martedì 28 luglio 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (5/15)

POLVERE I


[DUE MESI PRIMA]
Pietro strizzò gli occhi, disturbato del sole ormai basso. Quando la strada fu libera, svoltò a destra con il sollievo di non avere più la luce che gli veniva contro.
Soltanto pochi chilometri lo separavano dalla destinazione. Scelse di parcheggiare a lato della strada, per non doversi fare aprire il cancello grande allo scopo di entrare nel cortile. Scese dall’auto e un brivido lo travolse. Quando era salito in macchina faceva ancora piuttosto caldo, come iniziava già ad accadere nelle giornate di sole, ma al tramonto l’umidità si faceva sentire e la temperatura doveva essere già calata parecchio. Avrebbe fatto meglio a indossare una giacca più pesante.
Suonò il campanello. Pochi istanti più tardi il cancello piccolo si aprì. Marisa doveva averlo visto dalla finestra, riconoscendolo nonostante le condizioni di luce non fossero più ottimali. Il sole era ormai sceso sotto la linea dell’orizzonte, lasciando qualche vaga sfumatura rossa nel cielo.
Pietro si avviò verso la porta della villetta e trovò Marisa ad attenderlo sulla soglia.
«Buonasera, signor Bruni.»
«Buonasera a lei.»
La donna si spostò per farlo entrare.
«La signora è impaziente. Mi ha detto che sperava di vivere almeno fino a stasera per parlarle.»
Pietro sospirò.
«Sono sicuro che la nonna vivrà fino a cent’anni, se non di più.»
«È quello che le ho detto anch’io» ribatté Marisa, «ma non ha voluto sentire ragioni. La sta aspettando in salotto. Sostiene di avere qualcosa di importante da dirle. Non ho capito bene, ma credo che riguardi il suo defunto marito.»
Pietro aggrottò la fronte.
«Quale dei tre?»
«Suo nonno, signor Bruni.»
«Oh.»
Marisa ignorò la sua espressione di vago stupore.
«Venga, la accompagno.»
Richiuse la porta e, senza aggiungere altro, si avviò. Pietro la seguì senza esitare, non potendo fare a meno di chiedersi che cosa si fosse messa in testa sua nonna.
Virginio Bruni era deceduto molti decenni prima, all’età di trentadue anni, anche se nelle fotografie che Pietro aveva visto sembrava dimostrarne almeno cinquanta – la gente di un tempo sembrava sempre così vecchia. Nonna Evelina all’epoca ne aveva ventiquattro e aveva messo al mondo da poco più di un anno quello che era stato il suo unico figlio.
Si era risposata dopo venticinque anni di vedovanza con un uomo molto più anziano di lei, il quale era venuto a mancare dopo neanche un lustro di matrimonio. Aveva inoltre preso marito per la terza volta quando Pietro era molto piccolo, avendo conosciuto a un torneo di briscola quello che aveva sempre definito come il più grande amore della sua vita, colui che le era stato accanto quando aveva perso il figlio – il padre di Pietro – a causa di un male incurabile. Il terzo marito era infine morto sette anni prima, quando era ormai più vicino ai novant’anni che agli ottantacinque.
A parte le fotografie viste, Pietro non sapeva nulla di nonno Virginio, se non che era mancato a causa di un malore improvviso. Nonna Evelina non ne parlava quasi mai, come se considerasse quel periodo della sua esistenza come una parentesi da lasciare chiusa.
Pietro entrò in salotto. Trovandola seduta in poltrona, la salutò.
La nonna non fu molto espansiva, sembrava più concentrata sull’allontanare la donna che le faceva, di fatto, sia da governante sia da infermiera: «Può lasciarci soli, Marisa? Chiuda la porta, per favore.»
Mentre questa eseguiva l’ordine, domandò a Pietro: «Quando ti sposi?»
«Non mi sposo.»
«Ne sei sicuro?»
«Certo che lo sono.»
«Quella donna, Anna...»
Pietro scosse la testa.
«Con Anna è finita molto tempo fa.»
«Era bella.»
«Non aveva altre doti, oltre alla bellezza. Non faceva altro che parlare di abiti, di scarpe, di borse di marca e di trucchi.»
Nonna Evelina ribatté: «Che cosa c’è di male? Sei un uomo ricco. Puoi permetterti di comprarle quello che desidera.»
Pietro obiettò: «Il fatto di essere un uomo ricco non significa che io debba essere uno sportello bancomat inesauribile, ti pare?»
«Il fatto che tu sia un uomo ricco non implica che tu non abbia il dovere di rendere felice la donna che ami.»
«Preferisco amare una donna che abbia interessi più profondi di quelli di Anna.»
«C’è già questa donna?»
«L’ho puntata molto tempo fa, ma c’è un ostacolo insormontabile, anche se spero di liberarmene, prima o poi.»
«Che tipo di ostacolo?»
«Un intellettuale rimasto vedovo in giovane età che non riesce a togliersi dalla testa.»
Nonna Evelina sentenziò: «Magari muore anche lui, così va a fare compagnia alla moglie nell’Aldilà.»
Pietro sussultò.
«Nonna, come ti escono queste cose?»
«Sarebbe una possibilità poco dolorosa per tutti.»
Molto probabilmente Oliver Fischer non sarebbe stato di quel parere. Augurando mentalmente una lunga vita al giornalista, Pietro preferì evitare di ribattere.
«Marisa mi ha detto che devi parlarmi di mio nonno.»
Evelina annuì.
«Siediti, Pietro.»
Presa una sedia dal tavolo lì vicino, si accomodò di fronte alla nonna.
«Di cosa si tratta?»
Seguì un lungo silenzio. Infine, poche parole arrivarono come una sentenza ineluttabile: «L’hanno ucciso.»
Pietro raggelò. Per un attimo rimase interdetto, ma ben presto iniziò a valutare le alternative più probabili.
Stando a quanto ne sapeva, nonno Virginio era morto in ospedale a Reggio Emilia.
«All’epoca la medicina non aveva ancora tutte le conoscenze attuali. È possibile che non siano riusciti a identificare per tempo che cosa avesse. Questo non significa che ci sia stato dolo. Non significa nemmeno che ai tempi si potesse davvero fare qualcosa. Non...»
Nonna Evelina lo interruppe: «Non c’entra niente la medicina. Non è stato vittima di un episodio di malasanità. È stato avvelenato.»
Pietro spalancò gli occhi. Per quanto l’autrice di quell’affermazione si fosse appena augurata che Fischer levasse le tende in modo definitivo in modo che Pietro potesse avere un lieto fine con Dalila, non riusciva a prenderlo come il delirio di una novantaquattrenne che ormai iniziava a perdere colpi.
«Da chi?»
«Questo non lo so. Scoprilo tu.»
«Io?! E come posso scoprirlo? Non so niente di lui, non so nemmeno che cosa facesse di mestiere. Non me ne hai mai parlato, né l’ha mai fatto nessun altro.»
Nonna Evelina gli domandò: «Hai mai sentito parlare del Trofeo delle Due Province?»
A quanto pareva, non intendeva dargli una risposta diretta. Pietro tentò di insistere: «Che lavoro faceva?»
La nonna ripeté: «Hai mai sentito parlare del Trofeo delle Due Province?»
Pietro si arrese: «No.»
«Di Vittoria Montevecchio, invece, sai qualcosa?»
«Sì.»
«Interessante.»
«Sono venuto a conoscenza di un sacco di cose relative alle corse, grazie al lato sponsorizzazioni di Echos. Diciamo quasi che sto diventando un nerd.»
«Un ne-... che cosa?»
«Niente, nonna, lascia stare. È un termine che ai tuoi tempi non usava.»
«Quali sarebbero i “miei tempi”? Mi pare di essere ancora viva, per ora. I miei tempi non sono ancora finiti, anche se finiranno molto presto.»
«Non dire così. Vivrai ancora a lungo.»
«A lungo abbastanza per vederti sposato? Cerca di fare presto, perché non mi rimane molto.»
Pietro preferì lasciare da parte un argomento così ostico.
«Tornando alla Montevecchio...»
Si interruppe, nella speranza che la nonna parlasse. Evelina si affrettò a puntualizzare: «È un bene che tu sappia chi fosse, perché tutto è iniziato ed è finito con lei.»
Quell’affermazione era piuttosto altisonante, ma Pietro non si lasciò turbare. Era a conoscenza del fatto che Vittoria Montevecchio fosse stata un nome importante per l’automobilismo degli anni Cinquanta, ma ovviamente non intravedeva neanche l’ombra di un collegamento tra lei e la morte misteriosa – se davvero era stata tale – di Virginio Bruni.
«Potresti spiegarmi?»
«Il Trofeo delle Due Province.»
«Sì, me l’hai già detto. Di che cosa si tratta?»
«Te ne intendi di corse automobilistiche. Sei un ne-... quella cosa là, non mi ricordo, ma che cosa ne sai davvero delle gare di una volta? Cosa conosci degli anni Cinquanta?»
«Il Gran Premio di Gran Bretagna 1950, disputato a Silverstone il 13 maggio, primo evento valevole per il campionato di Formula 1 istituito in quella stagione. Il disastro di Le Mans, avvenuto l’11 giugno 1955, durante la 24 Ore, in cui dopo una collisione in pista un’auto è stata sbalzata in aria, atterrando in fiamme sul pubblico, provocando la morte di decine e decine di spettatori. Soltanto poche settimane prima, il 22 maggio, l’incidente di Alberto Ascari al Gran Premio di Montecarlo. È finito in mare, nel porto. È sopravvissuto, ma è morto soltanto quattro giorni più tardi, il 26 maggio, durante un test. Dieci anni più tardi anche un altro pilota è uscito alla chicane del porto finendo in mare. Si chiamava Paul Hawkins. Lo so, il 1965 non ha nulla a che vedere con gli anni Cinquanta, ma vorrei segnalare una coincidenza piuttosto agghiacciante. Hawkins è morto quattro anni dopo...»
«Pietro, scusami se ti interrompo...» cercò di fermarlo nonna Evelina.
«Aspetta, lasciami finire. La coincidenza non riguarda l’anno di morte di Hawkins, ma il fatto che, proprio come Ascari, sia morto il 26 maggio. Tornando negli anni Cinquanta, posso segnalarti anche la morte di Bill Vukovich, protagonista di un incidente devastante mentre era in testa alla 500 Miglia di Indianapolis, il 30 maggio 1955. Aveva vinto le due edizioni precedenti.»
«Hai finito adesso?»
«Sì.»
«Hai parlato solo del Gran Premio di Gran Bretagna, di quello di Montecarlo, della 500 Miglia di Indianapolis e della 24 Ore di Le Mans. Sarai anche informato sulle competizioni di prima fascia, ma che cosa sai di quelle che avvenivano a livello locale?»
Pietro dedusse: «Il Trofeo delle Due Province era una di queste?»
«Proprio così, mio caro nipote nerd!»
«Quindi lo sai dire.»
«Cosa credi, che non l’abbia mai sentito, alla televisione?»
«Allora perché hai finto di non sapere cosa significasse?»
«Per darmi un certo tono.»
«Adesso che ti sei data tono, cosa ne diresti di parlarmi di questo fantomatico Trofeo delle Due Province?»
Seguì un silenzio più lungo del previsto, infine nonna Evelina iniziò a spiegare: «Quella corsa si svolgeva ogni primavera. In alcune occasioni, vi era anche un’edizione autunnale. Le strade venivano chiuse al pubblico e quello che al giorno d’oggi verrebbe considerato un tracciato improvvisato ai tempi aveva la funzione di un vero e proprio circuito cittadino. Non tutte le strade erano asfaltate, vi erano diversi tratti sterrati. La chiamavano in gergo la Corsa della Polvere.»
«Come sai tutto questo?» replicò Pietro. «La vera nerd dell’automobilismo sembri tu.»
La nonna scosse la testa.
«No, a me le corse d’auto non sono mai interessate. Tenevano tuo nonno lontano da casa. Il Trofeo delle Due Province, se proprio dovevo scegliere, era il mio preferito: almeno non si allontanava troppo.»
Pietro chiese: «Che cosa c’entra mio nonno con il Trofeo delle Due Province?»
«Tuo nonno era il direttore di gara di una serie di competizioni locali» rispose Evelina. «La Corsa della Polvere era una di queste. O almeno, quell’ultimo anno avrebbe dovuto esserlo... ma è stato avvelenato, come ti ho detto.»
Pietro spalancò la bocca, incapace di proferire parola. Sua nonna lo guardava, senza aggiungere altro, ma senza fretta apparente di udire una sua replica.
Si sforzò di non continuare a tacere, di tirare fuori una frase di senso compiuto.
«A-avvelenato.» Consapevole di avere pronunciato una sola parola, senza nemmeno sforzarsi di sceglierne una che non si riferisse a un sospetto già menzionato da parecchi minuti, si costrinse ad aggiungere altro. «Tutto questo è spiazzante. Perché non ne hai mai parlato con nessuno?»
Si rese conto della banalità della domanda solo quando Evelina obiettò: «Che cosa ti fa pensare che non ne abbia mai parlato con nessuno?»
«Qualcuno lo sapeva?»
«L’ho detto a tuo padre, a un certo punto.»
«Sul serio? Papà lo sapeva?»
«All’inizio non mi ha presa molto sul serio. Credeva che mi stessi lasciando influenzare da delle fantasie. Mi è servito tempo, ma infine si è convinto. Stava cercando informazioni, era riuscito a procurarsi degli agganci nel mondo delle corse... a costo di perdere tua madre.»
«Cosa vuoi dire?»
«Non voglio dire niente di sconveniente nei confronti né di tua madre, né del signor Forti, che hanno fatto tanto per te, ma era chiaro fin dal primo momento che fossero destinati a finire insieme. Temo che sarebbe successo anche se tuo padre non si fosse ammalato. Anzi, se non si fosse ammalato, sarebbe stato tutto ancora più immediato per tua madre.»
Pietro non provò alcuna emozione nell’udire quelle parole. Non si era mai chiesto davvero se i suoi genitori fossero una coppia felice. Il fatto che molto probabilmente non lo fossero era comunque irrilevante, di fronte alla morte prematura di uno di loro. Non si era nemmeno mai domandato fino in fondo se sua madre amasse davvero il nuovo marito. Aveva avuto, più di una volta, l’impressione che fosse più colpita dal suo status che dalla sua personalità, ma evidentemente si sbagliava.
Ciò che importava davvero era lo sforzo fatto da suo padre per scoprire la verità sul presunto “avvelenamento”. Nonna Evelina poteva avere una sessantina d’anni, al massimo sessantacinque, quando l’aveva coinvolto. Era una donna lucida. Prima della malattia, anche il padre di Pietro era un uomo perfettamente lucido. Ciò che la nonna stava raccontando non era il delirio di una novantaquattrenne incapace di distinguere la realtà dalla fantasia, quanto piuttosto una questione di cui si era ampiamente discusso decenni prima, quando non vi erano dubbi sulla credibilità di chi aveva avanzato il sospetto.
Perfino il suo vaneggiare sull’avere i giorni contati assumeva un senso: non voleva che, con la sua morte, quella faccenda fosse totalmente dimenticata.
Pietro non si preoccupò né di sua madre, né del “signor Forti”, che ormai era passato a miglior vita lasciando l’azienda nelle mani della figlia Marina – e in parte anche nelle sue, nonostante non avesse alcun desiderio di succedergli – quanto piuttosto degli aspetti più pratici: «Che cosa ti ha fatto sospettare l’avvelenamento? Il nonno era finito in ospedale. Non pensi che, se ci fosse stato qualcosa che non andava, i medici se ne sarebbero accorti?»
Evelina annuì.
«Sì, certo, molto probabilmente avrebbero trovato il veleno, ma a una condizione: per trovarlo, avrebbero dovuto cercarlo.»
«Quindi» dedusse Pietro, «la tua teoria è che l’avvelenamento non sia stato scoperto perché nessuno sospettava che il nonno potesse essere stato avvelenato. È corretto?»
«È corretto.»
«E tu, invece, perché avevi questa convinzione?»
«Non è stato un pensiero immediato, a dire il vero» ammise la nonna. «All’inizio credevo che fosse morto per cause naturali. Certo, era sorprendente che fosse accaduto a un uomo ancora giovane e in piena salute, ma all’epoca era un po’ più plausibile che al giorno d’oggi: c’era meno conoscenza su certe malattie e non era detto che chi appariva come in piena salute lo fosse davvero. Non era così incredibile che potesse avere avuto un attacco di cuore. Anche il fatto che fosse accaduto alla vigilia del Trofeo delle Due Province non era così incredibile... se non fosse che c’erano altre circostanze molto sospette.»
«È qui che entra in gioco Vittoria Montevecchio?»
«Sì.»
«C’entra con la morte di mio nonno?»
«No. Non credo, almeno. Penso che la morte di Vittoria Montevecchio, invece, c’entri, e anche parecchio, con quella di tuo nonno. All’epoca qualcuno ha detto addirittura che avrebbe assistito al delitto. È inaudito, dato che la notte tra il primo e il secondo giorno di maggio si trovava in ospedale. Delirava, ormai in punto di morte. Ho parlato con un’infermiera, in seguito. Sosteneva che facesse ripetutamente il nome della Montevecchio, affermando qualcosa di assurdo. Secondo l’infermiera, diceva: “è stata tolta dalla lista degli iscritti”.»
«Che cosa significa?»
«Non lo so.»
«Vittoria Montevecchio ha preso parte al Trofeo delle Due Province?»
«No, o almeno non ufficialmente.»
«Che cosa vuoi dire?»
«Che non c’era. La sua partecipazione non risultava, eppure c’era chi era pronto a giurare di averla vista prendere parte alla sessione di qualificazione e addirittura alla gara stessa. Puoi tranquillamente immaginare che nessuno prendesse queste voci troppo sul serio. Del resto, Vittoria Montevecchio era stata buttata giù da un fienile da uno spasimante respinto, a cui poteva mai interessare se poche ore prima di morire avesse preso parte a una competizione automobilistica o meno? Ti prego, Pietro, cerca di scoprire la verità. Lo so, tuo nonno è morto decenni prima della tua nascita e per te non è mai stato più di un’idea vaga, ma penso che sia doveroso rendergli giustizia.»

***

Da alcune settimane Pietro faceva ricerche a proposito di Vittoria Montevecchio e, nel limite del possibile, sul Trofeo delle Due Province. Su quest’ultimo non aveva trovato che pochi aneddoti, nonché un’idea vaga del percorso, che passava vicino al casolare della Montevecchio stessa.
Quel luogo era stato acquistato da un certo Pinardi poco dopo la morte di Vittoria. Molti anni dopo era divenuto un agriturismo, chiamato Farfalla Perduta. Quel nome richiamava proprio la Montevecchio e lo stemma che svettava sulle automobili al volante delle quali si era destreggiata durante la propria carriera breve ma intensa.
Pietro avrebbe voluto tenere nonna Evelina informata sui pochi progressi fatti, ma non era possibile. Pochi giorni dopo il loro incontro, la sua salute era bruscamente peggiorata ed era venuta a mancare quando erano passate da pochi giorni le festività pasquali.
Ogni contatto con l’epoca in cui era stato commesso il presunto omicidio era ormai impossibile. A Pietro non restava altro da fare che concentrarsi su Vittoria Montevecchio, nella speranza che scoprire che cosa le successo potesse attribuire anche a Virginio Bruni un ruolo all’interno di quel macabro disegno.
Di tanto in tanto, si chiedeva se sua nonna non avesse preso un abbaglio. Perché qualcuno avrebbe dovuto avvelenare il direttore di gara affinché fosse fattibile eliminare Vittoria dagli iscritti? Più rifletteva in proposito e più si ritrovava a dubitare di quella teoria. Se Virginio Bruni era stato ucciso, doveva esservi ben altra ragione. Ammesso che qualcuno volesse impedire a Vittoria Montevecchio di disputare la Corsa della Polvere, vi sarebbero state senz’altro strategie più semplici, che non comportassero il togliere la vita ad altre persone. Un avversario che avesse voluto accanirsi contro di lei avrebbe verosimilmente cercato di accusarla di guidare un’auto che non rispettava il regolamento, o magari appigliarsi a un cavillo burocratico per farla estromettere in quanto donna, eventualità possibile negli anni Cinquanta.
Nonostante i dubbi, vi era comunque anche una grande certezza: suo padre aveva non solo ritenuto verosimile la teoria di nonna Evelina, ma si era attivato in ogni modo possibile per scoprirne qualcosa di più. Se non fosse sopraggiunta la malattia, chissà, forse sarebbe riuscito addirittura ad arrivarvi in fondo. In più c’era Dalila. Che cosa avrebbe pensato di lui, se avesse scoperto che, di fronte all’ipotesi che suo nonno fosse stato ucciso quasi settant’anni prima, se ne fosse fregato scegliendo di andare avanti con la propria vita?
Peraltro, non vi era molto per cui valesse la pena di andare avanti. L’unico lato positivo era rappresentato dal fatto di essersi trasferito nei luoghi di cui era originario, allontanandosi almeno fisicamente dall’azienda di famiglia per la quale continuava a lavorare. Anche l’idea di essere più vicino a Dalila lo faceva stare bene, nonostante non vi fosse alcuna novità su quel fronte.
Quella donna l’aveva stregato. Pietro non aveva mai creduto nell’amore a prima vista, ma qualcosa l’aveva spinto irreparabilmente verso di lei. Era fidanzato con Anna all’epoca, avrebbero addirittura dovuto sposarsi a breve, e ciò che aveva fatto era stato squallido sotto diversi aspetti, ma precipitarsi incontro a Dalila era stata la decisione più naturale.
Si trovavano in un locale di alta fascia, uno di quelli che Dalila di solito non frequentava e del quale anche lo stesso Pietro avrebbe fatto a meno. C’erano Oliver Fischer e Selena Roberts con loro – e chissà cosa c’era davvero tra quei due – ma era stato molto facile relegarli a un ruolo secondario.
Pietro e Dalila si erano capiti al volo. Si erano fiondati di getto verso il bagno. Si erano gettati l’uno sull’altra. Nessuno dei due si sarebbe controllato, se Dalila non avesse temuto di concepire accidentalmente un altro bambino, come era accaduto tra lei e Fischer. Non che ci fosse stato qualche genere di controllo, tra di loro. Si erano desiderati e si erano presi.
Chissà cosa sarebbe accaduto, senza il brutale incidente che aveva strappato Tina Menezes alla vita. Era ampiamente improbabile che, in quella circostanza, Dalila decidesse di essere indissolubilmente legata a Oliver Fischer – perché si era trattato di una decisione razionale, Pietro ne era sicuro. Dalila aveva messo da parte l’istinto, ignorando i sentimenti che li avevano uniti nei pochi mesi trascorsi insieme. Se le avesse detto quello che pensava, forse l’avrebbe addirittura accusato di essere ossessionato da lei. L’ultima volta in cui si erano sentiti, gli aveva augurato di trovare l’amore al più presto.
«Speriamo» aveva replicato Pietro, e aveva mentito, perché non avrebbe mai potuto amare un’altra donna allo stesso modo in cui aveva amato Dalila.
Gli sarebbe piaciuto coinvolgerla nella ricerca che stava facendo. Sperava con tutto se stesso che capitasse l’occasione giusta, ma questa sembrava non arrivare mai. Si stava rassegnando: non c’era nulla che potesse cambiare le cose, quindi tanto valeva dedicare tutto il proprio tempo libero a Vittoria Montevecchio e alle persone che avevano fatto parte della sua vita.
All’inizio dell’ultima decade di aprile gli capitò di visitare la sua tomba. In quell’occasione fece un incontro inatteso. Una donna bruna sui quarant’anni, che successivamente si presentò come Ottavia Mattioli, sbucò fuori all’improvviso. Iniziò a parlare, utilizzando la scusa di Vittoria Montevecchio. Nei minuti che seguirono gli confessò di averlo riconosciuto e identificato come uno dei membri della famiglia Forti. Espresse interesse per il rapporto di sponsorizzazione tra Echos e il team Vertigo, ma soprattutto per Tina Menezes.
«Sono una giornalista» gli confidò. «Ho una certa predilezione per le donne nell’automobilismo. Sono rimasta molto colpita dalla morte della Menezes. Tina mi ha sempre ricordato parecchio la figura di Vittoria Montevecchio. Le dispiacerebbe se ci incontrassimo da qualche parte per parlare di Tina?» Sorrise. «Non ho cattive intenzioni. Non sono una stalker, né mi sono fatta delle fantasie su di lei. Ho una relazione... ed è anche piuttosto felice.»
Senza sapere perché, Pietro si ritrovò ad accettare la proposta. Ottavia Mattioli gli lasciò un indirizzo di posta elettronica al quale contattarla.
«Le scriverò» le assicurò Pietro. «Le chiedo solo la cortesia di non fare il mio nome da nessuna parte.»
Ottavia sorrise – un sorriso più subdolo di quello precedente.
«Non si preoccupi, signor Bruni, sarà la mia “fonte anonima”.»
Pietro le scrisse, ma la giornalista non si fece viva. Qualche giorno più tardi le inviò un altro messaggio, che venne ugualmente ignorato, e a quel punto si dimenticò di lei. Per quanto fosse, almeno in qualche misura, desideroso di aiutare chiunque volesse dare a Tina Menezes il giusto risalto, non aveva alcun obbligo nei confronti della Mattioli. Se questa non aveva mai avuto intenzione di mettersi in contatto con lui, di certo non era affare suo.
A sorpresa, Ottavia gli scrisse la mattina dell’ultimo giorno di aprile. Pietro lesse l’e-mail quasi subito. La giornalista gli chiedeva se fosse disponibile a incontrarsi quella sera stessa. Vi era anche il nome di un bar, al quale si presentò puntuale.
Era un locale all’aperto, serviva bibite e gelati. Faceva ancora freddo, pertanto la clientela presente era poca. Ottavia era già seduta a un tavolino, sul quale teneva una bottiglia d’acqua di plastica, bagnata di condensa.
«Buonasera» borbottò Pietro, sedendosi di fronte a lei.
«Mi scusi se l’ho fatta aspettare così tanto, ma le e-mail che mi ha scritto erano finite nello spam.» Ottavia sbuffò. «Mi piacerebbe capire quali siano le logiche degli algoritmi dei server di posta elettronica, che puntualmente cestinano i messaggi importanti, mentre fanno arrivare al destinatario truffe e simili amenità.»
Pietro si sforzò di sorridere.
«A volte capita.»
Ottavia annuì.
«Ma non dovrebbe capitare.» Fece una breve pausa, infine domandò: «Vuole da bere?»
«Qualcosa di freddo come la sua acqua? No, grazie.»
«In effetti, sembra uscita da un congelatore. Mi chiedo come sia possibile che qualcuno riesca a bere acqua così gelida... ma non importa. L’ho presa solo per avere una scusa valida per stare seduta qui.»
«Capisco.»
«La ringrazio per essere venuto, signor Bruni.»
«Può darmi del tu e chiamarmi per nome, se le viene più naturale.»
«Va bene, Pietro. Adesso, però, andiamo dritti al punto. Ho bisogno di raccogliere più testimonianze possibili a proposito di Tina Menezes. Immagino che vi siate conosciuti piuttosto bene.»
Pietro rifletté.
«Dire che ci conoscessimo bene è una parola grossa. Non le ero molto simpatico. Diciamo che non avevamo grandi contatti.»
«Non le eri simpatico? Come mai?»
«A me non era simpatico suo marito e, di conseguenza, la Menezes mi ha preso in antipatia. Questo, però, non ha alcuna rilevanza, come può immaginare.»
Ottavia convenne: «In effetti deve essere stato un grosso shock.»
Pietro abbassò lo sguardo.
«Resti tra noi, ma è stato decisamente traumatico, non solo l’incidente, ma anche il fatto che per molte persone fosse solo una questione di lavoro, almeno nel migliore dei casi. Nel peggiore, era un modo per farsi pubblicità, per essere i primi a dare la notizia.»
Ottavia osservò: «Se la sta prendendo con la mia categoria.»
Pietro replicò: «Non ci davamo del tu?»
«Possiamo anche darci del tu, ma la mia considerazione non cambia.»
«Se ti può consolare, me la prendo anche con la mia categoria. Per la mia sorellastra e per gli altri pezzi grossi dell’azienda il problema non era che Tina fosse morta, ma che lo fosse vestendo i colori del nostro marchio. Per Echos poteva trattarsi di un pericoloso danno di immagine. In più, al giorno d’oggi le notizie non le danno solo i giornalisti. Ci sono quelli che si spacciano per tali, gli influencer, gli esibizionisti... in sintesi, anche tanti non giornalisti hanno fatto a gara per essere tra i primi a ricordare la Menezes con frasi fatte buttate giù prima ancora che la sua morte fosse annunciata. Immagino che ci fosse chi aveva già pronti testi alternativi: uno se l’incidente si fosse risolto senza gravi conseguenze, uno se Tina fosse rimasta seriamente ferita ma non in pericolo di vita, uno se fosse morta.»
Ottavia sbuffò.
«Quanto cinismo!»
«Non è cinismo, il mio, ma piuttosto una realtà innegabile.»
«Dovresti essere più positivo.»
Pietro obiettò: «C’è ben poco per cui valga la pena essere positivi, non credi?»
«Adesso vuoi metterti a declamare luoghi comuni secondo cui la vera vita era quella di settant’anni fa?»
Le parole di Ottavia lo fecero rabbrividire. Era impossibile che sapesse da quali intenzioni Pietro fosse animato, ma il fatto che avesse scelto proprio quell’epoca specifica non lo lasciava indifferente.
«Settant’anni fa?» azzardò, cercando di non apparire turbato.
«All’epoca di Vittoria Montevecchio.»
«Oh.»
Quell’esclamazione gli sfuggì senza che lo volesse. Ottavia Mattioli non parve particolarmente impressionata: «Ci siamo conosciuti davanti alla sua tomba. È per questo che mi è venuta in mente. A proposito, che cosa ci facevi là?»
«Semplice curiosità. E tu?»
«Passo spesso da quelle parti e, quando succede, vado da lei. Ho una predilezione per le donne del mondo dell’automobilismo, come ti ho già detto. Vittoria Montevecchio è la mia preferita in assoluto, a pari merito con la Menezes.»
«Che cosa ti piace di loro?»
«L’atteggiamento positivo e il non inventarsi scuse. Proprio nei giorni scorsi stavo leggendo un’intervista a una ragazza che è arrivata al massimo a ottenere qualche punto nella Formula 3 nazionale. Parlava di quanto sia difficile cavarsela in un mondo prettamente maschile, che si aspetta che siano i ragazzi a svettare. Raccontava delle difficoltà di salire di grado, delle squadre di Formula 3 internazionale o di Formula 2 che non la consideravano, chiedendo sponsorizzazioni troppo elevate... Tutta una serie di cose già dette e ridette, semplici scuse.»
Pietro obiettò: «Non è forse quello che succede davvero?»
«Certo che è quello che succede davvero» ribatté Ottavia, «ed è anche vero che, se ci sono due ragazze e quaranta ragazzi, è molto più probabile che ad arrivare in alto siano i ragazzi, per una semplice questione numerica. Non nego che per le ragazze ci sia qualche difficoltà in più, ma ottenere al massimo qualche punto nella Formula 3 nazionale non è certo segno di avere un talento cristallino, specie da parte di chi non brillava nemmeno in Formula 4. Per non parlare del fatto che quella specifica categoria assegna punti ai primi dieci classificati e che, nella migliore delle ipotesi, vanno in pista tredici o quattordici vetture, a volte anche di meno. Sarebbe preoccupante non fare nemmeno una top-ten, non credi?»
«Dove vuoi arrivare?»
«Al fatto che intorno alla “donna che compete contro gli uomini” si faccia solo ed esclusivamente un gran parlare. Le ragazze che dicono che un corpo femminile può reggere la stessa forza G di un corpo maschile – come se tutte le donne e tutti gli uomini fossero fatti con lo stampino – sono spesso le stesse che affermano di essere svantaggiate dal fatto che le auto si adattino perfettamente al corpo maschile e non a quello femminile – anche qui, tutti fatti con lo stampino, a seconda del genere. Tina Menezes non era così. Per lei non contavano le parole, contavano solo i fatti. Non andava in giro ad affermare cose tipo “voglio che si parli di me in quanto pilota e non in quanto donna” per poi parlare incessantemente del fatto di essere donna. Anche Vittoria Montevecchio doveva avere una personalità simile, da quello che ho letto.»
Pietro obiettò: «Che cosa c’è di male nel volersi affermare come donne?»
«Niente, basta ammetterlo. Raccontare di non dare peso al proprio genere e poi costruirvi intorno tutta la propria immagine non mi sembra molto coerente.»
«Forse no, ma non credi che facciano ciò che possono? O ciò che ritengono il miglior modo di promuoversi?»
«Infatti sono libere di farlo» chiarì Ottavia, «ma io sono libera di non apprezzare il loro atteggiamento, tutto qui.»
Pietro la guardò negli occhi.
«Hai inquadrato bene la Menezes. Era proprio come la descrivi tu.»
Pensava che Ottavia ne approfittasse per tornare a parlare di Tina, ma non accadde. Anzi, la Mattioli parve ben più interessata a Vittoria, dato che affermò: «Non mi hai ancora detto che cosa ci facessi accanto alla tomba della Montevecchio.»
«Te l’ho detto, invece.»
«Non mi pare.»
«Sì che te l’ho detto» insisté Pietro.
«Hai detto semplice curiosità» puntualizzò Ottavia.
«Era la mia risposta.»
«Una risposta alla quale non credo, per tua sfortuna. Non ti lascerò andare via finché non mi avrai spiegato per filo e per segno quali fossero le tue intenzioni.»
Pietro sospirò.
«Quali vuoi che fossero le mie intenzioni?»
«Non lo so. Dimmelo tu.»
«Ero curioso, tutto qui. Te l’ho detto e non ho intenzione di dirti altro. Peraltro, non vedo come tu possa trattenermi qui.»
Ottavia accennò una risata.
«Non parlavo sul serio, ovviamente.»
Pietro accennò ad alzarsi in piedi.
«Allora, oserei dire, questa nostra conversazione può finire qui.»
Ottavia lo trattenne: «No, aspetta, non ho ancora finito.»
«Io sì» replicò Pietro. «Non ti dirò altro, né sulla Menezes né sulla Montevecchio.»
«Wow» esclamò Ottavia. «L’hai presa proprio a cuore. Sembra quasi che Vittoria Montevecchio rappresenti qualcosa per te. Per caso era una tua antenata?»
«No.»
«Allora qualcuno della tua famiglia ha avuto a che fare con lei?»
«Nemmeno.»
«Se stai mentendo, lo scoprirò.»
Pietro rabbrividì. Quella donna lo stava mettendo a dura prova. Non vi erano ragioni logiche per sospettare che potesse sapere qualcosa a proposito delle confidenze ricevute da nonna Evelina, ma Pietro non riusciva più a sentirsi tranquillo in sua presenza.
«Ho conoscenze importanti» millantò. «Bada a quello che fai, se ci tieni a non essere messa in cattiva luce sui social.»
«Te la fai ancora con le influencer?» ribatté Ottavia. «Non dovevi sposarti con una di loro? Poi, se ben ricordo, avevi dato scandalo finendo tra le braccia di una poco di buono dai capelli ossigenati.»
«Non sono affari che ti riguardano» rimarcò Pietro.
Furono le ultime parole che rivolse alla giornalista Ottavia Mattioli prima di andare via. Accettare di incontrarla e di parlarle era stato un errore madornale.
Tornò a casa, deciso a chiudere una volta per tutte con Vittoria Montevecchio, almeno per quella sera. Ovviamente non tenne fede al proprio proposito. Fino alle prime ore della notte cercò nuove informazioni su di lei e poi, a ruota, su chi le era stato vicino.
Rimase colpito in particolare dai fratelli Redgrave. La sorella di questi era la nonna paterna di Edward Roberts. Teddy Redgrave – il cui nome completo era Edward, quindi omonimo del pronipote – sembrava somigliargli parecchio e, a giudicare dalla bionda ritratta con lui in certe circostanze, avere anche lo stesso gusto in fatto di donne.
Era impossibile che Teddy avesse a che fare con la morte di Vittoria Montevecchio, mentre era altrettanto improbabile che Robbie fosse coinvolto a qualche titolo. Pietro, però, non li mise definitivamente da parte. Ogni dettaglio poteva essere utile. Quando finalmente si allontanò dal computer e andò a letto, non riuscì a prendere sonno facilmente. Continuava a interrogarsi su chi fossero davvero i fratelli Redgrave, dubbio sul quale difficilmente avrebbe trovato risposta.

***

Teddy Redgrave guardò fuori dalla finestra. Pioveva. Non che non se ne fosse accorto: l’intensità era bassa, ma ne udiva comunque il rumore.
Sospirò, con un pensiero rivolto ai paesi più caldi, quelli in cui il cielo era meno grigio e non pioveva ogni giorno. Era inevitabile sentirne la mancanza, ma era ancora più inevitabile avere nostalgia dei giorni in cui non sentiva il peso del cognome che portava. Era sveglio abbastanza da rendersi conto della fortuna immensa che aveva avuto nascendo in una famiglia abbiente come i Redgrave, ma era altrettanto consapevole degli aspetti negativi che ne derivavano. Essere uno degli eredi designati di Robert Redgrave comportava doversi sorbire occasionalmente le sue lamentele per avere scelto una strada a suo dire inopportuna. Se non altro, Teddy aveva sempre avuto la consolazione di non essere il bersaglio preferito delle polemiche dello zio, in quanto quel ruolo toccava al fratello maggiore, che si chiamava Robert Redgrave esattamente come lo zio, ma era comunemente noto come Robbie.
Entrambi i fratelli avevano ereditato dal padre la passione per le auto, che lo zio Robert invece disprezzava con veemenza. Era solito uscirsene con affermazioni quali: «Siete due uomini adulti, quindi potete fare quello che volete con il patrimonio che vostro padre vi ha lasciato. Per mettere le mani sul mio, però, dovrete vivere abbastanza a lungo per seppellirmi, e dubito che possa accadere, visto che vi piace così tanto correre con quella ferraglia!»
Teddy era solito non replicare, mentre Robbie aveva più di una volta affermato di sentirsi abbastanza fortunato da riuscire a sopravvivere. Mostrava una spavalderia che Teddy spesso gli invidiava, dato che, da parte sua, faticava a togliersi dalla testa l’ultima immagine dei colleghi che aveva perso. Per quanto cercasse di apparire impassibile, non sarebbe mai riuscito ad abituarsi alla morte.
Anche uno dei suoi meccanici più fidati aveva fatto una fine brutale, investito durante un cambio gomme da un’automobile senza controllo. Per Teddy era stato difficile riuscire ad andare avanti. Poi era arrivato l’infortunio che gli aveva lasciato cicatrici sia nel corpo sia nell’anima. Sapeva che in tanti avevano dichiarato, senza mezzi termini, che la sua carriera era finita, ma non lo era affatto.
Teddy non avrebbe mai preso in considerazione l’idea di correre per una scuderia italiana, se ciò non fosse accaduto. Riteneva che non fosse l’ideale per un inglese del suo rango e che gli avrebbe causato non pochi grattacapi entro le mura di Redgrave Manor. Si trattava, tuttavia, dell’unica possibilità per rientrare nel mondo delle competizioni automobilistiche. Aveva scelto, senza troppi rimpianti, di tornare alle corse con Saetta Cremisi e Robert Redgrave avrebbe dovuto farsene una ragione.
Guardando il cielo grigio dalla finestra, Teddy era consapevole che presto lo zio l’avrebbe raggiunto. Sapeva di cosa avrebbero discusso. Avrebbe desiderato la presenza di Robbie, in un momento come quello, ma il fratello non c’era e avrebbe dovuto cavarsela da solo.
Robert Redgrave entrò in soggiorno e andò ad accomodarsi al tavolo.
«Dobbiamo parlare» affermò.
Teddy si voltò, abbandonando una volta per tutte la pioggia che continuava a cadere, e andò a sedersi di fronte allo zio.
«Lo so.»
«Immagino che tu sappia che cosa voglio dirti.»
«Non lo so con esattezza» replicò Teddy, «ma posso immaginarlo.»
Robert Redgrave rimase a lungo in silenzio. Avvicinò un posacenere di porcellana, si accese una sigaretta e, infine, domandò: «Faccio portare del tè?»
Convinto che quel passaggio avrebbe solo allungato le tempistiche, Teddy rispose: «Non importa.»
L’ora del tè era ancora molto lontana. In più, farselo portare avrebbe significato coinvolgere la governante, o al più una cameriera, la quale si sarebbe accorta che stavano facendo un discorso serio e si sarebbe senza dubbio piazzata dietro la porta a origliare. Teddy non aveva l’ambizione che quel dialogo venisse in seguito riportato, con tanto di dettagli abbelliti o malinterpretati, a tutto il resto del personale di servizio, né si sentiva di biasimare i domestici che finivano inevitabilmente per diventare invadenti.
«Ne sei certo?» chisse lo zio. «Guarda che si discute meglio davanti a una tazza.»
Teddy non cambiò idea: «Posso farne anche a meno.»
«Qualcosa di più forte, allora?»
«Non voglio niente da bere. Potresti piuttosto arrivare al punto?»
Come incoraggiato da quelle parole, nonché dall’ennesima conferma che non fosse necessario né un tè né un drink, Robert Redgrave affermò: «Non impazzisco di felicità per la tua decisione di unirti a una squadra italiana e tornare a salire su quella malefica ferraglia. Credevo fossi rinsavito, ormai. Avevo perfino avuto l’illusione che avessi definitivamente chiuso con le corse, ma a quanto pare mi sbagliavo.»
«Proprio così.»
«Ritengo irresponsabile che tu intenda riprendere un’attività che ha già messo a repentaglio la tua vita, ma soprattutto non ritengo appropriato che un giovane di buona famiglia se ne vada in giro da solo senza una persona fidata al proprio fianco.»
Teddy sorrise.
«È soprattutto questo, eh? L’idea che io non rispetti i canoni imposti ai giovani della mia estrazione sociale è ancora più preoccupante del fatto che possa succedermi qualcosa di grave?»
Anche lo zio sorrise e, con una certa ironia, affermò: «Se dovesse succederti qualcosa di grave, avrò comunque qualcuno a cui lasciare il mio patrimonio. C’è tuo fratello, nell’improbabile ipotesi in cui mi sopravviva, e poi c’è tua sorella, con i suoi figli, che mi auguro vivamente non vogliano emulare né te né Robbie. Quando arriverò anch’io di là, ti verrò incontro e ti dirò: “te l’avevo detto che saresti finito male”. Prima di arrivare dall’altra parte, però, c’è la faccenda a cui ho accennato: è indegno che tu te ne vada in giro da solo, senza nemmeno farti accompagnare da un segretario personale o da un cameriere. Non lo permetterò.»
«Quindi» dedusse Teddy, «potrei tranquillamente fare quello che desidero senza intromissioni, se invece trovassi una persona che corrisponda a questi requisiti?»
«Non troverai nessuno» sentenziò lo zio, «che sia disposto a seguirti in Italia, né riuscirai a farti aiutare da tuo fratello.»
«Lo vedremo.»
«Già, lo vedremo.» Robert Redgrave sembrava divertito dalla sicurezza ostentata da Teddy. «Adesso che cosa ne dici di una partita a scacchi? È esattamente quello che ci vuole per allentare le tensioni.»
«Se è quello che desideri...»
Robert Redgrave amava il gioco degli scacchi e aveva per lunghi anni cercato di trasmettere quella passione a chi gli stava intorno. Con sua grande delusione, né Robbie né la sorella Margaret sembravano rivolgervi alcun interesse, mentre Teddy se ne era molto appassionato. Nonostante la bravura dello zio, in qualche occasione era stato capace di batterlo, garantendosi la sua ammirazione. Quel giorno Robert Redgrave era inarrivabile, ma Teddy non si lasciò turbare. Aveva altri pensieri per la testa, i cui contorni iniziarono a definirsi quando ebbe l’intuizione che poteva aiutarlo a mettere a tacere le lamentele del padrone di casa. Quando la partita finalmente terminò con la vittoria di quest’ultimo, Teddy si congedò affermando di avere una questione urgente di cui occuparsi. Si sforzò di ascoltare ancora per qualche istante le critiche che Robert Redgrave gli rivolse per come aveva gestito il gioco, infine uscì dal soggiorno, dopo avere lanciato un’ultima occhiata alla finestra. La pioggia doveva avere smesso di cadere, a meno che non fosse divenuta così fine da essere impercettibile e da non produrre più il benché minimo suono.
Teddy si mise alla ricerca del maggiordomo, non perché avesse bisogno di lui, ma perché forse poteva aiutarlo a rintracciare il giovane Laszlo Halasz.
Dovevano esserci degli accenti, su alcune delle vocali del suo nome, ma si era convenuto, per praticità, di comportarsi come se non ci fossero. Il ragazzo doveva avere ventun anni, forse ventidue. Era il figlio dell’ormai defunto segretario personale di Robert Redgrave, un uomo di origini ungheresi trapiantato in Inghilterra da decenni, con una vasta conoscenza delle lingue europee. Laszlo studiava, quando il padre era ancora in vita, ma l’improvvisa dipartita di quest’ultimo aveva stroncato le sue ambizioni. Redgrave, che aveva sempre considerato Halasz padre un uomo molto fidato, si era attivato per fare sì che il ragazzo potesse avere almeno un impiego come domestico. Il maggiordomo non faceva altro che lamentarsi di lui, ma il padrone di casa aveva sentenziato che avrebbe dovuto farsene una ragione, ignorando le sue proteste.
Anche quel giorno l’atteggiamento non fu diverso.
«Cos’ha combinato stavolta quell’incapace?»
«Si sta sbagliando, Sutton. Non ha fatto nulla di male. Avrei solo bisogno di parlargli.»
«Perché mai dovrebbe avere bisogno di parlargli, se non avesse fatto nulla di male? Non sia troppo accomodante con quel buono a nulla. Sarà mia premura assicurarmi che non combini altri danni.» Il maggiordomo sbuffò. «Sa bene che, se avessi voce in capitolo, quell’incompetente adesso si troverebbe già da tempo in mezzo a una strada. Suo zio, chissà come mai, sembra essergli affezionato, dato che non vuole in alcun modo liberarsene.»
Teddy gli indirizzò un radioso sorriso.
«Vuole una bella notizia.»
«Sì, perché no?»
«Forse presto di sbarazzerà una volta per tutte di Halasz.»
«Intende dire che verrà licenziato?»
«Intendo dire che intendo assumerlo come assistente e portarlo con me in Italia, dove mi trasferirò in qualità di membro della Scuderia Saetta Cremisi.»
A Teddy parve che gli occhi del maggiordomo brillassero. Laszlo Halasz non gli piaceva per niente, chissà per quale ragione. A Teddy sembrava fosse un giovane molto educato e composto, che ispirava simpatia e fiducia. Certo, aveva lasciato intendere più volte che lavorare come domestico a Redgrave Manor fosse una soluzione necessaria, per lui che aveva visto i propri sogni interrompersi drammaticamente con la morte dell’unico genitore che aveva, ma cosa avrebbe dovuto fare? Fingere che la sua condizione fosse ciò che aveva inseguito durante gli anni degli studi?
Il ragazzo fu entusiasta della proposta almeno tanto quanto lo era stato Sutton quando Teddy gliene aveva accennato.
«Proprio io?» esclamò Laszlo. «È sicuro di quello che mi sta chiedendo?»
«Proprio tu» confermò Teddy. «Sono assolutamente certo che tu sia la persona giusta.»
«Non credo di esserne all’altezza, signor Redgrave» ammise il ragazzo. «Come ben sa, anche in questa casa ho ancora tanto da imparare.»
«Immagino che sia quello che il maggiordomo ti ha fatto credere.»
«Sa quello che dice.»
«Può darsi» convenne Teddy, «ma quello che dice ha valore soltanto sui domestici che dipendono da lui, non su quello che succederà quando saremo in Italia.»
«Com’è l’Italia?»
«Bella. Piove molto meno e fa più caldo. Le persone sono più espansiva.»
«Conosce la lingua, signor Redgrave?»
«Solo qualche parola, ma me la saprò cavare. Nel mondo delle corse parlano quasi tutti il francese. Me la caverò e, ne sono sicuro, te la caverai anche tu, Lasz-...» Teddy esitò. «Posso chiamarti Laszlo? Spero di avere azzeccato la pronuncia.»
«Se le è più facile» ribatté il ragazzo, «può chiamarmi Leslie. Non è raro che le persone si rivolgano a me con questo nome.»
«Vada per Leslie, allora» concluse Teddy.
Quel giorno stesso, all’ora del tè, informò Robert Redgrave di avere già trovato qualcuno che potesse andare con lui in Italia.
Lo zio non fu molto soddisfatto della scelta: Laszlo Halasz, o Leslie Halasz che fosse, non era esattamente il tipo di candidato che avrebbe visto bene accanto a lui.
«La tua condizione era una soltanto» gli ricordò Teddy. «Tra venti giorni partirò e porterò quel ragazzo con me.» Abbassando la voce, borbottò: «Così farò contento anche Sutton, che non lo può sopportare.»
Robert Redgrave pronunciò qualche parola a sostegno del maggiordomo, che lavorava a Redgrave Manor da oltre trent’anni, ma non replicò alle intenzioni di Teddy. Era chiaro che fosse già rassegnato alla sua intenzione di unirsi alla Scuderia Saetta Cremisi.
Meno di tre settimane più tardi Teddy e Leslie lasciarono l’Inghilterra. Lontano dallo zio, Teddy riassaporò la libertà e dimenticò le rigide imposizioni alle quali, nel mondo ideale, Redgrave avrebbe desiderato farlo sottostare. In più rivide la signorina Diana. Aveva sentito la sua mancanza. Leggere le sue lettere era stato un grande sollievo, ma la carta non poteva sopperire alla distanza. Gli sembrava ancora più bella e più dolce di come se la ricordasse. Per quanto la costante presenza di Leslie gli impedisse di rimanere solo con lei a lungo, si faceva bastare quei momenti.
Inoltre, per quanto il suo parere non avesse alcuna rilevanza, lo stesso Leslie sembrava positivamente impressionato dalla signorina italiana. Qualora fosse stato incaricato da Robert Redgrave di informarlo sulle frequentazioni del nipote, non l’avrebbe messo in cattiva luce. Non che Teddy dubitasse della sua fedeltà, ma Leslie era pur sempre l’unico figlio di colui che un tempo era stato il braccio destro dello zio.
La stagione iniziò senza grossi risultati. Saetta Cremisi era in ritardo rispetto agli avversari, ma disponeva di un serio progetto di crescita. Teddy si mostrò aperto alle novità e alle intromissioni della stampa di settore. Fu affabile, perfino quando doveva rispondere a domande poco piacevoli a proposito della sua compagna di squadra Vittoria Montevecchio.
Teddy aveva occasionalmente corso contro altre donne in passato, notando che erano agguerrite tanto quanto gli uomini. Anzi, alcune vedevano le corse come una rivalsa nei confronti di un mondo che non le considerava abbastanza. Vittoria era più tranquilla. Tra di loro si era instaurato un legame di amicizia destinato a rimanere tale. Teddy non aveva mai desiderato una relazione amorosa con la Montevecchio ed era sicuro che anche per lei valesse la stessa cosa. Vittoria cercava di incoraggiare Diana, di spingerla tra le sue braccia. Non che ce ne fosse bisogno, in realtà: Teddy e Diana erano consapevoli del sentimento reciproco ed erano consapevoli che avrebbe potuto condurli in un’unica direzione.
Sei mesi dopo essersi trasferito in Italia prese una decisione e la comunicò al suo giovane assistente: «Voglio sposare Diana.»
Laszlo Halasz spalancò gli occhi.
«È sicuro che suo zio approverà, signor Redgrave?»
«Mio zio non potrà non approvare una signorina così bella e gentile» ribatté Teddy. «Se anche lo facesse, non gli darei ascolto. Sono innamorato, Leslie. La sposerò, anche a costo di essere diseredato. Tanto lo zio lo dice sempre: non vivrò abbastanza a lungo da ereditare il suo denaro!»

***

Ventiquattro ore dopo l’incontro tra Ottavia e Pietro, Dalila rientrò prepotentemente nella vita di quest’ultimo, un po’ come se fosse scritto che dovessero rivedersi e rimanere coinvolti nella stessa oscura vicenda. La sera del primo maggio all’Agriturismo Farfalla Perduta si festeggiava il matrimonio di una certa Lucia Chiari. Pietro l’aveva scoperto da Mirella Pinardi, la donna che dirigeva quel posto. Ciò che non poteva immaginare, prima di quella sera, era che Dalila sarebbe stata presente in veste di fotografa.
Seppure consapevole che la Colombari potesse rappresentare una complicazione, Pietro non si tirò indietro. La coinvolse. Le raccontò perfino la leggenda del fantasma, di cui aveva appreso durante le ricerche. Non si aspettava di assistere a uno strano gioco di luci che, con una certa fantasia, poteva essere scambiato proprio per l’apparizione del fantasma stesso. Rimase con il dubbio, incapace di dare una spiegazione a ciò che aveva visto, e Dalila con lui. Il padre di Lucia Chiari, da parte sua, affermò di non avere notato nulla, ma Pietro non era pronto per mettersi alla ricerca di una spiegazione soprannaturale e la strategia più semplice era limitarsi a non cercare una spiegazione.
Nelle settimane che seguirono, Dalila cercò di avvicinarsi a Mirella Pinardi, ma le sue ricerche su Vittoria Montevecchio si rivelarono piuttosto infruttuose, se non per il nome di un cugino di costei. Flavio Bonetti si trovava in vacanza e pareva non esservi modo di mettersi in contatto con lui prima del suo ritorno.
Frattanto c’era in ballo anche l’altra faccenda, quella di una persona vestita di nero vista aggirarsi intorno alla tomba della Montevecchio la sera del 2 maggio, suo settantesimo anniversario di morte. Quando Dalila venne a conoscenza di una figlia della “signorina Diana” che aveva preso i voti avanzò senza troppi giri di parole l’ipotesi che quella persona vestita di nero altri non fosse che una suora.
Nonostante la sua teoria avesse un certo senso e non fosse del tutto impossibile riuscire a risalire all’identità della monaca in questione, Pietro rimase molto più colpito dall’incontro che Dalila aveva fatto quella sera: una donna con la quale aveva avuto una relazione in passato. Non fece nomi, ma la descrisse come una giornalista sportiva molto appassionata di automobilismo, che aveva scritto spesso sulla presenza femminile nelle competizioni motoristiche e che tramite l’acconciatura e il modo di vestire aveva spesso cercato di imitare Tina Menezes, i cui lineamenti avevano una vaga somiglianza con i suoi.
Quella descrizione collimava perfettamente con quella di Ottavia Mattioli che, forse non per effetto del caso, l’aveva avvicinato accanto alla tomba di Vittoria Montevecchio. All’inizio Pietro preferì non confidare il proprio sospetto a Dalila, ma ipotizzò ben presto che non fosse la decisione giusta.
Andò a cercarla a casa un sabato nel tardo pomeriggio, ma nessuno rispose al citofono. Rimase sotto casa a lungo, fintanto che proprio Enrica Colombari, la madre di Dalila che risiedeva in un altro appartamento nello stesso palazzo, gli si avvicinò per informarlo che la figlia non era presente. Pietro domandò se si trovasse ancora allo studio di fotografia, ma Enrica gli spiegò che aveva dovuto recarsi nel mantovano per incontrare una vecchia amica.
L’indomani Pietro tornò alla carica, cercando di sfruttare ancora una volta l’effetto sorpresa. Si recò da lei in tarda mattinata e, quando non la trovò, rimase in paziente attesa.
Dalila rincasò intorno alle dodici e mezza e lo trovò ad attenderla accanto al portone. Dopo un cenno di saluto gli chiese: «A che cosa devo l’onore di questa visita?»
Pietro fu più brusco di quanto avrebbe voluto, nel replicare: «Dove ti eri cacciata? Ti aspetto da più di tre quarti d’ora.»
«Potevi chiamarmi per avvertire che volevi passare da me» obiettò Dalila.
«Dov’eri?» ripeté Pietro. «Non dirmi che stavi seguendo pazientemente la messa di don Sergio, perché non mi sembri proprio il tipo.»
«Se ti può consolare» ribatté Dalila, «una ventina di anni fa nemmeno io pensavo che Sergio avrebbe celebrato la messa. Come ben sai, non sono stata molto fortunata con le mie relazioni sentimentali.»
«Ecco, vorrei parlarti proprio di questo» ammise Pietro. «Conosci una certa Ottavia Mattioli?»
Dalila sussultò.
«Perché mi fai questa domanda?»
«Perché non mi dai una risposta diretta?»
«Siamo state insieme in passato. Non ho un bel ricordo di lei.»
Pietro insisté: «È la donna che ti ha lasciata a piedi al bar perché ti sei rifiutata di spiegarle per filo e per segno quello che voleva sapere?»
Dalila abbassò lo sguardo.
«Sì.»
Pietro si guardò intorno. Erano soli, ma avrebbe preferito proseguire il discorso in un luogo più privato.
«Possiamo salire da te?»
«Non posso. Mia madre e Mirko mi aspettano per pranzo.»
«Ti prego, concedimi dieci minuti del tuo tempo. È importante.»
Dalila insisté: «Avresti dovuto chiamarmi. Mia madre avrà visto la mia macchina dalla finestra, ormai.»
«Puoi sempre citofonarle e dirle che arrivi tra dieci minuti.»
Senza aspettare la sua risposta, Pietro suonò il campanello etichettato con il nome di Enrica Colombari, guadagnandosi un’occhiata di fuoco.
Dalila si vendicò molto in fretta: quando la madre rispose al citofono la informò di avere un contrattempo a causa di un “ineguagliabile rompicoglioni”.
Pietro non replicò all’insulto. Aveva centrato l’obiettivo e gli bastava. Un paio di minuti più tardi era seduto di fronte a Dalila, la quale desiderava una spiegazione.
«Perché ti sei precipitato a casa mia per chiedermi di Ottavia?»
«Ripetimi con esattezza quello che è successo. Siete andate al bar dopo esservi incontrate per caso, è corretto?»
«Sì. Per caso metti in dubbio la mia versione dei fatti? Non capisco perché dovresti pensar-...»
Pietro interruppe le proteste di Dalila: «Non lo sto mettendo in dubbio. Vorrei solo che mi confermassi un dettaglio: l’incontro è avvenuto al cimitero, è corretto?»
«Proprio così.»
«Accanto alla tomba di Vittoria Montevecchio, giusto?»
Dalila confermò: «Accanto alla tomba di Vittoria Montevecchio. Adesso potresti degnarti di darmi una spiegazione?»
«Certo che posso dartela» rispose Pietro. «Il mese scorso, all’inizio delle mie ricerche, mi sono recato anch’io in quel cimitero. Volevo vedere la tomba della Montevecchio. Mentre mi trovavo là è sbucata fuori questa donna, che mi ha raccontato di essere una giornalista.»
«Oh» esclamò Dalila. «Anche tu hai avuto modo di conoscerla.»
«Mi ha riconosciuto. Ha iniziato a parlare di Tina Menezes. Mi ha detto che le sarebbe piaciuto confrontarsi con me sull’argomento. Mi è parso di capire che volesse scrivere un articolo o qualcosa di più. Desiderava informazioni da qualcuno che l’avesse conosciuta. La farò breve: mi ha convinto a contattarla. Le ho scritto. È passato un po’ di tempo, ma alla fine mi ha risposto. Mi ha dato appuntamento per la sera del 30 aprile in un bar all’aperto. C’eravamo solo noi, non faceva caldo quella sera.»
«Interessante. Molto interessante.»
Pietro precisò: «Non ho ancora detto la cosa più importante.»
«Sentiamo, quale sarebbe?»
«Ci ha girato intorno un po’, poi è andata dritta verso ciò che la interessava: Vittoria Montevecchio. Voleva sapere a tutti i costi come mai fossi andato a visitare la sua tomba. Era talmente insistente che ho dovuto minacciarla di diffamarla pubblicamente grazie all’aiuto di qualche amica influencer – prima che tu me lo chieda, non ne sono affatto fiero.»
Dalila obiettò: «Non ti sembra un po’ esagerato?»
Pietro ammise: «Forse sì, ma mi sono sentito molto a disagio. Se tu incontrassi un perfetto sconosciuto accanto alla tomba di un personaggio noto lo infastidiresti per farti spiegare che cosa ci sia andato a fare, quando questo ti ha già detto che era semplicemente curioso?»
«No, certo che no.»
«Non vi ho dato peso, all’inizio, ma adesso trovo molto strano quello che mi è successo. Abbiamo entrambi incontrato Ottavia in quel cimitero. Questo significa che ci va spesso e che ha l’abitudine di mettersi a conversare con chi si trova nei pressi di una specifica tomba. Non lo trovi un atteggiamento strano?»
«Molto, ma Ottavia è sempre stata un po’ strana. Quando stavamo insieme non me ne rendevo conto, ma dopo l’ho realizzato.»
«Non parlo di questo, Dalila» rimarcò Pietro. «La sua personalità non mi riguarda. Ho capito che per la Montevecchio nutre un interesse professionale, ma siamo certi che si tratti solo di questo?»
«Non vedo che cosa potrebbe esserci di più. Ottavia non ha alcuna parentela con la famiglia della Montevecchio, che io sappia, né con qualcuno che l’abbia conosciuta o che abbia in qualche modo a che fare con lei. Anzi, ai tempi in cui stavamo insieme non le importava un bel niente di Vittoria. Diceva che le corse degli anni Cinquanta, Sessanta e in parte Settanta non erano degne della glorificazione con cui non vengono esaltate, perché si lasciavano dietro troppi cadaveri e lo facevano con troppa noncuranza.»
«Osservazione in parte condivisibile, anche se un po’ superficiale.»
Dalila annuì.
«Sì, certo, non nego che possa essere condivisibile, ma non mi sembra rilevante dibattere della sua opinione sulle corse di quei tempi. Il punto è un altro: come mai questo interesse improvviso? Perché insistere così tanto con uno sconosciuto? E perché parlarne con me, nonostante non avessimo contatti da anni? Non mi ha mai cercata, dopo che ci siamo lasciate. Quando le ho scritto, ha ignorato i miei messaggi. Chissà, forse mi ha addirittura bloccata per non riceverli. Che cosa vuole?»
«Mi riferivo a questo, quando ho parlato di un assegnamento strano» chiarì Pietro. «Credo che dovremmo cercare di scoprirne di più.»
«Come?»
«Non lo so, ma troveremo un modo.»
Di fronte al suo ottimismo, Dalila accennò un vago sorriso.
Rimasta in silenzio a lungo, quando Pietro stava ormai per alzarsi in piedi e congedarsi, lo informò: «Ho trovato la figlia di Diana. È una certa Suor Giuliana, una mia vecchia conoscenza. Sono andata a parlarle.»
«Interessante» osservò Pietro. «Cosa vi siete dette?»
«Non ho cavato un ragno dal buco, ma in compenso le ho fatto delle domande un po’ troppo sconce, se vengono rivolte a una suora. Però ho avuto l’impressione che sapesse qualcosa di più di quello che mi ha detto.» Guardandolo con fermezza, Dalila dichiarò: «Anche in questo caso dovremmo cercare di scoprire qualcosa in più.»
«Ogni tuo desiderio è un ordine» le assicurò Pietro, come se Vittoria Montevecchio e la sua morte misteriosa fossero un semplice interesse condiviso e non qualcosa che poteva riguardarlo in prima persona.

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per essere arrivato/a fino in fondo. Se vuoi, fammi cosa ne pensi con un commento. :-) Puoi farlo anche in maniera anonima.

Se sei capitato/a qui per caso ti invito a visitare il mio blog, in particolare le etichette "Commenti ai GP" e "F1 vintage".

Se invece mi leggi abitualmente e sei arrivato/a qui di proposito, ti ringrazio per l'apprezzamento e spero continuerai a leggermi.

Buon proseguimento di giornata (o a seconda dell'orario, di serata, o buona notte). <3

Milly Sunshine