmente nitida e potrebbe sembrarti una figura incappucciata, anche se non lo è.»
«Del tipo?»
«Non saprei. Probabilmente una persona che non era affatto travestita o camuffata e che, di conseguenza, poteva raggiungere il cimitero senza suscitare un particolare interesse se qualcuno l’avesse incrociata per strada.»
Ottavia concesse: «Sì, può darsi.»
«Adesso, però, veniamo a Mirella Pinardi» affermò Dalila. «Voglio sapere per filo e per segno dei tuoi contatti con lei. Sei arrivata all’agriturismo partendo da Vittoria Montevecchio?»
Ottavia portò la cannuccia alla bocca e finì di bere il proprio tè. Si mise una mano in tasca, ne prese fuori una banconota da dieci euro e si alzò in piedi.
«Puoi lasciare il resto come mancia. Io me ne vado.»
Dalila spalancò gli occhi.
«Ehi, aspetta! Siamo in macchina insieme.»
Ottavia scosse la testa.
«Ti sbagli. Eravamo in macchina insieme. Adesso non lo siamo più.»
«Stai scherzando?!» sbottò Dalila. «Non ho alcuna intenzione di tornare al cimitero a piedi.»
«Invece è esattamente quello che farai» replicò Ottavia, «a meno che non sia tu ad avere il potere del teletrasporto.»
Con gli occhi ancora spalancati, Dalila la guardò andare via. Rimase seduta a lungo abbastanza da perdere la cognizione del tempo. Il telegiornale fece in tempo a finire. La barista mostrò lo stesso interesse per il programma successivo.
Dalila aveva appena bevuto l’ultimo sorso di te, rassegnata a dovere percorrere a piedi i diversi chilometri che la separavano dal parcheggio nel quale aveva lasciato la propria auto, quando la porta si aprì all’improvviso.
Pietro Bruni varcò la soglia, ma l’evento davvero sorprendente fu quello che accadde subito dopo. Perso ogni interesse per la televisione, la barista corse verso di lui.
«Signor Bruni, non mi aspettavo che tornasse così presto!»
«Passavo di qui. Scusi un attimo, saluto velocemente la mia amica.» Pietro rivolse un cenno a Dalila, per poi riprendere a parlare con la barista. «Non mi fraintenda, non sono venuto per metterle fretta, ovviamente.»
«Ho parlato con mia madre, era straordinariamente lucida, almeno per una volta» lo informò la donna. «Si ricordava bene sia della signorina Diana, sia di suo marito.»
Dalila scattò in piedi.
«Scusate l’intromissione, parlate di quella specifica signorina Diana?»
La barista lanciò a Pietro un’occhiata interrogativa.
Questo parve esitare.
«Non so se sia il caso... Dalila, che cosa ci fai qui?»
«Ero con una gran testa di cazz-... ehm, volevo dire, con un’amica. Ha avuto la bella intuizione di lasciarmi a piedi. Devo tornare fino al cimitero, dove ho lasciato la macchina.»
«Ti do un passaggio io» si offrì Pietro.
«Mi sembra il minimo sindacale» replicò Dalila. «Adesso, però, veniamo alla signorina Diana. Aveva l’età di Vittoria Montevecchio o giù di lì? Esiste la possibilità che sia ancora viva? So che dovrebbe essere ormai centenaria, ma...»
La barista la interruppe: «Diana e suo marito sono morti entrambi, molto tempo fa, in un incidente ferroviario. Il treno deragliò. Lasciarono due figlie, che vennero affidate a un istituto religioso. Una era quasi maggiorenne, uscì pochi anni dopo. L’altra era una bambina piccola, aveva quindici o sedici anni in meno, rispetto alla sorella. Rimase in convento.»
Dalila azzardò: «Anche lei fino alla maggiore età, immagino.»
«Temo di doverla deludere» replicò la barista, in tono piatto. «Secondo quanto mi ha riferito mia madre, la figlia più giovane della signorina Diana, cresciuta con le monache, decise di prendere i voti. Una scelta molto triste, non crede?»
«Chi può dirlo. Magari la figlia della signorina Diana potrebbe pensare lo stesso di lei, se sapesse come funzionano le cose nel suo locale.»
La barista le scoccò un’occhiata di fuoco, ma non parlò.
Dalila le indicò il denaro sul tavolino.
«Quello è per la consumazione mia e della mia “amica”. Tenga pure il resto.»
La barista borbottò un “grazie” tra i denti, mentre Dalila afferrava Pietro per un braccio e lo portava fuori dal bar.
Bruni sembrava piuttosto divertito.
«Da quando approvi la vita monastica?»
«Non sto dicendo che approvo la vita monastica, ma prendo la vocazione religiosa molto sul serio. In fondo, uno dei miei migliori amici è un prete. Perché lui sì e la figlia della signorina Diana no?» Dalila si guardò intorno. «Dove hai parcheggiato?»
«Qui dietro.»
«Perché hai chiesto a quella donna di fare ricerche sull’amica di Vittoria Montevecchio?»
«Perché dovevo iniziare da qualche parte e quella tizia sa sempre tutto di tutti. Anche sua madre era così, quando si occupava del bar, o almeno è quanto mi è stato riferito. Parlo di decenni fa, adesso si trova in una casa di riposo.»
Raggiunsero l’auto e salirono a bordo. Pietro condusse Dalila a recuperare la propria. Mentre si apprestava a scendere, fu colta da un’improvvisa illuminazione.
«E se fosse stata proprio lei?»
«Chi?»
«La persona che ha fatto visita alla tomba di Vittoria Montevecchio.»
Pietro si voltò di scatto verso di lei.
«La barista?»
«No, la figlia dell’amica di Vittoria!» rispose Dalila. «Mirella Pinardi non ha visto una misteriosa figura incappucciata vestita di nero. Ha immaginato di vederla, certo... ma, in realtà, ha visto una suora!»





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Milly Sunshine