lunedì 13 luglio 2026

Il Ritorno della Farfalla Perduta // blog novel ambientata nel mondo dell'automobilismo anni '50 - genere mystery (2/15)

OPENING II

Mentre scrivo, è lunedì mattina. Nel pomeriggio odierno ci sarà la sessione cronometrata, che stabilirà la griglia di partenza per il Trofeo delle Due Province. Dovrei godermi gli ultimi momenti di tranquillità, oppure avvertire già la tensione per quello che verrà, ma la mia mente in subbuglio continua ad andare avanti e indietro, a rievocare gli accadimenti della tarda serata di ieri.
Come ho già narrato, ero rincasata dopo uno sgradevole incontro con l’innominabile e un molto più gradevole incontro con Leslie circondato di pecore. Mentre parlavamo, il vecchio pastore si era svegliato di soprassalto e aveva borbottato qualcosa. Quando Leslie aveva farfugliato qualcosa in italiano, aveva sentenziato: «Certo, giovanotto, concordo con voi!»
Credo che quell’individuo abbia perso qualche colpo, negli ultimi anni, oppure che avesse bevuto troppo vino durante il pranzo, ma queste sottigliezze non riguardano né me né il tuttofare inglese. Come dicevo, sono rincasata, e l’ho fatto insieme a lui. Mentre Leslie si occupava del giardino, mi sono concessa un bagno per togliermi di dosso la polvere, il grasso e l’olio. Avrei desiderato cenare con lui, la sera, ma non è stato possibile. Nel tardo pomeriggio, infatti, Bonetti è venuto a farmi visita e non potevo certo negargli un invito.
Mi sembrava molto teso e preoccupato, anche quando mi rassicurava che l’automobile era perfetta. Dopo avere finito di consumare il pasto, mi sono fatta coraggio e gli ho chiesto: «Zio, sei proprio sicuro che non ci siano problemi con la vettura?»
Bonetti, che aveva lo sguardo fisso sulla tovaglia, ha alzato gli occhi. Ci siamo fissati per qualche istante in silenzio, infine ha replicato: «Ma no, Vittoria, cosa vai a pensare?»
Ho azzardato: «È per la Franca, allora? La sua presenza ti è stata di disturbo? Magari, se tu le parlassi e le dicessi che...»
Bonetti ha scosso la testa con fermezza.
«No, Vittoria, non è per questo. Solo, non so come dirtelo...»
Era molto esitante. Il mio pensiero è tornato all’automobile.
«Sei davvero sicuro che non ci sia qualche avaria? Oppure dubiti di me? Se ritieni che non sarò in grado di qualificarmi, domani, vorrei che tu me lo dicessi.»
Bonetti ha scosso la testa un’altra volta, con una decisione ancora superiore.
«Ma no, Vittoria, figurati! Mi preoccupa la gara. Come ti dicevo, quel mio caro amico d’infanzia è deceduto in un incidente sul lavoro. Ammetto di essere rimasto molto scosso.»
«Certo, posso immaginare» ho convenuto.
«Ricordi quello che ti ho detto, a proposito della data del suo funerale?» mi ha chiesto.
Me lo ricordavo e avevo già capito. Ho sorriso, cercando di essere accomodante.
«Mi dispiace per la tua assenza, ma ce la caveremo da soli. Del resto, sia domani sia domani l’altro ci sarà la squadra al gran completo!»
Per la prima volta da quando si era seduto a tavola, l’ho visto sollevato. Quando se n’è andato, ho sparecchiato e rigovernato, appuntandomi mentalmente di dovere trovare una valida cameriera al più presto. Né la cucina né le faccende domestiche sono il mio forte e, dal momento che posso permettermi un aiuto, dovrò decidermi ad assumere una persona che possa rimpiazzare la Clara.
Terminate quelle attività, mi sono preparata per andare a dormire e mi sono ritirata, non prima di essere andata ad augurare una buona notte a Leslie, il quale si trovava ancora in giardino. Mi ha rassicurata, informandomi che si sarebbe dato una sistemata e sarebbe andato a dormire. Gli ho raccomandato di chiudere la porta a chiave, quando fosse rientrato, dopodiché sono tornata in casa e sono salita al piano di sopra.
Entrata nella mia camera, mi sono messa a letto, salvo accorgermi che non sarei riuscita a prendere sonno. Credevo di potercela fare, di riuscire ad affrontare una gara, ma la verità è che l’innominabile, su certi aspetti, ha ragione. Non ritengo di essere troppo emotiva, né che le mie capacità quando mi calo dentro l’abitacolo siano condizionate in qualche modo dai miei sentimenti, ma di certo non riesco a fare finta di niente, come secondo lui meglio si adatta a un corridore automobilistico che si rispetti.
Non ho tantissimi anni di carriera alle spalle, ma ho vissuto già parecchie tragedie. Nelle corse, ho perso degli amici e degli avversari. Ho visto il sangue lasciato sull’asfalto, quella volta in cui venne investito un spettatore che si era avvicinato troppo alla pista. Ho visto perfino il cadavere, quella volta che una macchina si è schiantata contro le balle di paglia che delimitavano il tracciato e ha centrato in pieno una fotografa. Il corpo, sbalzato sul tracciato, era piegato in una posizione innaturale. Avrei dovuto essere preparata, l’anno scorso, a Le Mans, ma non lo ero affatto. Un attimo prima, stavo aspettando che venisse il mio turno, di prendere il posto di Robbie Redgrave che il quel momento si trovava al volante. Un attimo dopo, iniziava un incubo di difficile quantificazione. Il bilancio, avrei scoperto dopo parecchie ore, era pesantissimo, talmente pesante che la direzione gara aveva perfino pensato di sospendere la corsa. Tuttavia, sarebbe stato un disastro, in termini logistici: il pubblico si sarebbe riversato fuori dall’autodromo e avrebbe intasato le strade, che servivano libere, affinché le ambulanze potessero trasportare i feriti in ospedale.
Non sono troppo emotiva. Semplicemente ritengo che vi sia un limite ai rischi che possono essere accettati. Chi assiste a una gara automobilistica sugli spalti o sull’erba deve avere almeno la quasi certezza di tornare a casa vivo. Non vi potrà essere la sicurezza totale che accada, questo è vero. Potrei accettare che vi sia una vittima, oppure due, o quantomeno un numero limitato. Non potrò mai accettare, invece, che decine e decine di persone perdano la vita perché la loro sicurezza non è considerata importante abbastanza. Le strutture devono essere adeguate. Il tracciato di Sarthe era immutato da decenni, da prima ancora della mia nascita. Le automobili, però, hanno velocità molto maggiori rispetto a trent’anni fa. Non si poteva ignorare la realtà, presto o tardi sarebbe accaduto qualcosa di terribile. Il fatto che nessuno avesse preventivato qualcosa di così tanto terribile non è una giustificazione. Non sono emotiva. Semplicemente, nonostante la morte sia una compagna che veglia su di me, gradirei evitare che possa commettere una strage.
Avevo questo in testa, mentre giacevo sul letto con gli occhi aperti, nell’oscurità della mia camera, nel religioso silenzio della notte. Quando questo è stato infranto, mi sono alzata. Mi sono infilata la veste da camera e le pantofole e, uscita dalla stanza, mi sono diretta in corridoio. Ho acceso la luce e ho visto Leslie. Era in tenuta da notte e non vi era ragione logica per cui dovesse trovarsi lì.
Per essere più diretta, gli ho parlato in francese. Volevo evitare che ci fossero fraintendimenti. Ci siamo intesi abbastanza bene. Leslie mi ha ricordato: «Hai paura. Me l’hai detto tu. Volevo esserti vicino. Non avrei disturbato.»
Non disturbava per niente. Anzi, ero ben lieta della sua premura, ma ciò non cambiava il fatto che non dovesse essere lì.
«Ne abbiamo già parlato, Laszlo» ho sussurrato.
Ha sorriso, mentre pronunciavo il suo vero nome di battesimo, ma quell’espressione è svanita ben presto.
«Non ne abbiamo parlato davvero, Vittoria.»
C’era un fondamento di verità, in quello che affermava, ma in fondo chi discute apertamente di certe questioni? Non sapevo da che parte iniziare, anche se mi sentivo in dovere di dargli delle spiegazioni.
«Le nostre strade si sono separate parecchio tempo fa, in Inghilterra, Laszlo.»
«Lo so, Vittoria, ma questo non significa che io ti abbia dimenticata. Se sei venuta a cercarmi, significa che non mi hai dimenticato nemmeno tu.»
«Sai benissimo perché ti ho cercato. Dobbiamo scoprire la verità che ci è stata negata e che non è stata negata solo a noi.»
Leslie ha annuito.
«Lo so bene, Vittoria, ma questo non c’entra con noi due. Io ti amavo e tu amavi me. Devo forse pensare che sia stata tutta una mia fantasia?»
«No, non è stata una tua fantasia» l’ho rassicurato. «Ammesso che sia stata una fantasia, lo è stata per entrambi. Abbiamo voluto quello che è successo. Abbiamo voluto innamorarci. Poi, però, tutto è cambiato. Le nostre strade si sono separate, come abbiamo detto. Eravamo pronti a non vederci mai più. Dicevi che io mi sarei sposata con un uomo alla mia altezza e che tu, chissà, forse avresti trovato anche tu un amore che potesse concludersi con un matrimonio.»
«Non ho trovato quell’amore» ha detto Leslie, «e nemmeno tu ti sei sposata.»
Ho sospirato, pronta a un’ammissione che mi costava parecchio: «C’è stato un altro uomo per il quale ho provato dei sentimenti.»
«Ti ricambiava?»
«Sì, mi ricambiava.»
«E dov’è adesso?»
«Anche la mia strada e la sua si sono separate.»
«Mentre le nostre si sono ritrovate. Perché dovremmo ignorarlo, come se fosse un dettaglio insignificante?»
«Perché non posso ignorare l’esistenza di un altro amore, dopo che io e te ci siamo persi di vista» ho risposto. «Io e quell’uomo ci siamo amati, non solo spiritualmente.»
«E ora, cosa rimane di questo amore?»
«Un ricordo, scolpito nella mia mente e nei miei sensi. Io non sono più quella Vittoria che hai conosciuto.»
Leslie non ha replicato. Si è avvicinato a me. Mi ha baciata. Mi sono lasciata baciare. Ho chiuso gli occhi ed ero di nuovo in Inghilterra, due anni fa, tra le sue braccia.
Ho sentito le fiamme divorarmi, prima ancora che il nostro contatto divenisse sconveniente. Desideravo con tutte le mie forze quel contatto sconveniente e che, diversamente da quando avevamo vissuto la nostra relazione segreta, Leslie si lasciasse andare fino in fondo, che potessimo essere sconvenienti nel vero senso della parola. Tutto ciò che volevo era essere sua e che Leslie fosse mio. Eravamo soli, protetti dal silenzio del mio casolare, ma non dovevamo dimenticarci dei pericoli esistenti al di fuori di esso. Io e Leslie abbiamo una missione da compiere. Non possiamo lasciarci travolgere da questioni amorose.

~.~.~

È stata una lunga giornata e la mia unica consolazione è che la sera possa già considerarsi conclusa: al piano di sotto, sto ospitando Pierino e Alberto, i due meccanici che domani costituiranno tutta la mia squadra, in assenza di Bonetti. Era già pianificato che sarebbero rimasti al casolare durante la notte, mi auspico che Leslie non abbia creduto che la loro presenza serva ad allontanarlo. Attualmente non ho tempo per chiarire con lui una situazione che dovrebbe già essere sufficientemente chiara, devo solo concentrarmi sulla gara di domani. Sarà lunga e piena di insidie, ma sono fermamente convinta di avere superato già nella giornata odierna le insidie di maggiore portata.
Nel primo pomeriggio è giunta una notizia inaspettata: la scorsa notte il direttore di gara ha avuto un improvviso malore, tanto che è stato necessario il ricovero in ospedale. Il suo vice, il signor Rambaldi, è stato promosso al posto suo. Ho sentito un certo malcontento, prima della sessione cronometrata. Ho udito un corridore reggiano che mai avevo incontrato prima mentre conversava con il suo meccanico. Riferiva dettagli poco edificanti su costui. Bonetti ha cercato di rassicurarmi affermando che si trattava soltanto di stupide dicerie.
Ha commesso l’errore di pronunciare tali parole senza abbassare la voce, tanto che il reggiano ha esclamato: «Non sia ingenuo! Tutti sanno che Rambaldi ha degli intrallazzi con –.» Ha menzionato l’innominabile. «La Scuderia Saetta Cremisi è venuta alla Corsa della Polvere con la certezza della vittoria, ma non sarà una vittoria vera, come quella di tutti gli altri!»
Bonetti gli ha chiesto: «Ha già corso il Trofeo delle Due Province?»
Il reggiano ha scosso la testa.
«No, mai, però conosco bene certe persone.»
Avrei voluto che aggiungesse altro, ma si è allontanato prima che trovassi il coraggio di chiedergli qualcosa. Credo sia meglio che la nostra conversazione si sia interrotta bruscamente. Avrei detto o fatto qualcosa di sbagliato, ne sono certa, quando c’è di mezzo l’innominabile finisco sempre per commettere qualche sciocchezza. Sarò davvero troppo emotiva?
Prima che si accendessero i motori, gli spettatori si avvicinavano un po’ troppo alle automobili, come avveniva anche negli scorsi anni. Ho rimproverato duramente un ragazzetto sui dodici anni, il quale passava da un lato all’altro senza degnarsi di guardare di non finire addosso alle attrezzature o ai meccanici al lavoro. Temevo che non sarebbe stato più prudente, una volta che le vetture fossero scese in pista. È accaduto in più di un’occasione che spettatori avventati attraversassero il tracciato in un momento del tutto inopportuno, con conseguenze fatali.
Il ragazzetto, invece di prendermi sul serio, ha ridacchiato. Mi ha chiesto, in dialetto: «Voi siete la zitella che corre e che cerca di battere gli uomini?»
Quel pensiero sembrava divertirlo, dal momento che ha proferito in certe volgarità che preferisco non ripetere sulle pagine del mio diario. Se avessi avuto un’idea anche solo vaga della sua identità, non avrei tuttavia esitato a ripetere tali parole, una per una, al cospetto del padre o della madre di tale villano, nella speranza che ricevesse una punizione adeguata.
Tutto ciò che ho potuto fare è stato lasciare perdere il ragazzino impertinente. Avevo ancora qualche minuto per andare a scoprire che cosa ne fosse di Robbie Redgrave e, anche se questo significava correre il rischio di incontrare l’innominabile, sentivo la necessità di vederlo. Il “bel signore inglese” era immerso in un fitto dialogo con Charpentier, uno dei pochi stranieri iscritti al Trofeo delle Due Province.
«Curva pericolosa, dopo il ponte» stava dicendo il francese.
«Dopo c’è un brutto rettilineo» affermava invece Redgrave. «Si solleva molta polvere.»
Charpentier ha annuito.
«Certi privati cercano di sollevare polvere di proposito.»
Ha posato gli occhi su di me.
Ho sbottato, nella sua lingua: «Sta forse parlando di me?»
Charpentier ha sorriso.
«No, affatto.»
Io non avevo alcuna voglia di sorridere.
«Lo spero bene.»
«Non prendertela, Philippe» ha detto Robbie, che evidentemente aveva una certa confidenza con Charpentier. «La signorina Montevecchio a volte è un po’ acida, ma è una persona tranquilla.»
«Non esageri, signor Redgrave» l’ho ammonito, «se non vuole che le freni davanti, riempendole l’abitacolo di polvere!»
La sua replica non si è fatta attendere.
«Mi sta minacciando, signorina Montevecchio? Guardi che potrei prendere in seria considerazione l’idea di informare per filo e per segno il direttore di gara della sua condotta truffaldina.»
«Si accomodi. Immagino quanto la prenderà sul serio, quando gli dirà: “Credo che, nel prossimo futuro, la signorina Montevecchio cercherà di ostacolarmi di proposito”. Pensa che si fiderà delle sue premonizioni?»
«Certo che mi crederà!» Redgrave rideva, apparentemente divertito dal nostro battibecco. Nel frattempo, un meccanico ha fatto un cenno al francese, il quale si è congedato rapidamente. Robbie ha atteso che Charpentier fosse lontano a sufficienza, prima di abbassare la voce e di affermare: «Mi sei mancata, Vittoria. Mi sei mancata tanto. Vorrei tanto che –», ha citato l’innominabile, «ti avesse tenuta in squadra. Avrei davvero desiderato continuare a correre insieme a te...» Dopo avere abbassato lo sguardo, ha aggiunto: «E non solo.»
Ho sentito le guance che mi andavano in fiamme, non solo per le sue parole, ma anche al pensiero di Leslie che la notte precedente mi baciava e mi invitava a spingermi oltre. Chissà cosa avrebbe pensato il tuttofare, se avesse saputo di che cosa stavamo discutendo io e Robbie. Il fatto che io non appartenessi a nessuno e che non dovessi dare spiegazioni né all’uno né all’altro poteva valere soltanto fino a un certo punto. Non potevo negare di essere estremamente coinvolta da Leslie, ma alla stessa maniera non potevo negare nemmeno che vi fossero implicazioni notevoli tra me e Redgrave.
Questo ha insistito: «Tu senti la mia mancanza, Vittoria?»
Ho trovato la forza di alzare gli occhi.
«Credo che dovremmo dimenticarci tutto.»
«Perché?» ha obiettato Redgrave. «Non dovremo per forza nasconderci! Potremmo ufficializzare la nostra relazione. Potremmo addirittura sposarci, un giorno!»
Era la prima volta che pronunciava un’affermazione così diretta, ma la realtà dei fatti era un’altra.
«Io non voglio rinunciare alla mia vita per te e sono certa che tu non voglia fare lo stesso.»
«Troveremo un modo per sistemare tutto» ha obiettato Robbie, «come lo trovavamo quando eravamo amanti.»
Nel sentirgli pronunciare quel termine, non solo le guance, ma anche tutto il resto del mio corpo è andato in fiamme. Ho sospirato e ho sentenziato: «Faremmo meglio a pensare alla corsa e ai privati che sollevano polvere.»
«Fai attenzione» ha detto Robbie, facendosi cupo. «Ci sono individui che cercheranno davvero di rallentare gli avversari di proposito.»
«Sembri molto informato» ho osservato. «Per caso compaiono sul libro paga del tuo capo? Non mi stupirebbe se costui avesse corrotto qualche corridore senza speranze, magari con il benestare di Rambaldi.»
Non avevo ragioni per infamare il sostituto direttore di gara, se non le insinuazioni del reggiano, ma volevo mettere alla prova Robbie Redgrave. Sembrava molto convinto di quanto affermava, le sue non potevano essere soltanto teorie campate in aria.
«Lo sai, Vittoria, come funziona.»
«No, non lo so. Ho sempre apprezzato gli avversari onesti. Mi stai forse dicendo che la Scuderia Saetta Cremisi cerca di barare nelle competizioni?»
«Assolutamente no, sei fuori strada» ha affermato Robbie. «Non sarebbe nemmeno possibile, quando si affrontano rivali storiche quali Emerald Star o Rivage Bleu. In certe circostanze, non si possono intraprendere certe strade.»
«Lo si fa solo quando, per motivi promozionali, si va a correre contro squadre private che non hanno alcun potere nel confronto con Saetta Cremisi? È questa la squadra della quale fai parte?»
«Lo sai bene che, nel nostro mondo, nessuno è puro. Noi corridori non possiamo cambiare il sistema, possiamo soltanto adeguarci.»
Gli ho ricordato: «La Scuderia Saetta Cremisi è la ragione per cui ti sei messo contro tuo fratello! Ne valeva davvero la pena?»
Stavolta, finalmente, è stato Robbie ad abbassare lo sguardo.
«Preferisco non parlare di mio fratello, se non ti dispiace.»
Non che ve ne fosse la possibilità. Charpentier stava tornando indietro. Quando è stato di fronte a noi gli ho rivolto un rapido saluto, dopodiché sono tornata da Bonetti. Si stava facendo tardi, ormai. Ero tesa e, per allentare la tensione, gli ho chiesto se sentisse la mancanza della Franca che, come in ogni pomeriggio feriale, stava in bottega a vendere il latte e i formaggi, oppure in bicicletta a fare consegne.
Alzando gli occhi al cielo, Bonetti ha scosso la testa. Gli altri due meccanici, in dialetto, hanno iniziato a chiedergli se ci fosse del tenero tra lui e la Franca. Bonetti ha replicato che il suo destino è rimanere scapolo e che, quando passerà a miglior vita, lascerà a me tutti i suoi averi o, molto più probabilmente, qualche cambiale da pagare.
Come spesso accade in queste circostanze, mi sono fatta cupa.
Pierino mi ha chiesto: «Ha davvero paura che Bonetti le lasci dei debiti, signorina Vittoria? Guardi che scherzava!»
Il suo collega ha obiettato: «Secondo me non scherzava affatto.»
«Taci, Berto» l’ha zittito Pierino, «che spaventi la signorina.»
«No, affatto» li ho rassicurati. «Non ho paura delle cambiali. E poi, mio zio vivrà ancora a lungo.»
Invece io, avrei voluto aggiungere, molto probabilmente non avrò la stessa fortuna. Del resto, noi corridori lo sappiamo. Non può sempre andare bene. Può essere un errore, oppure un’avaria, o ancora uno spettatore che ritiene opportuno attraversare il tracciato durante una competizione. Può essere qualsiasi altra causa. L’automobile può uscire di strada, andare a schiantarsi contro le balle di paglia, contro un albero o contro qualche muro o barriera metallica. Può ridursi a un cumulo di lamiere, oppure ardere tra le fiamme, segnando la fine per chi sta dentro l’abitacolo. L’alternativa è essere sbalzati fuori dall’abitacolo e non sempre è più rassicurante.
Sono consapevole che questa, molto probabilmente, sarà la mia fine, eppure non posso farne a meno. So bene che forse morirò, ma so che se non mi mettessi al volante sarei già morta dentro.
Stavo riflettendo su questo, quando il sostituto direttore di gara Rambaldi ha preso un altoparlante e annunciato che mancavano dieci minuti all’inizio della sessione di qualificazione per stabilire chi fossero i ventiquattro corridori che avrebbero disputato il Trofeo delle Due Province. Dovevo dare tutta me stessa per essere una di questi.

******

«Cosa credi che sia successo?»
Dalila sussultò, all’udire la voce di Pietro. Dopo il blackout e la sua rapida risoluzione, era tornata al cospetto degli sposi e degli invitati, per immortalarli in una serie di scatti, la maggior parte dei quali avrebbero dovuto suscitare imbarazzo nei confronti dei soggetti ritratti.
Gli accordi prevedevano che fosse “in servizio” fino alla mezzanotte. Arrivato quell’orario, aveva salutato frettolosamente il padre della sposa, poi era andata a raggiungere Pietro, che la aspettava dietro lo stabile.
Di fronte alla sua esitazione, questo ripeté la domanda: «Cosa credi che sia successo?»
«È saltata la luce» rispose Dalila, avvertendo un brivido.
«Sì, certo, quello l’ho visto anch’io» puntualizzò Pietro, «e non credo vi sia nulla di misterioso. La farfalla, però, come te la spieghi?»
«Non lo so. Non me la spiego. Ettore Chiari non l’ha vista.»
«Chi?»
«Il padre della bimbaminchia.»
«A una certa età, si inizia a essere un po’ rincoglioniti.»
«La sposa ha ventidue anni. Suo padre ne avrà cinquanta, al massimo cinquantacinque. Non dovrebbe avere ancora iniziato a perdere colpi.»
«Magari è ubriaco» suggerì Pietro. «Del resto, non mi sembra che i festeggiamenti siano stati molto sobri.»
«Sembrava un uomo lucido. E poi...» Dalila accennò una risata. «Sarebbe paradossale: noi abbiamo visto una cosa strana, eppure siamo convinti che il visionario sia chi non l’ha notata.»
«Non mi dispiacerebbe se io e te fossimo telepatici e che vedessimo in simultanea cose che non ci sono» ribatté Pietro. «Sarebbe una caratteristica perfetta per due anime gemelle.»
«Io e te non siamo anime gemelle.»
«Per ora.»
«Quando parli così» sbottò Dalila, «sembri un morto di figa!»
«Temo che tu non abbia mai incontrato un vero morto di figa, altrimenti non mi paragoneresti mai a gente di quel calibro. Se devo essere sincero, sono un po’ basito che il mio tentativo di essere poetico e romantico venga sminuito a questa maniera.»
«Abbiamo visto un gioco di luce che proiettava su un muro la sagoma di una farfalla, lo stemma di Vittoria Montevecchio, proprio la sera in cui doveva apparire il suo fantasma. Ti pare il momento di essere poetico, romantico e morto di fig-... ehm, volevo dire, di essere poetico, romantico e basta?»
«Sì, a meno che tu non creda alle apparizioni dei fantasmi.»
«Sei tu quello che, per primo, è venuto qui per dare la caccia a un fantasma.»
Pietro obiettò: «A dire il vero, sono venuto qui per capire come muovermi. Credo che la storia di Vittoria Montevecchio debba essere portata alla luce. È morta in circostanze misteriose e pare che la colpa sia stata gettata in fretta e furia sul malcapitato di turno.»
Dalila puntualizzò: «Non vi sono indizi sul fatto che il misterioso signor Leslie non fosse davvero colpevole.»
«No, certo. Però, pensaci bene. Era uno straniero che conosceva a malapena la lingua, come avrebbe fatto ad allontanarsi senza lasciare tracce, se non avesse avuto qualche aggancio?»
«Magari aveva davvero qualche aggancio, non lo possiamo sapere.»
«Oppure è finito in una fossa scavata in un campo» suggerì Pietro. «In quel modo, non avrebbe mai potuto proclamare la propria innocenza, né cercare di dimostrarla. Nessuno avrebbe mai fatto spiacevoli insinuazioni sul vero colpevole, il quale sarebbe stato sempre al riparo da ogni sospetto.»
Dalila sbuffò.
«Basta, per carità! Mi sembra di sentire parlare Fischer.»
Pietro sorrise.
«Fischer non si è mai spinto più indietro degli anni Duemila. Non prende nemmeno in considerazione fatti accaduti prima della sua nascita. Io, invece, ti sto portando in un’epoca che non abbiamo mai vissuto.»
«Dovrebbe dispiacermi?»
«Cosa?»
«Non avere vissuto negli anni Cinquanta e magari rischiare di spaccarmi la testa perché all’epoca andava di moda andarsene in giro sulla Vespa senza casco.» Dalila ridacchiò. «A meno che tu non sappia dove posso procurarmi un foulard magico che possa proteggere dai traumi cranici.»
«Purtroppo no, ma saresti elegantissima a bordo di un motorino con un outfit degli anni Cinquanta.»
«Sicuramente sarei più elegante io con un outfit degli anni Cinquanta che qualsiasi persona contemporanea in abiti da cantante trap.»
«Che cosa c’entrano i cantanti trap? Non mi sembrava il momento opportuno per scomodarli, a meno che tu non conosca qualche canzone sull’apparizione del fantasma di Vittoria Montevecchio. Però, conoscendo il livello culturale del trapper medio, ho seri dubbi che siano al corrente del fatto che sia esistita.»
«Anche molta gente meno trash non sa che la Montevecchio sia mai esistita, temo.»
Pietro convenne: «Proprio così. È anche per questo motivo che dovremmo fare il possibile perché la sua storia non venga dimenticata.»
Dalila annuì.
«Comprendo le tue intenzioni e le trovo ammirevoli.»
«Quindi siamo dalla stessa parte?»
«Te l’ho già detto.»
«Vorrei sentirlo di nuovo, anche adesso che abbiamo assistito alla faccenda della farfalla.»
«Certo che siamo dalla stessa parte, anche se preferirei non parlarne in questo momento. Vorrei andare a casa. C’è mia madre con Mirko e penso che abbia il diritto di andare a letto.»
«Quindi» dedusse Pietro, «Oliver Fischer è un padre latitante.»
«Era con noi, ieri, per il mio compleanno» replicò Dalila. «È dovuto partire per lavoro.» Gli voltò le spalle. «Ci sentiamo domani, okay?»
«Vai già via?»
«Come ti ho detto, devo tornare a casa. È stata una lunga serata, non solo per me. Fatti vivo tu, così ci mettiamo d’accordo su dove vederci e quando.»
Si avviò, ma qualche istante più tardi fu costretta a fermarsi.
«Aspetta, Dalila.»
«Cosa c’è ancora?»
«Scusami se sono stato invadente. Il modo in cui tu e Fischer vi occupate di vostro figlio non è affare mio, lo so.»
«Non c’è problema. Adesso, però, lasciami andare. Stai tranquillo, non ho alcuna intenzione di ghostarti.»
«Va bene» concesse Pietro. «Ti chiamo domani verso l’ora di pranzo, se per te va bene.»
La telefonata di Pietro arrivò puntuale. Decisero di vedersi quel pomeriggio stesso. Dalila gli diede appuntamento sotto casa. Non lo fece salire, ma lo portò nel prato che vi era sul retro del cortile, verso un vecchio tavolo di legno.
«Tuo figlio?» volle sapere Pietro.
«È da mia madre. Come ricorderai, abita anche lei nello stesso palazzo. Devo dire che la cosa è molto pratica.»
«Quanto puoi restare?»
Dalila rise.
«Ho trentanove anni, compiuti due giorni fa. Sono una donna adulta e indipendente.»
«Anche tua madre lo è» ribatté Pietro. «Ha tutto il diritto di occuparsi degli affari suoi, quindi immagino che tu debba andare a riprenderti tuo figlio, prima o poi.»
Dalila annuì.
«Deve andare a cena con delle amiche, stasera. Abbiamo a disposizione almeno un paio d’ore.»
«Saranno più che sufficienti a delineare un piano d’azione preliminare.»
«Sono curiosa di scoprire cos’hai in mente, devo ammetterlo.»
Pietro ribatté: «Io, invece, sono curioso di scoprire se quello che ho in mente abbia qualche genere di senso logico. Stamattina ho fatto un po’ di ricerche e ho cercato di capire che cosa sappiamo esattamente di Vittoria Montevecchio. Penso che il punto di partenza sia rispondere a questa domanda: chi era davvero la signorina Bonetti?»
«Bene, allora inizia a rispondere proprio tu» lo invitò Dalila. «Chi era Vittoria Bonetti, altrimenti nota come Vittoria Montevecchio?»
«Era figlia di due grandi appassionati di motori, ragione che l’aveva portata ad avvicinarsi alle corse, a livello locale, all’inizio degli anni Cinquanta. Era molto giovane, ai tempi, e non vi era dubbio che si facesse notare. Pare che di solito fosse accompagnata da un suo zio, il fratello minore di suo padre, che lavorava come meccanico. Sembra che i due fossero quasi omonimi, lo zio si chiamava Vittorio, anche se pare che venisse solitamente appellato per cognome. All’epoca della morte della nipote doveva avere tra i quaranta e i quarantacinque anni.»
«Ci sono informazioni su come sia iniziata la sua carriera internazionale?»
«Si faceva notare, come ti ho detto. È molto probabile che fosse finita sotto gli occhi di qualche pezzo grosso.»
«Risultano relazioni sentimentali con qualche “pezzo grosso”?»
«Pare che un motorista francese la stimasse molto, ma non risultano tracce di un legame sentimentale tra di loro. Sembrerebbe, tuttavia, che sia proprio grazie a lui se Vittoria Montevecchio ha disputato alcune corse di Formula 5000 con Rivage Bleu. In una di queste, a Rouen, rimase coinvolta in un serio incidente insieme a Teddy Redgrave, che ai tempi gareggiava per Emerald Star. Nonostante la Montevecchio fosse del tutto incolpevole – perse il controllo della macchina a seguito dell’improvviso scoppio di una gomma, travolgendo il pilota inglese – venne duramente criticata, non da Redgrave, che si trovava in ospedale, ma da diversi suoi detrattori che invece erano in ottime condizioni di salute.»
«L’incidente di Rouen, se non vado errata, avvenne quando la Montevecchio aveva appena ventitré anni. Siamo tre anni prima della sua morte.»
«Esatto.»
«Non mi risultano altre informazioni sull’incidente in Formula 5000. Hai trovato qualcosa?»
Pietro sospirò.
«Con te non c’è gusto. Sai già tutto. Immagino che saprai anche che Vittoria Montevecchio e Teddy Redgrave erano grandi amici e che lo rimasero anche dopo l’incidente. Pare che ci fosse del tenero tra Teddy Redgrave e una donna che accompagnava Vittoria in giro per l’Europa. Non ci sono molte informazioni su di lei. Viene definita semplicemente come “la signorina Diana”. Alcune fonti affermano che fosse di origine mantovana, altre che sia andata a finire in provincia di Mantova solo in un secondo momento. Non sono riuscito a scoprire il suo cognome, ma ho trovato una sua fotografia.»
Prese fuori lo smartphone e, dopo una breve ricerca, mostrò a Dalila un’immagine in bianco e nero non troppo nitida.
L’accompagnatrice era immortalata di profilo accanto alla Montevecchio. Indossava un abito dai motivi floreali e aveva i capelli chiari raccolti in un’elaborata acconciatura.
«Wow! Mi ricorda vagamente Selena Roberts!»
Pietro sospirò.
«Cosa vuoi che ti dica? Evidentemente, Edward Roberts ha gusti simili al suo prozio, in fatto di donne.»
Rimasero in silenzio a lungo, come se entrambi avessero qualcosa da metabolizzare. Dalila si scoprì improvvisamente irrequieta. Quando ripresero a parlare, non riusciva a stare ferma.
«Smettila di alzarti, tornare a sederti, poi alzarti di nuovo!» la supplicò Pietro. «Dobbiamo rimanere concentrati.»
«Sono capace di rimanere concentrata sia in piedi sia seduta.»
«Sei ottimista.»
Dalila annuì.
«Forse troppo.»
Tornò ad accomodarsi, non più sulla panchina traballante che stava di fronte al tavolo, ma sul tavolo stesso. Questo ondeggiò violentemente sotto di lei, ma non se ne curò.
Pietro osservò: «Questo trabiccolo finirà per saltare per terra.»
Dalila lo ignorò.
«Dimmi qualcosa di più su questa Vittoria Montevecchio.»
«Non c’è altro che io possa dirti.»
«È palese che tu abbia fatto ricerche su di lei, non solo online. Sei andato all’agriturismo, hai fatto colpo sulla direttrice...»
Pietro la interruppe: «Non ho davvero fatto colpo sulla direttrice, lo sai bene. Te l’ho detto che è lesbica.»
«Come lo sai? Dubito che ce l’abbia scritto in fronte.»
«No, però c’è scritto sui suoi profili social. Ho controllato proprio stamattina.»
«Perché ti sei scomodato di visitare i suoi profili social?»
«Semplice curiosità.»
«Bene» concluse Dalila. «Hai fatto bene a soddisfare la tua curiosità. Adesso, però, dovrai soddisfare anche la mia.»
«Posso provarci.»
«Hai fatto delle ricerche, non hai negato. Hai parlato con quella donna...»
«Mirella Pinardi, quarantanove anni, cugina di secondo grado del proprietario dell’agriturismo. Lo dirige da oltre dodici anni.»
«Non mi interessa questa Mirella. Mi interessa Vittoria Montevecchio, come avrai ben capito. Che cosa ti ha raccontato di lei? In fondo, dirige un agriturismo che sorge nel casolare in cui la Montevecchio abitava. Il nome del posto è palesemente ispirato a Vittoria.»
«Giusta intuizione, Dalila» confermò Pietro. «Mirella Pinardi conosce parecchie storie a proposito della Montevecchio. Non so quanto ci sia di vero e quante siano solo storie, appunto, ma i pettegolezzi che si tramandano da una generazione all’altra sono un buon punto di partenza.»
«Mhm, può darsi.» Dalila rifletté per qualche istante, infine domandò: «Per caso, Vittoria Montevecchio aveva qualche... mhm... simpatia discutibile? Oppure qualcuno intorno a lei?»
«Cosa intendi?»
«Forse siamo fuori tempo massimo, di più di dieci anni, ma non possiamo escludere che avesse avuto qualche intrallazzo con il fascismo.»
«No, Dalila, il fascismo non c’entra nulla. La Montevecchio non aveva simpatie per il regime, né tantomeno i suoi familiari, che peraltro erano già morti all’epoca della morte di Vittoria, o quantomeno nulla lo lascia pensare in alcun modo. Non risulta che abbia mai avuto contrasti con qualcuno per ragioni politiche e lo stesso sembra potersi applicare anche a chi le stava intorno. In più, come hai detto tu stessa, siamo fuori tempo massimo. Il delitto è stato verosimilmente commesso per ragioni personali e private.»
«O legate alle corse?»
«Sarebbe interessante» ammise Pietro, «ma questo non è un caso fatto su misura per Fischer.»
«Solo perché Fischer non ci ha messo sopra le mani» replicò Dalila, «non significa che non possa essere andata davvero così. E poi, non sono certa che Oliver non ci abbia mai messo sopra le mani. In fondo, c’è il blog.»
Pietro la ammonì: «Che non ti venga in mente di metterlo in mezzo!»
«Credo che Fischer abbia faccende più urgenti delle quali occuparsi» ammise Dalila. «Come ben sai, lavora come addetto stampa per una squadra dell’Evolution Grand Prix Series. Qualche mese fa, alla presentazione della vettura con cui il team disputando la stagione, una persona è morta in circostanze misteriose.»
Pietro precisò: «Lo so bene. Incredibile ma vero, è riuscito a cacciarsi nell’ennesimo casino... e non l’ha fatto da solo. Sono coinvolti anche Edward e Selena Roberts. Ammetto di essere seriamente incuriosito dalle dinamiche di quei tre. Altro che triangolo amoroso, Fischer e i coniugi Roberts hanno tutta l’aria di essere un threesome.»
«Non mi risulta.»
«Pensi che, se quei tre andassero a letto insieme, Fischer ti riferirebbe tutti i dettagli?»
«No, non lo penso. Semplicemente, credo che per lui Edward e Selena siano solo amici. È la cosa più probabile, non pensi? In fondo, Oliver si era sposato con Tina Menezes.»
Pietro abbassò lo sguardo. Dalila saltò giù dal tavolo e andò ad accomodarsi sulla panca, accanto a lui.
«Lo so, non ti fa piacere sentirla nominare così, a bruciapelo, ma non possiamo fare finta che non esista.»
«Non ti ho mai chiesto di fare finta che non esista» mise in chiaro Pietro. «Anzi, è proprio per la Menezes che ho deciso di fare ricerche su Vittoria Montevecchio, te l’ho detto.»
Dalila pensò alla questione per qualche momento.
«Credo che dovrei andare a parlare con Mirella Pinardi.»
«Lo credo anch’io. Però, cerca di non farti scoprire.»
«Non è uno dei casi di Fischer, l’hai detto anche tu. Non c’è niente che io debba nascondere. Rifletti, Pietro: sono una celebre fotografa sportiva... proprio celebre come fotografa magari no, ma ho un certo nome. Mi sono reinventata lavorando alle cerimonie e, per puro caso, vengo ingaggiata per un ricevimento nuziale nell’ex casolare di Vittoria Montevecchio. Ovviamente non posso fare a meno di esserne incuriosita. Credo che il desiderio di approfondire sia legittimo. Tornare all’agriturismo e fare domande alla direttrice è un comportamento assolutamente in linea con il mio personaggio.»
«Va bene, ma non correre troppi rischi.»
«Ti ricordo che Vittoria Montevecchio è stata assassinata settant’anni fa» rimarcò Dalila. «Ammesso che l’omicida possa essere ancora vivo, potrebbe essere ultranovantenne o centenario. Non penso che possa essere pericoloso come un tempo.»
«Hai ragione, lo ammetto. Magari potresti andarci proprio oggi. È l’anniversario di morte di Vittoria Montevecchio. Non c’è giorno migliore per andare a fare qualche domanda. Stasera...»
«No, Pietro» lo interruppe Dalila, «stasera non posso. Mia madre deve uscire, non posso lasciarle Mirko.»
«Portalo con te» suggerì Pietro. «Vengo con voi.»
Dalila spalancò gli occhi.
«Dovrei portare Mirko con me da Mirella Pinardi?»
«Non vedo altre soluzioni.»
«Mhm.»
«Cosa c’è, Colombari? Sei rimasta totalmente scioccata?»
«No. Penso semplicemente che tu sia peggio di Fischer.»
Pietro ridacchiò.
«Mi sembra un elemento a mio favore. Ti suggerisco di prenderlo in considerazione, qualora tu dovessi rivalutare la mia proposta di...»
Dalila si affrettò a metterlo a tacere: «Piantala, Bruni. Si fa come dici tu, ma solo perché non ci sono alternative.»

***

Mirella Pinardi era una donna minuta dall’aria insignificante. Vestiva in maniera vagamente antiquata e portava i capelli grigi raccolti in uno chignon. Solo gli occhiali da vista che indossò per consultare il monitor e i documenti che aveva sul banco della reception, con una spessa montatura nera ricoperta di brillantini, erano vistosi e all’ultima moda.
Il suo sguardo passava da Dalila a Pietro, posandosi ogni tanto anche su Mirko, il quale, nel passeggino, si esibiva in una serie di risatine decontestualizzate, nonostante Dalila lo stesse supplicando di stare buono.
Infine, la signorina Pinardi sentenziò: «Lei è la fotografa che c’era ricevimento di ieri sera.»
Dalila annuì.
«Mi chiamo Colombari. Forse ha sentito parlare di me.»
«A dire il vero no.»
«Sono una fotografa sportiva. Mi occupo di corse automobilistiche. Ho lavorato per Formula 3, Formula 4, GT, occasionalmente anche per il campionato mondiale di endurance e per il DTM.»
«Mi dispiace deluderla, signora Colombari, ma non so dare un significato a ciò che mi sta raccontando.»
Dalila accennò un sorriso.
«Sono la signorina Colombari, a dire il vero. Spero che a questo possa dare un significato.»
Pietro si girò di scatto e le lanciò un’occhiataccia. Proprio in quel momento, una dipendente chiamò Mirella.
«Mi aspetti qui, signorina Colombari» la invitò quest’ultima, prima di allontanarsi brevemente.
Rimase distante per meno di un minuto, che tuttavia fu più che sufficiente per un breve scambio di battute con Pietro.
«Che cosa stai facendo?»
«Niente.»
«Perché le hai specificato il tuo stato civile?»
«Perché fare colpo su di lei può sempre essere utile.»
«Non parlavo sul serio, quando te l’ho suggerito.»
«Non sarai geloso?»
«Di quella vecchia zitella?»
«Quella vecchia zitella ha la stessa età che avrai tu tra sette o otto anni. Sei sicuro che, per quell’epoca, avrai già trovato una persona con cui sposarti?»
«L’ho già trovata, ma al momento preferisce i giornalisti che si reinventano come investigatori e le zitelle con i capelli grigi.»
Dalila gli scoccò un’occhiata di fuoco, ma non fece in tempo a replicare, visto il ritorno di Mirella Pinardi. Le diede a malapena il tempo di riprendere posizione alla reception, poi riprese: «Posso immaginare che le mie passate esperienze lavorative non la riguardino, signorina Pinardi. Anche a me non riguarda questo posto. Però, ieri sera, ho incontrato per caso il mio amico qui presente e ho scoperto che questo agriturismo un tempo era la casa di Vittoria Montevecchio. È così?»
Pietro borbottò: «Per caso lo metti in dubbio?»
Mirko, dal passeggino, lanciò un gridolino inaspettato.
«Suo figlio, signorina Colombari?» chiese Mirella Pinardi.
«Già.»
«Ha ragione, signorina. Questa era la casa di Vittoria Montevecchio.»
«Di cui oggi» osservò Dalila, «cade l’anniversario di morte. Il settantesimo, se non sbaglio.»
«Non sbaglia affatto.» Mirella Pinardi parve farsi improvvisamente più rigida. «È sepolta nel cimitero locale, sa? Oggi, poco dopo il tramonto, sono passata da quelle parti. All’inizio non ci ho nemmeno fatto caso, stavo guardando una cosa sul telefono. Poi, però, ho intravisto una figura incappucciata, tutta vestita di nero, che vagava nei pressi della sua tomba. Mi sono allontanata subito da quel postaccio, ovviamente. È stata una scena da brividi.»
La conversazione con la direttrice fu breve e poco illuminante. Venti minuti dopo essere arrivati, Dalila e Pietro erano già pronti per andare via.
Giunta alla propria auto, Dalila sistemò Mirko sul seggiolino, ripiegò il passeggino e lo ripose nel bagagliaio.
Salì a bordo, mentre anche Pietro faceva lo stesso. Si allacciarono le cinture di sicurezza quasi in simultanea, in silenzio. Pietro fu il primo a parlare: «Mirella Pinardi si sentiva a disagio.»
«Se lo dici tu.»
«È ovvio. Con me, era ben disposta a dilungarsi con le sue chiacchiere.»
«Mi stai dicendo che io l’ho messa in crisi?»
«Affatto. Ti sto dicendo che vederci insieme l’ha messa in crisi. Le abbiamo dato l’impressione di cercare qualcosa. Da solo, le ero sembrato un curioso qualsiasi.»
Dalila obiettò: «Perché Mirella dovrebbe avere qualcosa da nascondere che riguarda Vittoria Montevecchio? È morta almeno vent’anni prima che la Pinardi fosse concepita.»
«Giusta osservazione» convenne Pietro, «ma l’hai notato anche tu, come abbia cercato di spaventarci con la storia della figura incappucciata al cimitero. Pessimo tentativo, peraltro. Le figure incappucciate che girano per i cimiteri nei racconti di dubbia credibilità sono sempre troppo generiche per incutere qualche tipo di timore.»
«Mhm.»
«Non sei convinta, Dalila?»
«Mi chiedo perché raccontarcela. Non le abbiamo chiesto dove fosse sepolta la Montevecchio, le abbiamo chiesto soltanto se fosse vero che aveva abitato là. Perché tirare fuori la figura incappucciata? Non ha molto senso.»
«A questo, ci penseremo in un altro momento» suggerì Pietro, mentre Dalila accendeva il motore e si avviava verso la strada. «Mi soffermerei più che altro sui fatti: Vittoria Montevecchio gareggiava per una squadra importante, è rimasta a lungo lontana dal suo paesello. Negli ultimi mesi prima della sua morte, tuttavia, non si è quasi mai allontanata. Secondo Mirella, era almeno dall’estate precedente che Vittoria non andava via. Questo sarebbe perfettamente in linea con quanto riportato dalle biografie ufficiali: poco dopo il disastro di Le Mans, il rapporto tra la Montevecchio e la Scuderia Saetta Cremisi sembra essersi interrotto all’improvviso. Non risultano partecipazioni a competizioni internazionali e, con tutta probabilità, nemmeno nazionali.»
«Quello che la Pinardi ci ha riferito» precisò Dalila, «potrebbe tranquillamente averlo letto in una biografia. Non è detto che siano racconti che si tramandano da settant’anni.»
«Credi che la Pinardi perderebbe tempo a leggere la biografia di Vittoria Montevecchio? Non mi sembra molto interessata all’automobilismo, a giudicare dal poco entusiasmo che ha mostrato nei confronti delle tue passate esperienze professionali.»
«Mirella Pinardi deve vendere un servizio e quel servizio si svolge in quella che un tempo era la casa di Vittoria Montevecchio. Non escludo che qualche appassionato di motori venga qui di proposito. A quella donna conviene essere informata.»
Pietro mostrò un certo disaccordo nei confronti dell’osservazione di Dalila: «La maggior parte della gente che viene qui non lo fa certo perché appassionata di competizioni motoristiche. Sono pronto a scommettere che la maggior parte dei clienti non abbiano nemmeno mai sentito menzionare Vittoria Montevecchio.»
Dalila si lasciò andare a un sospiro.
«Forse hai ragione. Quello che conta è che abbiamo fatto un enorme buco nell’acqua e che Mirella Pinardi non ha alcuna utilità.»
Senza aggiungere altro, guidò in silenzio fino a casa. Per quanto la riguardava, l’argomento era concluso e lo sarebbe stato finché non fossero usciti nuovi elementi.
Pietro parve rispettare la sua volontà. Quando giunsero a destinazione, la salutò e si avviò subito verso il parcheggio dove aveva lasciato la macchina. Le ultime parole che le rivolse furono: «Ci sentiamo presto.»
Dalila salì e, dopo avere messo a letto Mirko, si preparò per andare a dormire. L’indomani arrivò e passò senza che l’argomento Vittoria Montevecchio si insinuasse troppo nella sua mente. Al lunedì, invece, qualcosa cambiò. All’ora di pranzo, mentre cercava quasi distrattamente post che la menzionassero, uno di questi la colpì all’istante. Limitò le ricerche a uno specifico fatto. Non trovò molto di utile, ma ritenne doveroso cercare di mettersi in contatto con Pietro. Questo non le rispose. Era molto probabile che non avesse tempo per lei: seppure in quel periodo fosse ben lontano dall’impresa di famiglia, almeno dal punto di vista fisico, lavorava comunque in smartworking.
Verso sera, finalmente, arrivò la telefonata nella quale Dalila sperava, a cui si affrettò a rispondere.
«Pietro, meno male!»
«Sei libera?»
«Sono ancora allo studio, a dire il vero, ma ti devo parlare.»
«Di cosa?»
«Mirella Pinardi non sarebbe stata stata la sola a vedere una strana figura in nero nei pressi della tomba di Vittoria Montevecchio, la sera del suo anniversario di morte.»
«Oh, interessante» ribatté Pietro, con un tono che a Dalila parve un po’ troppo sprezzante. «Quindi non bastava il fantasma, adesso ci sono anche altre creature paranormali che hanno a che vedere con lei.»
«Ti ricordo che sei stato il primo a parlarmi del fantasma.»
«È stato prima di quello stupido scherzo.»
«Uno scherzo è tale quando le vittime ridono, oppure l’autore ride di loro. Non è questo il nostro caso. Ricordi cosa dicevi tu stesso sabato sera? Che la maggior parte dei clienti non ha idea di chi fosse Vittoria Montevecchio. Pensi che qualcuno, a parte te che avevi fatto ricerche in proposito, fosse al corrente di che cosa significasse quella farfalla? Al massimo, gli sposi bimbiminchia e i loro invitati potrebbero avere pensato che fosse una scelta decorativa nella quale non erano stati coinvolti. Nessuno, a parte noi, si è preoccupato di quale potesse essere il senso di tutto. Ettore Chiari, il padre della bimbaminchia, non se n’è nemmeno accorto. A meno che non sia uno scherzo che tu hai organizzato per me, con la complicità di qualcuno... Sbaglio o hai stretto amicizia con la direttrice, anche se, dietro le sue spalle, la chiami vecchia zitella?»
Pietro obiettò: «Perché avrei dovuto fare una cosa simile?»
Dalila azzardò: «Perché non sei riuscito a riconquistarmi con mezzi più convenzionali e vuoi farmi vivere insieme a te esperienze interessanti?»
«Io sono già riuscito a riconquistarti» replicò Pietro, «anche se ancora non lo ammetti. Ti sei perfino messa a flirtare con la vecchia zitella in mia presenza.»
«Flirtare?! Se la pensi così, allora hai seri problemi nel comprendere quello che succede intorno a te e davanti ai tuoi occhi.»
«Va bene, come vuoi. Sarei stato io anche a mandare la figura incappucciata al cimitero?»
Dalila fu scossa da un brivido.
«Non lo so. Hai così tanto potere?»
«Cosa vuoi dire?»
«Sono sicuro che hai i tuoi agganci. Hai pagato qualcuno per scrivere che una figura incappucciata vestita di nero andava in giro per il cimitero? Hai ingaggiato Mirella perché facesse lo stesso? Ti avverto, Bruni, se mi stai prendendo in giro te ne farò pentire amaramente.»
«Hai delle mie foto hard e mi stai minacciando di condividerle?» la provocò Pietro.
«No, non ne ho.»
«Posso mandartene quante ne vuoi, se le desideri.»
«Fai poco lo spiritoso. Te lo ripeto: se sei stato tu a organizzare tutto questo, fai in modo che non lo scopra mai, altrimenti non rispondo più delle mie azioni!»
«Puoi stare tranquilla, signora Colombari... anzi, signorina Colombari. Non ho bisogno di farti questi scherzetti. Ho una certa dignità.»
«Me lo auguro per te.»
«Puoi chiedere alla diretta interessata. Sono sicuro che, se giochi le carte giuste, la signorina Pinardi ti dirà tutto quello che vuoi sapere.»

***

Quando Dalila si presentò da sola, due giorni più tardi, la direttrice dell’agriturismo parve più accomodante. Guardandola dal di sopra della montatura degli occhiali, come doveva essersi abituata a fare in passato con un telaio meno ingombrante, le chiese: «In che cosa posso esserle utile, signorina Colombari?»
«Si ricorda il mio nome» osservò Dalila.
La signorina Pinardi annuì.
«È difficile non ricordarsi di lei.»
Dalila sorrise.
«Mi sta dicendo che attiro l’attenzione?»
«Anche, signorina Colombari.»
«Può chiamarmi Dalila.»
«Bel nome.»
«Anche Mirella lo è» ribatté Dalila. «Si chiama così, vero?»
«Come lo sa?»
«L’altra sera, una cameriera si è rivolta a lei chiamandola per nome. Anch’io sono dotata di una buona memoria, quando devo catalogare persone interessanti.»
La signorina Pinardi parve divertita.
«Mi sta... catalogando?»
«No, a dire il vero» rispose Dalila, in tono serio. «Come può immaginare, sono qui per Vittoria Montevecchio. Che cosa sa dirmi di lei?»
«Niente di più di quanto già non sappia» affermò la signorina Pinardi. «Tutto ciò che posso fare è metterla in contatto con un cugino di Vittoria.»
«Oh.»
«Posso anche farglielo incontrare, ma deve avere pazienza.»
«Dove posso trovarlo?»
«A Tenerife, è partito ieri. Tornerà tra due settimane.»
«Quanti anni ha?»
«Sessantasette, sessantotto, non lo so. È andato in pensione da un paio d’anni.»
«Quindi» dedusse Dalila, «è nato dopo la morte della cugina.»
«Proprio così. Lo zio di Vittoria aveva almeno quarantacinque anni, quando si sposò, se non quarantasei. Sua moglie doveva averne trentanove o quaranta. Ebbero un figlio solo. Non gli interessavano né le auto, né i prodotti caseari.»
«I prodotti caseari?»
«Sua madre, la signora Franca, aveva una latteria. Era un negozio storico, che chiuse prima della mia nascita.»
«Capisco. La ringrazio molto per il suo aiuto. Come posso fare per contattare il cugino di Vittoria Montevecchio? Devo aspettare il suo ritorno da Tenerife, o c’è la possibilità che lei mi fornisca un suo recapito?»
La signorina Pinardi le lanciò un’occhiata penetrante.
«Dipende da lei, signorina Dalila.»
«Dipende da cosa?»
«Mi piace molto il cinema, ma non c’è nessuno con cui io possa andarci» la informò Mariella Pinardi. «Non mi dispiacerebbe se accettasse di venirci insieme a me.»
Dalila avvampò.
«Oh. Non sarà facile. Come ben sa, ho un figlio.»
«Io, invece, ho questo posto di cui occuparmi» ribatté la signorina Pinardi, «e non posso nemmeno affidarlo a una baby-sitter! Sono sicura, tuttavia, che basterà un po’ di buona volontà per riuscire a incastrare tutto. Che cosa ne pensa? Ci sta?»
Dalila non ebbe a disposizione troppo tempo per riflettere.
«Sì, ci sto» affermò, sperando di non doversene pentire.



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