martedì 9 giugno 2026

L'Eta della Ruggine // blog novel sul motorsport thriller sci-fi: capitolo 15/19

EVOLUTION X

Le sei del pomeriggio erano passate da pochi minuti, quando il campanello suonò. Selena ripose il vecchio cellulare che Edward aveva ricevuto da Oliver Fischer. Seduta sul divano, aveva ingannato l’attesa provando a fare una partita a Sky of Danger. Si alzò in piedi e andò ad aprire la porta, dopo essersi accertata che il visitatore fosse proprio Fischer.
Udendo i suoi passi lungo le scale, il cuore prese a rimbalzarle nel petto. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta in cui l’aveva visto dal vivo e, nell’unica videochiamata che aveva fatto con lui dopo l’aggressione da parte del Replacement di Remy Corvin, le sue condizioni le erano sembrate pietose. Quando Oliver si presentò sul pianerottolo, Selena lo trascinò dentro, prima di stringerlo in un lungo abbraccio.
«Che piacere rivederti» mormorò, stringendolo a sé con forza.
Oliver ricambiò la stretta e, per qualche istante, rimasero aggrappati l’uno all’altra come una cosa sola.
Indietreggiando, Oliver richiuse la porta. Rimasero a fissarsi. Selena allungò la mano destra, sfiorando con la punta delle dita il segno che Fischer aveva sul collo. La pelle appariva arrossata. Con l’altra mano, Selena gli accarezzò il sopracciglio destro, sul quale era ben visibile uno sfregio sottile.
«Stai bene?» sussurrò.
Oliver sorrise.
«Sto bene.»
Selena si allungò verso di lui. Con le labbra gli sfiorò il graffio, prima di andare a deporgli un rapido bacio anche sul collo.
«Mi sono spaventata tanto per te.»
«Tutta colpa di Roberts» ribatté Oliver. «Non avrebbe dovuto scendere così nel dettaglio. A proposito, dov’è?»
«È sceso a fare due passi. Mi aveva detto che sarebbe tornato alle diciotto in punto. Immagino che sarà qui a momenti.»
«Quindi ho rischiato seriamente che non ci fosse nessuno ad aprirmi la porta?»
«Ci sono io, a dire il vero.» Selena guardò Oliver, mentre si toglieva la camicia a quadri, rimanendo in maglietta a mezze maniche. Anche su un braccio aveva ancora i segni dello scontro. «Aspetta, fammi vedere.»
Oliver azzardò: «Vuoi darmi un altro bacio?»
Selena replicò: «Perché no? Quando mia figlia si fa male, le dico sempre che, con un bacio, guarisce prima.»
«Speriamo che funzioni, allora.» Oliver alzò il braccio, affinché fosse raggiungibile dalle sue labbra. «Mi auguro che non mi rimangano cicatrici permanenti... anche se temo che succeda.»
Selena gli sfiorò una guancia con le dita, per poi salire e passare tra i suoi capelli.
«Servono altri baci, Fischer?»
Oliver alzò la maglietta.
«Forse qui.»
Selena rabbrividì, mentre l’amico le mostrava le tracce di una ferita più profonda. Si inginocchiò a terra e posò il volto sul fianco sinistro di Oliver, cingendolo a sé. Quando Fischer ne approfittò per scompigliarle i capelli, Selena si lasciò andare a una risata e si tirò indietro. Alzandosi di nuovo in piedi, gli intimò: «Non permetterti mai più!»
Oliver ribatté: «Tu fai sempre la stessa cosa.»
Selena gli strizzò un occhio.
«Infatti io posso continuare a farlo.»
«In base a cosa ti è concesso questo privilegio?»
«In base al fatto che, se io e te fossimo una coppia dal punto di vista erotico, io sarei quella che tiene la frusta in mano e tu quello che tiene il culo all’aria.»
Oliver obiettò: «Questo, se permetti, sarebbe da vedere, mia cara fata degli Unicorni. Anzi, spero che Roberts ti abbia rimessa in riga, di recente.»
Proprio in quel momento, una chiave entrò nella toppa. Pochi istanti più tardi, Edward si trovava insieme a loro.
«Scusami il ritardo, Fischer. Ho perso la cognizione del tempo.»
«Non fa niente. Stavo giusto chiedendo a tua moglie come procedesse la vostra vita sessuale, ma non ho ricevuto risposta. Spero che Selena si sia comportata come più si addice a una dolce fatina.»
Selena sbottò: «Tieni la bocca chiusa, Fischer! Penso che tu abbia già parlato anche troppo. Non mi hai neanche lasciato il tempo di dirti che stavo giocando a Sky of Danger.»
«Non importa, tanto voglio sfidare tuo marito, non te.» Oliver si rivolse a lui: «A proposito, Roberts, ti sei esercitato ultimamente?»
«Ho avuto altro da fare» replicò Edward. «È stato un periodo complicato, come puoi tranquillamente immaginare. Penso che Ivana abbia serie difficoltà a reggere la situazione che si è generata dopo Le Mans.»
«Per la vittoria?»
«Non si parla che di lei. Di colpo, l’Evolution Grand Prix Series ha iniziato a essere considerata una delle serie open wheel più importanti al mondo. Il risultato dell’EvoPrix di Le Mans viene paragonato alla vittoria di Tina Menezes al Gran Premio di Las Vegas.»
«Con la differenza che Tina aveva davvero vinto, ed è perfino stata criticata perché il risultato è arrivato approfittando di circostanze favorevoli.»
«Lo so, Fischer, ma il resto del mondo non lo sa. Gli appassionati sono genuinamente convinti che al volante ci fosse Ivana Blaze e che i suoi insuccessi passati siano arrivati a causa di circostanze sfavorevoli, oppure di vedere e proprie discriminazioni nei suoi confronti.»
Oliver affermò, con amarezza: «Ormai la narrativa ha preso il sopravvento su tutto. Non riusciremo a liberarci tanto facilmente della totale assenza di senso critico, nemmeno di fronte al fatto compiuto.»
Selena obiettò: «Il fatto compiuto è proprio la vittoria della Blaze. Non è che il pubblico se ne freghi del fatto che non sia avvenuta davvero. Semplicemente, il pubblico non lo sa. Sono la prima a lamentarmi del fatto che basti un post per rendere vero qualcosa che non lo è, ma qui non abbiamo solo un post, abbiamo una vera e propria opera di falsificazione della realtà. Anche se la stessa Ivana arrivasse ad affermare che non c’era lei alla guida, una buona fetta del pubblico non le crederebbe. Sosterrebbe che è stata costretta a negare il proprio successo.»
«Non hai tutti i torti» ammise Edward, «e penso che Ivana stia iniziando a rendersene conto.»
«Pensi che voglia parlare?»
«No, è troppo spaventata.»
Oliver obiettò: «Però, prima o poi, qualcuno lo farà al posto suo.»
«Ah, sì?» replicò Edward. «Per caso sai qualcosa di cui non sono al corrente?»
Oliver lo guardò con aria innocente.
«No, perché dovrei?»
Edward insisté: «Che cos’hai fatto in questi ultimi venti giorni?»
«Me ne sono stato tranquillo a casa - quella che tu hai definito la mia vera casa - a fare ricerche sui fratelli Redgrave. Sai, Edward, credo che dovresti parlarne di più. Non è da tutti avere avuto ben due prozii protagonisti delle corse automobilistiche degli anni Cinquanta. Tra l’altro, la strada di Robbie si è anche incrociata con quella di Vittoria Montevecchio, che rimane una figura molto affascinante.»
«Non mi stupisce che tu dica questo. Di recente è stata definita come una “Tina Menezes degli anni Cinquanta”.»
«Purtroppo non posso valutarlo» replicò Oliver. «Si sa davvero troppo poco di lei, così come della sua morte misteriosa. Pare che il segretario di Robbie Redgrave sia stato fortemente sospettato di averla uccisa, anche se non vi è mai stata un’accusa formale nei suoi confronti. Il fatto che si sia dato alla macchia, facendo perdere le proprie tracce, non parla esattamente a suo favore... sempre ammesso che non sia stato ammazzato anche lui e che il suo cadavere non sia stato occultato.»
«Ti vedo molto preso da questa vicenda» osservò Edward. «Meglio così. L’ho detto: occupati di fatti accaduti più di settant’anni fa e vedrai che non ti metterai nei guai. E adesso vieni a sederti. Le fate degli Unicorni non mi sembrano molto ospitali, dato che sei ancora in piedi.»
Si accomodarono intorno al tavolo della cucina. Selena chiese a Oliver che cosa avesse fatto, nei momenti in cui non si stava occupando di Ted e Robbie Redgrave. Fischer parlò a lungo di suo figlio Mirko, che cresceva a vista d’occhio, e di Dalila, che proprio il giorno precedente aveva compiuto trentanove anni.
«Avete festeggiato insieme?» si interessò Edward.
Oliver gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Non permetterti di fare allusioni sgradevoli.»
«Non mi sembrano allusioni sgradevoli, a dire il vero» fu la secca replica di Edward. «Non starai ancora pensando ad Annabelle Vincent.»
«Di certo Annabelle Vincent non sta pensando a me» affermò Oliver. «Non si è mai fatta viva.»
«Questa è la conferma che non è la donna giusta per te.»
«Non ho mai pensato che lo fosse.»
«Però ti sei lasciato trasportar-...» Edward si interruppe. «Per caso avete sentito una notifica?»
«Forse è il mio smartphone» azzardò Selena. Si alzò per andare a controllare. «Aspettavo che Jean-Marc Duval mi scrivesse per stasera.» In realtà, le aveva mandato un messaggio, ma diverse ore prima: risultava ricevuto alle 14,17 e, in quel momento, erano esattamente le 18,30. Il suono appena udito dipendeva dal fatto che, secondo i parametri del suo telefono, era importante avvisarla che esisteva una nuova versione in prova di una app che non usava da mesi. «Mi chiede se possiamo incontrarci alle dieci.»
Oliver rispose, senza perdere tempo: «A me va bene.»
Edward obiettò: «Sei proprio sicuro di volere venire con noi? Non sei ancora in piena forma e...»
Oliver lo interruppe: «Credo di essere in grado di stare seduto su un divanetto. Sono certo che il signor Duval abbia cose molto importanti da raccontarci.»
«Io, invece» replicò Edward, «non sono altrettanto certo che ce le voglia raccontare. Ha accettato di vedere la mia signora, ma non sono affatto sicuro che gradisca la nostra presenza.»
Selena tornò a sedersi.
«Se gli piace fare il guardone, basterà accennare qualche scena esplicita davanti a lui e si scioglierà.»
«Questa è una buona ragione per cui Fischer non dovrebbe venire» puntualizzò Edward. «La serata potrebbe finire molto male.»
«Dipende tutto da te, Roberts» obiettò Oliver. «Io non ho alcuna intenzione di farla finire male. Se tu dovessi farti delle assurde fantasie, invece...»
Selena mise a tacere entrambi: «Basta così, smettetela di litigare per me prima ancora che sia accaduto qualcosa. Cercheremo di non comprometterci troppo, ma dobbiamo essere pronti a spingerci al di là di ciò che ci dà sicurezza. Da parte mia, posso cercare di fare colpo su di lui con altre argomentazioni, ma non sono sicura che servirà. Jean-Marc Duval non mi sembra esattamente il tipo a cui puoi chiedere se preferiva il Gran Premio degli Stati Uniti Ovest a Long Beach o il Gran Premio degli Stati Uniti Est a Detroit.»
«Gran Premio degli Stati Uniti Ovest tutta la vita» affermò Oliver. «Quello di Long Beach era un bel circuito, diversamente da quello di Detroit.»
Selena sorrise.
«Condivido pienamente la tua scelta, visto che sono nata esattamente una settimana dopo il Gran Premio di Long Beach.»
«Potresti raccontarlo a Duval» suggerì Edward, «o magari fargli credere di essere nata proprio il giorno stesso del gran premio.»
«Potrei provarci, ma non funzionerà» insisté Selena, «quindi direi di non farci cogliere impreparati. Come ho già detto, dobbiamo essere pronti a spingerci oltre. Immagino che vi sia chiaro il concetto di “essere pronti”.»
«So cosa significano queste parole» convenne Oliver, «ma non ho idea di che cosa tu ci stia chiedendo.»
«Non possiamo farci cogliere impreparati» mise in chiaro Selena. «Non siamo un vero threesome.»
Edward ridacchiò.
«Su questo ho qualche dubbio.»
«Va bene, platonicamente siamo un threesome, ma non abbiamo rapporti a tre» affermò Selena. «Dobbiamo definire con chiarezza che cosa siamo disposti a fare e che cosa no. Dobbiamo essere più sensuali che possiamo, facendo sul serio il meno possibile. Dobbiamo studiare posizioni che facciano al caso nostro, decidere come vestirci...»
«Addirittura?» azzardò Edward. «Non sarà esagerato?»
Selena rimase ferma sulla propria posizione: «No, per niente. Metti che Oliver indossi una camicia e che abbia la cravatta. Mi basterà togliergli la cravatta, sbottonargli la camicia e fargli un paio di carezze per convincere Duval che sono pronta a fare chissà che cosa. In realtà non avrò fatto nulla che abbia un significato erotico, per noi.»
«Non ho portato cravatte con me. Le poche che ho, sono nella mia “vera casa”.»
«Puoi sempre andare a comprarne una.»
«Temo che i negozi siano chiusi. Ti è chiaro il concetto di “Bank Holiday”?»
«Sì, mi è chiaro, ma sono sicura che si possano trovare negozi aperti anche in un giorno festivo. In alternativa, soluzione più semplice, puoi farti prestare una cravatta da Edward... a meno che mio marito non ti abbia emulato, lasciandole tutte a casa. Però sono abbastanza sicura che ne abbia almeno una con sé. Potrebbe sempre capitare di dovere prendere parte a un evento importante.»
Edward confermò: «Ne ho una e, se qualcuno deve indossare per forza la cravatta, non intendo prestarla a Fischer.»
Selena sbuffò.
«Che guastafeste!»
«Io non mi offendo di certo» puntualizzò Oliver. «Ne avrei fatto volentieri a meno anche quando mi sono sposato.»
«E va bene, niente cravatta» concesse Selena. «Sbottonarti la camicia sarà più che sufficiente. Mi raccomando, Fischer, niente canottiera o T-shirt sotto... e la camicia non a quadretti. Siamo in un locale di gran classe, non in un’osteria frequentata da contadini.»
Edward intervenne: «Sul locale di gran classe, se permetti, avrei qualche dubbio.»
Selena lo ignorò. Alzandosi in piedi, li esortò: «Venite con me.»
«Dove?» obiettò Oliver.
Selena rispose: «Dobbiamo provare qualche posizione credibile. Stasera potremmo scoprire qualcosa di importante, se giochiamo bene le nostre carte. Non vi permetterò di mandare tutto in vacca per mancanza di preparazione.»
Edward obiettò: «Non è la tua indagine, è la mia.»
Oliver replicò: «La nostra, mia e tua.»
«Venite con me» li esortò Selena, incurante della loro inopportuna polemica. «Dobbiamo imparare a fingere di essere un threesome.»

***

La casa di Ivan Blazevic, all’interno, era proprio come Veronica la immaginava. La sensazione di familiarità non derivava dal fatto che, molto probabilmente, fosse stata immortalata in qualche servizio fotografico pubblicato su riviste di gossip, dato che non si era mai dedicata a quel tipo di letture. L’eleganza vintage si confondeva con la modernità: l’abitazione stessa era lo specchio di Blazevic.
Ivan la aspettava per le nove e mezza. Veronica era arrivata in lieve anticipo e aveva atteso pazientemente fuori dal portone, suonando il campanello proprio all’orario esatto nel quale era attesa.
Ivan Blazevic non era solo. C’era la figlia, insieme a lui. Veronica li seguì in soggiorno, dove la invitarono a sedersi insieme a loro. Ivana Blaze sembrava non avere alcuna intenzione di parlare. Teneva lo sguardo basso, come se non tollerasse la presenza di altre persone. Fu Blazevic a mettere fine a quello che rischiava di divenire un imbarazzante silenzio.
«Come è potuto succedere?»
Forse, valutò Veronica, era meglio un imbarazzante silenzio a una conversazione interessante.
Nonostante avesse ben chiaro dove Ivan volesse andare a parare, gli domandò: «Di cosa parli?»
«Della gara a Le Mans.»
«Ottimo lavoro, da parte di tua figlia. È stata molto brava.»
Ivan Blazevic le scoccò un’occhiata di fuoco.
«Sai benissimo come è stato possibile.»
«Allora» ribatté Veronica, «perché lo chiedi a me? Mi hai appena chiesto come sia successo, ma la verità è che lo sai benissimo. Immagino che Ivana ti abbia raccontato tutto.» Si rivolse alla Blaze. «Tu non hai niente da dire?»
La ragazza alzò gli occhi.
«Che cosa dovrei dire?»
«Non lo so, magari che hai finalmente realizzato il tuo sogno e che sei contenta di essere diventata una dei piloti che contano.»
«Non mi aspettavo di vincere.»
Veronica ribatté, sprezzante: «In effetti, viste le tue performance, non deve avere mai fatto parte della tua mentalità. Già arrivare tra i primi dieci doveva apparirti come qualcosa di mistico.»
Ivan Blazevic sussultò.
«Sei venuta qui per insultare mia figlia?»
«In che modo l’avrei insultata, di grazia?» ribatté Veronica. «Sappiamo entrambi che Ivana non ha il benché minimo talento come pilota di open wheel. Forse, se avesse avuto un minimo di saggezza, o se l’avessi avuta tu, avrebbe scelto di andare a correre in un’altra categoria, dove non sembrasse totalmente fuori luogo. Invece no, ha voluto insistere, anche per colpa del suo vecchio management, con il risultato che è sempre sembrata totalmente incapace. Ha corredato il tutto con pianti e lamentele, per conquistare il cuore di un fanbase che la ritiene una povera vittima di un sistema corrotto. È tutto molto commovente, non lo metto in dubbio. Il problema è che, se fai di insuccesso, pianti e lamentele il tuo punto di forza, devi continuare a percorrere quella strada: insuccesso, pianti, lamentele, insuccesso, pianti, lamentele, insuccesso, pianti, lamentele... Invece no, c’era il Progetto Evolution da inseguire. Ivana avrebbe dovuto sottrarsi a un corteggiamento pericoloso, o almeno avresti dovuto essere tu ad allontanare da lei chi voleva sfruttarla. Non l’avete fatto, incoraggiati dal suo vecchio management. Vi siete buttati a capofitto nel più corrotto dei sistemi corrotti.»
«Era un’alternativa» affermò Ivana. «L’Evolution Grand Prix Series è un campionato di un certo rilievo. Non avrei mai avuto un’occasione simile.»
«Ci credo che non l’avresti avuta» replicò Veronica, «e mi verrebbe da dire grazie al cielo! Non saprei dire se tu abbia davvero creduto di essere una vittima del sistema, ma ti assicuro che ho visto tanti piloti di infimo livello e tu appartieni senza ombra di dubbio a quel nutrito gruppo. I tuoi pianti da ragazzina innocente ti hanno permesso di prolungare la tua carriera molto più a lungo di loro, ma questo non significa che meriti alcunché. Anzi, la tua stessa presenza ha portato via il posto a chi se lo meritava davvero. Non...»
Ivan la interruppe: «Veronica, non ti permetto di...»
Veronica non lo lasciò finire: «Sono io a decidere che cosa mi è permesso. Mi sembra inutile continuare a fingere e a girarci intorno. Ivana non vale niente, mettiti il cuore in pace.»
«Questo non ha rilevanza.»
«Invece ne ha.»
«No, Veronica. Siamo qui per parlare di quanto sia diventata pesante la situazione. Il fatto che sia stata mia figlia o meno a vincere quella gara non cambia. È comunque Ivana che ci mette la faccia.»
«Dovevate pensarci prima.»
«Prima non sapevamo fino a che punto avremmo dovuto comprometterci.»
«Non parlare al plurale, Blazevic» gli intimò Veronica. «Tu resti un imprenditore stimato e la gente non fa altro che parlare bene di te, perché non sei mai stato protagonista di scandali e perché ogni anno corrispondi un buon premio di produzione ai tuoi dipendenti.»
«A dire il vero» obiettò Ivan, «la gente ha smesso di parlare bene di me.»
«Sì, c’è la faccenda di Candy, ma sta già iniziando a catalizzare un po’ meno l’attenzione.»
Non appena Veronica ne menzionò la madre, Ivana Blaze iniziò a tremare visibilmente.
«Veronica, ti prego, smettila» la supplicò Ivan Blazevic. «È vero, abbiamo sfruttato il fatto che Ivana fosse una ragazza per questioni di marketing, ma non siamo mai stati animati da cattive intenzioni. Ivana è come me: ama le corse. Si è sempre resa conto di non avere il talento naturale di certi suoi avversari, ma ha voluto comunque inseguire un sogno. Perché avrei dovuto impedirglielo, se c’era questa possibilità? Il fatto che non sia dotata come altri non significa che tu - la sua manager - possa venire qui a sbatterle in faccia il tuo disprezzo. Ivana non riesce più a reggere la pressione. La vittoria all’EvoPrix di Le Mans è stata devastante, per lei. Ti ho chiamata per chiederti aiuto, non perché le dicessi: “dovevi pensarci prima”.»
«Il fatto che io sia diretta e onesta non significa che io non voglia aiutarla» replicò Veronica. «È il mio lavoro e ti assicuro che lo prendo molto sul serio. Se ti ho detto di non parlare al plurale è proprio perché non sei tu quello che devo aiutare, ma tua figlia. Farle accettare i propri limiti mi sembra il minimo. Purtroppo non ci sono molte soluzioni.» Si rivolse alla Blaze. «Ascoltami bene, Ivana, perché sto per dirti quello che dovresti fare se fossi una persona saggia.»
La figlia di Ivan Blazevic parve ricomporsi almeno quel minimo che bastava per rientrare attivamente nella conversazione.
«Cosa dovrei fare? Ti ascolto.»
«Annuncia il tuo ritiro dall’Evolution Grand Prix Series con effetto immediato. Racconta che le vessazioni che hai subito nel corso degli anni hanno evocato in te un forte sentimento di rivalsa e che, nonostante tu non voglia proseguire una carriera a tempo pieno nel motorsport, hai continuato a correre finché non sei riuscita a dare prova delle tue capacità. Il successo all’EvoPrix di Le Mans ti ha fatto capire che è il momento di dire basta. Il tuo intento è gareggiare saltuariamente in competizioni più di nicchia, per concentrarti sui tuoi studi. Intendi infatti iscriverti alla Facoltà di... a te la scelta.»
«Non posso farlo.»
«Perché no?» obiettò Veronica. «Mi sembra un ottimo modo per uscire di scena.»
«Non voglio mentire pubblicamente» replicò Ivana. «Ho già recitato una parte abbastanza a lungo.»
«Oh, quindi ne eri consapevole.»
«In parte.»
«Posso immaginarlo. Ammettere di non avere abbastanza talento è comunque un passo importante.»
Ivana la pregò: «Trova un’altra strada. Non ce la faccio a prendermi i meriti di un Replacement che ha...» Abbassò lo sguardo. «Che ha...» Si interruppe. «Che...»
«Va tutto bene» la rassicurò suo padre.
«No, non va bene un cazzo» affermò Veronica. «Che cosa stavi insinuando, Ivana?»
«N-niente.»
L’esitazione della Blaze fu sufficiente a comprendere che cosa avesse in mente.
Veronica le domandò: «Sei convinta che ci sia il Replacement dietro l’incidente, vero?»
Ivana alzò gli occhi. Erano sbarrati, il suo volto trasmetteva terrore.
Blazevic azzardò: «Non puoi dire qualcosa di così assurdo, Veronica.»
Inaspettatamente, fu proprio Ivana a confermare: «È stato il Replacement. Ha ucciso mia madre buttandola giù dalle scale.»
«Mi dispiace, Blazevic» concluse Veronica, «ma tutto torna. Shinji e il suo manager hanno affermato di avere visto una donna bionda dirigersi verso il piano di sopra. Non poteva essere Ivana, né l’unica altra donna bionda presente sul posto, Selena Roberts. Erano entrambe nella sala al piano di sotto, quando Candy è caduta giù. Non esistono altre possibilità.»
«Oh, no» insisté Ivan Blazevic. «Non è possibile. Non può essere andata così. Candida era...»
«La donna che amavi?» replicò Veronica. «Non credo proprio.»
«Era la mia migliore amica» affermò Ivan. «Le volevo bene. Era la mia anima gemella, anche se...» Indicò la figlia. «Non mi va di parlarne davanti a lei, perché puoi considerarci fake quanto vuoi, ma una persona gelida come te non sarà mai capace di volere bene a qualcuno. Hai perfino nascosto tua figlia per trent’anni, o poco ci manca.»
«Trentadue» lo informò Veronica, «ed è stata la mia famiglia a costringermi a tacere.» Chiese a Ivana: «Per cortesia, potresti lasciarmi da sola con tuo padre?»
«Dobbiamo parlare del suo futuro!» esclamò Ivan.
«Ne parleremo tra poco» gli assicurò Veronica. «Però hai ragione, mi sembra scortese mandare via Ivana. Vieni fuori con me, piuttosto.»
Senza esitare, Ivan Blazevic la seguì.
Uscirono di casa, si misero proprio davanti alla porta d’ingresso.
«Allora?» le chiese l’imprenditore. «Di che cosa vuoi parlare?»
«Se devo essere sincera, penso che tu abbia già qualche sospetto» affermò Veronica. «Annabelle ha trentadue anni. Vuoi che ti racconti anche di quando è stata concepita?»
«Non vedo perché dovresti.»
«Ero a una festa con il mio ragazzo. Ci annoiavamo. Ce ne siamo andati in anticipo. Ci siamo ritrovati in uno scantinato. Avevamo tutti e due lo stesso desiderio, ma avevamo paura: non l’avevamo mai fatto senza prendere precauzioni. A quell’epoca si parlava tanto di HIV. Il mio ragazzo, però, mi ha fatto notare che non avevamo altri partner e che non correvamo un rischio così grande. L’abbiamo fatto senza preservativo. Non abbiamo preso malattie, ma è arrivata Annabelle.»
Ivan Blazevic la fissò a bocca spalancata.
«N-non è p-possibile.»
«Ti ricorda qualcosa?» lo provocò Veronica.
«Perché non mi hai detto niente?» volle sapere Ivan.
«Perché non avevo scelta» rispose Veronica. «Ho chiuso la nostra relazione. Non mi sembra che ti sia dispiaciuto più di tanto. Ho nascosto la gravidanza più che potevo. Avevo paura che i miei genitori mi costringessero ad abortire. Quando li ho messi di fronte al fatto compiuto, era ormai troppo tardi per prendere in considerazione quell’idea. Diventare madre a diciassette anni era l’ultimo dei miei pensieri, prima di scoprire di essere rimasta incinta. Dopo, però, è stato tutto diverso. Non me ne sono mai pentita, anche se, almeno pubblicamente, non ho mai potuto raccontare di avere una figlia.»
«Come hai potuto non dirmi niente?»
«Non potevo. Ho dovuto fare quello che mi veniva imposto.»
«Allora, ma non hai avuto diciassette anni per tutti i decenni a venire. Ti sei sposata, ti sei allontanata dai tuoi genitori.»
«Mai abbastanza. Mi chiamo Veronica Young, adesso, ma rimango sempre Veronica Vincent. La versione propinata ai media, una volta che nascondere totalmente Annabelle non è più stato possibile, era che fosse la figlia di una cugina deceduta in giovane età. È la stessa storia che Annabelle doveva raccontare quando era bambina: viveva con gli zii di sua madre, perché i suoi genitori erano morti.»
«Davvero non ti ha pesato tutto questo?» obiettò Ivan.
«Non ho detto che non mi abbia pesato.» Veronica si girò, pronta a rientrare. «Torniamo da tua figlia.»
«Non mi dire che, per te, il discorso finisce qui.»
«Perché, cosa vorresti? Fare il padre adesso, a quasi cinquant’anni?»
«Non so cosa vorrei fare» replicò Ivan. «Nessuno ti insegna come devi reagire quando, a cinquant’anni, salta fuori una tua fidanzatina adolescenziale e ti dice che sua figlia è anche figlia tua. Non ti insegnano nemmeno come comportarti quando ti viene detto che tua moglie potrebbe essere stata uccisa da un androide, mentre la gente è scatenata e dice che se stato tu. Quindi, Veronica, spero che mi perdonerai se non reagisco nell’esatta maniera in cui vorresti tu, ma niente di tutto questo è facile per me.»
«Non ho mai preteso che lo fosse, ma questo non cambia le cose: dobbiamo tornare da Ivana. L’hai detto tu stesso che dobbiamo parlare del suo futuro. Per tutto il resto, ci sarà tempo in un altro momento. Non dobbiamo dimenticarci la nostra priorità: tra sette giorni, venerdì prossimo, il Replacement dovrà qualificarsi al posto suo per l’EvoPrix di Montecarlo, se non cambia niente. Ivana è la sola che può cambiare la situazione.»
«Ritirandosi dalle corse e iscrivendosi all’università?»
«Non è necessario che si iscriva davvero all’università, se non lo desidera, ma sarebbe una spiegazione plausibile. Studiare, inoltre, verrebbe visto come segno di emancipazione. La sua decisione non scatenerebbe nemmeno troppe polemiche o teorie del complotto. Devi convincerla tu, Ivan.»
«Come faccio? Le corse sono tutta la sua vita. Per non parlare del fatto che, se ritiene che Candida sia stata uccisa dal Replacement, quel manichino deve spaventarla terribilmente.»
Veronica concluse: «Non lo so come puoi fare, ma ti prego di trovare un modo. Non possiamo permettere che Ivana resti come pilota della Pink Vertigo. Non riuscirà a reggere molto a lungo. Prima o poi spiattellerà la verità sui Replacement e lo farà nella maniera meno cauta possibile. Il Replacement è pericoloso... e non lo è solo il Replacement. Tua moglie è morta, ma puoi ancora salvare tua figlia.»

***

Selena sedeva di fronte a Jean-Marc Duval. C’erano Edward e Oliver accanto a lei, Edward alla sua destra e Oliver alla sua sinistra. Per darsi una certa credibilità, aveva slacciato alcuni bottoni della camicia del giornalista, dopodiché gli aveva passato con ferocia una mano tra i capelli, per poi prendere a fissare Duval con insistenza.
Non era sicura di avere sortito l’effetto desiderato, ma preferiva mantenere un certo controllo, piuttosto che esporsi troppo.
«Ho sentito dire» azzardò, pronta a rivelare a Duval ciò che Edward aveva scoperto nei giorni precedenti, «che il proprietario di questo locale è il cugino della signora Veronesi.»
Jean-Marc Duval rimase immobile e, in apparenza, impassibile.
Selena insisté: «Lo sapeva?»
«Sì, lo sapevo» rispose il signor Duval, con una certa freddezza.
«È stata Sabina Veronesi a farle sapere che questo posto è frequentato abitualmente da soggetti che hanno a che vedere con il Progetto Evolution?»
«Non capisco perché dobbiamo parlare di questioni così noiose, Selena. Mi ha forse convocato qui per parlare di lavoro?»
«Sono una designer d’interni» puntualizzò Selena. «Per me, l’Evolution Grand Prix Series non è lavoro. In teoria, non lo è nemmeno per lei.»
«Lo è eccome, invece. Mettere il mio marchio sulle macchine della Pink Vertigo è una questione molto seria, per me.»
«E poi» ribatté Selena, «viene a svagarsi qui.»
«Sì, esattamente come fa lei quando si trova da queste parti.» Jean-Marc Duval abbandonò la freddezza impassibile che l’aveva contraddistinto fino a quel momento, nell’osservare: «Tutti hanno qualche vizio segreto... certo, non me lo aspettavo dal signor Roberts.» Si rivolse a Edward: «Per caso aveva certe passioni anche prima, oppure il merito è tutto mio? Quando siamo venuti qui per la prima volta, non mi sembrava molto entusiasta.»
«Quali passioni?» replicò Edward. «Sono semplicemente seduto accanto a mia moglie.»
«La quale» rimarcò il signor Duval, «è palesemente attratta anche e soprattutto dal signor Fischer. Deve convenire, signor Roberts, che la nostra società è relativamente chiusa, nel giudicare i menage a trois.»
«La società non sa dove siamo io e mia moglie e con chi» puntualizzò Edward, «né ha la possibilità di scoprirlo... o almeno non dovrebbe. Secondo lei, c’è il rischio che qualcuno possa fotografarci o filmarci?»
«Non si possono portare telefoni, qui dentro, né altro che possa permettere di fotografare o registrare video.»
«Però, se lascio un telefono all’ingresso, nessuno mi chiederà mai se ne ho un altro.»
«Non pensavo fosse così malfidente, signor Roberts.»
Oliver intervenne: «Mi sembra opportuno essere preparati alle peggiori eventualità. In fondo, lo sa bene anche lei, basta una fotografia equivoca per rovinare la reputazione di una persona. Ha ragione sulla chiusura mentale della società a proposito di certe faccende. Al contempo, però, la società è fin troppo aperta in relazione ad altro: riprendere persone a loro insaputa, per denigrarle pubblicamente, è considerato anche troppo accettabile.»
«Però fa provare il brivido del rischio» replicò il signor Duval.
«È un rischio che, in tutta onestà, preferirei di gran lunga non correre. Trovo abbastanza preoccupante che il mio stesso lavoro rischi di essere denigrato, se si scoprisse che, nella mia vita privata, nascondo qualcosa. In fondo io, Selena e Edward siamo tutti persone adulte e consenzienti.»
Il signor Duval accennò un sorriso.
«Lei è un giornalista estremamente scaltro, signor Fischer. Sono certo che, in un modo o nell’altro, riuscirebbe a non essere troppo compromesso da uno scandalo. Del resto, quando è caduto in disgrazia dopo la fine della Diamond Formula, ha continuato comunque a scrivere. Gira voce che si facesse chiamare Dirk Strauss, come il padre di Claudia e Christine, una scelta molto curiosa.»
Oliver obiettò: «È stato del tutto casuale. Non avevo idea di quale fosse il nome del signor Strauss.»
La conversazione procedeva spedita, tanto che Selena ritenne opportuno lasciare la parola a Oliver per qualche minuto. Si trattava di un’eventualita ben studiata già quel tardo pomeriggio. Si allungò verso Edward e gli diede un bacio sull’angolo della bocca, prima di fare la stessa cosa con Oliver. A quel punto si alzò e affermò: «Vado un attimo fuori a prendere una boccata d’aria.»
«Posso venire con lei, se vuole» suggerì il signor Duval.
«Ci sono tante cose di cui mi piacerebbe parlare con lei, in effetti» ribatté Selena, «ma credo che il suo discorso con Oliver sia molto interessante. Non vorrei mai interromperlo... e per che cosa, poi? Per una domanda stupida tipo: era meglio il circuito cittadino di Long Beach o quello di Detroit?»
«Detroit» affermò il signor Duval.
«Long Beach» replicò Selena.
Senza aggiungere altro, si diresse verso la porta che dava sul balcone dove i clienti andavano a fumare.
In abito da sera faceva freddo. Selena tentò di rimediare sistemandosi meglio il foulard intorno al collo, ma la situazione non cambiò.
Cercò di stare lontana dal fumo delle sigarette, ma non servì a molto. In compenso, mentre si trovava nell’angolo più isolato del balcone, sentì una mano che le si posava su una spalla.
Sobbalzò, nonostante si trattasse senz’altro di Edward, oppure di Oliver.
«Non mi aspettavo di vederti in questo locale» affermò una voce femminile.
Non era né Edward, né Oliver, ovviamente. Selena si voltò di scatto.
«Christine?!» La Strauss sfoggiava un’inconsueta chioma bionda. «Cos’hai fatto ai capelli?»
«Niente. È una parrucca.»
«Che cosa ci fai in un bordello a cielo aperto con una parrucca in testa?»
«Raccolgo informazioni.»
«Su chi?»
«Su di te, per esempio» ribatté Christine. «È tua abitudine strusciarti contro Oliver Fischer in presenza di tuo marito, mentre bevete qualcosa insieme a quel francese che sborsa un sacco di soldi per mettere un logo poco visibile sulla carrozzeria delle Pink Vertigo?»
«Le mie abitudini variano in base alla necessità di raccogliere informazioni» rispose Selena. «Posso immaginare la ragione per cui sei qui. Anche a te è giunta voce che qui dentro si sono svolti affari importanti.»
Christine rimase in silenzio. Selena e l’amica di un tempo si studiarono a lungo.
Quando fu chiaro che la Strauss non avrebbe parlato, Selena proseguì: «È curioso, vero?»
«Che cosa?»
«Che si scelga un posto come questo per discutere di lavoro.»
«Sì, non è proprio la cosa più probabile.»
«Quindi potrebbe non essere vero. Ti è venuta una simile idea?»
Christine obiettò: «Il solo fatto che non si trovi qualcuno disposto a parlare non significa che non sia vero.»
«Il solo fatto che qualcuno abbia cercato di attirarci qui non significa che quello che ci ha raccontato sia vero.»
«A me, nessuno ha raccontato nulla. Non ho canali privilegiati, devo scoprire tutto da sola.»
Selena insisté: «Venire qua dentro, di per sé, espone a pericoli notevoli. Sono sicura che nessuna di noi vorrebbe che divenisse di dominio pubblico la nostra presenza al Delicious Ambition, stasera.»
«Non succederà.»
«Nel tuo caso no. Ti limiti a stare in disparte. Per me, che devo espormi di più, potrebbe essere più rischioso.»
Christine azzardò: «Allora perché lo fai?»
«Perché il signor Duval è stato il primo a condurre qui me e mio marito» la informò Selena. «Voglio scoprire quale sia il suo gioco.»
«A parte eccitarsi guardando gente seminuda?»
«Sarebbe molto semplice, se fosse qui per guardare gente seminuda.»
Christine domandò: «Per quale motivo pensi che sia qui?»
«Per recitare una parte» rispose Selena, «esattamente come noi.»
«Non sto recitando una parte» si difese Christine.
«Sì, invece. Il fatto stesso di indossare una parrucca significa che non sei qui come Christine Strauss.»
«Torna da tuo marito e dal tuo finto amante, Selena. Quello che sto facendo qui è affare mio.»
«Anche il Replacement che metti al volante al posto di Corvin è affare tuo?»
Christine sbuffò.
«Non impicciarti in questioni che non ti riguardano.»
Selena obiettò: «Decido io che cosa mi riguarda. Sono molto più coinvolta nelle questioni del Progetto Evolution di quanto tu possa immaginare.»
«Lo dici come se fosse una bella cosa.»
«Questa è una deduzione tua.»
«Stai fuori da faccende che non ti competono» ribadì Christine. «Non c’e motivo per cui dovresti volere avere a che fare con i piani alti.»
«Non ho a che fare con i piani alti» affermò Selena, «ma succedono fatti interessanti anche a medio livello.»
«Te lo ripeto» disse Christine, in tono tagliente. «Anche se non ci frequentiamo più, lascia che ti dia un consiglio da amica: resta fuori dal Progetto Evolution e dai suoi retroscena. È coinvolta gente di dubbia moralità, e non perché abbia l’abitudine di venire in questo... bordello a cielo aperto, l’hai definito?»
«Credo che tu sia l’ultima persona che può parlare di moralità» affermò Selena, «visto quello che succede nella squadra che gestisci.»
«Fai questi discorsi anche a Veronica Young, oppure li riservi solo a me?»
«Veronica Young, di solito, non si mette a parlare della moralità altrui, o almeno non lo fa con me.»
«Quella donna è corrotta tanto quanto me» puntualizzò Christine, «anche perché non c’è altro che possiamo fare.»

***

«Te lo ripeto, Ivana, non ci sono altre possibilità.»
Veronica era di nuovo nel soggiorno della casa di Ivan Blazevic, immersa nel difficile intento di convincere la figlia di costui a uscire con una certa dignità dal mondo delle corse.
La Blaze, ovviamente, continuava a rifiutarsi: «Non abbandonerò il mio sogno solo perché lo dici tu.»
«Quello che dico io non ha alcun rilievo» replicò Veronica. «Se fosse per me, potresti continuare ancora per anni e anni a fare quello che stai facendo. Non sono io quella che non riesce più a sopportare l’idea di prendersi i meriti dei risultati ottenuti da un Replacement, sei tu. Sei tu quella che cederà e che arriverà a spiattellare tutto per liberarsi.»
«Non lo farò» rispose Ivana. «Ne uscirei distrutta.»
«Forse non te ne rendi conto, ma sei già distrutta» replicò Veronica. «Sei solo l’ombra della ragazza che eri la prima volta che ci siamo incontrate.»
«Anche tu lo saresti, se fossi al posto mio.»
«Io non sono al posto tuo, ma sto cercando di offrirti una scappatoia.»
«Mi vuoi spingere a rinunciare alla mia carriera» continuò a opporsi Ivana, «solo perché non ho avuto abbastanza successo.»
«Se tu fossi un uomo e non avessi mai avuto un’immagine da vendere, saresti tacciata di essere un pay driver senza talento che ruba il volante a chi potrebbe ottenere risultati migliori, se solo avesse i tuoi stessi fondi.»
«Però non sono un uomo. È così sbagliato cercare di trasformare una situazione di svantaggio in un vantaggio?»
Veronica puntualizzò: «Tina Menezes non avrebbe mai fatto un discorso simile. Avrebbe detto: “che cosa importa se sono donna anziché uomo? Sono una persona, non un intero genere, e voglio essere trattata come tale”.»
«Io non sono Tina Menezes» replicò Ivana. «Non ho vinto il Gran Premio di Las Vegas al volante di una Pink Venus. Non ho cercato di qualificarmi per la Cinquecento Miglia di Indianapolis. Non ho...»
Veronica la interruppe: «Non sei Tina Menezes, ma vieni già considerata più importante di lei. Non è rilevante che i tuoi veri risultati siano ben diversi da quelli del tuo Replacement. Che ti piaccia o no, sei già al centro dell’attenzione e ci resterai... a meno che non segui il mio consiglio e te ne tiri fuori prima di essere completamente distrutta.»
Ivan Blazevic, che non aveva spiccicato parola da quando erano rientrati, pensò bene di intervenire: «Veronica ha ragione. Devi prendere l’unica decisione possibile.»
«Anche tu?» La voce di Ivana arrivò come un lamento. «Proprio tu, che mi hai sempre incoraggiata? Mi dicevi che, se non avevi fatto successo tu, potevo riuscirci almeno io.»
«Quei giorni sono lontani» rispose Blazevic, con amarezza. «Finirai per sprofondare, se non ti allontani dall’Evolution, in un modo o nell’altro.»
«In un modo o nell’altro, dici. Questo significa che deve esserci un altro modo.» Ivana si alzò in piedi. «Ti prego, resta dalla mia parte almeno tu.»
Senza aggiungere una parola, uscì dal soggiorno. Pochi istanti più tardi, Veronica sentì la porta d’ingresso aprirsi e poi richiudersi.
«Dove sta andando?»
«A casa sua, immagino.»
«E se così non fosse?»
«Ha ventisei anni» affermò Blazevic. «Non posso controllarla come se fosse una bambina.»
«Dovresti» replicò Veronica, «dato che non è in grado di badare a se stessa.»
«Ivana non sarebbe in questa situazione, se...» iniziò Ivan Blazevic.
Veronica non lo lasciò finire: «Non osare dare la colpa a me!»
«Lavori con quella gente» insisté Blazevic, «non puoi essere tanto migliore di loro.»
«Il fatto che io abbia a che fare, non per la prima volta, con gente senza scrupoli non significa che io approvi il loro modo di comportarsi.»
«Allora perché non esci di scena anche tu, come vorresti che facesse mia figlia?»
«Mi pareva di avere capito che lo volessi anche tu.»
«Voglio che Ivana sia felice. Mi sembra palese che non lo è, adesso.»
Veronica lo ignorò: «Se non esco di scena, è perché sento di poterli combattere. Non mi spingo ad affermare di essere in grado di ribaltarli, ma posso almeno tenere la situazione sotto controllo. Non sono una pedina indifesa come Ivana, non mi schiacceranno.»
«Sei molto ottimista» osservò Blazevic. «Non lo sai che con l’ottimismo non si va avanti?»
Veronica affermò: «Nemmeno con il pessimismo. Credimi, Ivan, so quello che faccio.»
«Lo sai sul serio, o pensi semplicemente che sia una bella cosa da dire?»
«Fidati di me e, nel limite del possibile, convinci tua figlia a fare quello che le ho suggerito. Non abbiamo molto tempo.»
Blazevic obiettò: «Non riuscirò mai a convincerla prima di Montecarlo. Gli sponsor, inoltre, si opporrann-...»
Veronica non lo lasciò finire: «Forse non mi hai capito. Il Replacement ha ammazzato tua moglie. Potrebbe fare altri danni. Dall’altra parte, abbiamo Remy Corvin sul punto di crollare, esattamente come tua figlia. Finirà malissimo per tutti, se non cerchiamo di tutelarci.»

***

Per Selena, rientrare nella sala fu un sollievo. Sul balcone, aveva sentito l’umidità penetrarle sotto la pelle. Poteva anche essere iniziato il mese di maggio, ma la temperatura percepita aveva un retrogusto di inizio primavera.
Jean-Marc Duval era ancora seduto sul divanetto, di fronte a Edward e Oliver. Quest’ultimo portava ancora la camicia sbottonata. Tra i due, non vi era più un varco nel quale sedersi, quindi Selena si accomodò al fianco di Fischer.
«È tornata, finalmente» osservò il signor Duval.
«Avevo bisogno di respirare un po’ d’aria sana.»
«C’è riuscita?»
«Considerando che c’erano almeno dieci persone che fumavano, oserei dire di no.»
«Oh, mi dispiace.»
«Non fa niente. È comunque un passo avanti rispetto ai vecchi tempi, quando si poteva fumare ovunque.» Selena fece una pausa, poi azzardò: «Avete continuato a parlare di Long Beach e Detroit, in mia assenza?»
«Ricordo belle gare, a Detroit» affermò Jean-Marc Duval, in tono distratto.
«Io, invece» ribatté Selena, «ricordo belle gare a Long Beach.»
«Non è un po’ troppo giovane per ricordarsene?»
«Non le ricordo da allora, ovviamente.»
«Mi sta dicendo che ha guardato vecchie gare?»
«Le sembra così strano?»
Il signor Duval affermò: «Sì, credo che le corse dovrebbero annoiarla. In fondo, è sposata con un ex pilota. Davvero prova interesse per il vecchio mestiere di suo marito?»
Selena ne approfittò per affermare: «Mi intriga molto anche quello attuale, di coach per Ivana Blaze.»
Il signor Duval sorrise.
«Che cosa ne pensa di Ivana Blaze?»
«Non lo so, non saprei come inquadrarla, a dire il vero» rispose Selena. «Non posso dire che i suoi risultati non siano sorprendenti. Però, se devo essere sincera, non sono troppo sorpresa.» Accanto a lei, Oliver sussultò. Per rassicurarlo - e per fargli capire chi tenesse le redini tra le mani - Selena continuò: «Credo che sia arrivato il momento di iniziare a svelare le carte, signor Duval. Non lo pensa anche lei?»
«Non saprei. In che modo vuole svelarsi, Selena?»
«Non intendo svelare me stessa.»
«Non è nel posto adatto per non farlo» ribatté Jean-Marc Duval.
Selena si liberò del foulard e tirò giù più che poteva la scollatura dell’abito. Alzò lo spacco laterale, per mostrare la coscia destra.
«Va bene, posso svelare il mio corpo, ma non mi limiterò a questo.»
Gli occhi di Duval si abbassarono. Era palese su cosa fossero concentrati. Selena afferrò la mano di Oliver e se la infilò sotto al vestito.
Fischer non si lasciò cogliere impreparato. Selena sentì le sue dita che le sfioravano la pelle e rabbrividì.
«Sono ammirato dalla sua audacia» osservò il signor Duval. «Non riesco a capire se stia facendo sul serio, oppure se sia tutto un bluff. Del resto è questa la ragione per cui mi ha invitato, vero? Sta cercando di mettermi in trappola?»
«Perché?» ribatté Selena. «Ha fatto qualcosa per cui teme di essere incastrato?»
«Me lo dica lei. Che cosa pensa che stia facendo?»
La mano di Oliver si spinse sempre più su, ormai vicina alla sua intimità, seppure senza muoversi in maniera sensuale. Selena si sforzò di rimanere concentrata su Duval.
«La mia prima impressione, quando ho scoperto che qui dentro, a quanto pare, si farebbero affari relativi al Progetto Evolution, è stata che qualcuno stesse cercando di incastrare qualcun altro, di immortalarlo in pose compromettenti. Ne abbiamo parlato anche poco fa. Per esempio, che cosa direbbe l’opinione pubblica, se sapesse come mi sta toccando Oliver in questo momento?»
«Credo che il signor Fischer non la stia davvero toccando.»
«Si sente osservato, quindi è un po’ impacciato.» Selena si rivolse all’amico: «Avanti, Oliver, fatti sentire un po’ di più. Non vorrai confermare le insinuazioni del signor Duval.»
Sebbene stessero deviando da quanto studiato poche ore prima, Oliver fu subito reattivo.
«Come desideri. Sai bene che, per una principessa come te, sarei disposto a fare di tutto.»
«Allora fallo» gli intimò Selena. Si girò verso di lui e gli diede un lungo bacio sul collo, prima di tornare a guardare Jean-Marc Duval. «Le sembro abbastanza credibile, adesso?»
Il francese alzò lo sguardo, i loro occhi si incrociarono.
«Continua a sembrarmi un bluff.»
«Va bene, come vuole.» Selena allontanò Oliver e, con un gesto rapido, infilò la propria sotto al vestito. Con foga, si sfilò le mutandine di pizzo e le lanciò addosso a Duval. «Sono più credibile?» Riprese la mano di Oliver e gli ordinò: «Dimostrami quello che sai fare.»
Sentì di nuovo le dita di Fischer che le sfioravano le cosce, sempre con distacco. Selena socchiuse gli occhi, lasciando intuire a Duval che stesse succedendo molto di più.
«Bene, Selena» osservò costui. «Sono curioso di sapere che cosa ne pensi il signor Roberts.»
Edward intervenne: «Vuole sapere se, una volta che avrà finito con mia moglie, Fischer dedicherà le sue attenzioni a me?»
«In effetti, potrebbe essere una curiosità degna di approfondimento» ribatté Jean-Marc Duval, «ma direi di soprassedere, almeno per il momento.»
Il tocco di Oliver, seppure distaccato, si fece più intenso e sempre più vicino all’intimità di Selena. Quando arrivò a sfiorarla, probabilmente senza alcuna intenzione, fu scossa da una violenta vampata di calore. Iniziò a pensare che la loro accurata pianificazione fosse stata del tutto inutile. Oliver sembrava non avere alcuna intenzione di darle davvero piacere, ma sarebbe stato davvero difficile non lasciarsi coinvolgere.
Fissando Duval con fermezza, azzardò: «Nessuno ha mai fatto affari qui dentro, non è vero?»
«Di cosa parla?»
«Qualcuno le ha suggerito di farlo credere a mio marito. Oppure, chi lo sa, forse ha ingannato anche lei. L’obiettivo è sempre stato Edward.»
«Perché il signor Roberts dovrebbe essere un obiettivo?»
«È molto semplice: è un ex pilota della R-Evolution Racing, la prima squadra ad avere sostituito un pilota umano con un’unità artificiale, all’insaputa di avversari, addetti ai lavori, spettatori e appassionati di automobilismo.»
«Non la seguo.»
«Sa cose che non dovrebbe sapere. Se le raccontasse pubblicamente, potrebbe minare la credibilità di un intero campionato. Se invece scoppiasse uno scandalo che lo riguarda, sarebbe la sua credibilità personale a esserne minata. Nessuno lo prenderebbe sul serio, se osasse fare qualche dichiarazione contro il Progetto Evolution.»
«Ha molta fantasia.»
«In certi momenti è necessaria, dato che la realtà supera di gran lunga l’immaginazione.»
A proposito di realtà e di immaginazione, Selena non riusciva a capire che cosa stesse succedendo esattamente sotto l’abito da sera. Se non fosse stata sposata con Edward, non le sarebbe affatto dispiaciuto se Oliver si fosse fatto sentire un po’ di più. Fischer, invece, si muoveva in una maniera che intendeva essere erotica il meno possibile, con l’effetto collaterale che il contatto accidentale sapeva essere maledettamente eccitante.
Il signor Duval, frattanto, affermò: «Si sbaglia. Pezzi grossi del Progetto Evolution frequentano questo posto.»
«Chi?»
«Non ha importanza.»
«Chi è stato il primo a portarla qui?» volle sapere Selena.
«Walter De Santis, ma non vuole che si sappia» si arrese Jean-Marc Duval. «Non è un frequentatore abituale. Voleva soltanto che anch’io venissi a conoscenza di certe abitudini. Evidentemente ha capito che avrei trovato un locale come questo molto piacevole.»
Selena azzardò: «La signora Luciana De Santis non è al corrente delle... mhm... abitudini sporadiche del marito, immagino.»
«Gli affari privati dei coniugi De Santis non mi riguardano.»
Oliver si ritrasse di scatto, con un contatto accidentale ben più forte dei precedenti. Selena avvampò, ma Fischer parve non fare caso a lei.
«Dobbiamo parlare, signor Duval.»
«Di cosa, signor Fischer? Del fatto che preferisca conversare con me piuttosto che continuare a fare quello che deve?»
«Sono certo che Edward possa continuare al posto mio» affermò Oliver.
Selena fu travolta da un’altra vampa di calore.
Oliver, nel frattempo, si alzò in piedi.
«Le chiedo cortesemente di raggiungermi sul balcone tra pochi minuti. Prima, ovviamente, vado a lavarmi le mani.»
Si allontanò senza aggiungere altro.
«Mi dispiace, Selena, che il suo amico sia stato così scortese» affermò Jean-Marc Duval. «Se fossi stato al posto suo, non me ne sarei andato.» Ridacchiò. «Ovviamente non pretendo di avere lo stesso privilegio.»
Si alzò e, dopo averle restituito le mutandine, si diresse verso il balcone.
Edward si avvicinò a Selena e le domandò: «Che cos’ha in mente Fischer?»
«Non ne ho idea.»
«Non fraintendermi, sono felice che ti abbia tolto le mani dalla figa, ma...»
Selena obiettò: «Fischer stava solo simulando.»
«Era un’ottima simulazione» ribatté Edward. «Ero indeciso, non sapevo se completare il lavoro lasciato a metà da Replacement Corvin oppure unirmi a voi. Non mi pareva che avessimo concordato nulla di tutto ciò.»
«Non è colpa di Fischer.»
«Immagino di no, dato che hai pensato bene di toglierti le mutande mentre parlavi con Duval!»
«Sono ancora senza» puntualizzò Selena. «Perché non ne approfitti?»
«Qui?! Te lo scordi.»
«Non qui. Andiamo a cercare un posto tutto per noi.»
«Mi stai proponendo di andare ad appartarci in un bagno o, ammesso di trovarne uno aperto, in uno sgabuzzino?»
«Perché, ti sembra una cattiva idea?»
Edward chiarì: «La trovo pessima, ma solo perché finirei per prenderla sul serio.»
Selena si alzò in piedi e invitò il marito a fare lo stesso.
«Vieni con me. Noi non siamo come questi pervertiti, ma non significa che non proviamo certi stimoli.»
Edward la seguì senza esitare. Trovarono rifugio in una spoglia stanzetta riservata al personale. C’era una chiave inserita nella toppa, all’interno. Selena la fece scattare, mentre il marito le chiedeva: «Ti è piaciuto?»
«Cosa?»
«Farti toccare da Fischer.»
«Non mi ha messo le dita dove pensi.»
«Però te le ha messe molto vicino a dove penso.»
«Sei geloso, per caso?»
«Non mi pare che siamo davvero un menage a trois. Preferirei essere l’unico a toccarti lì sotto.»
«Allora fallo, invece di parlare» gli suggerì Selena, «e magari non limitarti a questo. Hai paura di non riuscire a competere con un giocatore seriale di Hungry Cobra?»
«L’unico serpente di cui valga la pena di parlare è quello che entrerà dentro di te tra poco.»
«Che battuta squallida.»
«Siamo in un posto squallido, cosa vuoi aspettarti?»
«Il posto è squallido, ma questo non significa che dobbiamo adeguarci a questo squallore. Non...»
Edward la mise a tacere con un bacio appassionato. Selena lo lasciò fare. Non si oppose nemmeno quando le infilò, con molta più decisione di Oliver, una mano tra le gambe. Qualsiasi cosa avesse in mente Edward, era pronta ad abbandonarsi completamente a lui.

***

Si ritrovarono al piano di sotto, dove Oliver stava sorseggiando un drink analcolico. Era seduto da solo e non si accorse di loro finché non si accomodarono allo stesso tavolo.
«Quindi siete ancora qui» osservò il giornalista, alzando lo sguardo.
«Perché, dove pensavi che fossimo?» obiettò Edward.
Selena sentì le guance andarle in fiamme, al pensiero di dove fossero stati esattamente e di quale fosse l’attività alla quale si erano dedicati.
«Jean-Marc Duval se n’è andato» li informò Oliver. «Non sono riuscito a trattenerlo. Del resto, era qui per Selena... che è scomparsa nel nulla per quasi un’ora! Dove vi eravate cacciati?»
Il calore alle guance aumentò, quando Edward rispose, con schiettezza: «Le stavo facendo dimenticare le tue carezze. Le ho mostrato quello che sa fare un vero uomo.»
«Penso che Selena lo sappia» ribatté Oliver, in tono sprezzante. «Del resto, prima di mettersi con un uomo noioso come te, ha avuto un partner molto scoppiettante... non è vero, Unicorn Sel?»
«Per favore, piantatela!» li rimproverò Selena. «Se proprio volete litigare per me, con tanto di allusioni sessuali, vi prego almeno di non farlo in mia presenza.»
«Io e Unicorn Ed non stiamo litigando» replicò Oliver. «Da parte mia, sto solo affermando una verità ineluttabile.»
«Si vede che non hai sentito come l’ho fatta gemere» rispose Edward. «Tu assiro che le è piaciuto... vero, Fata degli Unicorni?»
«Taci immediatamente» gli intimò Selena, «altrimenti passerà parecchio tempo prima che consumiamo un’altra volta.» Notando l’espressione beffarda di Oliver, ci tenne a chiarire: «Fai molta attenzione anche tu a quello che dici.»
«Perché, in che modo hai intenzione di punirmi?»
«Se dovessi rimanere vedova, non dartela mai.»
«Non penso che resisteresti.»
«Fatemi capire» intervenne Edward, «come siamo finiti a parlare della mia ipotetica morte?»
Oliver gli fece eco: «Esatto, come ci siamo arrivati, Selena? Credo che sia meglio se andiamo a casa. Finiremo per dire o fare qualcosa di stupido.»
«Io, invece, credo che sia meglio se ci spieghi cos’è successo con Jean-Marc Duval» affermò Selena. «Perché, di punto in bianco, gli hai chiesto di parlare in privato?»
Oliver rispose: «Ho pensato che la situazione si stesse facendo troppo bollente. Mi sentivo a disagio.»
«Va bene, ti sentivi a disagio, ma che motivo avevi di invitarlo a seguirti sul balcone? Che cosa stai combinando alle nostre spalle?»
«Fidati di me, Selena.»
«È successo quando ha menzionato Walter De Santis» intervenne Edward. «Che importanza ha quell’uomo?»
«Nessuna, a rigore di logica» ammise Oliver, «ma ci sono aspetti che non mi convincono.»
«Mhm.»
«Non sei convinto nemmeno tu?»
«Sei tu a non convincermi, Fischer» lo informò Edward. «Che cosa ci stai nascondendo?»
«Basta con l’interrogatorio, Roberts» lo mise a tacere Oliver. «Quello che sto omettendo - non nascondendo - non ti riguarda.»
«Riguarda tutti» obiettò Edward.
«No» insisté Oliver. «Riguarda me e quello che mi è successo quando avevo sedici anni.»
Selena raggelò.
«Cosa vuoi dire?»
Oliver abbassò lo sguardo.
«Non sono caduto dalle scale. Qualcuno mi ha spinto.»
«E De Santis che ruolo ha in tutto questo?»
«L’ho visto, adesso me lo ricordo. Non mi ha spinto, ovviamente, era davanti a me. Ho capito perché aveva un’aria familiare. Era con sua moglie, la sera in cui giocavo con il cellulare. Uscivano dallo stabile della Dynasty. Penso ci fosse un ricevimento, ma mi sembra strano che, se erano invitati, siano andati via così presto, uscendo dal retro.»
Selena spalancò gli occhi.
«Che cosa?!»
«Ehi, va tutto bene» la rassicurò Oliver. «È tutto sotto controllo.»
«Io c’ero, a quel ricevimento» lo informò Selena.
«Quindi» dedusse Oliver, «siamo stati vicinissimi, senza saperlo. È romantico, se ci pensi.»
«Come no» borbottò Edward, tra i denti. «Selena era già adulta, mentre tu eri ancora un bimbominchia con i capelli sparati in aria a cui non era ancora spuntata la barba.» Rise. «Esattamente quello che sei ora, con la sola differenza che ti tocca raderti.»
Oliver lo fissò.
«Il tuo humour inglese di pessimo livello è penoso.»
«Sempre meglio di te che flirti apertamente con mia moglie davanti ai miei occhi. Se fossimo in un altro secolo, ti avrei già sfidato a duello.»
«Accetto la sfida.»
Edward lo provocò: «Molto bene, Fischer. A te la scelta dell’arma.»
Oliver si esibì in un marcato sorriso, prima di rispondere, con voce tagliente: «Sky of Danger.»

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