giovedì 4 giugno 2026

L'Eta della Ruggine // blog novel sul motorsport thriller sci-fi: capitolo 13/19

EVOLUTION VIII

“Non temete, domani qualcuno vi dirà che Joey Moreira era un giovane promettente, che avrebbe potuto scrivere la storia dell’automobilismo e che non sarà mai dimenticato. Vi dirà che quella di Hong Kong è stata una fatalità, ma che non accadrà più. Mentirà, perché non ci sarà mai un’ultima volta.
Il mondo delle competizioni motoristiche può fare tanto per allontanare la morte, ma non riuscirà mai a scacciare il suo spettro. Nessun incidente mortale sarà mai l’ultimo. Tutto ciò che il motorsport può fare, e che ha cercato di fare per decenni, è ritardare il prossimo il più a lungo possibile.
La sicurezza nelle corse è come il delitto perfetto in un giallo classico: qualcosa di studiato nel dettaglio, capace di allontanare ogni possibile sospetto, ma basta un piccolo elemento fuori posto per far crollare un equilibrio assolutamente labile.
Ci siamo liberati, a fatica, delle convinzioni di un tempo, in cui anche il dopo rischiava di essere un castello di carte: se qualcuno moriva, era per inesperienza, se la vettura aveva ceduto era perché bisognava fare attenzione a quali squadre venissero ammesse sulla griglia di partenza. Ci si diceva che, in fondo, non era come se morto un pluricampione del mondo al volante di una delle monoposto più competitive del lotto. Questo è quanto ci hanno raccontato per anni, fintanto che il corso degli eventi non ha smentito queste teorie.
Se quello che viene dopo non è più un castello di carte, lo è quello che viene prima. In nome degli interessi economici, per anni le auto sono scese in pista in qualsiasi circostanza, non importava quali fossero le condizioni meteo, non importava se non vi fossero condizioni di luce sufficienti. È stato difficile arrivare a una presa di coscienza. Qualcuno è contrario a questo trend e si auspica ancora che quei giorni possano tornare, per tornare ad accarezzare il piacere del pericolo.
C’è chi parla di evoluzione, se la morte di un rookie è importante tanto quella di un campione. C’è chi parla di evoluzione, se anche gli interessi economici, di tanto in tanto, possono essere messi da parte per non gettarsi di propria volontà in mezzo ai carboni ardenti. La verità è che non vi è alcuna evoluzione, se si eliminano i pregiudizi di un tempo o la malsana abitudine di piegarsi sempre e comunque alle slot che possono massimizzare gli introiti dei diritti televisivi, ma li si rimpiazzano con la velata ma evidente ricerca dell’incremento rischio come elemento utile a generare spettacolo.
Quale logica porta ad affiancare piloti artificiali a quelli ‘veri’, se non l’augurarsi che possano rispondere all’esigenza mai troppo latente di elementi di disturbo? Quale logica porta a mettere vite umane nelle mani di chi non ha una coscienza umana, se non il desiderio che chi non ha coscienza umana possa giocare con la vita e con la morte?
Non temete, qualcuno vi dirà che anche un uomo potrebbe commettere un errore. Vi dirà che, così come Ghost Driver A ha seminato il panico quando si è girato all’improvviso, nel corso del terzo giro, con tutto il gruppo ancora compatto, anche un essere umano avrebbe potuto compiere lo stesso sbaglio, con conseguenze imprevedibili. È vero: l’azione evasiva di Joey Moreira non è stata diversa da quelle a cui abbiamo assistito tante volte. Poi, urtando un cordolo, ha perso il controllo della vettura, ha impattato contro le barriere e ha attraversato la pista senza alcuna possibilità di dominare l’auto.
Ghost Driver B era semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato e si è ritrovato in mezzo a una situazione che non aveva innescato. Ha centrato Moreira in pieno, a tutta velocità, un incidente devastante dal quale sono usciti soltanto rottami.
Se al posto di Ghost Driver B ci fosse stato un pilota umano, certamente non ne sarebbe uscito illeso. Forse avremmo un ferito grave, forse addirittura un altro morto. Però, se al posto di Ghost Driver B ci fosse stato un pilota umano, avrebbe tentato il possibile e l’impossibile per evitare lo schianto con Moreira. Non sarebbe riuscito a evitarlo del tutto, ma sarebbe bastato un angolo d’impatto diverso per risparmiare la vita del giovane Joey.” [...]

Le Mans era cornice non solo bella, ma anche fatta di storia. L’aura del passato si mescolava all’odore di un presente che sapeva di futuro, con l’ombra dell’intelligenza artificiale sempre pronta a fare capolino.
Oliver era contento di non essere solo. Gli eventi dell’EvoPrix di Hong Kong erano ancora ben scolpiti nella sua mente e non sarebbe riuscito a liberarsene tanto facilmente. Solo un anno prima aveva dovuto affrontare la morte della persona che amava in un rovinoso incidente di gara. Per quanto tentasse di scacciare certe immagini, queste tornavano periodicamente a fargli visita. Assistere alla fine di un altro pilota aveva risvegliato fantasmi contro i quali combatteva senza alcuna probabilità di vittoria.
Edward Roberts accompagnava Ivana Blaze nel primo evento europeo della stagione. La giovane italiana aveva elogiato in lungo e in largo il contributo del suo coach. Aveva affermato che era anche grazie a lui, se i suoi risultati erano molto migliorati rispetto al passato. Proprio a Hong Kong aveva conquistato la terza posizione, salendo sul podio per la prima volta in carriera, considerando tutte le categorie nelle quali aveva gareggiato fin dal giorno in cui era salita per la prima volta su una monoposto. Qualche malalingua sosteneva che non si fosse mai classificata tra i primi tre nemmeno ai tempi in cui gareggiava sui kart, ma non vi erano statistiche certe alle quali andare ad attingere per accertarsene.
Con Edward accanto a sé, a Oliver sembrava che l’atmosfera fosse meno opprimente. Non dovere affrontare quel fine settimana in piena solitudine gli dava un inatteso calore. Gli bastava essere con lui per non lasciarsi sommergere da tensioni e polemiche. Perfino parlare di quello che stava succedendo era meno pesante, quando lo faceva con lui e non con altri.
Dopo la conferenza stampa del giovedì lasciarono il circuito insieme. Messa in pratica la loro abilità di trovare una scala esterna sulla quale andare a sedersi, si scambiarono le rispettive visioni sugli ultimi sviluppi.
«Era prevedibile che, prima o poi, la maggior parte delle squadre sarebbero state d’accordo sul fatto che il team dei Ghost è pericoloso e che non ha nulla a che vedere con l’essenza del motorsport.»
«No, Roberts, non era affatto prevedibile. Nemmeno tu avevi mai avanzato una simile ipotesi. Eri talmente preso dalla questione dei Replacement da non avere mai prestato troppa attenzione ai manichini che nessuno tentava di spacciare per piloti umani.»
«Quando gareggiavo» insisté Edward, «mi ero già lamentato del fatto che fossero d’intralcio. Non l’ho mai fatto in modo vocale come McKay, ma c’è un motivo: ho sempre preferito evitare di parlare solo per dare aria alla bocca, facendolo solo quando serviva. Che senso ha lamentarsi mille volte dei Ghost Driver così, senza cognizione di causa? Ha molto più senso farlo una volta sola, ma quando accade un episodio specifico.»
Oliver puntualizzò: «Tutto questo, ormai, non conta più. I Ghost Driver non si sono limitati a tagliare la strada ai piloti, né a rallentarli durante sessioni di prove libere o qualifiche. La morte di Joey Moreira è stata un punto di non ritorno.»
«La morte di Moreira verrà dimenticata non appena ci sarà qualcos’altro di cui parlare. Stai sicuro che, se mai in qualche categoria importante dovesse esserci un rain delay o una sessione che salta, ci si lamenterebbe perché le corse di oggi sono troppo sicure, un po’ come se Joey non fosse mai esistito.»
«Non parlo di questo, Roberts. So bene che succederà quello che dici. Moreira, però, non è come tutti gli altri: l’incidente è stato causato dagli androidi, dal fatto che, non avendo coscienza, non hanno nemmeno il senso del rischio. Non hanno autocontrollo, né istinto di sopravvivenza. I Ghost Driver sono pericolosi e un pilota è morto per questo. Nulla sarà mai più come prima.»
Edward rimase fermo sulla propria posizione: «È sempre tutto come prima, poco importa chi muore e perché. Un tempo il mondo delle corse conviveva senza problemi con il fuoco, o con lamiere affilate. Il fatto che un pilota venisse arso vivo o che rimanesse decapitato era considerato quasi accettabile. Al giorno d’oggi si finirà per accettare l’idea che si possa morire per le azioni avventate di due macchine comandate da remoto.»
Oliver replicò: «Il fatto che siano azioni avventate di due macchine non dovrebbe significare che, in realtà, si comandano da sé, invece di essere gestite da remoto come dovrebbero?»
«Il fatto che le macchine si comandino da sé» obiettò Edward, «cambia forse qualcosa? Joey Moreira non c’è più e tutto ciò di cui si parla è il fatto che non riuscirà mai a conquistare i successi che avrebbe meritato. La sua carriera spezzata sarà sempre più importante della sua vita troncata di netto. Non sarà mai più considerato come una persona, ma solo come una storia da raccontare.»
«Non è troppo diverso da quello che succede ai vivi, se ci pensi bene. Al giorno d’oggi, la narrazione ha preso il sopravvento su tutto. Non c’è scampo per nessuno.»
«Invece c’è scampo, Fischer. Possiamo ancora cercare di fare sentire la nostra voce.»
«È del tutto inutile» sentenziò Oliver.
«Ah, sì?» rispose Edward. «Allora, se è davvero così inutile, perché continui a scrivere?»
«Non scrivo più. Adesso sono l’addetto stampa della Pink Vertigo.»
«Non prendermi in giro, Fischer. Scrivi ancora, ne sono certo. Il fatto che tu non stia pubblicando nulla né come Oliver Fischer né come Dirk Strauss non significa necessariamente che non ci siano pezzi tuoi che vedono la luce con un’altra firma, oppure che siano ancora in attesa di essere pubblicati. Se non sono ancora stati scritti, sono certo che esistono almeno nella tua testa. Non smetterai mai di essere quello che sei. Non smetterai mai di raccontare il tuo modo di concepire le corse. Resterai sempre un giornalista, non diventerai mai un influencer che si lascia guidare dalla corrente.»
Oliver si lasciò andare a un sorriso.
«Una volta, molti anni fa, mi hai chiesto se volessi diventare un vlogger, o qualcosa del genere.»
«Quella sera a Pau» rammentò Edward, «dopo che avevo ribaltato il tuo zaino.»
«Sono felice che tu l’abbia fatto.»
«Insinuare che potessi diventare un influencer?»
«Urtarmi e farmi cadere lo zaino» chiarì Oliver. «È così che è iniziato tutto. Se non fosse mai successo, magari non saremmo mai diventati amici. Le nostre vite scorrerebbero su binari lontani, destinate a non incontrarsi. Non avendo mai condiviso nulla, non ne sentiremmo nemmeno la mancanza.»
«Se non fosse successo, molto probabilmente non ci saremmo mai ritrovati invischiati nelle porcherie di questo campionato» rimarcò Edward. «Non so fino a che punto ci sia convenuto.»
«Se il lato negativo dell’averti come amico è dovermi addentrare tra misteri, delitti e incidenti mortali innescati da piloti robot» affermò Oliver, «sono pronto ad accettarlo. Non posso dire che la mia vita fosse piatta e monotona prima che ci fossi tu, ma devo ammettere di non avere mai avuto un legame così forte con gli amici di un tempo. Ho condiviso qualche frammento di vita con altre persone, ma nessuna di queste è mai stata una presenza costante. Con te è diverso. Ti sento vicino anche quando siamo lontani. Sei stato capace di leggere dentro di me quando nemmeno io ero in grado di farlo. Non...»
«Ehi, Fischer, basta così» lo interruppe Edward. «Sono felicemente sposato. Una tua dichiarazione d’amore mi metterebbe seriamente nei guai con mia moglie.»
«Esistono altri legami, oltre a quelli romantici» replicò Oliver. «Adesso che sono da solo da quel punto di vista, mi sto rendendo conto di non esserlo davvero. Ci sei tu, c’è Selena... La vostra vicinanza è un punto fermo.»
«C’è anche Dalila» suggerì Edward.
«Sì, è una cara amica.»
«Non è quello che intendevo.»
Oliver sospirò.
«So benissimo che vorresti vedermi sistemato un’altra volta. Conosco il tuo punto di vista in proposito e, anche se lo rispetto, preferirei che lo tenessi per te. Sai come la penso: non andrebbe a finire bene.»
«Era quello che temevo potesse succedere tra me e Selena» gli riferì Edward. «Ho quasi rinunciato a lei, perché avevo paura. Quasi... non potevo certo lasciarla a uno come te!» Rise. «Non fare il mio stesso errore.»
«Sai, Edward, penso che dovresti smetterla di ritenere che, siccome in passato ci siamo innamorati della stessa donna, allora dobbiamo desiderare le stesse cose. In più, la mia situazione è molto diversa dalla tua. Io e Dalila eravamo solo amici. Abbiamo avuto un “incidente di percorso” che ha portato a un risultato meraviglioso. Sono contento di avere Mirko nella mia vita. Sono contento che, anche se non stiamo insieme, io e Dalila siamo due genitori uniti.»
«Almeno finché l’imprenditore esuberante non si metterà in mezzo.»
«Resteremo uniti lo stesso, qualunque cosa accada.»
«Ma Dalila finirà tra le braccia di un altro uomo.»
Oliver insisté: «Io e Dalila siamo solo amici. Non intendo mettermi insieme a lei allo scopo di impedire che si metta con un altro.»
Edward azzardò: «Quindi ti accontenterai del sesso occasionale con Annabelle Vincent?»
Oliver si irrigidì.
«Io non faccio sesso occasionale con Annabelle Vincent.»
«Devo ricordarti quello che mi hai riferito tu stesso? Alla festa di carnevale...»
«Sì, Roberts, so benissimo cos’è successo quella sera, allo stesso modo in cui sai benissimo che mi è piaciuto. Però non è più capitato altro tra di noi.»
«Tranne che Annabelle ti mangia con gli occhi» affermò Edward. «Pensi che non me ne sia accorto? Oggi l’ho vista addirittura leccarsi le labbra mentre ti guardava. È successo mentre entravamo in sala stampa. C’era Remy Corvin, poco lontano da noi. Se n’è accorto anche lui. Deve avere capito che c’è qualcosa tra di voi.»
«Deve avere una fantasia galoppante, allora, esattamente come te» replicò Oliver, «perché non c’è niente tra te e Annabelle. In più, credo che Corvin abbia ben altro a cui pensare. Ha un ritorno alle competizioni all’età da di quarantasei anni da gestire, dopotutto.»
Edward sbuffò.
«Deve essere proprio una testa di cazzo, per avere accettato di sottostare ai giochetti di chi sta ai piani alti.»
«Pensi che guiderà il Replacement?»
«Ne sono certo. Remy non corre da anni. Non ha alcuna possibilità di essere competitivo... Certo, ne avrebbe di più rispetto a Ivana, ma...»
Oliver non si sorprese che Edward non avesse terminato la frase.
«Pensi che la Blaze riuscirà a reggere a lungo questa sceneggiata?»
«È abituata a farsi manovrare. Non si è mai sottratta al successo dei social, figuriamoci se potrebbe essere in grado di rinunciare a quello sportivo.»
Oliver rimase in silenzio a lungo. Rifletté su quello che Edward aveva detto, sul peso delle sue parole. Alla fine, gli chiese: «Scelgono?»
«Cosa vuoi dire, Fischer?»
«Scelgono davvero?» insisté Oliver. «Remy Corvin, Ivana Blaze. Che cosa ne sarebbe di loro, se cercassero di sottrarsi alle dinamiche del Progetto Evolution? Corvin era un disperato che tentava di salvare quello che restava della propria carriera. Ivana è una ragazza alla quale hanno appena ammazzato la madre. Nei salotti televisivi, autoproclamati opinionisti affermano che è stato il padre della Blaze a ucciderla. Credo che dovremmo tenere conto di questo, invece di giudicare. Non hai mai pensato che Corvin e la Blaze non abbiano bisogno della nostra condanna, ma del nostro aiuto?»
«Non ho mai condannato Corvin» mise in chiaro Edward. «Non ho mai detto quello che sapevo per non distruggerlo. Non intendo farlo nemmeno adesso. Per quanto riguarda Ivana Blaze, inoltre, ho accettato di lavorare per lei. È mio interesse difenderla.»
«Proteggere il suo segreto non servirà a difenderla» replicò Oliver. «Non basta cercare di sopravvivere al Progetto Evolution. Dobbiamo scoperchiarlo e ribaltarlo.»
«Come pensi di fare, Fischer?»
«Non lo so.»
«Non mi pare il migliore degli inizi.»
«Me ne rendo conto, Edward, ma non sono solo. Abbiamo lo stesso obiettivo, se non sbaglio.»
«Mi stai proponendo di aiutarti a smantellare un’intera categoria motoristica?»
Oliver chiarì: «Non ho mai detto di volerla smantellare. Voglio solo portarne alla luce gli scandali. Se il progetto è valido, riuscirà a sopravvivere.»
«E mi vorresti con te in questo?»
«Sì.»
«Perché proprio io?» obiettò Edward.
«Perché siamo animati dalle stesse intenzioni» rispose Oliver. «Ci stai?»
Edward fece un lungo sospiro.
«Ci posso provare, ma non garantisco di poterlo fare con la tua stessa convinzione.»

***

Doveva essere soltanto una demo. Doveva essere soltanto un momento di spettacolo, per rievocare l’epoca in cui tutto aveva avuto inizio. Remy non avrebbe saputo dire, con esattezza, come fosse stato possibile che tutto cambiasse così in fretta. Da ormai troppo tempo gli sembrava di vivere nel bel mezzo di un incubo. A Hong Kong tutto era crollato, proprio quando tutto sembrava sotto controllo.
La qualifica del venerdì sera non era andata proprio benissimo: Yannick Leroy della Virage Bleu aveva conquistato la pole position davanti alle due Saetta Cremisi. Seguiva la Pink Vertigo di Nakamura, mentre McKay era soltanto settimo alle spalle di Ghost Driver A. Era andata ancora peggio a Moreira, rallentato da un problema tecnico. Era soltanto dodicesimo sulla griglia di partenza. Il giovane Joey non era sembrato particolarmente preoccupato. Era cresciuto nell’epoca digitale, aveva senz’altro imparato a convivere con il popolo dei social media, pronto a stroncare a chiunque non si rivelasse sempre all’altezza delle aspettative.
La gara era iniziata in un tranquillo sabato sera rischiarato dallo sfondo delle luci della città. La pista illuminata a giorno avrebbe dovuto rappresentare il riscatto di Moreira, anche se Christine Strauss, a dire il vero, era sembrata più propensa a focalizzarsi sulla gara di Dylan McKay.
Remy si trovava davanti al monitor, quando era accaduto il disastro. Aveva visto un groviglio terribile e non aveva fatto in tempo a capacitarsi dell’accaduto. Aveva intravisto una sagoma marrone ruggine finirci in mezzo, ma non l’aveva riconosciuta in quell’auto sventrata al punto tale da non distinguerne più nemmeno il colore. C’era stata una bandiera rossa. Quello che restava di Joey Moreira era stato portato via, con tanto di comunicati secondo cui si trovava “in condizioni serie ma stabili”. Del resto, non c’era niente di più stabile della morte.
C’era stata una seconda partenza. Le due monoposto italiane si erano portate in prima e seconda posizione, approfittando di uno scatto poco brillante di Leroy. Il pilota belga, però, non si era arreso e si era lanciato all’inseguimento delle due vetture rosse. Era riuscito a liberarsi di una delle due, mentre era stato più faticoso sopravanzare l’altra. Ne era stato capace quando la corsa si avviava ormai alle ultime battute. Ivana Blaze, o qualsiasi cosa ci fosse al volante al posto suo, era riuscita ad agguantare la terza posizione, conquistando un inaspettato podio. Il suo compagno di squadra Shinji Nakamura, invece, che l’aveva preceduta per parecchi giri, aveva riportato una foratura ed era stato costretto a un pitstop a seguito del quale si era ritrovato nelle retrovie.
McKay aveva concluso al quarto posto, sopravanzando la peggio collocata delle due Saetta Cremisi. Non era stato un risultato degno di nota, ma quell’aspetto era del tutto irrilevante. Christine Strauss, Remy Corvin e gli altri membri della R-Evolution Racing erano già perfettamente al corrente del fatto che le condizioni “serie ma stabili” di Moreira non fossero altro che una montatura necessaria al normale proseguimento della gara.
Era seguita una sobria cerimonia di premiazione per la quale nessuno aveva provato il benché minimo interesse, dopodiché era arrivato l’annuncio ufficiale: Joey Moreira era deceduto a causa delle ferite riportate.
Remy non aveva avuto il tempo di porsi delle domande. Forse avrebbe dovuto chiedersi perché si dovesse morire a causa della guida pericolosa di un androide. Aveva cercato di buttarsi tutto alle spalle, un po’ come quando era giovane ed era capace di andare avanti anche nei giorni peggiori. Aveva visto colleghi farsi male o morire, ma non aveva mai messo in discussione la propria dipendenza dalla velocità. Era sempre stato consapevole che prima o poi avrebbe potuto toccare a lui, anziché a qualcun altro. Per fortuna non era mai successo... o avrebbe dovuto dire purtroppo? Non era morto al volante di una vettura da competizione, ma erano state proprio le corse a sancire la sua morte spirituale.
Remy Corvin era vivo e vegeto, ma una parte di lui aveva smesso di vivere. Aveva smesso nel momento stesso in cui un manichino con il suo aspetto l’aveva rimpiazzato nella penombra. All’inizio gli era sembrato che non fosse poi così terribile. Il Replacement avrebbe dovuto aiutarlo a tornare a contare qualcosa. Non aveva mai pensato che potesse diventare una sostituzione definitiva e che soltanto l’incapacità di perfezionarlo in tempo per il secondo e il terzo EvoPrix avessero portato la R-Evolution Racing alla decisione di permettere al vero Remy di scendere in pista. Non era stata una concessione, ma la semplice necessità di nascondere fino a che punto il Progetto Evolution fosse corrotto.
Tutto era crollato a causa della pandemia. All’inizio, Remy aveva temuto che la sua carriera fosse finita, allo stesso modo in cui era finita la relazione con Annabelle Vincent. Non era andata così. Anche senza l’Evolution GP Series era riuscito a rimandare un ritiro che un giorno sarebbe stato inevitabile. A distanza di anni, il non essere più un pilota non gli aveva impedito di essere scelto di Laurent Marchand, l’uomo che aveva creduto in lui sette anni prima, ma solo perché fosse plasmato un androide che gli somigliava.
Dietro al suo ritorno alle competizioni, non c’era soltanto lo zampino di Marchand. Dopo il disastro di Hong Kong, quasi tutte le squadre si erano opposte strenuamente alla Ghost Racing, chiedendone se non la radiazione almeno una lunga sospensione. Il CEO stesso era intervenuto, assicurando che la squadra dei Ghost Driver sarebbe stata condannata a un ban di sei mesi, se tutte le altre scuderie avessero votato all’unanimità la sua esclusione. Proprio la R-Evolution Racing aveva negato il proprio voto.
«La Ghost Racing è stata coinvolta, esattamente quanto noi, in una tragica fatalità» aveva affermato Christine Strauss. «Sono fermamente convinta che, nei momenti peggiori, non dovremmo farci la guerra tra di noi, ma sostenerci. Questo è il motivo per cui, come squadra, ci opponiamo alla sospensione dei nostri avversari. Ci aspettiamo conseguenze, nei loro confronti, ma riteniamo che debbano essere forzati a intervenire sui loro sistemi, anziché essere estromessi, di fatto, da tutto il resto del campionato.»
La sua dichiarazione era stata apprezzata dal pubblico, un po’ meno dagli altri team. Gli appassionati vedevano nella Strauss una leader moderata, capace di preoccuparsi del bene della categoria prima ancora che dei propri interessi personali. Le altre squadre, invece, avevano cercato di cogliere la palla al balzo per liberarsi di due Ghost Driver che, quando non stavano rallentando altri piloti o innescando incidenti, ottenevano prestazioni di un certo livello.
Remy non ne aveva le prove, ma era certo che Christine avesse votato contro il ban alla Ghost Racing in accordo con i piani alti. In cambio, le era stato concesso di rimpiazzare il suo pilota defunto con un Replacement. Bastava ripensare alla conversazione avuta con lei a Pechino. Christine Strauss sentiva di avere un conto in sospeso con Edward Roberts e Veronica Young. Non aveva mai mandato giù la sconfitta nel finale di quella che si era rivelata l’ultima stagione della Diamond Formula. Voleva competere contro la Pink Vertigo con le stesse armi: un pilota umano affiancato da un’unità artificiale. Era stata impacchettata in fretta e furia una storiella strappalacrime: Remy Corvin aveva effettuato diversi test segreti, in vista della demo run prevista prima dell’EvoPrix di Le Mans, e aveva deciso di riprendere a gareggiare.
Prima ancora di chiedersi se volesse farlo davvero, Remy aveva accettato. Aveva commesso tanti errori. Quello sarebbe stato soltanto uno sbaglio in più, che gli avrebbe permesso di non scoprire quale fosse il prezzo da pagare in caso avesse rifiutato.
Non si era domandato nemmeno che cosa ne pensasse Annabelle. Per quanto rimpiangesse ancora il tono piatto della sua voce durante i bei tempi in cui erano ancora una coppia, sapeva che non ci sarebbe stato nulla da fare. Sarebbe stato addirittura in grado di lasciare andare il suo ricordo, se non se la fosse ritrovata davanti nei fine settimana di gara. Quel giorno erano stati vicinissimi l’uno all’altra. Remy aveva sentito il ritmo del battito aumentare e aveva dovuto impegnarsi per scacciare le lacrime.
Annabelle Vincent gli aveva rivolto un vago cenno di saluto con la mano, prima di mettersi a contemplare Oliver Fischer. Non era la prima volta che la vedeva divorarlo con lo sguardo. Che cosa ci trovasse in quel geek era un grande mistero, ma Remy preferiva non indagare. Anzi, il pessimo gusto di Annabelle in fatto di uomini era tutto ciò a cui avrebbe potuto appigliarsi. Sapeva di essere un pessimo partito e di non avere più nulla che potesse affascinare. Sarebbe stato un partner terribile. Qualsiasi donna dotata di buon gusto l’avrebbe respinto senza alcun ripensamento.
Remy preferiva non indagare sull’attrazione che Annabelle dimostrava di provare nei confronti di Fischer, ma avrebbe fatto qualsiasi cosa fosse in suo potere per allontanarli l’uno dall’altra. Certo, non aveva la più pallida idea di come fare, ma continuava a ripetersi che, in un modo o nell’altro, sarebbe riuscito a inventarsi qualcosa.
Tutto ciò che era stato in grado di fare? Mandare un messaggio ad Annabelle per chiederle di vedersi in tarda serata. La sua ex fidanzata non si era negata. Remy la stava aspettando sul retro del cortile dell’albergo nel quale avrebbe passato la notte.
Annabelle arrivò puntuale. Lo salutò in tono freddo e gli chiese che cosa volesse. Non era cambiato niente, in lei, nonostante tra di loro fosse tutto diverso. I suoi occhi gelidi lo squadravano come se avessero voluto trafiggerlo, uno sguardo ben diverso da quello che aveva riservato a Fischer, mordicchiandosi il labbro inferiore c con aria languida.
Remy non avrebbe dovuto porle una simile domanda, ma non riuscì a controllarsi: «Che cosa c’è tra te e quel giornalista?»
Annabelle replicò, con aria innocente: «Chi?»
«Sai bene di cosa sto parlando.»
«No, non lo so affatto.»
«L’addetto stampa della Pink Vertigo.»
«Oh.»
Quel monosillabo urlava colpevolezza. A quanto pareva, Annabelle e la intendeva davvero con quel tizio.
«Cosa c’è tra di voi?» insisté Remy. Ormai si era già spinto oltre, non poteva più tornare indietro. «Ti regala le stesse emozioni che ti davo io?»
«Non ha senso rivangare il passato» replicò Annabelle. «Io e te ci siamo lasciati da tanto tempo, ormai. Che cosa contano le emozioni di un tempo?»
«Sempre che tu provassi emozioni, ovviamente.»
Remy non riusciva più a frenarsi. Non gli restava che sperare che la sua ex fosse in grado, in qualche modo, di farlo al posto suo.
«Cosa vuoi dire, Remy?»
«Lo sai bene. Da te ho sempre ricevuto gelo, mai calore.»
«Non mi sembra una buona ragione per chiedermi chi mi scopo.»
«Oh, quindi è così. Andate a letto insieme.»
«Non sono venuta qui a quest’ora per rispondere a simili domande.» Annabelle gli voltò le spalle. «Buona fortuna per domani, Remy. O dovrei dirlo al tuo Replacement?»

***

Era incredibile pensare a quanti eventi potessero accadere in un arco temporale relativamente breve. Dopo che Ghost Driver B aveva aveva inspiegabilmente cozzato contro Amber Thompson all’inizio della sessione di qualifiche, le squadre all’unanimità quasi totale avevano invocato una sanzione pesante per la Ghost Racing, la quale era stata esclusa dall’EvoPrix di Le Mans.
Shinji Nakamura aveva conquistato la pole position, precedendo Dylan McKay, Yannick Leroy, Remy Corvin e Ivana Blaze. I sostenitori di quest’ultima avevano fatto diventare virali sui social insulti ad Amber Thompson e proclami secondo cui vi era solo un’unica donna competitiva nel motorsport contemporaneo - qualcuno osava addirittura affermare unica nella storia.
Veronica Young era tesa come una corda di violino, mentre sua figlia aveva un atteggiamento molto più accomodante, dal quale Oliver era stato travolto nel venerdì sera di Le Mans.
«Non saprei spiegarti davvero come sia andata» raccontò a Edward al sabato, nel tardo pomeriggio, mentre si concedevano una breve pausa prima della gara. «È successo e basta. Mi sono ritrovato con lei nella mia stanza. Pochi istanti dopo i nostri indumenti erano a terra e noi eravamo nudi sul letto. Annabelle era sopra di me e mi sono sentito totalmente sotto il suo controllo.»
«E poi?»
«Poi... puoi immaginartelo anche tu, Roberts!»
«Avete completato quello che avevate lasciato in sospeso. Ti senti soddisfatto?»
A Oliver parve di cogliere una punta di biasimo nella voce di Edward.
«Stai insinuando che avrei dovuto tirarmi indietro?»
«Non sto insinuando nulla, Fischer. Però, devo fartelo notare, potresti esserti gettato in un vespaio dal quale potresti faticare a tirarti fuori.»
«Come la fai complicata! Non ti è mai capitato che una donna ti volesse e tu ci andassi a letto insieme?»
«Con Sharon e con Selena» affermò Edward, «ma la situazione era ben diversa.»
«E nel mezzo?» volle sapere Oliver. «Sei stato per così tanti anni senza...»
Edward lo interruppe: «Quello che ho fatto durante quegli anni non è affare tuo.» Il suo tono era secco. «Sai bene come la penso sul sesso senza coinvolgimento emotivo.»
«Solo perché non la voglio sposare, non significa che non abbia provato emozioni» ribatté Oliver. «Lo so che sei un uomo all’antica, ma...»
«No, Fischer, non hai capito proprio nulla. Non ti sto dicendo che il sesso senza amore sia il male. Se è quello che desideri - cosa di cui dubito - non è compito mio trattenerti. Però, lasciatelo dire, non c’è cazzata più grande del portarsi a letto una persona con cui lavori. Anzi, c’è... ed è quello che hai fatto: non lavori soltanto con Annabelle, ma anche con sua madre! Con tutte le donne che ci sono al mondo, dovevi scegliere proprio la figlia della Young? Per non parlare del fatto che il suo ex fidanzato gareggia per i nostri più diretti avversari!»
«Il suo ex fidanzato gareggia» borbottò Oliver, ripetendo le parole dell’amico. «Questa affermazione mi pare leggermente fuorviante.»
Edward lo ignorò.
«Non fare casini, Fischer, ti prego.»
«Ti vedo molto preoccupato. Di che cosa hai paura, esattamente?»
«Non sono preoccupato. Preferirei solo che evitassi complicazioni. Sei tu quello che mi ha proposto di ribaltare il sistema del Progetto Evolution. Ricordati che abbiamo un obiettivo ben più importante del conquistare donne.»
Oliver annuì.
«Non me ne sono dimenticato.»
«Meglio così.»
Edward non aggiunse altro. Oliver rimase in attesa, nella convinzione che ci fosse qualcosa in sospeso. Non gli fu difficile realizzare che la colpa era sua e non certo di Roberts.
«Scusa se torno sempre a scomodare il tuo passato.»
«Non fa nulla, Fischer.»
«No, davvero. Mi rendo conto che, nonostante tu sia felice, adesso, una parte di te resterà sempre legata alla tua vecchia vita. Ogni volta in cui nomini Sharon, però, finisco per dire la cosa sbagliata.»
Edward abbassò lo sguardo.
«Non sei il solo a sbagliare, credo. È vero, sono legato alla mia “vecchia vita”. Non voglio dimenticare. Anzi, ho il terrore di dimenticare. A volte, ho la sensazione che il mio presente sia volerla rinnegare. Mi chiedo se amo Selena più di quanto abbia amato Sharon. Mi sento colpevole, quando sento che forse siamo più compatibili, e poi mi chiedo se sia davvero così. Forse sono semplicemente io, che prima mi sono adattato a Sharon e poi a Selena, che il me stesso di adesso somiglia più a Selena che a Sharon per effetto della nostra vicinanza. Mi sono sentito a disagio perfino oggi, perché ho chiamato Selena per augurarle di passare un buon compleanno, mentre una volta mi era capitato di dimenticarmi di quello di Sharon. A volte mi chiedo se ho davvero amato Sharon tanto quanto meritava, prima che tutto crollasse.»
«E hai paura che tutto crolli di nuovo» aggiunse Oliver. «Credo che tu sia maledettamente umano, Edward. Non è così grave. Anzi, dovresti essere lieto di provare dei sentimenti e di non essere una carcassa fredda come un Replacement. Il dolore fa parte della vita. Non ci abbandona mai. Anche quando siamo bene, sta in agguato, pronto a colpirci. Del resto, se non esistesse il dolore, come potremmo apprezzare le gioie? Anche se la tua esistenza non è perfetta come vorresti, cerca di viverla al meglio. Meriti quella serenità che nella tua “vecchia vita” è stata stroncata.»
«La “vecchia vita” continua a seguirmi come un’ombra» ammise Edward. «Quando mi assale, mi assalgono anche i dubbi. Quanto tempo avrò a disposizione, prima che succeda qualcosa di brutto? Che cosa ne sarà della mia famiglia perfetta? Che cosa ne sarà di me e di Selena? Continuerà ad amarmi sempre, oppure è tutto destinato a finire?» Alzò gli occhi. «Che cosa ne sarà di voi? Vi accontenterete di amarvi platonicamente come fare adesso davanti ai miei occhi, oppure...»
Si interruppe.
Oliver lo esortò: «Oppure...?»
«Non l’hai negato» osservò Edward. «Non hai negato che ci sia un legame d’amore, tra voi.»
«Quindi» dedusse Oliver, «è per questo che cerchi di spingermi tra le braccia di Dalila. Non sei preoccupato per me, ma per te stesso.»
«Credo che tu non abbia capito.»
«Invece ho capito benissimo. Va bene, non c’è problema. Resta pure da solo con le tue paure. È meglio pensare alla gara imminente, adesso. Spero che dopo parleremo d’altro, anziché tornare su questo discorso.»
Oliver si girò, pronto ad allontanarsi. Non voleva che andasse a finire come la sera di carnevale.
«Aspetta, Oliver» lo pregò Edward. «Davvero, penso che tu non abbia capito cosa intendessi.»
Oliver si voltò.
«Sai cosa ti dico, Roberts? Che sono stanco delle tue accuse velate. Un giorno mi tieni fermo mentre Selena mi scompiglia i capelli, mentre ce ne stiamo praticamente sdraiati l’uno sull’altro. La guardi mentre mi accarezza, mentre mi bacia di striscio. Scherzi sul fatto che non farai mai lo stesso. Un altro giorno, invece, mi accusi di volermela portare a letto. Cosa dovrei pensare di te?»
«Quando i miei fantasmi mi travolgono, i miei dubbi interiori mi tormentano, ma mi concedono la grazia di farsi vedere solo ogni tanto» rispose Edward. «È questo che ti ho detto. È stata una bella serata, quella che abbiamo trascorso insieme quando sei tornato da Pechino. Ho sentito un legame forte, tra di noi, qualcosa che va oltre le coppie, qualcosa che va oltre l’attrazione sessuale. Mia figlia direbbe che siamo una OT3.»
«Una... cosa?»
«Come una OTP. Significa One True Pairing, quella che consideri la Coppia con la C maiuscola. Una OT3 è come una OTP, ma tra tre persone.»
«Grazie per la spiegazione.» Oliver accennò un sorriso. «Come ci siamo arrivati, dato che stavamo parlando del fatto che, a tuo dire, io desidero Selena?»
Edward sbuffò.
«Continui a non capire proprio un cazzo!»
«Forse sei tu che non ti spieghi, Roberts.»
«Il concetto di fondo è molto semplice: a volte, ho paura. Ho le paure più disparate, compresa quella che Selena possa amarti di più di quanto ami me... o che tu scelga lei, anziché la nostra amicizia. Non è qualcosa che penso sempre. Non ho sempre paura di perdervi, di perdere quello che abbiamo costruito... Però temo che un giorno possa succedere, magari proprio a causa delle mie paure. Quanto a lungo potrai sopportare il mio modo di essere? Prima o poi ti stancherai di starmi a sentire e...»
Oliver lo interruppe: «Mi sono già stancato, infatti. Ne ho abbastanza dei tuoi slanci di gelosia immotivata. Non mi piace nemmeno l’idea che tu voglia spingermi tra le braccia di una partner a tutti i costi.»
«Sarebbe più semplice, se fossimo in quattro. Se tu avessi una donna accanto, non capiterebbero più momenti equivoci, tra di noi.»
«Ce l’ho, una donna accanto. Tina è con me spiritualmente. La sento. La sento vicina a me. Non mi abbandona mai. La immagino mentre si gira dall’altra parte con discrezione, quando Annabelle mi stimola per farmi eccitare. Quando sono con Selena, invece, non distoglie mai lo sguardo. Forse hai ragione, Edward: la amo platonicamente. La amo come uno stilnovista amerebbe la sua “donna angelo”, perché io non sarò mai un poeta, ma Selena è proprio questo: una figura angelica. La sua vicinanza mi ha aiutato a superare momenti bui e mi ha dato la forza di diventare l’uomo che sono. Ci siamo amati carnalmente, prima che arrivassi tu a metterti in mezzo, ma non eravamo fatti per questo. Ti lascio quella parte, ma non ti permetterò mai di reclamare la sua aura tutta per te.»
«Adesso sono io a non capire.»
«Tu e Selena siete liberi di portare avanti i vostri “doveri coniugali” senza intromissioni. Il suo cuore, però, non sarà mai interamente tuo.» Oliver guardò Edward negli occhi. «Sono stato abbastanza chiaro, Roberts?»
Forse lo era stato più del dovuto. La tensione tra loro non sembrava più qualcosa di astratto. Avrebbe potuto essere tagliata a fette con un coltello, per quanto appariva concreta.
Oliver non si sarebbe stupito troppo se Edward l’avesse insultato e, a dire il vero, nemmeno se gli avesse sferrato un calcio là dove non batteva il sole. Il suo amico, però, si limitò a strizzargli un occhio e a ribattere: «Vedremo. Ti sei allenato a Hungry Cobra? Perché ho intenzione di sfidarti!»
Oliver sospirò, felice che Edward fosse stato in grado di mettere fine a quello che avrebbe potuto divenire un pesante diverbio.
«Dobbiamo pensare ad altro, adesso. Questo non significa, però, che io non accetti la sfida. Come puoi tranquillamente immaginare, sono desideroso di batterti. Ti consiglio, inoltre, di non focalizzarti solo ed esclusivamente su Hungry Cobra. Sai giocare a Sky of Danger?»
«Mhm.»
«Lo prendo per un no. Ottima cosa! Almeno lì, riuscirò a distruggerti!» Oliver si girò, pronto ad allontanarsi. «Ci vediamo dopo, Edward.»
«Aspetta» lo trattenne l’altro. Un istante dopo, fu al suo fianco. «Spero che non cambi mai niente tra di noi.»
«Tra noi tre o tra noi due?»
«Tra noi due. Va bene, Selena fa parte della nostra vita, ma una parte di noi esiste anche senza di lei. A volte mi dice che si sente quasi come un terzo incomodo tra di noi.»
«Vuoi dire che la OTP non siete tu e Selena, ma io e te?»
«Qualcosa del genere.»
«Non cambierà mai niente tra di noi» affermò Oliver, «almeno fintanto che saremo in grado di risolvere ogni contrasto con un gioco vintage.»
«Com’è Sky of Danger?»
«Al me stesso sedicenne piaceva.»
«Il te stesso sedicenne, invece?»
«Mi stai chiedendo se mi piace l’Oliver Fischer ragazzino?»
«Non parli mai di lui» gli ricordò Edward. «Hai ritrovato la memoria, ma quella parte della tua vita sembra lontanissima.»
«Lo è, infatti. L’ultima cosa che ricordo con chiarezza è successa una sera, a Montecarlo, dove mia madre si trovava per un incontro con un cliente importante. Ero su un marciapiede, vicino alla sede della Dynasty. Giocavo a Sky of Danger. Non so perché. Immagino che, come adesso ci mettiamo a smanettare sullo smartphone nei momenti più improbabili, allora si giocasse a Hungry Cobra o a Sky of Danger. Preferivo quest’ultimo, ne sono certo. Stavo facendo una partita e il mio punteggio era molto buono. Di colpo, una persona mi ha travolto. Il telefono mi è caduto e...» Oliver si interruppe. «Non so perché, ma ho la sensazione che sia importante. È ridicolo, vero?»
«No.»
«Dici sul serio?»
«È l’ultima cosa che ricordi di avere fatto prima di perdere il te stesso di un tempo. È comunque importante.»
Oliver scosse la testa.
«Non parlo di questo. È solo che...»
Si interruppe un’altra volta, tanto che Edward lo esortò: «È solo che...?»
«Niente. Pensiamo all’EvoPrix di Le Mans che scatterà tra poche ore.»
«Speriamo che vada tutto bene, senza i Ghost Driver.»
«Ci sono comunque due Replacement» obiettò Oliver.
Edward rimarcò: «Abbiamo ipotizzato che, diversamente dai Ghost Driver, questi vengano programmati per somigliare a delle persone vere. Nel Replacement di Ivana, potrebbe esserci addirittura qualcosa di Selena, grazie all’app che studiava il suo modo di essere... A proposito, non mi hai più detto del tuo smartphone.»
«Era tutto a posto. Non sono mai stato spiato, almeno io, secondo il tecnico che l’ha esaminato.» Oliver rifletté sulla considerazione di Edward. «Quindi, siccome imitano persone umane, sarebbero meno propensi a commettere follie in pista?»
«Me lo auguro.»
«E fuori?»
«Cosa vuoi dire?»
«Il Replacement di Corvin ti ha aggredito, sette anni fa. Pensi che, su questo aspetto, ci sia stato qualche miglioramento?»
«Me lo auguro, altrimenti potrei iniziare a pensare che...»
Oliver attese che Edward terminasse la frase, ma non successe. Non ebbe la forza di domandargli che cosa intendesse, ma non poté trattenersi dal formulare un pensiero agghiacciante: le luci che si abbassavano, Ivana Blaze che usciva dalla sala, rientrava, faceva un giro ignorando tutto e tutti, usciva di nuovo, rientrava...

***

Diversamente da quanto accadeva sette anni prima, il Replacement non avrebbe preso parte al post-gara. Era troppo rischioso. Christine Strauss non avrebbe mai accettato di esporsi a una simile scommessa. Anche in casa Pink Vertigo doveva avvenire la stessa cosa. La vera Ivana Blaze, con i capelli in disordine, l’aria accaldata e il trucco sbavato si presentava alle interviste o, all’occorrenza, sul podio. Eccetto il particolare del trucco, Remy era chiamato a fare la stessa cosa. L’unico momento critico era quello in cui doveva avvenire lo scambio, in cui doveva prendere il posto del Replacement.
Dopo un acceso duello proprio con la Blaze, quest’ultimo andò a parcheggiare al parc fermé. Remy lo guardò sul monitor, in uno stanzino ben riparato e lontano da occhi indiscreti. Solo Christine Strauss poteva entrare e gli accordi erano che potesse farlo in qualsiasi momento.
La porta si spalancò all’improvviso.
«Tocca a te, Remy.»
Era già pronto. Si era ribaltato una bottiglia d’acqua in testa, per dare l’impressione di avere i capelli sudati. Si allacciò la tuta e si apprestò a infilarsi il casco.
«Hai l’aria un po’ sconvolta» osservò Christine.
«Meglio così» ribatté Remy. «Sembra quasi che abbia davvero preso parte alla gara.»
Christine annuì.
«Direi proprio di sì. Sei credibile ed è questo che conta.»
Remy si sforzò di sopportare. Presto quella serata maledetta sarebbe finita. Non proprio presto, a dire il vero, dato che doveva salire sul podio, prendere parte alla conferenza stampa e poi alle successive interviste. Sarebbe durata ancora diverse ore, ma quantomeno il peggio era passato. Poteva essere se stesso, o almeno provarci.
Cercò di calarsi nel personaggio. Aveva combattuto un intenso duello con Ivana Blaze. Erano stati i migliori in pista, erano riusciti a staccare gli avversari e, nella loro lotta, erano sempre stati corretti. In realtà, se doveva essere del tutto sincero, entrambi si erano spinti un po’ troppo oltre, in certi momenti, ma le corse erano sempre state così e non era opportuno sconvolgersi.
Ivana Blaze l’aveva battuto con merito. Dopo una serie di sorpassi e controsorpassi, l’aveva superato in maniera definitiva nel corso del penultimo giro. Remy non era riuscito a reagire e aveva dovuto accontentarsi della seconda posizione. Precedeva comunque di parecchio Dylan McKay, che aveva dovuto accontentarsi di un terzo posto senza mai averli impensieriti.
Prendere il posto del Replacement non fu difficile. Non fu difficile nemmeno per Ivana Blaze, dato che Remy se la ritrovò di fronte. La guardò sfilarsi il casco, sciogliere la coda bassa e lasciare liberi i capelli biondi.
«Complimenti, Corvin» gli disse. «Sei stato un avversario difficile da battere.»
«Complimenti anche a te» rispose Remy. «Ti sei meritata questa vittoria.»
Sorridevano entrambi, ma Remy recitava ed era sicuro che per Ivana fosse la stessa cosa. Erano entrambi bravi a calarsi nella parte, quando erano davanti alle telecamere. Dentro di sé, Remy urlava. Era certo che anche la Blaze stesse urlando. Cercava di comportarsi in maniera naturale, sul podio. Cercava di rispondere senza insicurezze alle domande che le venivano poste in conferenza stampa.
Prima che potesse allontanarsi, Remy le chiese se potesse seguirlo. Aveva bisogno di parlare con lei per un attimo, le disse. Ivana Blaze non si oppose. Remy si assicurò che nessuno dei due potesse vederli.
Quando ritenne di essere abbastanza sicuro, la guardò negli occhi e affermò: «So cosa ti hanno fatto.»
«Di cosa parli?»
Ivana cercava di bluffare, ma Remy non glielo avrebbe permesso.
«Ti prego, non fingere con me. Siamo nella stessa situazione.»
Bastò poco per renderla indifesa e costringerla ad aprirsi.
«No, non siamo affatto nella stessa situazione.»
«Io non sono più nessuno» replicò Remy. «Mi ero ritirato, ormai.»
«Ti eri ritirato, potevi rimanertene a casa, invece sei venuto a cacciarti in questo casino.» Ivana lo fissò con fermezza. «Non siamo nella situazione proprio per niente.»
«Io ho una reputazione da difendere, tu una carriera da salvare. Così come io non posso parlare perché perderei la stima dei miei sostenitori, tu non puoi farlo, perché gli sponsor ti abbandonerebbero e non saresti mai più in grado di trovare un ingaggio.»
«Questa è solo la tua versione dei fatti.»
Remy obiettò: «Perché? Non è davvero così?»
Ivana abbassò lo sguardo.
«Sono nelle sue mani.»
«Anch’io sono nelle mani di chi ha ideato questo progetto» cercò di rassicurarla Remy. «Sono come una pedina su una scacchiera e...»
Ivana lo interruppe: «Beato te, se sei nelle mani di chi ha ideato il Progetto Evolution. Io sono in quelle del Replacement e, te lo assicuro, non c’è niente di peggiore.»
«Che cosa significa?» obiettò Remy. «È solo un androide.»
Ivana Blaze gli voltò le spalle.
«Se dici che è “solo” un androide, è perché non sai di che cosa sia capace.»
Se ne andò, ormai proiettata verso le interviste. Remy cercò di seguirla senza esitare, ma non gli fu facile. Una visione raccapricciante lo distolse dalla Blaze, dalla sua vittoria, dai Replacement e alle sue sibilline parole. Non aveva idea di che cosa la sua avversaria avesse voluto affermare, ma perse d’importanza, quando nel suo campo visivo apparve Annabelle accanto a Oliver Fischer.

***

«Ti va di proseguire la serata insieme?»
«Sono già stanco e non è ancora ora di andare via.»
«Allora vuoi proprio insistere a fare di tutto per convincermi che mia madre ha ragione, su di te.»
Oliver avvampò. Era già capitato, in passato, che Annabelle facesse allusioni al modo in cui Veronica Young lo definiva, ma era capitato prima che tra di loro ci fosse alcun tipo di coinvolgimento emotivo.
Si limitò ad affermare: «Preferisco di no. Ti ringrazio per l’invito.»
Annabelle annuì.
«Capisco.»
«Che cosa capisci?»
«Che non ti piaccio.»
«Non è così» obiettò Oliver. «Tu sei una bellissima donna e non posso negare di trovarmi bene con te, ma...»
Annabelle lo interruppe: «Non è abbastanza?»
«Non è che non sia abbastanza» replicò Oliver, «è che non sono sicuro di sentirmela.»
«Eppure ieri è stato tutto così facile.»
«Per te.»
Annabelle sbuffò.
«Hai parlato con Edward Roberts e ti ha detto di lasciare perdere, vero? Se non si fosse sposato due volte, arriverei ad azzardare che non abbia nemmeno idea di come si faccia a fare sesso.»
Oliver replicò: «Non chiedo consigli a Edward su come gestire la mia vita sessuale, se è questo che temi. È solo che... conosci la mia situazione.»
«Sì, la conosco» ammise Annabelle, «ma non mi sembra che ieri fosse diversa, né che lo fosse a carnevale. Quanto sarebbe bello se cercassi di non complicare troppo le cose.»
«Non sto complicando nulla» si difese Oliver. «Purtroppo non sono in grado di darti quello che desideri. Non posso negare che mi dispiaccia. Sarebbe tutto più facile, se riuscissi a lasciarmi andare.»
«Va bene» si arrese Annabelle. «Rispetto la tua volontà. Se mai dovessi cambiare idea, però, chiamami.»
Oliver confermò: «Nel caso, ti chiamerò.»
Annabelle sorrise.
«Mi fa piacere sentirtelo dire, ma immagino che sia l’unica cosa che mi farà piacere. È facilmente prevedibile che non mi chiamerai.»
Oliver non trovò la forza di replicare. La guardò allontanarsi. Rimase da solo per qualche istante a ripensare all’incontro della sera precedente. A meno di ventiquattro ore di distanza gli sembrava così surreale. Non riusciva a spiegarsi come fosse stato capace di abbandonarsi completamente ad Annabelle Vincent. Aveva ragione Edward, avrebbe fatto meglio a starle lontano.
Si incamminò, pronto a raggiungere il resto della squadra. Non si accorse di Remy Corvin che si dirigeva verso di lui finché questo non lo afferrò per un braccio e gli sbarrò la strada.
«Ti devo parlare, Fischer.»
«Non dovresti essere all’incontro con i media?» gli domandò Oliver.
«Tu, invece, non dovresti essere a lavorare, invece di importunare le donne con cui lavori?» replicò Remy.
«Importunare?» ripeté Oliver. «Ti pare che io sia uno che importuna le colleghe?»
«Ti ho visto con Annabelle.»
«Esatto, mi hai visto con Annabelle. Stavamo parlando. Nessuno importunava nessuno.»
«Sono tutte scuse, Fischer» insisté Remy. «Se pensi che la tua aria da ragazzo innocente possa ingannarmi, ti sbagli di grosso. Devi stare lontano da Annabelle.»
Con uno strattone, Oliver si liberò della sua stretta.
«Tu, invece, dovresti imparare a rapportarti con le persone, Corvin. Mi viene da pensare che tu non sia veramente in te. Forse, a forza di farti sostituire dal Replacement, non sei più in grado di capire come si comportano gli esseri umani. Non è colpa tua, se ti hanno fatto il lavaggio del cervello, ma di certo non sei più in grado di comprendere certe dinamiche.»
«Non stiamo parlando di me, ma di te» replicò Remy. «Stai lontano da Annabelle, altrimenti ti distruggo.»
«Se credi di spaventarmi, ti sbagli di grosso. Io parlo con chi mi pare e frequento chi mi pare. La stessa cosa immagino che valga anche per Annabelle... ma forse non te ne frega niente di quello che pensa lei. Del resto, hai preferito una carriera fasulla al suo amore.»
«Non sai un cazzo di me e di lei, Fischer! Non ti permettere di...»
Oliver lo interruppe: «Se tu non fossi venuto qui a sputarmi addosso le tue assurdità, non mi sarei mai permesso di venire a giudicare la tua vita privata. Ognuno ha quello che si merita.»
«Nel tuo caso, ti meriti di essere fatto a pezzi.»
Pronunciando quelle parole, Remy scattò verso di lui, lo afferrò per il collo e lo strattonò.
«Ehi, calmati, Corvin!» esclamò una voce alle spalle di Oliver.
Remy parve colto di sorpresa. Lo lasciò andare.
«Non finisce qui, Fischer» affermò, prima di allontanarsi. «Se non stai lontano da lei, ti ammazzo!»
Edward Roberts, sbucando al fianco di Oliver, attese che Corvin se ne fosse andato.
«Che cosa stai combinando, Fischer?» domandò, in tono accusatorio.
«Non sto facendo niente» rispose Oliver. «Non è certo colpa mia, se mi tocca ascoltare i deliri di Corvin!»
«Di cosa parlava? Anzi, di chi parlava?»
«Perché me lo chiedi? Lo sai benissimo.»
Edward convenne: «Lo so benissimo, e mi pare di averti detto come la penso soltanto poche ore fa.»
Oliver mise in chiaro: «È stata Annabelle a venire a parlarmi. Mi ha chiesto se volevo passare le prossime ore insieme a lei. Ho gentilmente declinato perché non me la sentivo. Remy ci ha visti e, a quanto pare, ha iniziato a farsi dei film.»
«Mhm.»
«Cosa c’è? Non mi credi, Roberts?»
«Ti credo, ti credo» rispose Edward. «Cerca di non metterti nei guai.»
«Non è mia intenzione, almeno da questo punto di vista» gli assicurò Oliver. «Prima che tu me lo chieda, non ho nemmeno intenzione di cambiare idea: non raggiungerò Annabelle, quando sarà ora di andare via.»
«Io sto già andando via» lo informò Edward. «Se vuoi, quando hai finito, possiamo incontrarci.»
«Ivana Blaze non ha più bisogno di te, adesso che ha vinto il suo primo EvoPrix?»
«Non fino a domani mattina. Ha un appuntamento importante con uno sponsor e vuole che la accompagni. Me lo chiede da giorni. Ovviamente ho accettato, anche se, lo ammetto, mi sento un po’ a disagio.»
«Perché?»
«Perché so bene che non ha davvero vinto questa gara, eppure dovrò fingere che sia andata davvero così.»
Oliver cercò di incoraggiarlo: «Resisti ancora un po’. È meglio così.»
«Lo so» confermò Edward. «So bene che non possiamo fare niente, adesso, ma non sono sicuro di essere in grado di recitare questa parte a lungo. Finché la Blaze non era nessuno, potevo cavarmela, ma adesso è tutto diverso.»
«Andrà tutto bene, Roberts» insisté Oliver, anche se non ne era affatto sicuro. «Ci vediamo più tardi. Quando lascio il circuito, ti faccio sapere.»
«Va bene, chiamami. Ti aspetto a qualsiasi ora.» Edward sorrise. «In realtà no. Se vedi di fare troppo tardi, è meglio se te ne vai a letto.»
«Cercherò di non fare troppo tardi» gli assicurò Oliver, prima di salutarlo e di allontanarsi.
Passò le due ore seguenti a rispondere, a intermittenza, a domande degli esponenti dei media. Si limitò a ripetere, senza mai azzardarsi ad aggiungere un proprio pensiero, le frasi fatte che Walter De Santis aveva confezionato per lui - o per meglio dire, quelle che Veronica Young aveva confezionato su incarico del team principal.
Il suo ruolo di addetto stampa gli consentiva di mantenere un tono molto sobrio e pacato. Non mostrò alcuna eccitazione per la prima vittoria di Ivana Blaze, ma era ragionevolmente convinto che nessuno avesse notato la sua mancanza di partecipazione per quello che, sulla carta, era un grande risultato.
Era ormai tarda serata, quando poté lasciare il circuito. Si avviò verso l’uscita, da solo, sotto le luci fioche. Era ancora lontano, ed era ancora solo, quando udì una voce alle sue spalle.
«Fermati, Fischer.»
Riconobbe l’accento di Corvin. Non pensava fosse ancora in giro, ma sopratutto non pensava che lo stesse cercando.
«Cosa vuoi?» gli chiese, senza girarsi a guardarlo e continuando a camminare.
«Ti ho detto di fermarti» gli ordinò Remy Corvin, una strana tonalità metallica nella sua voce.
Oliver si sentì afferrare per un braccio, con forza. Raggelò, quando Corvin lo forzò a voltarsi.
Cercò di arretrare, ma l’altro lo trattenne.
«Stai lontano da lei, altrimenti ti ammazzo!» esclamò, con voce metallica, prima di colpirlo in pieno volto.
Oliver stramazzò a terra, mentre Corvin inveiva contro di lui.
Avvertendo il calore di un fiotto di sangue che gli colava giù dal naso, tentò di alzarsi, ma Remy gli sferrò un calcio sul fianco sinistro, sbattendolo di nuovo al suolo.
Mentre Oliver ansimava, gli fu addosso, con la sua stretta metallica e artificiale. Quello non era Corvin, era il suo Replacement. Doveva essere venuto a finire il lavoro che Remy aveva lasciato a metà.
Oliver cercò di spingerlo da parte. Chissà come, riuscì ad allentare la presa del Replacement. Non gli servì a molto. Non aveva possibilità di fuga. Era sotto il controllo di un androide a conoscenza delle emozioni di Remy Corvin, ma privo di una coscienza umana.
Il Replacement lo colpì di nuovo. Oliver si ritrovò ancora una volta a terra, ormai inerme. Il suo avversario artificiale continuò a prenderlo a pugni, incurante del fatto che fosse ormai immobile e che i sensi lo stessero abbandonando.
Doveva avere sentito le minacce che il vero Corvin gli aveva rivolto - forse lo spiava, ascoltandolo tramite il telefono? - ed essere intervenuto per quella ragione. Prima che tutto diventasse nero, Oliver tornò al pomeriggio della presentazione della Pink Vertigo: Ivana Blaze che litigava con Candy Martini, questa che non scendeva al piano di sotto, un tonfo, mentre tutti erano nella sala, Shinji Nakamura e il suo manager che affermavano, invece, di avere intravisto una donna con i capelli biondi salire al piano di sopra...
Ivana era uscita dalla sala, dopo avere parlato con Oliver. Era rientrata, senza prendere in considerazione nessuno dei presenti. Era uscita di nuovo e, quando era rientrata, era di nuovo la ragazza solare di poco prima.
Mentre il falso Remy Corvin gli stringeva il collo talmente forte da fargli mancare il respiro, Oliver seppe per certo chi avesse ucciso Candy Martini. A quel punto, il buio si impadronì di lui.
Il suo ultimo pensiero fu: “sto per morire”.



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