martedì 19 maggio 2026

L'Eta della Ruggine // blog novel sul motorsport thriller sci-fi: capitolo 10/19

EVOLUTION V



Selena guidava in silenzio, mentre sul suo smartphone si susseguivano notifiche. Edward, seduto accanto a lei, commentò: «Questa deve essere Margaret.»
«Molto probabile» convenne Selena. «Il telefono è nella mia borsa, puoi darci un’occhiata?»
Senza replicare, Edward fece ciò che la moglie gli aveva detto.
«Confermo, è Margaret. Scrive che sta cercando di studiare, ma Ella vuole che la aiuti a disegnare. Aggiunge immagini. Sono disegni di Ella... e sono unicorni.»
Selena rise.
«Sembra fatto apposta.»
«Lo trovi divertente?» obiettò Edward. «Ti ricordo che, mentre Ella disegna unicorni, noi stiamo andando, travestiti da unicorni, a una festa in un locale a luci rosse. Non lo trovi maledettamente imbarazzante?»
Selena non gli diede una risposta diretta, ma gli domandò: «Com’è messa la batteria?»
«Ottantanove percento.»
«È già scesa così tanto?»
«Cambia telefono» le suggerì Edward, e non per la prima volta.
«Sto iniziando a pensarci seriamente» borbottò Selena.
Sul sedile posteriore, Oliver immaginò se stesso immerso in una simile conversazione con Tina. Perfino un discorso così banale gli sarebbe sembrato allettante, invece rimaneva solo il vuoto, accompagnato da voci che affermavano che sua moglie era stata molto importante per la storia dell’automobilismo.
Era sempre la solita vecchia storia: chi moriva era un eroe, ma smetteva di essere una persona comune. I sostenitori acclamavano idoli con le lacrime agli occhi, dimenticandosi che c’era chi li aveva amati come persone e non come eroi.
«Tutto bene, Fischer?» chiese Edward, dal sedile anteriore. «Mi sembri un po’ silenzios-...» Si interruppe per l’ennesima notifica. «Sai, Selena, mia figlia Margaret scrive a te che dovresti ricordarmi che non devo bere alcolici dopo la mezzanotte, perché sua madre non l’avrebbe voluto.»
Oliver obiettò: «Visto che dobbiamo mantenere la concentrazione alta, sarebbe meglio non bere affatto, a qualsiasi ora.»
«Che uomo pragmatico» ribatté Edward. «Non c’è da stupirsi che tu non beva mai.»
«Non ne sento il bisogno.»
«Stasera lo sentirai.»
Oliver sbuffò.
«Non importa che mi ricordi continuamente che cosa ci ritroveremo davanti.»
«Non lo avremo solo davanti» replicò Edward. «Ci saremo in mezzo.» Si fermò solo un attimo, poi riprese: «Ottantasei percento. Davvero, Selena, sono passati solo pochi istanti ed è già scesa di nuovo, la batteria del tuo telefono è da buttare.»
Selena non rispose. Sembrava concentrata sulla strada. Svoltò. Avevano ormai raggiunto la via in cui si trovava il Delicious Ambition.
Trovarono parcheggio in una via poco lontana. Prima di scendere dalla macchina, Oliver domandò: «Cosa pensate che possa succedere stasera?»
Né Edward né Selena risposero. Aprirono le portiere. Oliver fece la stessa cosa. Scesero tutti e tre nello stesso momento, gli sportelli vennero richiusi quasi all’unisono.
Solo allora Edward parlò: «Spero che, dopo stasera, saremo più vicini a scoprire che cosa succeda davvero nel mondo dell’Evolution Grand Prix Series.»
«Che cosa pensi che possa avere a che fare - davvero, intendo - con un locale di dubbia moralità?» insisté Oliver.
«Jean-Marc Duval mi ha detto che certi pezzi grossi hanno fatto affari qui dentro.»
«Questo significa tutto o niente.»
«Il mio pensiero» replicò Edward, «è che ci sia qualcuno a cui piace un po’ troppo l’ambiente libertino del Delicious Ambition. Ciascuno nella vita privata può fare quello che gli pare... ma sai bene anche tu stesso che ci sono dei rischi non indifferenti.»
Oliver non ebbe bisogno di chiedere spiegazioni. Aveva conosciuto Tina a causa di un caso di pornografia non consensuale. Nonostante Edward l’avesse informato che nella sala che Selena definiva “bordello a cielo aperto” non erano ammessi dispositivi che permettessero di fotografare o filmare, non c’erano dubbi che, con un po’ di inventiva o con i giusti agganci, qualcuno potesse eludere quella regola.
«Scoprendo chi frequenta quel locale» azzardò Selena, «potremmo scoprire chi è la pedina e, di conseguenza, fare delle ipotesi su chi sia il burattinaio.»
Edward si limitò a borbottare: «Mhm.»
Selena obiettò: «Non ti vedo convinto.»
«Invece lo sono. Hai raggiunto la mia stessa conclusione. Sono solo un po’ preoccupato da quello che ci aspetta là dentro.»
«Siamo ancora in tempo per scappare.»
Edward concluse: «Mi piacerebbe, ma non possiamo. Questa storia ci riguarda più di quanto vorremmo e continuerà a riguardarci.»
Oliver volle sapere: «Come ci muoviamo, una volta entrati?»
«Nella maniera più discreta possibile» rispose Edward.
Oliver sussultò.
«Che cosa significa discrezione, in un locale come quello?»
Edward ribatté: «Non lo so esattamente, ma lo scopriremo presto.»

***

Remy Corvin sopportò i primi tre post sull’omicidio di Candy Martini, ma non riuscì ad andare oltre. Non appena il quarto gli apparve in bacheca, chiuse l’applicazione. Gli dispiaceva che l’ex modella fosse stata assassinata - e che Annabelle fosse presente sul luogo del delitto - ma non poteva sopportare il fatto che continuasse a comparire ovunque, come se un efferato omicidio dovesse essere sempre sulla bocca - e sui profili social - di tutti.
Remy aveva un solo desiderio, ovvero quello di essere lasciato in pace. Almeno quando era a casa, avrebbe voluto dimenticarsi dell’Evolution Grand Prix Series e di chiunque vi fosse in qualche modo legato - di chiunque, tranne Annabelle. Aveva provato a ricostruirsi una carriera, ma non c’era riuscito. Ormai gli anni erano passati, si era rassegnato all’idea di avere fatto il suo tempo. La realtà era che non esisteva un altro Remy Corvin. Sarebbe stato sempre e comunque un ex pilota e non sarebbe mai stato in grado di trovare un altro scopo alla sua esistenza. Era quella la ragione per cui si era gettato, per la seconda volta, tra le fauci dell’Evolution GP Series. Almeno non avrebbe più dovuto guidare alcunché, quindi non gli sarebbe stato chiesto di lasciare il proprio posto a un’unità artificiale.
Il Replacement che l’aveva sostituito al volante aveva distrutto la sua vita. Remy aveva perso non solo se stesso, ma anche l’amore di Annabelle. Non era mai riuscito a ritrovarsi fino in fondo, ma esisteva qualche vaga speranza. Non vi era alcuna possibilità, tuttavia, di riavere Annabelle. La donna che aveva amato doveva averlo completamente rimosso dalla propria esistenza. Ogni tanto Remy provava a contattarla, a chiederle come stava. Riceveva soltanto risposte asettiche, che facevano un effetto molto diverse da quelle altrettanto distanti dell’epoca in cui stavano insieme.
Solo quando l’aveva invitato alla festa di Capodanno aveva avuto un tono di voce diverso. Remy era stato tentato di andare, ma aveva preferito evitare: a partire dal primo gennaio sarebbe stato legato alla R-Evolution Racing e non voleva essere costretto, come Cenerentola, a scappare dal ricevimento prima che arrivasse la mezzanotte. In più, lo sapeva, sarebbe andato incontro soltanto a un’immensa delusione.
Aveva trascorso la sera del 31 dicembre a guardare video di vecchie gare, quelle vere, in cui i piloti erano ancora piloti e non vi era possibilità di spacciare un ammasso di materiali sintetici e algoritmi per un uomo in carne e ossa.
Lo faceva spesso. Le gare di un tempo lo rilassavano più di tutto il resto. La sera, prima di addormentarsi, si gettava sul letto con lo smartphone tra le mani, guardava vecchie immagini scorrere e immaginava che fosse ancora possibile ritornare ai fasti del passato. Preferiva guardare le gare degli altri, quelle importanti, magari anche controverse, per rievocare i bei vecchi tempi in cui i tifosi comuni litigavano per stabilire come fossero andate davvero le cose in questa o in quell’altra occasione. Alcuni lo facevano nei commenti, a distanza anche di trent’anni. Remy era combattuto tra il trovarli immensamente patetici e il considerarli immensamente umani. In un mondo che guardava soltanto a un futuro tutt’altro che roseo, aveva l’impressione che ci fosse chi ancora aveva un occhio di riguardo per il passato.
Da parte sua, avrebbe sempre provato un mix di seccatura e sollievo nel leggere di utenti che si insultavano a vicenda perché, in un momento ormai decontestualizzato degli anni Novanta, Kai Silberblitz e George Norman erano venuti a contatto durante il gran premio nel quale veniva assegnato il titolo mondiale.
Anche quella sera il copione fu lo stesso. Scelse un video che aveva già visto e rivisto, ma nonostante tutto riuscì a trovare dei nuovi interventi.
Li lesse in maniera frettolosa, prima di concentrarsi sulle scene di gara. Silberblitz era in testa, braccato da Norman. Chi dei due avesse visto la bandiera a scacchi davanti all’altro avrebbe conquistato il titolo mondiale. Nonostante Remy conoscesse molto bene l’outcome di quel duello, era come riviverlo ogni volta, addirittura come essere sul posto, nonostante il circuito cittadino di Adelaide non fosse più in uso da decenni. Nella vita di tutti i giorni c’era addirittura gente che portava il cane a fare i propri bisogni sul viale che sorgeva laddove Silberblitz e Norman si erano giocati il mondiale.
Remy vide Silberblitz mettere a distanza il rivale, forse arrivando a un’illusoria sensazione di controllo. Sapeva che di lì a poco tutto sarebbe crollato, ma ogni volta si lasciava cogliere di sorpresa.
Vide Silberblitz infrangere le illusioni. Fu questione di un istante. Uscì di strada e sfiorò il muro, prima di ritrovare la via dell’asfalto.
Accanto alla sagoma verde e azzurra della monoposto del leader della classifica piloti, comparve quella bianca e blu del suo diretto inseguitore. Mentre questo andava ad affiancarlo, lo smartphone vibrò: Remy aveva ricevuto un messaggio.
“Come stai?”
Gli parve quasi di udire il tono asettico di Annabelle.
“Bene” rispose, altrettanto asettico, anche se non era affatto sicuro di stare bene. Del resto, non poteva certo risponderle: “mi sento incompleto perché tu mi hai lasciato e mi sento colpevole perché la responsabilità è solo mia, che ho accettato i compromessi dell’EGPS”.
Stava per far ripartire il video, quando Annabelle gli inviò un altro messaggio: “Che cosa stai facendo stasera?”
Remy iniziò a digitare: “Sto guardando un highlight di un vecchio GP d’Australia. Mi hai scritto proprio mentre Silberblitz e Norman stavano per venire a contatto. Ero emozionato per il duello tra di loro, ma adesso lo sono di più. Credo che io e te siamo un po’ come Kai e George. Avrebbero meritato un finale diverso. Vorrei che la gente lo capisse...”
Si interruppe. Voleva davvero inviare un messaggio del genere ad Annabelle? Nemmeno un tredicenne avrebbe scritto qualcosa di simile.
Stava per cancellare quel testo, ma ci ripensò un attimo prima che fosse troppo tardi, quindi proseguì: “e che si rendesse conto di quanto sia spiacevole che un semplice incidente, se capita nel momento sbagliato, possa generare una polemica destinata a non spegnersi mai.”
Lo inviò, senza ulteriori riflessioni. Se ne sarebbe pentito? Molto probabilmente sì, ma non importava.
Annabelle rispose: “In fondo sei sempre stato un po’ un poeta.”
Remy si lasciò andare a un sorriso. No, non c’era bisogno di pentirsi del messaggio che aveva inviato alla sua ex fidanzata.
Aggiunse: “Nel mondo dell’automobilismo non esistono il bene e il male, esistono solo interessi contrapposti. Leggo di gente che discute di chi sia il buono e chi il cattivo, tra Silberblitz e Norman, ma la verità è che erano soltanto due piloti che dovevano alle loro squadre di vincere il mondiale. Il fatto che io e te ci troviamo da due parti opposte non significa che siamo noi stessi due opposti. Ti amerò per sempre. Vorrei tanto dirti che nessuno sarà mai per te quello che avrei potuto essere io, ma non sarebbe vero. Sei tu quella insostituibile.”
Inviò di nuovo, senza riflettere troppo. Del resto, nemmeno George Norman aveva avuto troppo tempo per pensare. Aveva visto un’opportunità e l’aveva colta, o almeno ci aveva provato. Anche, Kai Silberblitz, che si era ritrovato accanto il proprio avversario, non aveva avuto scelta.
Remy realizzò che, formulando un simile pensiero, dava ragione alla teoria secondo cui Silberblitz aveva innescato l’incidente di proposito. Era strano arrivare a quella conclusione proprio mentre faceva una dichiarazione d’amore ad Annabelle tramite un’applicazione di messaggistica, ma in fondo era un poeta, l’aveva detto proprio lei. C’era più poesia in Silberblitz e Norman che nei suoi sentimenti non corrisposti.
Annabelle gli scrisse, asettica: “Sto andando a una festa di carnevale in un locale esclusivo. Ti saluto.”

***

Entrare al Delicious Ambition non fu il trauma che Oliver aveva immaginato. A primo impatto, sembrava un locale destinato a clienti che potevano permettersi di spendere tanto, ma non suggeriva i retroscena che Edward gli aveva raccontato.
«Sei sicuro che siamo nel posto giusto?» gli chiese, mentre si sedevano a uno dei tavoli.
Edward gli strizzò un occhio, dietro la maschera.
«Cosa c’è, Fischer, per caso non ti fidi di me?»
Oliver si guardò intorno.
«Non vedo niente di quello che mi hai detto.»
«Capisco che sia un locale in cui si può abbandonare completamente quello che secondo noi è il concetto di discrezione, ma non fino al punto di lasciarsi andare già all’ingresso.»
«In più, nessuno ci ha chiesto di lasciare da qualche parte i telefoni.»
Selena chiarì: «Questa è la parte “normale” del Delicious Ambition.»
Edward obiettò: «Per gli standard di questo locale, sembra che la parte normale sia l’altra.» Tornò a rivolgersi a Oliver: «Avrai anche quarant’anni, Fischer, ma sembri ancora un ragazzino innocente.»
«Trentanove.»
«Non ti manca molto ai quaranta.»
«Un mese.»
«Appunto, non manca molto.»
«Si può arrivare vicini ai quarant’anni senza vivere abbastanza a lungo per compierli, quindi ne ho trentanove.»
Edward abbassò lo sguardo. Aveva capito l’allusione.
Diversamente dal marito, Selena guardò Oliver negli occhi e affermò: «Sono sicura che Tina ti sia vicina.»
Oliver sospirò.
«Non sono certo che vorrebbe vedermi qui dentro.»
Selena replicò: «Ti ha sempre sostenuto. Anzi, è stata proprio la Menezes, in prima persona, a credere nelle tue doti investigative.»
«All’epoca esisteva qualcosa su cui investigare» puntualizzò Oliver. «Adesso è tutto vago e potremmo non arrivare mai a una conclusione.»
«Non è vago» obiettò Selena. «Abbiamo una categoria motoristica in cui avvengono spiacevoli esperimenti con androidi e intelligenza artificiale. Abbiamo una donna morta per una caduta probabilmente ben poco accidentale alla presentazione di una monoposto della suddetta categoria. Abbiamo un bordello a cielo aperto in cui qualcuno potrebbe essere filmato mentre si dedicava ad attività che avrebbe verosimilmente voluto restassero private... Dedicarsi a certi piaceri può essere molto pericoloso, al giorno d’oggi.»
Oliver annuì.
«In effetti il sesso occasionale presenta molti rischi, ben diversi rispetto a quelli ai quali si pensa di solito.»
«Già» convenne Selena. «Come puoi sapere per certo che il partner non ti riprenderà e non utilizzerà le immagini contro di te? Era tutto molto più semplice quando con i telefoni ci si limitava a chiamare, a mandare messaggi oppure a fare giochi dalla grafica minimalista, come quel serpente stilizzato che mangiava quadretti di pixel.»
Oliver sorrise.
«Che ricordo mi hai sbloccato! C’era anche un gioco che mi piaceva di più, in cui dovevi combattere contro una sorta di esercito spaziale composto da mostri marini. Lo so, sembra ridicolo, ma ho il ricordo nitido di creature che sembravano mostri marini, appunto. Ci stavo giocando quando...»
Si interruppe. Nonostante i ricordi del giovane Oliver Fischer fossero giorno dopo giorno sempre meno vaghi, non gli era facile accettare l’idea di averli finalmente con sé. Per tanti anni c’erano stati un prima e un dopo, in cui il prima non aveva avuto più alcun impatto sul dopo, in quanto totalmente rimosso. All’improvviso, a partire da quella maledetta notte di Capodanno, il prima e il dopo avevano iniziato a fare entrambi parte di lui e questioni che non l’avevano mai davvero sfiorato iniziavano ad affacciarsi alla sua mente.
Nei primi anni del ventunesimo secolo i telefoni cellulari avevano iniziato a diffondersi anche tra gli adolescenti. Non erano più aggeggi enormi e molto costosi come quelli che negli anni Novanta stavano tra le mani degli uomini d’affari e di professionisti che necessitavano di essere raggiunti anche quando non si trovavano nel loro studio. Telefoni più economici ed esteticamente più gradevoli erano divenuti comuni. I ragazzini non volevano essere diversi dai loro coetanei, quindi sentivano la necessità di possedere un cellulare. Anche i genitori, terrorizzati dall’idea che i loro figli rincasassero alle diciannove e dieci anziché alle diciannove in punto come concordato, ritenevano necessario che questi fossero in possesso di un telefono mobile al quale raggiungerli in qualsiasi momento.
Le chiamate costavano tanto, quindi i giovanissimi sceglievano di mandare in prevalenza messaggi. Anche quelli avevano un costo, quindi spesso si limitavano a semplici squilli. In alternativa, sempre meno capaci di stare senza un telefono tra le mani, optavano per i giochi preimpostati.
Oliver non vi aveva mai dato alcun peso, nel “dopo”. Solo il ricordarsi del “prima” l’aveva portato a realizzare che un tempo aveva giocato in prima persona con serpenti stilizzati e mostri marini che, chissà per quale motivo, si muovevano tra i veicoli spaziali. Era probabile che non fossero davvero mostri marini, ma le grafiche rudimentali li facevano sembrare tali ai suoi occhi di sedicenne.
Rammentava la possibilità di muoversi con i tasti, di andare su e giù per evitare proiettili o strane creature affamate. C’erano bonus che garantivano armi o vite extra, ma l’aveva scoperto per caso, dato che non vi era modo di capire quali elementi accorressero in suo soccorso e quali fossero invece pronti a eliminarlo. L’unico obiettivo era un punteggio a quattro cifre, nella speranza che la prima di queste fosse piuttosto alta.
Ci stava giocando quella sera, fuori dall’edificio in cui sua madre aveva incontrato una cliente molto importante. Oliver l’aveva accompagnata durante un viaggio di lavoro. Era già capitato, in altre occasioni. Non aveva idea del perché, esattamente, gli fosse venuta voglia di fare una partita a Sky of Danger, forse per abitudine. Si era messo a giocare, in un angolo appartato. Si era spostato dall’altro lato della strada, a ridosso di un edificio che, per quanto ne sapeva, aveva a che vedere con una squadra della Diamond Formula che correva con licenza monegasca.
A Oliver non importava nulla della Diamond Formula, né dell’automobilismo in generale. Aveva semplicemente trovato molto pittoresca l’idea di vedere camion e mezzi delle scuderie che quel fine settimana avrebbero disputato il Gran Premio di Montecarlo. Non poteva negare che fosse curioso ritrovarsi a pochi passi da qualcosa di cui aveva sempre udito parlare soltanto alla televisione.
Ricordava di avere imprecato mentalmente, dopo avere perso una vita per una piccola svista. Gliene rimaneva una soltanto, era molto improbabile che potesse avvicinarsi al punteggio record che aveva ottenuto qualche tempo prima e che mai era riuscito a battere, per una ragione specifica: il gioco terminava dopo un certo numero di livelli. Per ottenere più punti, bisognava riuscire a prolungare il più a lungo possibile la permanenza nei livelli stessi.
Due persone passarono accanto a lui. Oliver non avrebbe nemmeno fatto caso a loro, se una signora non l’avesse urtato. Almeno, gli era sembrato che a urtarlo fosse stata una donna, e che fosse anche indispettita dalla sua presenza. Si era affrettato a mormorare qualche rapida parola di scuse, seppure convinto di non avere responsabilità.
Prima di riuscire a capire perché si fosse ricordato all’improvviso di quella partita a Sky of Danger, fu distratto dalla voce di Selena: «Mi sto chiedendo quale possa essere il ruolo del signor Duval.»
«Mhm... guardone?» azzardò Edward.
«Non ti sto chiedendo che impressione ti abbia fatto» mise in chiaro Selena. «Chi l’ha portato qui? Perché ha ritenuto doveroso metterti al corrente, ma senza aggiungere altro? Di fatto, Duval ha lanciato il sasso e nascosto la mano. Penso che dovremmo chiederci perché l’abbia fatto.»
«Non ha portato solo noi. C’era anche Sabina Veronesi, che però non è salita al piano di sopra.»
«Potrebbe averlo fatto quando eravamo entrambi nel “bordello a cielo aperto”, a dire il vero. Molto probabilmente non ce ne saremmo accorti. La domanda da farsi è: anche Sabina Veronesi frequenta d’abitudine questo locale?»
Edward obiettò: «Le domande sono troppe e potrebbero distoglierci da quello che conta davvero. Per il momento, credo sia meglio se ci limitiamo a guardarci intorno, per vedere se finiamo per avere a che fare con persone sospette.» Si rivolse a Oliver: «Sei ancora con noi, Fischer?»
«Sì, scusa.»
«Sei già concentrato su quello che troverai al piano di sopra?»
Di fronte alla domanda di Edward, Oliver cercò di mostrarsi sicuro di sé.
«Sono pronto a tutto.»
«Lo spero» ribatté Edward.
Oliver si lasciò andare a una risata.
«Lo spero anch’io.»
La verità era che non lo era affatto. Se perfino l’innocente passato di un sedicenne che stava per avere la propria vita stravolta era difficile da digerire, figurarsi tutto il resto.
In compenso, tuttavia, aveva appena avuto un flash: gli era caduto il cellulare, quando la signora l’aveva urtato. L’Oliver Fischer possessore di un telefono si era ritrovato a essere ancora in possesso di un telefono funzionante, l’Oliver Fischer giocatore, invece, si era visto sottrarre l’ultima vita disponibile da un mostro marino che aveva colonizzato lo spazio.
«Prendiamo qualcosa da bere e poi andiamo al piano di sopra?» chiese Edward.
«Si era detto niente alcool» rispose Oliver.
«Si era detto niente alcool dopo la mezzanotte» mise in chiaro Edward, «perché Sharon prendeva la quaresima sul serio e non avrebbe voluto che mangiassi carne o dolci, oppure che bevessi alcolici, il mercoledì delle Ceneri.»
«Noi, invece, dobbiamo prendere sul serio la nostra indagine» puntualizzò Oliver, «quindi niente alcool.»
«Come vuoi, Fischer» concesse Edward. «Drink analcolico per tutti, così saremo lucidi quando varcheremo la soglia maledetta, dalla quale non si torna indietro.»
Selena obiettò: «Non è una definizione molto rassicurante. Sembra quasi che non ne usciremo vivi.»
Edward sentenziò: «Non possiamo prevedere il futuro. Magari è davvero così.»
«Non ascoltarlo, Unicorn Sel» ribatté Oliver. «Ce la caveremo alla grande.»
Edward rise.
«Unicorn Sel.»
Selena intervenne: «Come quel suo profilo fake, ai tempi in cui ti facevi chiamare Unicorn Ed per chattare con Oliver. Adesso siamo tutti unicorni.»
Edward puntualizzò: «A causa tua.»
Selena sorrise.
«Non potevo pensare a un travestimento migliore di questo.»
Edward obiettò: «Siamo ridicoli. Vorrei ricordarti che ho quasi quarantasette anni. Non ho fatto niente di male per essere condannato a fare una cosa del genere.»
«Sono tutti ridicoli, qui dentro» fu la secca risposta di Selena. «Abbiamo dovuto adattarci all’ambiente... e dovremo adattarci ancora di più quando saremo di sopra.»
«Beviamo qualcosa» concluse Oliver, «e poi andiamo di sopra.»
Edward non replicò. Fece un cenno per chiamare un cameriere. Pochi minuti più tardi c’erano tre bicchieri pieni sul loro tavolo e nessuno di loro sembrava desideroso di essere il primo a svuotare il proprio.

***

La magia che Kai Silberblitz e George Norman avevano regalato a Remy, seppure per pochi minuti, sembrava definitivamente svanita. Non riusciva a fare altro che fissare l’ultimo messaggio di Annabelle che, del tutto indifferente alla sua dichiarazione, si limitava a comunicargli di avere un impegno. Certo, scriverle che la amava, invece di comunicarglielo di persona, forse non era un’azione degna di un uomo della sua età, ma quali speranze aveva di parlarle a tu per tu?
“È inutile, Annabelle” immaginò di spiegarle, guardandola negli occhi, “non riuscirai a convincermi che ci sia un modo sbagliato di dirti che ti amo.”
Si rendeva conto di quanto fosse assurdo farsi delle fantasie su momenti che non sarebbero mai accaduti nella realtà, ma non riusciva a smettere. O meglio, non vi riuscì fintanto che gli fu concesso di rimanere lontano dal mondo esterno, sdraiato sul letto a contemplare lo schermo dello smartphone. Quando giunse una chiamata in entrata, quel momento di pace terminò nell’arco di pochi istanti.
L’autore della telefonata in arrivo era Laurent Marchand. Era passato un po’ di tempo dall’ultima volta in cui Remy aveva avuto contatti con lui e non poteva certo affermare di averne sentito la mancanza.
Sapeva che ignorarlo non sarebbe servito a niente. Tutto ciò che avrebbe ottenuto sarebbe stato ricevere altre chiamate in entrata: Marchand avrebbe insistito fino a ottenere una risposta, tanto valeva dargli subito quello che voleva.
«Sì?»
«Tutto bene, Corvin?»
«Immagino non mi abbia chiamato per chiedermi se sto bene.»
«Giusta osservazione. C’è un altro motivo: l’EvoPrix di Le Mans.»
Degli otto eventi della stagione, sarebbe stato l’unico a svolgersi su un tracciato permanente anziché su un circuito cittadino. Sarebbe stato disputato nel mese di aprile, dopo le prime tappe al di fuori dell’Europa. Remy non aveva idea del perché Marchand l’avesse chiamato per menzionarglielo.
«L’EvoPrix di Le Mans ha per caso qualcosa a che vedere con me? Voglio dire, ha a che vedere con me più delle altre gare della stagione?»
«Ci sarà una demo promozionale, con un pilota importante al volante.»
«Quale pilota importante?»
Remy si aspettava di ricevere una risposta da parte di Laurent Marchand, ma questo si limitò a una mezza risata.
Scosso da un brivido, Remy domandò: «Potrebbe parlare chiaro? Che cosa c’entro io con le demo dei presunti piloti importanti?»
«Non ci vuole un grosso sforzo di immaginazione, Corvin. C’è un solo pilota importante che potrebbe mettersi al volante di una R-Evolution Racing in vista dell’EvoPrix. Sarà meraviglioso, un bellissimo richiamo alle gare di sette anni fa.»
«No» obiettò Remy. «Non succederà.»
Laurent Marchand ribatté, secco: «Invece succederà. Non è nella posizione di potere dettare legge, Corvin. Il segreto dell’Evolution è anche il suo segreto. Tornerà a vestirsi di color ruggine, anche se soltanto per fare un giro promozionale.»
«Io?»
«Ufficialmente sì.»
Remy non replicò. Si limitò a prendere nota che l’età della ruggine non sarebbe mai terminata. Per quanto avesse combattuto contro quel passato, non sarebbe mai riuscito a liberarsene.

***

La descrizione che Edward aveva fatto del piano di sopra era corretta: i cellulari non erano ammessi e, una volta varcata la soglia, Oliver si ritrovò di fronte due giovani donne seminude che portavano in testa cerchietti ai quali erano applicate finte orecchie di non meglio precisati animali. Stavano sedute su un divanetto, avvinghiate a un uomo mascherato. Una delle due gli stava sbottonando i pantaloni.
«Hai ragione, Unicorn Sel. Siamo proprio in un bordello a cielo aperto.»
Edward obiettò, in tono puntiglioso: «Non mi sembra che siamo a cielo aperto.»
Oliver non replicò. Non poteva rimanere immobile a fissare le due signorine agghindate in maniera fin troppo esplicita, e soprattutto non poteva fissare quella che ormai stava trafficando con il “pacco” dell’uomo mascherato.
«Sei scandalizzato, Fischer?» lo prese in giro Edward.
«Lo sarebbe tua moglie - l’altra moglie - se sapesse che sei qui.»
Subito dopo avere pronunciato quella frase, Oliver si pentì di quello che aveva detto. Nonostante Edward fosse felice insieme a Selena, la morte prematura di Sharon sarebbe sempre stata una ferita aperta per lui.
Edward, tuttavia, non parve offeso. Anzi, convenne: «Di certo Sharon non avrebbe approvato un locale come questo. Era di vedute molto più strette rispetto a Selena.»
Quest’ultima precisò: «Anch’io non approvo questo locale. Se sono qui, è solo perché siamo invischiati indirettamente in un possibile caso di omicidio.»
«Parla piano» la pregò Edward. «Qualcuno potrebbe sentirti.»
«Figuriamoci. Sono tutti troppo impegnati ad asciugarsi la bava.»
Senza aspettare una replica, si addentrò nella sala. Edward la seguì e Oliver fece lo stesso. Selena andò a sedersi su un divanetto libero e fece un cenno a entrambi. Edward si sedette alla sua destra, mentre Oliver, non avendo alternative, si accomodò alla sua sinistra, domandando: «Adesso cosa si fa?»
«Si tengono gli bene occhi aperti» rispose Edward. «Si guarda e si prende nota di quello che di vede.»
«Finora ho visto due donzelle accanto a un tale che, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche essere un importante uomo d’affari» precisò Oliver. «Una di queste gli ha infilato una mano dentro ai pantaloni. Dovrei prendere nota di questo, per caso?»
«Devi smetterla di parlare, Fischer» ribatté Edward. «Se avessimo dovuto fare conversazione, avremmo potuto chiacchierare anche al piano di sotto o, ancora meglio, rimanere a casa.»
«Quindi» chiese Oliver, «cosa proponi?»
«Edward non propone niente» intervenne Selena. «Sono io a fare una proposta.» Si distese sulle ginocchia di Oliver, posando le gambe su quelle del marito. «Vi siete dimenticati che non dobbiamo farci notare?»
Oliver si irrigidì. La vicinanza di Selena, stretta in un quell’abito multicolore così succinto, non sarebbe stata molto facile da gestire. A peggiorare la situazione, vide Edward infilarle una mano prima tra le cosce e poi sotto al vestitino. A giudicare dal modo in cui si muoveva, non doveva essere soltanto una simulazione.
«Guardati intorno, Fischer» gli ordinò Selena. «Nessuno farà caso a te, adesso, non si accorgeranno che li stai tenendo d’occhio.» Si abbassò la spallina sinistra del vestito. «In effetti, non ho il seno abbastanza grosso per questo abito.»
«Ci manca poco che tu l’abbia tirato fuori» replicò Oliver.
«Concentrati su quello che vedi.»
«Vedo Edward che ti palpeggia la figa.»
«Guarda avanti.»
«Con la coda dell’occhio, continuo a vedere Edward che ti palpeggia la figa.»
Lo stesso Roberts intervenne: «Non pensare che l’idea di avere te che ci guardi sia allettante, ma un atteggiamento ai limiti del threesome ci rende perfetti camaleonti. Dobbiamo confonderci con tutta questa gente, mimetizzarci...»
«Se alla fata degli unicorni sta bene quello che le stai facendo, non ho certo intenzione di impedirtel-...» Oliver si interruppe. «Quello è...» Non riusciva a credere ai propri occhi. «Non gli basta portare una maschera per passare inosservato. L’ho riconosciuto dal modo in cui si muove.»
«Chi?» volle sapere Edward.
«Blazevic.»
Selena si sollevò di scatto.
«Blazevic?! Che cosa ci fa qui?»
Oliver non si sforzò di trovare una risposta, ma osservò: «Potrebbe riconoscerci.»
«Dobbiamo impedirglielo» sentenziò Selena.
«Come?»
«Alzati e lasciami sdraiare.»
«Io cosa devo fare?»
«Chinati su di lei, dall’alto» suggerì Edward. «Fai finta di baciarle il collo, o qualcosa del genere. Io continuo lo stesso lavoro di prima. Sono fiducioso, non mi noterà, se non mi faccio notare.»
«Apprezzo la tua fiducia nella riuscita di questo piano» ribatté Oliver, «ma non puoi negare che la presenza di Ivan Blazevic complichi le cose.»
«Siamo venuti qui nella speranza di vedere qualche nostra conoscenza che abbia a che fare con l’Evolution» gli ricordò Edward. «Non solo ne abbiamo trovato uno, ma dovrebbe anche essere un povero vedovo disperato. Che cosa ci fa in un locale così discutibile così poco tempo dopo avere perso la moglie?»
«Per ora beve» osservò Selena, «e nemmeno si guarda intorno.» Si rivolse a Oliver. «Fischer, mi sembrava di essere stata abbastanza chiara. Alzati e fammi stendere.»
Oliver la accontentò, consapevole che stesse per iniziare la parte più difficile. Scacciò il pensiero di essere in un locale pubblico in compagnia di una sua ex e del marito di costei, i quali erano divenuti, nel corso degli anni, i suoi più cari amici. Non fu sufficiente per non avvampare, mentre eseguiva le disposizioni ricevute. Chinato su Selena, le sfiorò il collo con le labbra. Questa alzò una mano in direzione della sua testa e prese ad accarezzargli i capelli sulla nuca. Era molto probabile che glieli stesse scompigliando, ma non valeva la pena di farglielo notare, dato che avrebbe replicato che aveva sempre i capelli fuori posto, quindi non si sarebbe vista una grossa differenza.
Si pentì di non averlo fatto quando, anziché dibattere di qualcosa di futile, Selena lo esortò: «Cerca di essere realistico.»
«Sono realistico.»
«Mettici più partecipazione.»
«Così mi fai perdere la concentrazione!» sbottò Oliver. «Roberts, metti a tacere la fata degli unicorni, tu che hai le mani nella stanza dei bottoni!»
«Come sei scurrile, Fischer!» protestò Selena.
«Sono anche troppo educato» replicò Oliver.
«Ricordati dove siamo» lo provocò Selena. «Qui non sarei troppo sguaiata se ti legassi e ti frustass-...» Di colpo si lasciò andare a un urlo. «Che cavolo fai, Edward? Non così forte!»
«Roberts, quando la porti a casa» suggerì Oliver, «legala tu, falla mettere con il culo all’aria e dalle una dimostrazione pratica di come si usa quella frusta che tanto menziona. Sono sicuro che la fata degli unicorni si divertirà parecchio, non è vero, Unicorn Sel?»
Tornò a baciarla sul collo, non più in modo formale. Con la lingua, le sfiorò la pelle, prima di inginocchiarsi davanti al divanetto e di affondarle il volto nell’ampia scollatura. Dopotutto, quello che succedeva al Delicious Ambition non avrebbe avuto effetto sulla “vita reale”, quella che scorreva all’esterno di quelle mura.
Selena riprese ad accarezzargli i capelli con foga, lasciandosi andare a sospiri e gemiti - era molto probabile che Edward stesse operando attivamente sulla “sala dei bottoni”.
«Cosa sta facendo Blazevic?» chiese Oliver.
«È seduto» rispose Selena. «Tiene il bicchiere in mano. Di tanto in tanto lo porta alla bocca.»
A quelle parole, seguì un grido soffocato.
Oliver sbottò: «Roberts, capisco che il realismo sia importante, ma cerca almeno di non esagerare.»

***

Un rovinoso contatto mise fine al duello tra Silberblitz e Norman. La sfida controllata tra Kai e George si era trasformata in un disastro proprio quando era sembrato che tra i due avversari ci fosse ormai una certa distanza.
Remy non aveva la pretesa di capire che cosa potesse passare per la testa a piloti molto più talentuosi di lui, ma si era chiesto, in molteplici occasioni, se l’errore di Silberblitz, al quale era seguito il disastro, fosse stato innescato proprio un’improvvisa quanto inattesa sensazione di sicurezza. George Norman l’aveva braccato a lungo, ma Kai non si era esposto a grossi rischi. Solo quando il gap con il rivale era incrementato, aveva rischiato di gettare tutto al vento. Comunque fosse andata, qualsiasi fosse l’esito, l’accaduto avrebbe segnato per sempre la storia di entrambi.
Remy si lasciò trasportare dalle immagini del ritiro di Silberblitz, ormai impossibilitato a proseguire. Norman cercò di andare oltre, ma non vi fu alcuna possibilità nemmeno per lui.
Voci d’epoca commentavano in maniera pacata l’incidente. Negli anni Novanta, un contatto tra due piloti, seppure controverso, era un fatto che riguardava due piloti, non l’intera popolazione mondiale. Non era necessario che in cabina di commento ci fossero urla per attirare l’attenzione. Il telecronista, a quei tempi, si limitava a narrare gli eventi, invece di essere coprotagonista degli stessi.
La gara, nel frattempo, proseguiva. C’erano altri pezzi di storia che venivano scritti, perché Silberblitz e Norman erano soltanto due elementi del tutto. Remy continuò a guardare il video finché questo non terminò, lasciandolo di nuovo ad annaspare nella realtà dalla quale si era illuso di potere sfuggire.
Non era stato scritto da nessuna parte che dovesse impegnarsi a servire il Progetto Evolution a tempo indeterminato. A onore del vero, non si era nemmeno mai impegnato a farlo fino alla fine della propria carriera - la quale, comunque, era già terminata da parecchio tempo. Sapeva che ciò non aveva alcuna importanza: non era necessario che vi fossero contratti o firme, chi deteneva il potere aveva la facoltà di esercitarlo a proprio piacimento.
Remy era immerso in quelle riflessioni, quando gli arrivò un messaggio da parte di Annabelle.
“La festa è noiosa. Forse ti stai divertendo di più tu a guardare video di Silberblitz e Norman.”
Remy sorrise. Sarebbe stato bello se quei due piloti di un tempo fossero stati il suo unico pensiero, ma la situazione era cambiata, rispetto a un’ora prima.
“Come stai?” scrisse ad Annabelle. “Perché hai deciso di seguire tua madre alla Pink Vertigo? La tua strada non è quella, mi hai sempre detto che non avresti mai voluto lavorare nel mondo delle corse.”
La risposta di Annabelle tardò ad arrivare. Quando giunse, era molto diretta, seppure implicita: “Da dentro posso vedere quello che da fuori ho solo intravisto.”
Remy immaginò che, dall’interno, Annabelle potesse riuscire a fermare gli elementi fuori controllo. Si sarebbe accorta che stavano entrambi dalla stessa parte e, chissà, forse un giorno sarebbero stati in grado di superare le distanze che un tempo apparivano incolmabili. Sapeva che illudersi era un male, ma non poteva farne a meno. Annabelle Vincent era il grande amore della sua vita. Non avrebbe cambiato idea e non ci sarebbero state altre donne per lui: solo Annabelle, oppure nessun’altra.
Avrebbe voluto risponderle e incoraggiarla, ma l’ombra di Laurent Marchand incombeva su di lui. Sostenere a parole Annabelle sarebbe stata un’enorme presa in giro, considerando che il Replacement sarebbe stato riportato in auge per prendere parte a una demo run al posto suo.
Si limitò a scriverle: “Mi ha fatto piacere risentirti. Spero che la tua esperienza nell’EGPS sia positiva.”
Un istante più tardi, Annabelle ribatté: “Lo spero anch’io.”
Fu l’ultimo messaggio, per quella sera. Remy si trovò di nuovo solo, tormentato da fantasmi che, per il momento, stavano ben nascosti nell’ombra, ma che avrebbero potuto colpire da un momento all’altro.
Per non pensare, si mise a leggere i commenti al video che aveva appena finito di vedere. Erano centinaia, la maggior parte dei quali polemici, decontestualizzati, oppure contenenti insulti nei confronti di piloti o di altri appassionati - in alternativa, un mix delle tre cose. Sembrava di stare al bar, con la sola differenza che tutto ciò che veniva pronunciato al bar rimaneva racchiuso tra le pareti del bar stesso, anziché essere scritto nero su bianco, visibile da chiunque e traducibile in qualsiasi lingua. Eppure, nonostante tutto, Remy avrebbe preferito di gran lunga essere un tifoso senza né arte né parte che scriveva commenti poco pertinenti dopo avere visto filmati su gare vintage, piuttosto che un ex pilota dell’Evolution Grand Prix Series ingaggiato per una demo a contorno dell’EvoPrix di Le Mans.

***

Oliver si sentiva mancare il respiro. Aveva visto troppo, non soltanto intorno a sé. Raggiunse la porta che dava sul balcone sul quale i clienti potevano andare a fumare. Uscì e fu assalito dal freddo dell’inverno. Era anche umido e restare fuori senza cappotto non era l’ideale. Era ancora meno ideale, tuttavia, farsi cogliere sul fatto da Ivan Blazevic, il quale arrivò subito dopo di lui.
Proprio come Oliver aveva riconosciuto l’imprenditore anche quando, all’interno della sala, portava ancora la maschera, questo azzardò: «Fischer, il giornalista?»
Messo di fronte a una domanda così diretta, Oliver non poté negare. Si limitò a ribattere: «Blazevic, il marito di Candy Martini?»
L’imprenditore rimase a fissarlo in silenzio per istanti che a Oliver parvero infiniti, dopodiché osservò: «Bel cerchietto, complimenti.»
Oliver avvampò. Gli era capitato, in passato, di fare allusioni a morti misteriose o addirittura omicidi in presenza di chi avrebbe potuto esservi implicato, ma non gli era mai accaduto di farlo in maschera, con un corno multicolore in testa.
Non si scompose e affermò: «Devo dire che non mi aspettavo di vederla al Delicious Ambition.»
Ivan Blazevic prese fuori le sigarette e se ne accese una. Passandogli il pacchetto, gli domandò: «Ne vuole una?»
Oliver scosse la testa.
«Non fumo.»
«Beato lei.»
«Se non vuole fumare, può sempre cercare di smettere.»
Blazevic ribatté: «Crede che non ci abbia provato?»
«Molti fumatori dicono che aiuta a combattere lo stress» osservò Oliver. «Per caso è così anche per lei?»
«Perché questa domanda?»
«Perché la sua vita deve essere molto stressante: il lavoro, le apparenze, la moglie famosa, la morte della moglie famosa...»
Ivan Blazevic lo fissò con freddezza. Aspirò una lunga boccata di fumo, poi replicò: «Si risparmi i convenevoli, Fischer. Venga al dunque. Di certo non le interessa quante sigarette fumo al giorno, né come vanno gli affari della mia azienda. In compenso, mi sembra che le importi parecchio di mia moglie.»
Oliver annuì.
«Bisogna ammettere che la povera Candy Martini è morta in maniera del tutto inaspettata. Chissà che cosa penserebbe, se sapesse che il marito che aveva tanto amato trascorre le proprie serate in un locale dalla dubbia moralità.»
«Quindi, secondo lei, chiunque abbia perso la propria moglie dovrebbe chiudersi in casa e non frequentare più alcun locale pubblico?»
«Non ho detto questo.»
«Anche perché, da quanto mi risulta, anche la povera Tina Menezes non c’è più. Sbaglio, o era sposato con lei? In questo “locale dalla dubbia moralità” ci siamo in due... e se vuole dirmi che sua moglie è morta da quasi un anno, mentre la mia da poche settimane, può risparmiare la voce. Venga dritto al punto, Fischer. Di cosa mi sta accusando?»
«È vero, la mia presenza qui può apparire ugualmente equivoca» ammise Oliver, «ma ritengo di essere qui per una giusta causa.»
«Sfregare la faccia sulle tette di quella rossa mozzafiato, mentre un altro uomo si occupava del piano di sotto?»
«Mi teneva d’occhio, signor Blazevic?»
«Non avevo donne con le quali intrattenermi. Stavo bevendo, intanto tenevo d’occhio la situazione. Non so che cosa ne pensi un moralista come lei del consumo di alcolici, ma sono abbastanza sicuro che sia ritenuto più socialmente accettabile di quello che stava facendo lei.»
«Quello che succede in questo luogo di perdizione rimane qui dentro.»
«Anche il mio drink.»
«Capisco il suo ragionamento, signor Blazevic. Deve ammettere, tuttavia, che la sua presenza al Delicious Ambition rimane più equivoca della mia. Devo forse ricordarle che c’è chi non ha alcun problema ad andare ad affermare alla televisione che l’ha uccisa lei?»
«C’era anche lei alla presentazione della Pink Vertigo» gli ricordò Ivan Blazevic. «Sa bene che non ho ucciso mia moglie. Non ne avrei avuto la possibilità materiale.»
Oliver azzardò: «Era in buoni rapporti con lei?»
Blazevic rimase in silenzio. Diede più di un tiro alla sigaretta, prima di riprendere a parlare.
«Posso darle un consiglio, Fischer?»
«La ascolto.»
«Pensi a fare il giornalista sportivo. Il suo compito è scrivere di corse, se non sbaglio.»
«Non sbaglia, e non è nemmeno il primo a darmi un simile consiglio.»
«Dovrebbe ascoltare di più chi le dà certi suggerimenti. Vada a casa e si metta a scrivere di mia figlia. Racconti di quanto il suo ingaggio da parte della Pink Vertigo sia importante per le donne nel motorsport. Altrimenti scriva che ci sono ragazze che non vengono prese in considerazione solo ed esclusivamente perché Ivana Blaze è un’attention seeker e non si parla d’altro che di lei. Faccia quello che vuole. Non mi interessa. Anche le voci che screditano mia figlia sono utili alla sua popolarità.»
Oliver concluse: «Immagino che non voglia dirmi nulla a proposito del suo rapporto con la signora Candy.»
«Immagina bene.»
«Allora posso anche rientrare. Le auguro un buon proseguimento di serata, signor Blazevic.»
Oliver voltò le spalle all’imprenditore e rientrò nella sala. Senza guardare i clienti che aveva intorno, si diresse a passo spedito verso il divanetto al quale aveva lasciato i suoi amici. Selena non c’era, Edward era rimasto da solo. Oliver si guardò intorno, mentre Roberts si alzava in piedi.
«Dov’è tua moglie?» volle sapere Oliver, guardandolo negli occhi.
«In bagno.» Edward lo fissò con uno sguardo penetrante. «Perché me lo chiedi? Senti già la sua mancanza?»
«Chiedo perché non la vedo, tutto qui. E già che siamo soli, c’è una cosa che vorrei dirti: mi pare che tu abbia esagerato. Non era necessario che...»
«Hai qualcosa da ridire, Fischer?» replicò Edward. «Sapevi bene dove stavamo andando e come avremmo dovuto comportarci per non farci notare.»
Oliver obiettò: «Abbiamo fallit-...»
Edward non lo lasciò finire: «Non abbiamo fatto niente di diverso da quello che faceva l’altra gente.»
«Sei arrivato a sfilarle la biancheria e ad avventarti con la bocca su di lei» puntualizzò Oliver. «Pensi che non mi sia accorto che non stavi solo facendo finta?»
«Per caso, Fischer, ti dispiace non essere stato tu stesso nella posizione in cui mi trovavo io? Devo ipotizzare che avresti voluto essere là sotto ad affondare la lingua dentro di lei?»
Oliver era andato a raggiungerlo per riferirgli della conversazione avuta con Ivan Blazevic, ma era chiaro che non fosse il momento.
«Sei stato tu a coinvolgermi, Edward» ricordò all’amico. «Mi era parso di capire che avremmo dovuto semplicemente calarci nella parte, non fare così tanto sul serio. E comunque, se proprio lo vuoi sapere, quando ero io ad affondare la lingua dentro di lei, la facevo gemere molto di più! Con te avrà anche trovato la stabilità che non sarei stato in grado di darle, ma dal punto di vista sessuale ci ha rimesso parecchio!» Si sfilò la maschera e il cerchietto con il corno e li gettò sul divanetto. «Vado a casa, vado a chiamare un taxi. Saluta la fata degli unicorni da parte mia.»
Si voltò e fece per andarsene. Edward lo afferrò per un braccio e lo costrinse a girarsi.
«Quindi è questa la verità» affermò, lasciando la presa.
«Di quale verità parli?»
«Non hai mai smesso di desiderarla. Sei rimasto buono in silenzio, ti sei perfino trovato una moglie... tutto mentre speravi che arrivasse il momento per tornare a metterti tra di noi.»
Oliver spalancò gli occhi.
«Fai sul serio, Roberts?»
Edward replicò: «Dovrei essere io a farti la stessa domanda. Hai davvero sposato Tina Menezes soltanto come copertura? Tutto mentre speravi di intromettert-...»
Oliver lo fermò prima che potesse terminare quella frase: «Non mi sono mai intromesso! Ti ricordo che ero io che stavo con Selena, sei tu quello che si è messo in mezzo dopo avere deciso, da un giorno all’altro, che eri pronto a passare oltre invece di continuare a fare il vedovo disperato e a piangere per la tua prima moglie!»
«Non nominare Sharon» gli intimò Edward.
«Non c’è pericolo, Roberts» concluse Oliver. «Non ho altro da dirti. Buona serata a te e alla tua signora.»
Senza aggiungere altro, si girò e uscì dalla sala. Andò a riprendere il telefono, se lo mise in tasca senza nemmeno guardarlo e scese al piano di sotto.
Voleva andare a casa, ma cambiò programma quando vide una figura familiare dirigersi verso di lui. Annabelle Vincent non era in maschera e indossava un tubino blu elettrico. Quel colore doveva essere come un marchio di fabbrica, sia per lei sia per sua madre.
«Anche tu qui, Fischer?»
«Anch’io qui.» Annabelle sorrise. «Per caso vieni dal piano di sopra?»
Oliver ribatté: «Tu frequenti il piano di sopra di questo locale?»
Annabelle parve divertita da quell’ipotesi.
«Ti sembro così pervertita?»
Oliver le strizzò un occhio.
«Non si può mai dire. In fondo sei qui.»

***

Era tutta questione di equilibrio e, contrariamente alle aspettative di Patrick, l’equilibrio raggiunto aveva una certa solidità. Tina Menezes sembrava essergli grata per avere vegliato, alla sua maniera, su Oliver Fischer per tutti quegli anni. Perfino la presenza costante di Harrison non era così terribile. Keith si comportava come se non vi fosse differenza tra l’entità Oliver, quella con cui aveva avuto a che fare in passato, e l’entità Patrick, quella che si ritrovava accanto nel presente. Si rifiutava di credere che in Oliver Fischer non vi fosse mai stata una parte di Patrick Herrmann e gli faceva assurdi discorsi motivazionali, esortandolo a non restare avvolto nelle proprie ombre.
Patrick le conosceva fin troppo bene, quelle ombre. Si era atteggiato a ragazzo maledetto al punto da diventarlo davvero. Non si era mai preoccupato fino in fondo dei sentimenti altrui. Aveva distrutto ciò che riteneva sacrificabile allo scopo di svettare, sommerso dal proprio ego. Non aveva desiderato solo il successo, ma anche di ottenerlo polverizzando tutto ciò che aveva intorno.
Poi era attivata lei. Harrison e la Menezes avevano ragione: l’amore salvifico non esisteva, i cattivi ragazzi non smettevano di essere cattivi ragazzi solo perché erano attratti dal sorriso di una ragazza ingenua che desiderava vedere il loro lato migliore. Patrick non era mai stato un bad boy disposto a cambiare per amore, ma soltanto un uomo circondato da belve assetate di potere che, in mezzo a un mondo di belve, era riuscito a intravedere l’innocenza.
Selena Bernard era davvero una ragazza innocente, ma lo era nel senso più profondo del termine. Patrick aveva sempre trovato un po’ ridicolo il fatto che quel concetto venisse associato al non avere mai avuto una vita sessuale, come se l’intera esistenza umana fosse incentrata sull’amore e sul sesso e se solo conoscere quest’ultimo allontanasse dalla purezza ancestrale che chiunque, con l’età adulta, era destinato a perdere. Selena non era innocente sulla base del fatto che non avesse mai avuto un uomo, ma perché viveva in mezzo alle belve senza accorgersi che fossero diverse dalle prede che sbranavano. Non poteva immaginare con quale spazzatura Patrick avesse a che fare ogni giorno.
Non poteva immaginarlo allora, né l’aveva fatto nei quindici anni successivi alla sua morte. Per contro, da quel momento in poi non aveva fatto altro che muoversi tra belve e prede. Non importava che queste l’avessero lasciata sullo sfondo tanto a lungo, né che la stessa Selena si illudesse di essere ancora sullo sfondo. Patrick aveva raggiunto un equilibrio, ma quello di Selena non poteva fare altro che spezzarsi.
«Ho paura per lei» confidò a Keith Harrison, in uno dei tanti momenti in cui il suo vecchio avversario si trovava al suo fianco, come se non fossero mai stati nemici giurati. «Quando ero con Oliver Fischer, almeno, potevo cercare di proteggerla.»
«Selena può cavarsela da sola» gli ricordò Keith. «In più, al suo fianco ci sono due uomini desiderosi di proteggerla.»
Patrick sospirò.
«Dovrei fidarmi di Edward Roberts? Non è mai stato un uomo d’azione. Non fraintendermi: sarebbe il marito perfetto per Selena, se avessero una vita tranquilla e lontana dalle emozioni forti. Il problema è che non ce l’hanno.»
«C’è sempre Fischer» ribatté Keith. «Ti somiglia. Non so se sia un bene o un male, ma non lo si può negare.»
«Non credo che Oliver voglia davvero somigliare a me.»
«No, non vuole somigliarti, ma solo perché è un moralista convinto che tutti dovrebbero focalizzarsi sul loro lato migliore.»
Patrick annuì.
«Ho incontrato molti moralisti, quando stavo dall’altra parte, o almeno era quello che credevo. Quando tutti ci giudicano male, forse dovremmo fermarci un attimo a chiederci se siano loro che sono dei noiosi bacchettoni, oppure se siamo noi il problema.»
«Nessuno mette in dubbio il fatto che tu sia sempre stato un problema, Herrmann» puntualizzò Keith, «ma tu e Fischer siete stati sempre stati animati dalle stesse intenzioni. È questo il solo motivo per cui la Diamond Formula è crollata.»
«Crollando, ha trascinato nel baratro anche chi non c’entrava niente con gli scandali» replicò Patrick. «Quante persone ci hanno rimesso pur senza avere colpe?»
«Non sempre la cosa migliore da fare è priva di conseguenze» puntualizzò Keith Harrison. «A volte bisogna fare delle scelte. Tu stesso le hai fatte, quando eri ancora dall’altra parte. Non l’hai data vinta a chi aveva ucciso Diaz ed entrambi abbiamo pagato la tua decisione a caro prezzo. Però, se mi chiedessi se avresti dovuto comportarti diversamente, ti risponderei di no. Hai fatto la scelta giusta, Herrmann. Non rimane altro da fare che sperare che chi sta dentro l’Evolution Grand Prix Series prenda la decisione giusta, proprio come hai fatto tu.»
«E tutto il resto?»
«Tutto il resto andrà a incastrarsi. È inevitabile.»




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