domenica 10 maggio 2026

L'Eta della Ruggine // blog novel sul motorsport thriller sci-fi: capitolo 8/19

EVOLUTION III



La prima settimana di gennaio, Edward fu raggiunto da una pessima notizia: il canale televisivo per il quale aveva lavorato come telecronista nella stagione precedente aveva perso i diritti del campionato di endurance. Per quanto ritenesse più saggio tenersi lontano dai social, non poté fare a meno di dare un’occhiata a quale fosse il parere dei telespettatori. Scoprì che molti si dichiaravano felici di non sentirlo più, perché era “troppo di parte” e “inadeguato alla concezione contemporanea di telecronaca”. L’essere troppo di parte doveva essere sinonimo del non insultare apertamente piloti o squadre disprezzati da chi lo criticava. L’inadeguatezza che gli veniva attribuita, invece, doveva riguardare la focalizzazione sugli eventi di gara e il mantenere un tono di voce pacato, specie nei momenti in cui non stava accadendo nulla che giustificasse le urla o il tono concitato. In ultima sintesi, Edward non era certo che le critiche che gli venivano rivolte fossero del tutto negative.
Pochi giorni dopo, Veronica Young chiese di incontrarlo alla sede della Vertigo. Questa si trovava in una città del nord Italia e, all’arrivo, Edward fu accolto da una nebbia fitta e poco promettente. Non aveva pensato nemmeno per un attimo di tirarsi indietro. Selena era andata al ricevimento organizzato da certi pezzi grossi del team, a Capodanno, e le conseguenze erano state del tutto imprevedibili. Edward aveva accettato la sua decisione di non sporgere denuncia e, viste le premesse, forse si sarebbe comportato allo stesso modo, ma non intendeva comportarsi come se nulla fosse accaduto. I fatti della serata del 31 dicembre meritavano un approfondimento, possibile soltanto avvicinandosi alla Vertigo e a chi vi aveva a che fare - la Young, per esempio.
In altri momenti, Edward avrebbe rifiutato la proposta di Veronica, utilizzando come scusa la propria professione di telecronista. In quella circostanza, tuttavia, l’idea di divenire una sorta di coach per la Blaze gli sembrò l’unico modo per entrare in “casa” della Vertigo senza destare sospetti.
All’età di quarantasei anni, Edward riteneva inappropriato mettersi a commentare le performance di piloti nati almeno due decadi dopo di lui, ma non poteva esimersi dal formulare un pensiero in merito. Nonostante Ivana fosse una donna adulta, vedeva lei e i suoi coetanei come ragazzini. Nel caso specifico, la Blaze era una ragazzina proveniente da una famiglia decisamente abbiente, alla quale nessuno aveva mai avuto il coraggio di suggerire di tentare un’altra strada.
Edward sentiva di non essere al passo con la contemporaneità. Sebbene non potesse negare i pregiudizi del passato, aveva l’impressione che questi dipendessero in gran parte da questioni culturali e di educazione. Per quanto la discriminazione fosse, almeno sulla carta, molto minore rispetto a un tempo, gli sembrava che, diversamente da allora, fosse dettata invece in prevalenza dalla volontà concreta di prevaricare, qualcosa di molto più pericoloso della semplice mancanza di una cultura adeguata.
Ivana Blaze era la perfetta rappresentazione di un mondo nuovo. Con la sua aria da ragazza bella ma non esageratamente sexy faceva parte di quella cerchia che aveva sostituito le modelle che un tempo facevano da contorno alle corse automobilistiche. Era una ragazza immagine che negava di essere tale, la cui immagine era studiata per colpire diversi tipi di pubblico, incluso quello femminile. Era un prodotto di marketing che negava con fermezza di esserlo proprio perché, in quanto “nuovo” prodotto di marketing non veniva ancora riconosciuto spietatamente come tale.
Le sue doti al volante erano molto discutibili, proprio come quelle di molti ragazzi che popolavano le ultime file dei campionati di Formula 4 o di Formula 3. La differenza stava nel fatto che, diversamente da quanto succedeva alla Blaze, questi non erano spinti ad andare avanti. Se avevano sponsor, nella maggior parte dei casi questi finivano per abbandonarli dopo qualche stagione di vuoto totale. A Ivana, ovviamente, non era successo. I brand che volevano associare il proprio logo alla sua immagine non mancavano mai e, anzi, sembravano aumentare con il passare del tempo.
Fuori dalla pista e lontana dai riflettori, la figlia dell’imprenditore Ivan Blazevic sembrava una ragazza con la testa a posto. A Edward dispiaceva, almeno un po’, che fosse divenuta poco più di una semplice pedina. Raccontarsi che aveva scelto di divenire il suo coach per farsi un’idea di cosa fosse successo a Selena alla festa di Capodanno lo distoglieva solo in parte da una realtà che prima o poi sarebbe divenuta innegabile: Ivana Blaze non aveva le capacità per competere alla pari con la maggior parte dei piloti dell’Evolution Grand Prix Series e, se non fosse stata un flop, vi sarebbe stata una sola ragione.
Per quanto Edward avesse ritenuto saggio mettere da parte la faccenda del Replacement di Remy Corvin, fintanto che l’EGPS aveva smesso di esistere, era ancora convinto che nel corso degli eventi sperimentali fosse accaduto qualcosa di ben poco etico. Aveva avuto a che fare con Livio Santangelo, un fanatico della ricerca tecnologica portata all’estremo, ma di certo vi erano burattinai ben più pericolosi di lui, che si era “limitato” a manomettere una bibita.
Dopo la cancellazione della stagione inaugurale e la dipartita di Livio Santangelo, una delle prime vittime italiane del Covid, Edward non aveva mai più menzionato quell’argomento a Oliver Fischer, nonostante proprio in seguito alla loro “collaborazione” il loro rapporto si fosse trasformato gradualmente in una solida amicizia.
Era stato convinto per anni che non ne avrebbe mai più parlato con il giornalista e quel pensiero non l’aveva abbandonato nemmeno dopo avere accettato l’offerta di Veronica. Tutto cambiò, tuttavia, all’inizio della terza decade di gennaio: un giorno, uscendo dalla sede, dopo un incontro con la Young, si ritrovò a tu per tu proprio con Fischer, che invece stava entrando. Oliver gli lanciò una strana occhiata, era palese che nessuno dei due si aspettasse di vedere l’altro in quella circostanza.
Edward cercò di eludere ogni domanda. Fischer sembrava andare di fretta... ma non di fretta abbastanza, dato che gli chiese: «Mi lasci dieci minuti, al massimo un quarto d’ora? Ne avrò per poco. Poi possiamo prenderci un drink insieme, se vuoi.»
Edward ribatté: «Tu non bevi alcool.»
Oliver annuì.
«Sì, non bevo alcool, e di sicuro non alle dieci e mezza di mattina, ma possiamo prenderci un tè. Oppure voi inglesi lo bevete solo alle cinque in punto del pomeriggio, dopo avere annunciato ai vostri parenti l’intenzione di diseredarli?»
Edward sorrise a quell’allusione ai cliché dei gialli classici.
«Non andavi di fretta?»
Oliver ribatté: «Sì, ma tu no, dato che stai qui ad ascoltarmi. Aspettami fuori. Arrivo appena posso.»
«Va bene, Fischer» concesse Edward, «ma non farmi aspettare troppo.»
La verità era che non vedeva l’ora di scoprire per quale ragione il giornalista si trovasse presso la sede della Vertigo. Certo, in qualità di marito della defunta Tina Menezes avrebbe potuto esservi una spiegazione del tutto plausibile senza scomodare misteri, sequestri di persona o Replacement vari, ma la presenza stessa di Oliver Fischer bastava a Edward per entrare in un moderato stato d’allarme.
L’attesa di protrasse più del previsto. Ci volle quasi mezz’ora, prima che il giornalista lo raggiungesse.
«Scusami per il ritardo, Edward.»
«Non preoccuparti, Fischer.»
Lo chiamava ancora per cognome, nonostante fosse stato addirittura il suo testimone quando si era sposato con Tina Menezes, e difficilmente avrebbe preso a fare altrimenti. Del resto, Oliver non gli aveva mai chiesto di rivolgersi a lui in una maniera diversa.
«C’è un bar, da quella parte» gli indicò il giornalista.
«Aspettiamo un po’» suggerì Edward. «Hai fatto tardi. Tra un’ora potremmo andare a pranzo. Hai un po’ di cose da raccontarmi, mi pare.»
«A pranzo?»
«No, adesso.»
Oliver replicò: «Non mi pare il caso di parlarne qui, davanti alla sede della Vertigo.»
Edward puntualizzò: «Come conosci i bar della zona, conoscerai senz’altro un posto tranquillo.»
Oliver annuì.
«Posso provare a fare qualcosa.»
Edward seguì Fischer, che lo portò in una viuzza isolata. Paradossalmente, andarono di nuovo a sedersi su una scala esterna, come la sera di tanti anni prima in cui Selena li aveva raggiunti e aveva ipotizzato che Remy Corvin fosse nato il 29 febbraio. Se non altro, quella mattina sarebbero rimasti da soli.
Alla sinistra di Oliver, Edward attese che l’altro parlasse. Il giornalista non disse nulla, a quanto pareva serviva una domanda esplicita.
«Cosa ci facevi alla sede della Vertigo questa mattina?»
«Potrei farti la stessa domanda.»
«Neanche per sogno, Fischer. Sai bene perché sono qui.»
«Ivana Blaze. Dovevi vederla oggi?»
«No, ho visto Veronica.»
«Sei sicuro che sia stata una buona idea diventare il coach della Blaze?» chiese Oliver. «Non mi sembra una grande promessa, nonostante venga spacciata come un’autentica stella del motorsport.»
«Il fatto che non lo sia non ha alcuna rilevanza» obiettò Edward. «Il mio è un lavoro come un altro.»
«Però sei d’accordo con me» insisté Oliver. «Ivana Blaze è senza speranze e l’ingaggio della Pink Vertigo non farà alcun bene alla sua immagine. Nonostante sia chiaro che i suoi risultati non saranno all’altezza, viene dipinta come colei che sconvolgerà gli equilibri dell’automobilismo. Non pensi anche tu che sia dannoso? A meno che, ovviamente, non ci sia già una soluzione.»
«Ho capito dove vuoi andare a parare» rispose Edward, «ma sto ancora aspettando le tue spiegazioni.»
«Su cosa?»
«Non fare il finto tonto, Fischer. Esigo di sapere che cosa ci facevi stamattina presso la sede della Vertigo.»
«E va bene. Te lo posso dire, tanto prima o poi lo scoprirai da solo: a partire dal primo febbraio sarò l’addetto stampa della Pink Vertigo.»
Edward spalancò gli occhi.
«Perché?!»
Solo dopo avere parlato realizzò quanto la sua reazione potesse apparire esagerata.
«Veronica Young ha pensato a me e ha fatto il mio nome con chi di dovere» fu la spiegazione di Oliver.
Forse, dopotutto, non vi era stata alcuna esagerazione da parte di Edward.
«Veronica Young. Ha pensato a te. Ti ha raccomandato per un ruolo di addetto stampa.»
«Dire che mi ha raccomandato è una parola grossa.»
«Chiamiamole referenze, allora, invece che raccomandazione. Il succo del discorso non cambia.»
«Per me, cambia eccome. Non sono stato scelto senza averne le competenze. Sono un professionist-...»
Edward interruppe le proteste di Oliver: «Non metto in dubbio la tua professionalità, Fischer. Sono sicuro che tu sappia fare il tuo lavoro, anche se ti stai allontanando un po’ da quello che fai di solito. Spiegami, piuttosto, quali sono le tue intenzioni.»
«Non ho particolari intenzioni. Mi è stato offerto un lavoro e io ho accettato.»
«Quali sono, allora, le intenzioni di Veronica Young? Non sei esattamente in cima alle sue simpatie, mi pare.»
«Non si dovrebbero scegliere i propri collaboratori sulla base delle simpatie personali.»
Edward sbuffò.
«Non fare finta di non capire, Fischer! Finora ti sei messo in mostra per esserti immischiato in tutte le faccende contorte con cui Veronica aveva a che fare, in maniera indiretta o meno. Se ha scelto te, deve essere convinta che tu possa dare il tuo contributo. La mia domanda è: a cosa devi contribuire?»
Oliver rimase in silenzio piuttosto a lungo, infine affermò: «Non ne ho la più pallida idea. Mi piacerebbe scoprirlo.» Accennò una risata. «Magari potremmo scoprirlo insieme.»
Edward non condivise la sua ilarità.
«Forse non ti rendi conto di esserti messo in una posizione potenzialmente pericolosa. Devo forse ricordarti quello che è successo a Capodanno?»
«No, non ce n’è affatto bisogno» replicò Oliver, con voce tagliente. «C’ero, mentre tu te ne stavi tranquillamente a casa a guardare vecchie mummie che cantavano alla televisione.»
Edward si irrigidì.
«No, aspetta. Mi stai forse rinfacciando la tua decisione di fare l’eroe e ritrovarti coinvolto in una storia ben più losca di quanto ti aspettassi?»
«Non ti sto rinfacciando niente» mise in chiaro Oliver. «Tutto quello che so è che tua moglie è stata narcotizzata e sequestrata. Io sono stato tirato in mezzo per avere cercato di scoprire dove si fosse cacciata. Quando la figlia di Veronica Young - l’ex fidanzata di Remy Corvin, che si è anche spacciata per un’amica dell’ingegner Santangelo - ci ha pregati di non sporgere denuncia e di non dare l’allarme, Selena ha accettato senza alcuna esitazione, un po’ come sapesse che era meglio non sollevare un polverone. Adesso, che ho accettato un lavoro per la Pink Vertigo, mi vieni a dire che ho fatto una scelta pericolosa. Che cosa sai che io non so?» Fece una lunga pausa, ma era palese che non avesse terminato. Era pronto a colpire con un’altra domanda. «Che cosa sapete tu e Selena?»
Difendere la moglie da potenziali accuse fu il primo pensiero di Edward: «Selena non ti sta nascondendo nulla.»
«Tu, invece?»
«Nemmeno.»
«Invece» obiettò Oliver, «credo proprio che tu mi stia nascondendo qualcosa. Che cosa sai che io non so? Perché, di punto in bianco, a suo tempo hai smesso di interessarti ai misteri dell’Evolution Grand Prix Series?»
Con Fischer andava sempre a finire nello stesso modo: era bravo a rigirare le situazioni a proprio vantaggio. Edward aveva cercato di estorcergli qualche rivelazione, per ritrovarsi nella posizione di dovergli dare spiegazioni.
«Non ho smesso di interessarmi. È arrivata la pandemia Livio Santangelo è morto... e poi è successo quello che credevamo impossibile: molta gente, costretta a rimanere chiusa in casa, ha perso completamente la ragione e ha devoluto la propria esistenza a pontificare su qualsiasi cosa sui social media. Anche se la pandemia è finita, questo effetto collaterale è rimasto. Credo che sia questa la ragione per cui Selena ha voluto mettere tutto a tacere: che cosa pensi che succederebbe se il fatto che tu e lei siate stati rinchiusi in uno scantinato divenisse di dominio pubblico?»
«Oh.»
«Glielo devi, Fischer. Viveva nell’ombra, prima di conoscere te. L’hai portata sotto ai riflettori.»
«Però sei tu che l’hai sposata» gli ricordò Oliver. «Tutti si sarebbero già dimenticati di lei, se non fosse stato per te.»
«Mhm.»
«Che cosa non ti convince?»
«Penso che ci stiamo allontanando dal punto centrale.»
«Ah, sì? E quale sarebbe? Il tuo interrogatorio nei miei confronti?»
«Sei tu, Fischer, che mi stai sottoponendo a un interrogatorio.»
«Va bene, come vuoi» si arrese Oliver. «Io bado agli affari miei e tu agli affari tuoi. Nessuno fa più domande a nessuno.» Si alzò in piedi. «Ti auguro un buon proseguimento di giornata, Roberts.»
Edward lo trattenne: «E il nostro pranzo?»
«Sarà per un’altra volta. Per quanto ne sai tu, potrei dovere salvare il mondo, nella prossima ora.»
Oliver gli voltò le spalle e fece per allontanarsi. Edward si alzò e gli corse dietro.
Lo trattenne afferrandolo per un braccio e affermò: «Se il mondo avesse bisogno di te per essere salvato, sarebbe già perso. Penso che possiamo comunque andare a pranzo.»
Oliver si girò a guardarlo.
«Io, invece, penso che i nostri interessi potrebbero essere contrapposti e che sia meglio evitare.»
«Siamo parte della stessa squadra» insisté Edward, «e soprattutto siamo amici. Anche se i nostri interessi dovessero essere contrapposti, dovremmo imparare a conviverci... e comunque, non credo che i nostri punti di vista siano così tanto incompatibili.»
«Mi dirai quello che mi hai nascosto finora?»
«Va bene, Fischer, ma a una condizione.»
«Quale?»
«Non metteremo in mezzo Selena. Questa faccenda resterà tra me e te.»
Oliver obiettò: «Non conosci bene tua moglie, forse.»
Edward insisté: «Quello che le è successo a Capodanno è stato molto grave. Non posso permettere che le accada qualcosa di brutto per colpa di una faccenda che non ha nulla a che fare con lei.»
«E con te?» replicò Oliver. «Ha qualcosa a che fare con te?»
«Non posso risponderti» ammise Edward, «perché io stesso non ne ho idea. Tutto quello che so è che ho visto l’Evolution Grand Prix Series da dentro e che i nostri sospetti di un tempo potrebbero essere fondati.»
Oliver spalancò gli occhi.
«Mi stai dicendo che era tutto vero? Che c’era davvero un Replacement al posto di Remy Corvin?»
Edward annuì.
«Nello specifico, c’era un Replacement dal quale sono stato aggredito. Annabelle Vincent è intervenuta in mio soccorso.»
«In che modo?»
«L’ha spento.»
Oliver decretò: «Devi raccontarmi tutto.»
Edward replicò: «Sei consapevole che poi niente sarà più come prima?»
«Ne sono consapevole» gli assicurò Oliver, «e sono pronto ad affrontarne le conseguenze. Immagino che per te sia lo stesso: non riuscirai mai a convincermi a farmi da parte. Qualunque cosa succeda, io e te saremo complici.»

***

«Buonasera, Veronica.»
La voce di Ivan Blazevic la fece sussultare. Per quanto non provasse più niente, e già da molto tempo, per quell’uomo, non riusciva a comportarsi con completa indifferenza. Si sentiva addosso il peso di un segreto che, mai come allora, sarebbe potuto venire alla luce.
Veronica alzò lo sguardo e lo accolse con un sorriso di circostanza.
«Buonasera a te, Ivan. Sei un po’ in anticipo. Chi ti ha fatto entrare?»
«Non è stato difficile» replicò Ivan. «Sono o non sono il padre della nuova stella della Pink Vertigo?»
«La nuova stella della Pink Vertigo» replicò Veronica, «dovrà vedersela con Shinji Nakamura.»
«Shinji Nakamura ha trentasette anni e non ottiene risultati di prestigio fin dal tempi della Diamond Formula» puntualizzò Ivan. «Ormai è un pilota finito. Non vedo perché mia figlia dovrebbe temere il confronto.»
«Quantomeno Nakamura ha ottenuto risultati di prestigio, in qualche momento del passato, ed è un nome di spicco dell’automobilismo internazionale. Tua figlia, finora, ha soltanto piagnucolato pubblicamente perché ha meno opportunità degli uomini: tutte cazzate che il suo precedente management le ha messo in testa.»
Veronica non si aspettava una replica argomentata. Non si stupì, quindi, quando Ivan cambiò discorso: «Anche tu sei arrivata in anticipo. Come mai sei già entrata? Mi sembrava che ti occupassi degli affari della Pink Vertigo ad interim, in attesa che fosse nominato il team principal che prenderà le redini della squadra. Adesso c’è già un team principal.»
«Ti immagini forse Walter De Santis che accoglie i rappresentanti della stampa?» Quell’idea avrebbe strappato tranquillamente un sorriso a Veronica, se non fosse stata decisa a non mostrare alcun tipo di emozione. «Arriverà al momento opportuno, per dire due o tre frasi fatte al momento in cui sarà presentata la monoposto con cui Ivana e Shinji disputeranno la prima edizione del campionato di Evolution Grand Prix Series.»
La presentazione sarebbe stata una perfetta fusione di tradizione e modernità: come usava ai vecchi tempi, sarebbe avvenuta al cospetto di un numero ristretto di ospiti e giornalisti, ma non vi sarebbe stata fisicamente alcuna vettura. Sulla parete, vi era un enorme schermo. Su questo sarebbe stata prioettata una serie di immagini digitali dell’auto stessa, come avveniva sempre più di frequente anche in altri campionati ben più blasonati dell’Evolution.
Veronica lasciò Ivan a se stesso non appena iniziarono ad arrivare anche altre persone. Fece accomodare un paio di giornalisti all’estremità della sala, nell’area assegnata alla stampa, poi accolse Roberts. Diversamente da Blazevic, che aveva bellamente ignorato il dress code dell’evento, Edward portava una camicia di colore rosa pallido. Al suo fianco, la sua consorte indossava un abito attillato dai motivi floreali con tonalità che oscillavano tra il rosa pastello e il fucsia Hollywood. Portava i capelli raccolti in uno chignon, dal quale erano stati lasciati sapientemente fuori alcuni boccoli biondi. Anche se non doveva avere messo un abito dei colori che preferiva, Selena Roberts non sembrava disturbata dall’avere dovuto scegliere un outfit da bambola.
A Veronica non era mai piaciuta molto, ma non poteva negare che avesse un certo fascino. Non c’era da stupirsi che un tempo Roberts e Fischer si fossero contesi il suo amore, era più sorprendente che una bambolina come Selena si fosse dimostrata ragionevole abbastanza da non scegliere il giornalista.
Shinji Nakamura fece il proprio ingresso trionfale accompagnato dal manager Daisuke Matsumoto, mentre non si vedeva ancora l’ombra di Ivana Blaze. Annabelle, invece, in un abito rosa confetto quasi identico a quello che portava Veronica, entrò accompagnando la signora Luciana De Santis, in un completo con giacca e pantaloni di un colore fucsia vagamente slavato.
Seguirono altri giornalisti e, dietro di questi, anche Oliver Fischer. Sebbene il suo contratto con la squadra iniziasse a febbraio, non aveva perso l’occasione di starsene tra i piedi. Quantomeno, proprio come Roberts, portava una camicia rosa, a richiamare i colori della Pink Vertigo.
Seguì Sabina Veronesi, che lavorava a stretto contatto con il direttore tecnico, il quale non era presente in quell’occasione. Entrò al fianco di Jean-Marc Duval, uno dei principali patrocinatori della Pink Vertigo. Veronica valutò che non mancasse più alcun pezzo grosso, con la sola eccezione di Ivana Blaze.
Mancavano pochi minuti all’inizio della presentazione. Veronica li trascorse guardando ogni pochi istanti l’orologio che portava al polso e chiedendosi dove si fosse cacciata. O almeno, fu quello che fece fintanto che una voce che conosceva bene, dietro di lei, le domandò: «Tutto a posto, Veronica? Ti vedo un po’ tesa.»
Quelle parole la fecero voltare di scatto.
«Fischer, grandissima rottura di cogl-...» Si interruppe per tempo. C’era Luciana De Santis accanto a loro, non le sembrava il caso di utilizzare un simile linguaggio in sua presenza. «È tutto a posto. Tu, invece? Stai bene?»
«Sì.»
«E non sei minimamente preoccupato?»
«Da cosa?»
«Da quello che potrebbe succedere ai giornalisti impiccioni durante gli eventi pubblici. Mia figlia mi ha riferito quello che è successo alla festa di Capodanno.» Veronica afferrò Fischer per un braccio e gli ordinò: «Vieni con me.»
Oliver la seguì senza protestare nel corridoio.
«Posso avere l’ardire di chiederti come mai tua figlia te l’abbia riferito? Che cosa c’entri tu?»
«Non c’entro nulla, ovviamente» rispose Veronica. «Cosa credi, che abbia sguinzagliato qualcuno dietro alla tua amica? Forse dovresti chiedere a lei. Sbaglio o tu sei stato messo in mezzo cercando di soccorrerla?» Non riuscì a trattenere una lieve risata. «Sei un ottimo cavaliere, Fischer, quando si tratta di quella donna.»
«Perché devi sempre vedere in tutto qualcosa di sconveniente?» obiettò Oliver. «Mi pare di avere dimostrato bene chi fosse il vero amore della mia vita.»
Veronica si irrigidì. Ogni tanto finiva per comportarsi come se Tina non fosse mai esistita, o almeno come se non fosse stata la moglie di Fischer. Preferì non soffermarsi su quel punto - la verità è che sentiva la mancanza della Menezes e dei bei tempi trascorsi al suo fianco in qualità di manager - e deviare la conversazione su ciò che la tormentava.
«Sto aspettando Ivana, è per questo che mi vedi tesa.»
«È in ritardo?»
«Sì.»
«È una ragazza molto giovane. Vedrai, tutti saranno comprensivi.»
Se quello di Oliver Fischer doveva essere un incoraggiamento, di certo non era il tipo di incoraggiamento di cui Veronica aveva bisogno.
«Ivana Blaze ha venticinque anni. A quell’età, io facevo già parte della direzione di una squadra automobilistica. Forse sarebbe il caso di smetterla di trattare i venticinquenni come se fossero bambini smarriti.» Dalla rampa di scale provenivano due voci femminili che parlavano in tono concitato. Veronica non ebbe difficoltà a riconoscere la Blaze. «Eccola. Evidentemente ha qualcosa di più importante a cui pensare.»
Si avviò verso le scale, incurante del fatto che Fischer - quel maledetto impiccione - la stesse seguendo. Vide Ivana sul pianerottolo sottostante, impegnata in una discussione con nientemeno che Candy Martini.
L’ex modella doveva far parte della gran quantità di persone che ritenevano di essere competenti in materie alle quali erano totalmente estranee. La moglie di Ivan Blazevic, infatti, stava criticando la figlia per avere accettato l’ingaggio di una squadra in cui “alla luce del sole tutti erano aperti e solari, mentre dietro le quinte avvenivano faccende discutibili, ben lontane dall’etica”.
Veronica sbuffò. Quella donna aveva fatto soltanto sfilate e spot pubblicitari, l’unico merito che le si poteva riconoscere era quello di avere sfruttato la propria eleganza anziché la volgarità che certe sue colleghe avevano elevato come carta vincente. Perfino nei salotti televisivi, dove tutti discutevano di niente con un tono che sarebbe apparso sguaiato perfino al mercato del pesce, manteneva sempre un certo decoro. Il fatto che Candy Martini avesse una dignità, tuttavia, non la rendeva né un’esperta di motorsport, né al corrente delle dinamiche interne alla Pink Vertigo.
Se non altro, Ivana Blaze ebbe la decenza di mettere a tacere la madre con una certa freddezza. Quando questa tentò di replicare, Ivana sbottò: «Lo sai che mi hai davvero rotto? Non sai niente! Questa è l’occasione della mia vita e devi rimanerne fuori! Non dovresti nemmeno essere qui! Perché non te ne torni alle tue cazzate e non mi lasci in pace?»
Senza attendere una risposta, salì la rampa di scale che le restava e giunse di fronte a Veronica, la quale la invitò a non perdere ulteriore tempo e a recarsi nella sala della presentazione.
Udì il ticchettio dei tacchi dell’ex modella, dopodiché la voce sua e quella di Fischer. Per quanto la riguardava, il giornalista poteva restare a intrattenere quella donna per tutto il tempo che desiderava.
Veronica trascinò letteralmente Ivana Blaze all’interno della sala in cui si sarebbe svolta la presentazione. Tra i giornalisti si alzò un certo mormorio, ma non durò troppo a lungo. Un addetto spense le luci e accese il maxischermo, verso il quale Veronica Young si diresse.
Vide Fischer entrare, seguito da Candy Martini. Questa prese posto in una delle ultime file.
Il filmato di apertura venne proiettato. A Veronica non piaceva molto: erano state impacchettate scene evocative, che non avevano nulla a che vedere con l’Evolution Grand Prix Series. Del resto, il mondo andava avanti in fretta, chi ricordava più le gare promozionali svolte sette anni prima? Era senz’altro molto meglio fare un collage di immagini decontestualizzate, compresa quella di un pilota dalla tuta verde fluorescente che teneva in mano un trofeo sul terzo gradino del podio. Proprio in quel momento, i presenti ripresero a borbottare. Era comprensibile: quel risultato aveva fatto un certo scalpore visto che costui, dopo quindici anni passati a gareggiare per squadre di livello medio-basso, era divenuto già da tempo il pilota con il maggior numero di presenze senza avere mai conquistato una top-three. Il giorno in cui aveva conquistato il tanto agognato podio era passato alla storia.
Veronica attese che il filmato terminasse e che l’attenzione di tutti tornasse a concentrarsi sulla Pink Vertigo, sempre ammesso che lo fosse mai stata. Finalmente, le immagini relative ad altre categorie smisero di essere proiettate e di colpire l’immaginario collettivo.
Il basso sottofondo musicale si intensificò in volume e, dal melodico, finì per evolversi in un sound più rock. Un lungo sibilo stridulo accolse il rendering della nuova monoposto, mostrata in ogni suo lato e sotto ogni sua sfumatura di rosa. La musica si fece di colpo degna di un film dell’orrore, o quantomeno di un thriller dai contenuti molto espliciti.
Infine calò il silenzio e sullo schermo svettarono le fotografie di Shinji Nakamura e Ivana Blaze con le loro tute da gara bianche rifinite di fucsia. A quel punto lo schermo si spense e la luce nell’ambiente venne riaccesa.
Una parte dei presenti applaudiva, qualcuno degli altri sembrava un po’ annoiato. A un esame più attento, anche alcuni di quelli che applaudivano non sembravano troppo entusiasti. Veronica non se ne curò minimamente.
Sapeva di dovere parlare al posto di Walter De Santis e di doverlo fare senza che ai giornalisti venisse in mente di chiedere dove fossero i rappresentanti della proprietà, se l’Evolution sembrasse loro una categoria talmente poco importante da scegliere di dedicare ad altro il proprio tempo.
Fu un successo. Tenne il discorso prima in italiano e poi in inglese. Filò tutto liscio, non vennero poste domande inopportune. A quel punto, Veronica passò il microfono a Nakamura che, dopo un “buongiorno a tutti” nell’idioma locale, che stonava con l’orario pomeridiano della presentazione, proseguì parlando in inglese. Ivana Blaze, invece, fece anche un discorso in italiano.
Esprimendosi nella propria lingua natale, fu molto più diretta, nell’affermare quanto l’Evolution Grand Prix Series fosse importante per lei: «Vorrei aggiungere che sono estremamente grata alla Pink Vertigo per l’opportunità che mi ha dato. C’è chi ogni giorno cerca di mettermi i bastoni tra le ruote, ma io non mi arrenderò mai. So quanto valgo e non permetto a nessuno di tarparmi le ali. Amo le corse e ho dedicato tutta la mia vita alle corse. Non sono una stupida donna immagine che mostra la propria bellezza in un salotto televisivo. Non solo sono molto di più, ma ritengo del tutto inutile il mostrare la propria bellezza in TV.»
Candy Martini si alzò in piedi e si diresse verso la porta. L’uomo che aveva acceso la luce le rivolse uno sguardo interrogativo. L’ex modella gli agitò davanti al naso un pacchetto di sigarette, per giustificare la propria necessità di uscire. Venne fatta passare. Veronica non trattenne un sorriso: era palese che l’invettiva di Ivana Blaze fosse rivolta alla madre.

***

Dopo la presentazione, Veronica invitò tutti i presenti a scendere al pianoterra. Edward seguì chi lo precedeva all’interno di un’ampia sala che ipotizzò essere quella nella quale si era svolto il ricevimento di Capodanno.
Selena glielo confermò senza che fosse necessario chiederglielo.
«Ero qui fuori nel corridoio quando ci siamo sentiti al telefono. Dopo...» Si interruppe. «A proposito, la batteria durava ancora parecchio, allora. Adesso si scarica talmente in fretta...» Aveva fatto riparare lo schermo dello smartphone, ma da allora erano iniziati altri problemi, compresi occasionali surriscaldamenti. «Penso che dovrei decidermi a cambiarlo.»
Non era la prima volta che lo affermava, ma continuava a non succedere. Del resto, aveva anche il cellulare che utilizzava per lavoro e, durante la settimana, ce l’aveva sempre a portata di mano.
Erano entrati da poco nella sala, nella quale si trovava un buffet. C’erano aperitivi e spumante, oltre che pasticcini dall’aria poco appetitosa. Edward si tenne lontano dai tavoli.
Non fu l’unico. Invece di dirigersi verso il cibo e le bevande, Oliver Fischer andò nella loro direzione. Edward fece un sospiro. Sarebbe stato un tardo pomeriggio piuttosto complicato, dato che Selena non sapeva nulla della loro conversazione a proposito del Replacement che l’aveva assalito in Spagna oltre sei anni e mezzo prima. Sperava almeno che Oliver non si facesse scappare nulla di fronte a lei.
Era la prima volta da qualche tempo che si trovavano tutti e tre nello stesso posto, ma qualcosa, nel frattempo, era drammaticamente cambiato, prima con l’incidente, se così poteva essere chiamato, del 31 dicembre, poi con la decisione di Edward di mettere Oliver al corrente di quella faccenda che per lungo tempo aveva ritenuto morta e sepolta.
Fischer non mostrava alcun segno di tensione. Affermò, senza mostrare preoccupazioni: «Non avevo mai visto Candy Martini dal vivo. È proprio bellissima.»
Quel termine descriveva a pieno l’ex modella. All’età di quarantotto anni, Candida Martini, meglio nota come Candy, sembrava ancora quasi perfetta. Era addirittura più bella che in giovanissima età, quando un fisico troppo secco l’aveva resa funzionale allo scopo di mettere in mostra gli abiti che indossava, più che una vera e propria bellezza.
Aveva lineamenti gradevoli e, se aveva fatto ricorso alla chirurgia estetica, non aveva esagerato. Aveva lunghi capelli castani, che portava raccolti in un’elaborata acconciatura. Indossava un abito nero lungo fino alle ginocchia, con ricami di colore rosa.
«Si è vestita a tema» osservò Edward. «Non tutti l’hanno fatto. Ivana avrebbe potuto essere un po’ più gentile nei suoi confronti.»
Oliver ribatté: «Da quando capisci l’italiano? Come sai che cos’ha detto Ivana e quale fosse il significato delle sue parole?»
Selena intervenne: «Lo ha chiesto a me.»
«Ivana mi sembrava molto infervorata» chiarì Edward. «Ero curioso, quindi mi sono fatto spiegare da Selena cosa avesse detto.»
Oliver replicò: «Non mi è sembrata una bella uscita. Ivana Blaze farebbe meglio a tenere un profilo basso, invece di fare la “drama queen” a tutti i costi.»
Era proprio il termine giusto per descrivere la Blaze. Edward preferì non affermarlo ad alta voce, anche perché il signor Duval si stava avvicinando a loro. Ignorando bellamente sia Edward sia Oliver, si rivolse a Selena in francese.
Edward non comprese nulla che non fosse il “bonsoir Madame” introduttivo. Quando sua moglie si allontanò con Jean-Marc, Fischer gli riferì: «Duval ha affermato di essere un vecchio amico della madre di Selena e le ha chiesto se poteva presentarle Walter De Santis e Sabina Veronesi.»
In effetti, Selena era stata condotta proprio al cospetto di quest’ultima, una signora sui cinquant’anni, molto ben portati nonostante non fosse una donna particolarmente appariscente.
Indicando la moglie, Edward abbassò la voce.
«Ti ringrazio per non averle detto niente.»
Oliver sorrise.
«Doveva essere una faccenda tra noi.»
«Non si può mai sapere» replicò Edward. «Sappiamo bene che tutto può succedere, quando ci sei di mezzo tu.»
Oliver obiettò: «Non ho l’abitudine di mettere nei guai i miei amici con le loro mogli.»
«Anche Selena è una tua amica» puntualizzò Edward. «Fino a che punto posso essere certo che tu scelga me invece che lei?»
«Stai cercando delle complicazioni che non dovrebbero esserci» fu la pacata risposta di Oliver. «Sono sicuro che Selena non avrebbe problemi, se la mettessimo al corrente di...»
Edward lo interruppe: «Non osare, Fischer. Dobbiamo sbrigarcela da soli.»
«Non preoccuparti» lo rassicurò Oliver. «Con Selena, non accennerò a certi fatti. Mi limiterò a parlarle di quanto sarà estenuante passare la maggior parte della settimana in un monolocale alla periferia di questa città piena di nebbia, anziché a casa mia, ma di come sarà bello, almeno ogni tanto, potere vedere una persona che romperà la monotonia del mio nuovo lavoro.»
«Ovvero?»
«Ovvero tu, non mi sembrava così complicato da capire. Qualche sera potremmo incontrarci. Cosa ne dici di venire a bere qualcosa da me, al monolocale?»
«Si può fare» concesse Edward. «Adesso, invece? Non bevi?»
«No.»
«Nemmeno io. Ivana Blaze, invece, non si sta risparmiando.»
La ragazza buttò giù tutto d’un fiato il contenuto di un bicchiere, non certo il primo. Lo posò su un tavolo, infine si diresse verso Edward.
Oliver se ne accorse e propose: «Vi lascio soli.»
Edward non fece in tempo a dirgli che non era necessario. Fischer si allontanò a passo spedito. Raggiunse Selena, che si trovava ancora in compagnia di Jean-Marc Duval, ma non esitò ad allontanarsi dall’imprenditore francese per seguire Oliver. Non era difficile ipotizzare che fosse stata ben contenta di avere la possibilità di mettere da parte il vecchio amico della madre, o presunto tale.
«Bella presentazione, vero?» chiese Ivana.
Nonostante i vari drink, sembrava piuttosto lucida. Quando si udì una sorta di grido, seguito da un tonfo, che proveniva da fuori, fu la prima ad allarmarsi. Tuttavia, venne dedotto all’unanimità che quei rumori giungevano dall’esterno e, di conseguenza, che non fossero di interesse di nessuno, all’interno di quella sala.
Superato il vago momento di stordimento collettivo, Edward rispose: «È stata una presentazione in linea con gli standard contemporanei.»
«Peccato solo per mia madre» ci tenne a giustificarsi Ivana. «Non ho alcun bisogno di essere accompagnata dai miei genitori. Mio padre era mio padre perché gli piacciono le corse e mi ha sempre incoraggiata, mentre mia madre... non capisce, non si rende conto che la sua presenza non è gradita.»
Di Candy Martini, in giro per la sala, pareva non esservi traccia. Chissà dove si era cacciata, forse era di nuovo andata fuori a fumare. Era difficile immaginare una donna come lei, che senz’altro doveva tenerci parecchio alla cura della pelle, con la sigaretta in bocca. Era ancora più strano che si concedesse di fumare ben due volte in così poco tempo.
Ivana continuò a lamentarsi di lei, almeno finché le luci non si abbassarono. A quel punto, si defilò con la scusa di recarsi alla toilette. Poco dopo, iniziò a udirsi la stessa musica già sentita durante la presentazione, prima melodica, poi rock. Veronica propose un brindisi alle persone che le stavano accanto. Selena continuava a parlare con Fischer, mentre il signor Duval si avvicinava a Edward.
«Signor Roberts, che cosa ne pensa della presentazione?» gli chiese, in un inglese perfetto.
Quell’uomo sborsava parecchio denaro, era meglio essere accondiscendenti e non osservare che non era stato il primo a porgli una domanda del genere.
«Molto bella.»
«Peccato che tutto il resto sia un po’ fiacco» si lamentò il francese.
Proprio in quel momento, si udì lo stesso sibilo stridulo della presentazione. Nella penombra, Ivana Blaze rientrò in sala. Fece un giro tra i presenti, senza fermarsi a parlare con nessuno.
Jean-Marc Duval affermò: «Dovrebbe venire con me a un aperitivo serio, signor Roberts. Naturalmente può portare anche Selena. Nel locale c’è una sala adatta alle signore.»
Edward si domandò che cosa significassero quelle parole, ma non riuscì a darsi una risposta. Nel frattempo, Duval ne attendeva una da lui.
«Quando?»
«Tra dieci minuti, quando tutto questo sarà finito.»
La luce si riaccese nella sua massima potenza. Ivana doveva essere uscita di nuovo, dato che proprio in quel momento rientrò nella sala.
La previsione di Duval si rivelò corretta: poco dopo, una parte dei presenti iniziò ad andare via.
Selena non fu molto soddisfatta del fatto che Edward avesse accettato l’invito di Jean-Marc Duval, ma non si oppose. Anzi, parve sollevata nel vedere Sabina Veronesi uscire insieme all’imprenditore. Il fatto che vi fosse anche lei doveva apparirle rassicurante.

***

«È stato un successo, non credi?» domandò Annabelle.
Veronica si girò a guardare la figlia.
«Suppongo di sì.»
«Peccato solo che Nakamura e il suo manager non sembrassero molto soddisfatti.»
«Da cosa?»
«Dalla Blaze, credo.»
«Ho visto che si sono allontanati dalla sala, in effetti» ammise Veronica. «Non c’è problema, per quanto mi riguarda. Shinji e Matsumoto se ne faranno una ragione. Ivana Blaze è il futuro dell’automobilismo, mentre Nakamura non può fare altro che cercare di non divenirne il passato.»
Annabelle sorrise.
«Ci credi davvero?»
Veronica abbassò lo sguardo.
«Non ha importanza quello in cui credo io.»
«Non ha importanza quando stai facendo dichiarazioni pubbliche. Con me, non sei obbligata a fingere.»
«Non fingo.»
I due giapponesi le passarono accanto proprio in quell’istante. Annabelle ebbe l’ottima idea di mettersi a fare conversazione con il pilota, lasciando da parte le considerazioni su Ivana Blaze. Veronica scambiò qualche parola con Daisuke Matsumoto. Le parve un buon osservatore. Si era accorto di un dettaglio probabilmente sfuggito a chiunque altro: Candy Martini non era mai scesa al piano di sotto.
«Ho visto una donna bionda con i capelli raccolti dietro la nuca e l’abito rosa che saliva di sopra, prima, mentre facevo una telefonata» affermò Matsumoto. «C’era anche Nakamura con me. L’abbiamo solo intravista, non abbiamo fatto in tempo a capire chi fosse. Pensavamo a Ivana, ma poi l’abbiamo vista poco dopo essere rientrati in sala, quando si è sentito quell’urlo. Chissà, forse era la moglie di Edward Roberts.»
In effetti, oltre a loro, non vi erano altre donne che potessero corrispondere a quella descrizione. C’era una giornalista bionda, ma aveva i capelli corti e portava una giacca di pelle abbinata a pantaloni neri, non poteva trattarsi che di Ivana Blaze o di Selena Roberts.
Veronica non vi diede molto peso. Non poteva sapere che, di lì a una mezz’ora, quel dettaglio avrebbe assunto un’importanza cruciale.
Nessuno si preoccupò di dove fosse l’ex modella, almeno finché Ivan Blazevic non chiese alla stessa Veronica se avesse visto sua moglie Candida. Al no secco di Veronica, Ivan continuò a fare domande in giro.
«Posso andare a vedere se è tornata al piano di sopra» suggerì l’uomo che aveva azionato le luci sia durante la presentazione sia durante il rinfresco.
Veronica non replicò che Candy Martini non era mai scesa. Non le sembrava un’informazione rilevante. Ancora una volta, tuttavia, sarebbe stata ben presto smentita.
Erano andati via quasi tutti, quando l’uomo delle luci tornò. Aveva l’aria trafelata e, al cospetto di Veronica, Ivan Blazevic, Walter De Santis e consorte, Ivana Blaze e Oliver Fischer annunciò: «C’è un problema.» La guardò con aria implorante, come a chiederle come uscirne. «C’è un problema enorme, signora Young. Candy Martini è...»
Fece quella che doveva sembrare una pausa, ma non riprese mai a parlare. Veronica si preparò al peggio.

***

Il Delicious Ambition era un night club esclusivo che, già da qualche tempo, aveva dedotto che non si facessero incassi d’oro soltanto in tarda serata, ma anche e soprattutto all’ora dell’aperitivo. Era strutturato su due piani. Di sotto, vi era quella che, secondo Jean-Marc Duval, era una sala appropriata per le signore. Selena si accomodò a un tavolo con la Veronesi, mentre Edward non poté astenersi dal seguire il signor Duval al piano di sopra.
Lungo la rampa di scale, l’altro uomo si fermò.
«È un bel posto, non crede?»
«Suppongo di sì.»
«L’ho scoperto lo scorso autunno, quando ho iniziato a sponsorizzare la Vertigo nel campionato di endurance. Mi è capitato di venire spesso e, devo ammetterlo, sono diventato un cliente affezionato di questo posto.»
«Cosa c’è di sopra?»
«La sto portando a scoprirlo.»
«Perché ci sta portando proprio me?»
«Perché sua moglie si troverà bene in compagnia di Sabina. Lei, invece, si troverà bene senza sua moglie.»
Edward si irrigidì.
«Cosa intende dire?»
«Sua moglie può sempre venire a raggiungerla, se ha il coraggio di oltrepassare la porta dalla quale non si torna più indietro.»
«Signor Duval, da come parla, sembra che mi stia accompagnando all’inferno.»
«Sì, signor Roberts, nel girone dei lussuriosi.» L’imprenditore rise. «Avanti, venga con me. Non se ne pentirà.»
Edward non ne era tanto convinto, ma quell’uomo sborsava denaro per la Pink Vertigo, quindi era meglio assecondarlo, nei limiti del possibile.
Per accedere agli ambienti del piano di sopra era necessario passare per una reception alla quale veniva chiesto di privarsi dei telefoni cellulari e di altri dispositivi che permettessero di scattare fotografie oppure di filmare.
Dopo avere varcato la soglia, Edward si ritrovò in una sala in penombra nella quale suonava musica jazz a basso volume. Un uomo che doveva avere almeno cinquant’anni stava sdraiato in maniera scomposta, in compagnia di due donne sui quarant’anni in abiti succinti e con il trucco pesante. La scollatura di una di queste lasciava poco spazio all’immaginazione. L’uomo palpeggiava senza ritegno l’altra accompagnatrice, mentre la donna che quasi mostrava il seno sorseggiava il contenuto di un bicchiere, lo sguardo rivolto verso di loro.
Il signor Duval chiarì: «Quelle due non lavorano qui. Sono amiche. Quel tipo di amiche che escono con te solo se sborsi un sacco di soldi, ma pur sempre amiche.»
«Perché mi ha portato qui?» chiese Edward.
«Perché mi piace venire a vedere che cosa succede qui dentro, ma preferivo non venirci da solo.» Jean-Marc Duval rise. «Se dovessi incontrare qualche mio conoscente, almeno, potrei dare la colpa a lei!»
Edward sussultò.
Duval lo rassicurò: «Si rilassi, signor Roberts. Come ben sa, qua dentro nessuno può fotografare e filmare. Al giorno d’oggi è il principale impedimento, quando si sceglie di dedicarsi a certi piaceri. Un uomo perbene può essere rovinato da un video di troppo. Lo stesso discorso si applica anche per le donne, ovviamente. Il revenge porn e tutto ciò che gli somiglia è pericoloso indipendentemente dal genere della vittima.»
Almeno su quell’aspetto, Edward non poté che concordare: «Tutto è rischioso, al giorno d’oggi. I video falsi sono pericolosi tanto quanto quelli veri. Anche le dicerie senza prove possono rovinare una persona.»
Oltrepassarono un altro divanetto, sul quale una donna poco vestita stava a cavalcioni di un uomo in giacca e cravatta.
«Non trova tutto questo estremamente eccitante, signor Roberts?»
Edward azzardò: «È un guardone, signor Duval?»
L’altro rise.
«Se mi vuole definire a questo modo.»
«Che cosa le fa pensare che sia un guardone anch’io?»
«Si goda lo spettacolo, signor Roberts, e non si ponga troppi problemi» ribatté il signor Duval. «Pensi, piuttosto, che è stata Sabina Veronesi la prima a parlarmi di questo locale.»
Edward spalancò gli occhi.
«La stessa Sabina Veronesi che sta seduta al piano di sotto insieme a mia moglie?»
«Proprio lei.»
«Non le credo.»
«Fa male, signor Roberts. Secondo quanto mi ha riferito Sabina, proprio qui, a questo piano, sono state portate avanti alcune rilevanti trattative dell’Evolution Grand Prix Series.»
Edward azzardò: «Il defunto Livio Santangelo?»
«Non l’ho mai incontrato, ma non credo che sia mai venuto qui» rispose il signor Duval. «L’ingegnere non aveva in mente altro che il progresso e la ricerca. Non era il tipo di persona che avesse in mente - mi perdoni il termine - la figa... e non perché avesse in mente il cazzo. Pensava solo al lavoro.»
Proseguirono, addentrandosi sempre più nella sala. Edward avvampò nel vedere una cliente sulla trentina che si liberava delle mutandine e le gettava addosso a quello che sembrava essere un uomo d’affari. Di fronte a loro, stavano sedute due donne che li fissavano con aria soddisfatta, una delle due leccandosi le labbra.
Edward ammise: «Non mi sembra di essere nel posto adatto per portare avanti trattative sull’Evolution Grand Prix Se-...»
Si interruppe. La donna che si leccava le labbra fece un cenno di saluto a Jean-Marc Duval.
«Mi scusi, signor Roberts.»
L’imprenditore si allontanò e andò a sedersi accanto alle due. Non fece nulla di sconveniente e si limitò a scambiare qualche parola con quella che l’aveva salutato, almeno finché Edward rimase a guardare.
Per ogni evenienza, si allontanò tornando verso l’ingresso della sala. Avrebbe voluto andare a riprendersi il telefono, per poi raggiungere Selena al piano di sotto, ma questa fece irruzione all’improvviso. Appariva trafelata e degnò a malapena di uno sguardo coppie e terzetti che sembravano sul punto di consumare.
«Edward, meno male che ti ho trovato!»
«Che cosa ci fai qui?» gli venne spontaneo chiederle.
Selena si guardò finalmente intorno.
«Intendi dentro a un bordello a cielo aperto?»
«Non siamo a cielo aperto» puntualizzò Edward.
«Avrei preferito sentirti dire che non siamo in un bordello» fu la secca replica di Selena.
Edward rispose: «Non lo siamo, infatti. Diciamo che è una sala un po’ particolare.»
«Alla reception non volevano farmi entrare. Ho insistito, dicendo che mio marito e un altro uomo mi stavano aspettando. A quel punto mi è stato chiesto il telefono e mi è stato permesso di entrar-...» Selena si interruppe di scatto. «Chissà che impressione ho dato! Penseranno che io, te e il signor Duval... Che vergogna! Perché mi hai portata in questo locale?»
«Non ne sapevo niente» chiarì Edward. Si sentì improvvisamente osservato. «Ci stanno guardando tutti.»
«Dovremmo essere noi a osservare tutti gli altri» obiettò Selena. «Non è possibile che siamo io e te a sembrare fuori posto.»
Invece lo erano e dare nell’occhio era ciò che Edward voleva evitare più di ogni altra cosa.
Prese Selena per mano e la condusse verso il divanetto libero più vicino. Sua moglie non parve molto soddisfatta.
«Che intenzioni hai?»
«Non farmi notare.» Edward si sedette, invitando Selena a fare lo stesso. «Ti prego di assecondarmi.»
«Assecondarti?» ripeté Selena. «Che cavolo ti viene in mente?»
«Non ti sto chiedendo di spogliarti.»
«Ci mancherebbe altro! Che cosa direbbe la povera Sharon, se sapesse che ti trovi qui?»
Tutto il male possibile, realizzò Edward, ma ci tenne a precisare: «Sharon è sempre stata piuttosto bigotta, lo sappiamo bene entrambi. Mi sembra palese che non avrebbe approvato.»
Selena sbuffò.
«E va bene, Edward, avrai quello che vuoi, ma ti assicuro che, quando ci saremo calati nella parte, mi dovrai stare a sentire.» Lo fece sdraiare e iniziò a sbottonargli la camicia. «E sai cosa ti dico? Che ci saremmo calati meglio nella parte se tu sotto non indossassi la canottiera come i vecchi.»
«Sai, fuori ci sono due gradi. Mi sono vestito di conseguenza.»
«Va bene, allora alzati» gli suggerì Selena.
Edward eseguì senza obiettare. Sua moglie si sdraiò al posto suo e alzò il vestito quasi fino alla biancheria, lasciando scoperte le gambe fasciate da un paio di autoreggenti.
Edward lo ritenne un invito. Si avventò su di lei, le abbassò le calze, le divaricò le gambe e iniziò a riempirla di baci sull’interno delle cosce.
«Bravo, Edward» si complimentò Selena. «Ti stai calando bene nella parte.»
Con una mano, Edward risalì lungo la coscia sinistra, mentre con la lingua le sfiorava la destra.
«Credo sia successo qualcosa di grave» lo informò Selena.
Edward allontanò la bocca della pelle della moglie quel tanto che gli bastava per replicare: «Quando?»
«Adesso.»
«Dove?»
«Alla sede della Vertigo.»
Quel posto era maledetto! Prima la “disavventura” vissuta da Selena e Fischer, poi una potenziale disgrazia... non c’era proprio pace.
Con la mano, continuò a salire fino alla biancheria di Selena e insinuò le dita sotto al tessuto.
«Non esagerare!» lo ammonì sua moglie. Come risposta, Edward le assestò un vigoroso pizzicotto, strappandole un grido, dopo il quale Selena riprese con la propria spiegazione: «Mi ha chiamata Oliver...»
«Hai appena violato la regola numero uno.»
«Ovvero?»
«Non voglio sentire menzionare Oliver mentre ti sto toccando la figa.»
«Questa, al massimo, sarà la regola numero due. La regola numero uno è che non dovresti toccarmi la figa in pubblico, anche se siamo in un bordello a cielo aperto.»
Come tutta risposta, Edward la pizzicò di nuovo, con ancora più forza di prima.
«Quindi insisti» ribatté Selena, in tono divertito. «Come ti dicevo, mi ha telefonato Olive-...» Urlò di nuovo, mentre la mano di Edward si muoveva senza delicatezza alcuna. «Smettila subito, finirai per farmi eccitare!»
«E se fosse proprio questa la mia intenzione?»
«Smettila di provocarmi» gli intimò Selena. «Sai bene di che cosa sono capace, se insisti a mettermi alla prova.»
«Se continuo a provocarti, ti metterai nuda a gambe aperte in un posto in cui ci saremo solo noi due.» Edward fece scivolare la lingua sull’interno coscia. «Se la smetto, continuerai a parlarmi del tuo ex.»
«Ti ricordo che il mio ex è il tuo futuro compagno di bevute» replicò Selena. «Mi ha detto che la parte più bella del lavorare per la Pink Vertigo sarà vederti spesso e trascorrere con te qualche serata.»
Edward si appuntò mentalmente di ringraziare Fischer per la collaborazione fornita.
Senza smettere di palpeggiare Selena, le domandò: «Quando ti ha chiamata?»
«Pochi minuti fa.»
«Cosa voleva?»
«Ha detto che è successa una cosa terribile e che dobbiamo tornare alla sede.»
Di fronte a una simile prospettiva, Edward si rassegnò. Sfilò la mano dalla biancheria di Selena e la lasciò libera di sistemarsi le calze e di rialzarsi.
«Appena saremo da soli» la informò, «intendo riprendere questo discorso.»
Selena rise.
«Anch’io.»
Edward si allacciò la camicia e uscirono dal “bordello a cielo aperto”. Recuperarono i loro telefoni alla reception e Selena controllò il proprio.
«Ho solo il quindici percento di batteria. Sono sicura che prima fosse al ventinove percento. Come può essersi scaricato così in frett-...» Non completò la frase. «Maledizione, si è spento! Avevo detto a Oliver che l’avrei richiamato non appena ti trovavo.»
«Non c’è problema.» Edward cercò il numero di Fischer sul proprio. «Lo chiamiamo dal mio.»
Oliver rispose al secondo squillo.
«Roberts, sei tu?»
«Chi dovrebbe essere?» obiettò Edward. «Selena è appena venuta a dirmi che è capitato qualcosa di grave. Puoi essere più specifico?»
«Mi dispiace per il disturbo.»
«Non disturbi affatto. Mi trovavo in mezzo a gente seminuda che si toccava senza ritegno.»
«Che cosa?! Che razza di posti frequenti?»
«Nulla che riguardi un giovane innocente come te.»
Oliver gli ricordò: «Tra due mesi compio quarant’anni. Non sono più così giovan-...»
«Spiegami cos’è successo» lo interruppe Edward.
«Candy Martini è morta.»
«Oh.»
Oliver aggiunse dettagli: «Sulla scala di sicurezza. Forse era andata a fumare. Nakamura e il suo manager affermano di avere visto una donna bionda che saliva al piano di sopra.»
«Qualcuno l’ha spinta di sotto?» chiese Edward.
«Molto probabile» rispose Oliver. «Deve essere successo quando tutti abbiamo sentito un grido e poi un tonfo. Io stavo parlando con Selena, in quel momento.»
Edward tirò un sospiro di sollievo. In qualità di donna bionda, a Selena sarebbe stato senz’altro chiesto se aveva un alibi. Era una fortuna che Fischer si trovasse insieme a lei, in quei frangenti.
«Cos’altro hanno detto i due giapponesi?»
«La donna aveva i capelli raccolti ed era vestita di rosa.»
«Ivana» mormorò Edward, raggelando.
«Non starai insinuando che possa avere ucciso sua madre!» esclamò Oliver.
«Non può averlo fatto» rispose Edward. «Era con me, in quel momento.»

***

Christine Strauss non riusciva a capacitarsi di ciò che aveva appena visto. Edward Roberts non le era mai sembrato il tipo di uomo che potesse frequentare un posto come il Delicious Ambition. Per non parlare di Selena, che dopo la morte di Patrick Herrmann era rimasta fedele al suo ricordo per quindici anni. Che potessero bere qualcosa al piano di sotto sarebbe stato anche plausibile, ma l’idea di vederli in atteggiamenti intimi in quella sala non l’aveva mai sfiorata.
Seduta in disparte, Christine era stata ignorata da tutti. Quando voleva interpretare la parte dell’elemento di tappezzeria, nessuno la batteva. Un tempo l’aveva considerata una maledizione, ma era resa conto ben presto di quanto un simile atteggiamento potesse esserle utile.
Sapeva che il Delicious Ambition era frequentato da persone vicine all’Evolution Grand Prix Series e alla Pink Vertigo. Non vi erano altre ragioni per cui vi si fosse recata, se non per studiare la potenziale concorrenza.
Mancavano appena due settimane ai test prestagionali, era questione di pochi giorni prima dell’annuncio ufficiale. Presto il mondo avrebbe saputo che Christine Strauss era stata scelta come team principal della R-Evolution Racing. Sarebbe stata di nuovo una degna avversaria, sia per Edward Roberts sia per Veronica Young.
Ignorando lo sguardo dell’uomo sui sessant’anni che era arrivato in compagnia di Edward Roberts, Christine scostò una ciocca della parrucca bionda che le cadeva davanti agli occhi e si chiese se fosse stata riconosciuta.
Non era possibile, decretò. Aveva mascherato il proprio aspetto a sufficienza da non essere identificabile a colpo d’occhio. Avere un aspetto insignificante era piuttosto utile. Nei romanzi polizieschi, addirittura, poteva servire agli assassini per agire indisturbati. Christine sorrise, immaginandosi capace di commettere un crimine grazie alla capacità di passare inosservata, poi distolse lo sguardo: non voleva che quel tale - uno sponsor della Pink Vertigo - pensasse che il sorriso fosse rivolto a lui.


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