OPENING I
[…] “È esistita un’epoca, e credevamo che esistesse tuttora, in cui il fulcro delle competizioni automobilistiche era dato dall’alchimia perfetta tra l’uomo e il mezzo meccanico. Mentre si continua a elogiare un passato in cui il pilota faceva la differenza, si lavora nell’ombra per sostituirlo con un’unità artificiale.
Se un tempo era l’istinto umano a fare la differenza, ci si spinge sempre più di forza verso un futuro in cui l’unica alchimia possibile sarà quella tra macchina e macchina, dettata da calcoli e algoritmi votati alla ricerca continua e a un ineluttabile progresso.
Il pubblico osserva, in apparenza con lo stesso entusiasmo di sempre, forse fingendo che decenni e decenni di storia possano essere messi da parte in nome di una presunta innovazione, forse non rendendosi conto che ogni curva percorsa da un Ghost Driver è soltanto un accumulo di dati utile alla ricerca tecnologica e che eliminando la componente umana si elimina ciò che più si inseguiva fino al recente passato: l’emozione.” [...]
Gli scoppi si susseguivano, uno dietro l’altro. Dalla finestra, di tanto in tanto, si intravedevano vaghe scariche di luce, un po’ come saette che intaccavano la piattezza dell’oscurità. Nella stanza non illuminata, nella quale svettava soltanto la luce emanata dallo schermo, Vanessa Molinari ignorava come meglio poteva il frastuono proveniente dall’esterno. L’ingegnere sembrava quasi non sentire il rumore, continuando a dare segno di non esserne scalfito. Stava seduto di fronte al monitor, in silenzio, gli occhi fissi sulle immagini di uno scenario urbano ultramoderno notturno. I grattacieli illuminati sembravano veri, così come apparivano tali anche le sagome delle vetture che andavano allineandosi sulla griglia di partenza.
Quando la fila dei semafori iniziò ad accendersi, Vanessa alzò lo sguardo. Il grande orologio digitale appeso alla parete la informava, con lettere e numeri di un verde fluorescente, che erano le 23.17 di lunedì 31 dicembre. Ebbe appena il tempo di leggere data e ora: i semafori rossi si spensero. Le prime vetture sulla griglia scattarono, per poi fermarsi poco oltre. Due luci gialle lampeggiavano sul tabellone dello start, mentre dall’esterno dell’edificio rimbombava una scarica di petardi.
Vanessa guardò Livio Santangelo con la coda dell’occhio. Sul volto dell’ingegnere vide un’espressione di pura soddisfazione che le parve fuori luogo, tanto da portarla a valutare: «Non mi sembra l’ideale iniziare con un bug.»
L’ingegner Santangelo si lasciò andare a una lieve risata.
«Lo chiama bug, Vanessa?»
«Come dovrei chiamarlo?»
Sullo schermo svettò la causa della falsa partenza: una vettura del colore della ruggine era rimasta ferma sulla griglia.
Livio Santangelo replicò: «L’obiettivo non è la perfezione, ma una replica della realtà, per restituire al pubblico ciò che è andato perduto con l’evolversi delle competizioni.»
«Mhm.» Per quanto il progetto fosse interessante sulla carta, Vanessa non riusciva a comprendere quale potesse essere l’applicazione reale di ciò che l’ingegnere le stava mostrando. «Perché il pubblico dovrebbe provare interesse per una simile soluzione?»
«Il pubblico non sarà al corrente di quello che lei chiama “soluzione”» replicò l’ingegnere. «È un progetto innovativo, al quale stiamo lavorando da anni. Anche ai vertici c’è stato chi ha preferito abbandonare, sostenendo che stessimo inseguendo una chimera. Non posso lamentarmi: non sarei stato messo a capo della divisione italiana, senza qualche defezione illustre. Se non ci fosse stato il fallimento della Diamond Formula, inoltre, non sarebbe stato facile trovare un posto nel panorama motoristico internazionale, ma tra pochi mesi partirà la sperimentazione sul campo.»
«Capisco gli anni di ricerche, ma non è tutto un po’ azzardato?» obiettò Vanessa.
L’ingegnere annuì.
«Ha ragione, Vanessa, ma non abbiamo troppo tempo a disposizione. Quanto tempo crede che passerà, prima che l’intelligenza artificiale divenga nazionalpopolare?»
«Non saprei. Perché l’individuo medio dovrebbe provare interesse per l’intelligenza artificiale?»
«Farà le cose al posto nostro. Certo, l’intelligenza artificiale low cost non le farà bene come noi, ma questi sono dettagli di poco conto. L’importante è che qualcuno ci caschi.»
«Cosa intende?»
L’ingegner Santangelo ipotizzò: «Schiere di individui lobotomizzati facilmente influenzabili potrebbero tranquillamente credere a qualsiasi cosa, se venisse confezionata nella giusta maniera e diventasse virale.»
«Dove le vede tutte queste schiere di individui lobotomizzati incapaci di distinguere il vero dal falso?» obiettò Vanessa. «Ciò che diviene virale, inoltre, colpisce soltanto quella fetta di pubblico che usa quotidianamente e in modo prolungato certi media. Non pensa che si tratti di una parte minoritaria della popolazione?»
«Mi piace il suo ottimismo» ribatté l’ingegner Santangelo, «ma ho l’impressione che stia sopravvalutando l’intelletto umano. Questo, però, ci riguarda solo da lontano. Immagino che si stia chiedendo perché le ho chiesto di vederci qui in sede stasera.»
Un petardo particolarmente rumoroso esplose a poca distanza dall’edificio nel quale si trovavano.
«Dovrebbe chiederselo lei, ingegnere» affermò Vanessa. «Avrei potuto essere altrove a festeggiare il Capodanno...»
«Eppure» la interruppe Livio Santangelo, «le è ben chiaro che il passaggio da un anno all’altro è solo il modo più pratico per misurare il tempo. Non ha molto senso perdersi qualcosa di più concreto per inseguire un orologio che corre verso la mezzanotte. Soltanto oggi pomeriggio è stato possibile arrivare alla simulazione virtuale più avanzata...» Si interruppe e le indicò le vetture che partivano per un nuovo giro di formazione. «Tra poco verrà scritta la storia, in collegamento con le sedi operative francese e inglese.»
Vanessa ammise: «Sono qui perché voglio scoprirne di più. Che collegamento c’è tra una categoria motoristica sperimentale e una stella dimenticata della Formula 3 che ha lasciato le competizioni molti anni fa?»
«Abbia pazienza, Vanessa, presto inizierà la gara. Possiamo parlarne in un secondo momento, non crede?»
Dato che era l’ingegner Santangelo a dettare le regole, Vanessa preferì rimanere il silenzio e godersi la competizione trasmessa sullo schermo.
Non ne fu entusiasta. Automobili che non esistevano, con a bordo piloti altrettanto inesistenti, giravano sulle strade di un tracciato cittadino che ugualmente non aveva riscontri reali, il tutto grazie ad algoritmi che tenevano insieme l’intero pacchetto. O meglio, non ne fu entusiasta in termini di puro intrattenimento. Era molto probabile che l’appassionato medio, quello che al bar affermava a gran voce che l’automobilismo di un tempo non esisteva più ed era stato sostituito dalla noia, non fosse in grado di distinguere la simulazione da una competizione vera e propria. Da un punto di vista più puramente tecnologico, la gara poteva essere considerata uno spettacolo. Vanessa non riusciva a staccare lo sguardo dalle traiettorie delle macchine, nella maggior parte dei casi perfette, ma con un certo margine di errore.
Erano le 23,46 e l’ennesimo petardo era appena esploso, quando non riuscì più a rimanere in silenzio e chiese: «Perché i piloti simulati dall’algoritmo sbagliano?»
«Perché i piloti umani sbagliano» rispose l’ingegnere. «Non resterà tutto finto su uno schermo, ma verrà replicato nella vita vissuta. I Ghost Driver scenderanno in pista per competere contro i piloti umani e dovranno imitarne il comportamento. Lo spettatore non deve comprendere la differenza tra Ghost Driver e vero pilota. Sulla carta, ci sarà una sola squadra che schiererà piloti artificiali, ma...»
Si interruppe. Vanessa fu scossa da un brivido.
«Ma...?»
«Ci pensa, alle grandi possibilità che la nuova tecnologia potrebbe offrire?» Il tono dell’ingegner Santangelo si fece più disteso. Vanessa era certa che gli stessero brillando gli occhi. «Non so se mi spiego: ha un potenziale enorme.»
«Lo ammetto, ingegnere» rispose Vanessa, «sono affascinata dal livello che la tecnologia più raggiungere. Non mi sono mai interessata agli spunti che vengono offerti dalla ricerca, ma non si può negare l’evoluzione continua, che non trova mai una fine. Nonostante ciò, i Ghost Driver saranno soltanto due android-...»
Livio Santangelo la interruppe: «Quel termine è così sgradevole. Non dovrebbe definirli a quel modo. I Ghost Driver sono solo uno specchietto per le allodole. Il pubblico è focalizzato su di loro e non si accorge dei Replacement.»
Vanessa sussultò.
«Replacement?»
«Unità artificiali che guidano al posto di piloti veri. Somiglieranno a loro in tutto per tutto, al punto da apparire indistinguibili anche quando scenderanno dalle auto e si toglieranno il casco. Certo, sarà meglio che non siano mai inquadrati da vicino, finché l’opinione pubblica non sarà pronta. I Replacement saranno una sperimentazione, in vista di un futuro - a mio parere imminente - in cui la componente della narrazione prenderà il sopravvento su quella sportiva. Allora sarà il pubblico stesso a volere riportare in vita i piloti del passato. Si immagina come sarebbe far rivivere i duelli tra Patrick Herrmann e Keith Harrison grazie a due surrogati?»
«Non saranno i veri Herrmann e Harrison. Saranno due andr-...» Vanessa si fermò, scegliendo un termine più consono per gli standard dell’ingegnere. «Saranno due unità prive di sentimenti umani, due piloti finti. Perché gli appassionati di motori dovrebbero desiderare tutto ciò?»
L’orologio alla parete segnava ormai le 23,49 e Vanessa stava iniziando a pentirsi di essersi presentata all’appuntamento con Livio Santangelo.
Questo non sembrava affatto turbato dalle sue rimostranze: «Credo che sia troppo focalizzata su un mondo idilliaco che esiste soltanto nella sua testa. Dovrebbe concentrarsi sulla tecnologia di cui la sto mettendo al corrente e delle sue sfaccettature. Ha ragione, quando dice che il pubblico non vorrebbe vedere due Replacement gareggiare al posto di Patrick Herrmann e Keith Harrison. Non lo troverebbe suggestivo abbastanza, al giorno d’oggi. In futuro le cose potrebbero cambiare e questa strada potrebbe essere percorsa, ma non dobbiamo perdere di vista la nostra contemporaneità. I tifosi vogliono vedere veri piloti. Vogliono vedere errori, per sputare il loro disprezzo addosso a chi ha sbagliato. Vogliono vedere incidenti, perché danno i brividi e fanno fare un salto sulla sedia. Chissà, quelli più sadici, magari sperano anche che qualcuno si faccia male seriamente: i piloti che detestano, per liberarsi di loro, o addirittura i loro idoli, affinché possano essere innalzati allo status di leggende.»
Vanessa si rese conto di tremare.
L’ingegnere se ne accorse: «Ha freddo?»
«S-sì» balbettò Vanessa, nel vano tentativo di mascherare il proprio turbamento.
Si alzò, andò a prendere il cappotto appeso all’attaccapanni, consapevole che Livio Santangelo non le avrebbe creduto.
Lo indossò e tornò a sedersi, mentre l’ingegnere affermava: «Nessuno meglio di lei può sapere che un incidente grave, addirittura mortale, può generare un grande incremento della copertura mediatica. È sempre stato così: la gente vuole delle belle storie. Molti anni fa, avrebbe voluto una ragazza venuta dalla Formula 3 che teneva il passo dei colleghi uomini. Quella ragazza, però, era troppo spaventata per dare agli appassionati ciò che desideravano.»
«Ho fatto la mia scelta» replicò Vanessa. «Non ero disposta a mettere la mia vita tra le mani di un burattinaio. Ho preferito rinunciare ai miei sogni e passare oltre.»
«Lo sa che ci sono teorie del complotto su di lei?»
«Ovvero?»
«C’è chi sostiene che si sia trasferita in America e gareggi sotto falso nome in qualche campionato di infimo livello.»
«Nulla di più falso.»
«Che tuttavia» ribatté l’ingegnere, «potrebbe essere utilizzato a nostro vantaggio.»
Le 23,51: Vanessa era sul punto di scattare in piedi e scappare a gambe levate.
«Ci pensa a come reagirebbe il mondo, ad annunciasse il suo ritorno ufficiale alle competizioni?» continuò Livio Santangelo. «Quale serie migliore di un campionato nel quale si sfideranno vecchie glorie, piloti emergenti e Ghost Driver?»
Mentre uno scoppio e un bagliore scuotevano la notte, Vanessa domandò: «Sta immaginando come sarebbe far credere che io ritorni a gareggiare, mettendo un Replacement a guidare al posto mio?»
L’ingegnere annuì.
«Vedo che ha capito quale sia la mia proposta.»
Vanessa si irrigidì.
«Proposta?»
«Non l’ho fatta venire qui per parlare di nulla. Tra dieci giorni ci sarà una riunione straordinaria nella quale candidare il pilota che sarà sostituito dal Replacement. Laurent Marchand e Stephan Smith sono semplici programmatori. Non sono in grado di costruire storie. Io sì. Ho bisogno di lei. Non posso permettere che sia uno dei miei colleghi a spuntarla.»
Vanessa si alzò di scatto. Alle 23,53 affermò: «Le farò sapere.»
Si precipitò verso la porta. La aprì e, una volta uscita, la sbatté alle proprie spalle. Scese le scale a passo spedito. Arrivata al pianterreno, guadagnò in fretta l’uscita. Il gelo della notte le penetrò sotto la pelle, ma si scoprì a non provare alcun fastidio.
Camminò a lungo, ignorata da gruppetti che lanciavano petardi o da persone che portavano con sé bottiglie. Qualche minuto più tardi, le detonazioni si fecero più intense. In cielo, una scarica di fuochi d’artificio accolse la venuta del nuovo anno. I botti non si placarono, ma Vanessa si limitò a ignorarli.
Riflettendo, realizzò di dovere cambiare numero di telefono, in modo che l’ingegner Santangelo non potesse più rintracciarla. Di lì a qualche mese l’Evolution Grand Prix Series avrebbe visto la luce proprio laddove la Formula Diamond aveva smesso di esistere, ma Vanessa Molinari non ne avrebbe fatto parte. Se Livio Santangelo voleva battere il collega francese e quello inglese, allora doveva puntare su un altro cavallo.
***
Per la prima volta da quando era stato annunciato il suo ingaggio da parte di uno dei team dell’Evolution GP Series, Edward Roberts si apprestava a fare un’apparizione pubblica. La sua scelta di prendere parte al nuovo campionato, che prevedeva una serie di quattro eventi non ufficiali, in vista della prima vera e propria stagione l’anno seguente, non era stata accolta in maniera unanime. Accanto a chi si professava lieto di assistere al ritorno alle competizioni da parte dell’ultimo campione della Diamond Formula, c’era chi affermava che i piloti di un certo livello avrebbero dovuto tenersi lontani dalle serie considerate alla stregua della spazzatura.
Non che Edward avesse avuto molta scelta: nonostante diverse squadre della Diamond Formula fossero confluite nella classe regina, con un conseguente aumento dei posti disponibili sulla griglia di partenza, nessuna di esse aveva espresso interesse nei suoi confronti. Era un paradosso, ma l’essere stato un pilota di prima fascia nel vecchio campionato gli si stava ritorcendo contro. Vista la pessima reputazione della defunta categoria, era spesso dipinto come un complice di un sistema considerato sbagliato. Ovviamente Edward non aveva avuto idea degli scandali rimasti sepolti per tanto tempo, fintanto che questi non erano venuti alla luce, ma il fatto non aveva alcuna importanza: se i detrattori della Diamond Formula si buttavano in massa sui social media e parlavano male di lui, gli sponsor deducevano che non fosse persona gradita e si guardavano bene dal volere associare il proprio brand al suo nome.
L’Evolution GP Series puntava allo scalpore. Se gli sponsor della classe regina volevano apparire candidi e immacolati, quelli della categoria sperimentale avevano come slogan “non importa che se ne parli bene o male, quello che conta è che se ne parli”. Era innegabile che parlarne male fosse proprio ciò che muoveva le acque.
Fortemente desiderato dal lato inglese della dirigenza, Edward non aveva avuto alcuna difficoltà a rimettersi in gioco e, di lì a due settimane, sarebbe stato finalmente al via di una gara di portata internazionale, proprio sullo stesso tracciato in cui, nella primavera di due stagioni prima, aveva conquistato, all’età di trentotto anni, quella vittoria del campionato che aveva inseguito per tante stagioni, dopo avere temuto per lungo tempo di avere già bruciato ogni possibile chance.
Oltre agli sponsor più torbidi, c’erano anche quelli più lindi. Uno di essi, sponsorizzava anche alcuni eventi della Formula 3 Europea, la cui stagione si apriva con il Gran Premio di Pau. Storica competizione esistente fin dagli anni Trenta del Novecento, già da molti decenni era riservata alle monoposto delle formule minori.
In virtù dello sponsor comune, Edward Roberts, in quanto figura conosciuta del mondo del motorsport, avrebbe dovuto premiare il vincitore. Per quella ragione si era recato in Francia, a Pau, dove era arrivato la sera precedente e una vettura di servizio, dopo averlo raggiunto nel cortile dell’albergo nel quale aveva trascorso la notte, lo stava conducendo verso il circuito.
Edward, nel frattempo, teneva tra le mani lo smartphone. Stava consultando un sito dedicato alle categorie minori dell’automobilismo, chiamato “Junior Formulae All Info”. Online da pochi anni, aveva un discreto successo ed era uno dei portali web più specifici in materia. Oltre alla versione in inglese, aveva articoli in altre lingue, quali tedesco, italiano e francese. Non erano frutto di un traduttore online di qualità, ma del lavoro di due autori poliglotti. Uno di questi si faceva chiamare Dirk Strauss, ma Edward aveva visto una sua fotografia e l’aveva inequivocabilmente riconosciuto come Oliver Fischer, il giornalista che aveva smascherato le sgradevoli trame della Diamond Formula degli anni Novanta e Duemila.
I suoi articoli erano piuttosto accurati. Pur non conoscendo molto bene le dinamiche di alcune delle serie trattate dal sito, Edward riusciva tranquillamente a farsi un’idea dei fatti menzionati. Per quanto non lo allettasse leggere gli scritti di colui che un tempo era stato il suo rivale in amore, doveva riconoscergli di sapere fare bene il proprio mestiere. Avere letto i suoi testi gli sarebbe stato senz’altro d’aiuto per non fare gaffe che lo facessero apparire come un boomer senza alcun senso critico.
Non che Edward sapesse con esattezza che cosa fosse un boomer, né aveva alcun interesse per approfondire il concetto, ma il termine veniva utilizzato genericamente dai più giovani per descrivere chiunque fosse da loro considerato troppo vecchio per potere stare al mondo e l’età raggiunta la quale si era considerati troppo vecchi si abbassava sempre più, quindi era meglio evitare di correre rischi.
Quando giunse al circuito, era ormai consapevole, almeno a grandi linee, di quali fossero la storia personale e il palmares di ciascuno dei piloti presenti. Con un po’ di fortuna, a vincere sarebbe stato uno dei nomi più altisonanti, facilitandogli le cose.
La giornata proseguì in maniera piuttosto tranquilla. La competizione fu caotica e ricca di colpi di scena. Alla fine ne emerse, appunto, un vincitore altisonante. Nel momento in cui Edward, sul podio, gli consegnò il trofeo, l’attenzione andò tutta al ragazzo.
Realizzando che in pochi dovevano avere fatto caso a lui o averlo riconosciuto, si sentì molto fortunato. Da un po’ di tempo esisteva la malsana abitudine di commentare qualsiasi azione venisse commessa da un personaggio pubblico, perfino la più banale, al punto che ormai faticava a sentirsi tranquillo. Perfino la sua vita privata era stata sbandierata su tutto il web. Il suo matrimonio con Selena Bernard era stato ampiamente criticato ed erano state scritte parecchie assurdità su di loro, tra cui l’insinuazione che Edward stesse già con lei quando Selena era ancora la ragazza di Fischer. Non che una simile maldicenza lo spaventasse troppo, ma doveva ammettere di essere molto preoccupato dalla malsana e crescente propensione a punire i “colpevoli” degli oltraggi percepiti tramite lo stalking più selvaggio e la condivisione dei loro dati privati - compresi indirizzi di casa, se conosciuti - sui social media.
Archiviata la faccenda della premiazione, Edward si concesse di scambiare qualche parola con alcune conoscenze di vecchia data. Nella maggior parte dei casi, le conversazioni furono incentrate sulla sua scelta di gareggiare nell’Evolution GP Series.
«Non credi che il tuo prestigio possa esserne intaccato?» gli chiese un ingegnere che ricopriva un ruolo di spicco in una delle squadre della Formula 3. «Sei un campione del mondo con una reputazione da difendere.»
«Un campione del mondo della Diamond Formula» gli ricordò Edward. «Sappiamo entrambi quale sia la sua percezione odierna.»
«Ciò non toglie che L’Evolution sia un progetto completamente nuovo e ben poco promettente» replicò l’altro, in tono scettico. «L’idea di organizzare un campionato che corre esclusivamente su circuiti cittadini, tendenzialmente di notte, mi sembra solo una trovata pubblicitaria di basso livello.»
Edward obiettò: «L’illuminazione notturna ormai è un trend. A Singapore si corre di notte da più di dieci anni. In Indycar e in NASCAR ci sono ugualmente gare disputate in notturna. Non vedo perché L’Evolution Grand Prix Series non dovrebbe fare lo stesso.»
«Pubblicità» ribadì il suo interlocutore. «Stammi a sentire, Roberts, faresti bene a scappare, fintanto che sei in tempo. Per non parlare della faccenda dei Ghost Driver.»
«Lo ammetto, questo aspetto non mi entusiasma» convenne Edward, «ma pare che la cosa possa essere gestita in sicurezza. In fondo si tratta di vetture gestite da remoto tramite intelligenza artificiale: non sono certo i manichini che stanno dentro all’abitacolo a guidare! Prevedo inoltre che, una volta passato l’entusiasmo per la novità, i Ghost Driver verranno messi da parte. A chi potrebbero interessare, dopotutto?»
«Scappa finché sei in tempo» continuò a suggerirgli l’altro.
Edward si limitò a un sospiro. Livio Santangelo era un individuo vecchio stampo, non c’era da sorprendersi che non apprezzasse certe modernità un po’ troppo fuori dagli schemi.
L’ingegnere si affrettò a puntualizzare: «Non ho niente contro la tua scelta di correre nella nuova serie, sia chiaro. Però credo che un pilota come te meriterebbe qualcosa di meglio. Hai mai pensato all’America?»
Poco soddisfatto di dovere rispondere a una simile domanda, ma ben lieto che l’argomento si fosse spostato su qualcosa di diverso, replicò: «La mia vita non è dall’altro lato dell’oceano.»
L’ingegner Santangelo annuì.
«Sì, certo, tua figlia.»
«Non solo mia figlia.»
«Ah, già, è vero! Mi è stato detto che ti sei risposato. Sono molto contento per te. Spero che, almeno stavolta, tu possa avere un matrimonio felice.»
Edward si irrigidì.
«Anche il mio primo matrimonio è stato felice!»
Quando Santangelo si batté una mano sulla fronte, tacciandosi da solo di essere un perfetto idiota, Edward realizzò che l’ingegnere doveva averlo creduto divorziato, anziché vedovo. Subito dopo, infatti, proferì in una lunga serie di scuse, augurandogli ancora un sereno avvenire con la sua nuova consorte. Infine tornò sull’allusione da cui tutto era iniziato: «Quindi non ci sono possibilità di vederti in Indycar, un giorno o l’altro?»
«Temo di no.»
«Pazienza. Sarebbe stata una prospettiva molto allettante.»
Edward obiettò: «Non credo che siano molti a ritenerla tale. Ormai vengo percepito come un vecchio, uno che dovrebbe appendere il casco al chiodo e lasciare il posto alle nuove leve...»
«Tipo i ragazzini della Formula 3?»
«Anche.»
«Che cosa ne pensi del loro livello?» volle sapere Livio Santangelo.
«Mhm...» borbottò Edward. «Ho visto griglie migliori. Non voglio dire che siano tutti pessimi, ma non ho visto nessuno svettare particolarmente. Tempo un paio di stagioni e in pochi si ricorderanno dell’entusiasmo che ruotava intorno ai nomi dei front runner.»
«Disfattista.»
«No, sono solo realista.»
«Magari vuoi anche affermare che, ai tuoi tempi, i piloti erano molto migliori di quelli attuali?» ribatté l’ingegnere. «Stai per dirmi che voi eravate veri uomini?»
«Noi, in genere, non eravamo così tanto giovani» gli ricordò Edward, «quindi, da questo punto di vista, si potrebbe valutare il concetto di “veri uomini”. Detto questo, ho gareggiato a Pau e ho vinto, a mio tempo, dopo un duro scontro con Remy Corvin, uno dei piloti più forti contro cui abbia mai gareggiato.»
«A quei tempi, in effetti» rammentò l’ingegner Santangelo, «era uno dei piloti considerati potenziali campioni del mondo. Chissà che fine ha fatto.»
Il pilota francese era sparito dai radar da ormai qualche tempo. Molti anni prima aveva avuto modo di correre brevemente nella massima categoria, anche se per una squadra di fondo classifica. Dopo il fallimento di questa, aveva scelto la strada americana e, in seguito, quella giapponese. Dopo avere gareggiato prima in Indycar, poi in Formula Nippon, aveva optato per il ritorno in Europa come pilota di Endurance. Tre anni prima aveva partecipato alla 24 Ore di Le Mans nella classe GT. Era stata la sua ultima gara, anche se non aveva mai annunciato il ritiro. All’eta di trentanove anni, era ormai considerato il passato, ma Edward sapeva che presto sarebbe tornato a far parte del presente, e non di un presente generico, ma proprio del suo.
Il fatto che Corvin sarebbe divenuto il suo compagno di squadra nell’Evolution GP Series non era ancora noto, pertanto non poté rivelare al conoscente quel retroscena. Si limitò ad affermare il vero, non avendo ancora avuto modo di incontrarlo: «Sono passati anni dall’ultima volta in cui l’ho visto.»
«Meglio per te» ribatté Santangelo. «Era un pilota molto forte e non vedeva l’ora di distruggerti. Se ci fosse stato lui, in Diamond Formula, dubito che avresti mai vinto un titolo. Avrebbe fatto di tutto per impedirtelo. Ti detestava, proprio da quando, qui a “casa sua”, l’hai umiliato davanti al suo pubblico.»
In effetti, dopo la gara Remy aveva tacciato Edward di averlo spinto fuori pista, per superarlo. Considerando che quel sorpasso aveva determinato chi tra loro ne fosse uscito vincitore, il francese non l’aveva presa molto bene. Aveva perfino tentato di rifilargli una sportellata durante il giro d’onore, ma il colpo non era andato a segno e aveva dovuto accontentarsi di fargli lo sgambetto mentre saliva sul podio, facendolo cadere a terra, azione che, molto probabilmente, avrebbe dato credito a una narrazione molto simile a quella esposta dall’ingegnere, se solo fosse stata un fatto conosciuto dal grande pubblico, anziché un dettaglio ormai andato perduto nei cassetti della memoria dei testimoni oculari.
Edward non aveva avuto altre vere e proprie occasioni di scontro con Remy Corvin, ma rimaneva convinto che quella fosse soltanto l’esternazione di un’esuberanza giovanile, che doveva essere sfumata già da molto tempo.
«Se fosse stato in Diamond Formula» sentenziò, «avrebbe dovuto quantomeno essere rilevante per mettersi sulla mia strada.»
Livio Santangelo parve apprezzare quelle parole. Lo guardò con aria di approvazione, prima di essere chiamato da un collega e di doversi allontanare.
Si congedarono. Molto probabilmente sarebbe passato molto tempo, prima del loro successivo incontro. Presto Edward avrebbe lasciato il circuito e, a meno che lo sponsor non si fosse messo in mezzo, non avrebbe avuto modo di essere presente ad altri eventi della Formula 3 Europea.
Poco più tardi si avviò verso l’uscita, dove la stessa auto di servizio che l’aveva accompagnato qualche ora prima l’avrebbe caricato a bordo e riportato indietro. Fu allora che accadde un evento inaspettato, e tutto per colpa di una sua disattenzione. Per mettersi in contatto con l’autista, prese fuori lo smartphone.
Camminando con lo sguardo sul telefono, non si accorse di un uomo che rovistava dentro uno zaino. Lo urtò e tutto il contenuto si riversò a terra. Edward, ovviamente, chiese subito scusa per il misfatto, proponendosi di aiutare il malcapitato, che si era già chinato a raccogliere i propri effetti personali. Solo quando alzò lo sguardo, lo riconobbe.
«Roberts, proprio tu!» esclamò l’altro. «Che coincidenza. È da giorni che sto valutando di contattare qualcuno che abbia a che fare con l’Evolution Grand Prix Series ed ecco che salti fuori tu! Saresti disposto a una conversazione confidenziale sulla nuova categoria?»
***
Quando Vanessa Molinari aveva qualche ritaglio di tempo libero, non disdegnava prestare un po’ d’attenzione alle categorie minori dell’automobilismo, specie considerato che non di rado le loro gare o sintesi esaurienti delle stesse venivano pubblicate sui canali social della specifica serie.
Aveva gareggiato a Pau, durante una carriera agonistica ormai lontana. Spinta dalla curiosità, vide la competizione, trasmessa in diretta streaming. Non le passò inosservata la presenza di Livio Santangelo.
Dopo il loro incontro avvenuto nella notte di Capodanno, aveva creduto che l’ingegnere avrebbe lasciato il proprio ruolo per concentrarsi sull’Evolution GP Series. Non era accaduto, a quanto pareva, né la neonata categoria aveva mai fatto il suo nome. Le venne da augurarsi che fosse uscito dal progetto e che questo fosse passato tra le mani di individui meno esaltati di lui. Non che Santangelo avesse mai dato l’impressione di essere un esaltato, prima di quella famigerata sera di fine dicembre, ma Vanessa era convinta che fosse meglio non sottovalutare gli sviluppi di quella notte. Con un po’ di fortuna era stato rimpiazzato, mentre i suoi equivalenti esteri non erano altrettanto folli. In fondo, era estremamente improbabile che qualcun altro potesse condividere teorie assurde come le sue.
L’Evolution Grand Prix Series era stata fondata da una dirigenza italiana, francese e inglese, a rappresentare le nazioni che, in un’epoca ormai remota, avevano dato vita all’automobilismo europeo. Anche le squadre erano strettamente collegate ai tre paesi: vi erano un team italiano, uno francese e uno inglese che schieravano due monoposto ciascuno, dopodiché una scuderia satellite per ciascuno di essi, infine due ulteriori squadre internazionali, che facevano salire il numero di auto presenti al via a sedici unità.
Una di queste, la meno interessante agli occhi di Vanessa, era quella dei Ghost Driver. Aveva cercato di convincersi che quelle dell’ingegner Santangelo fossero solo assurde fantasie. Non poteva che essere così. Al volante non potevano esserci dei veri e propri androidi, quanto piuttosto dei manichini controllati da remoto. Quelle con cui aveva cercato di stordirla la notte di Capodanno erano solo le fantasie di un uomo che non voleva riconoscere i limiti della realtà e che tentava di coinvolgerla in una questione di marketing.
La squadra internazionale che catturava l’interesse di Vanessa Molinari era la R-Evolution Racing, che aveva ingaggiato nientemeno che un pilota celebre come Edward Roberts. Su chi fosse destinato a divenire il suo compagno di squadra c’era il riserbo più assoluto, ma Vanessa aveva conoscenze altolocate che, di tanto in tanto, la mettevano al corrente dei rumour più piccanti. Si vociferava che l’altro pilota fosse Remy Corvin, il che rendeva quell’accoppiata molto interessante. I due erano stati grandi avversari, in passato, e non vi era dubbio che non fosse difficile rendere commerciale la loro rivalità di un tempo: il grande pubblico poteva anche non essere al corrente dei loro trascorsi, ma sarebbe bastato poco per catturarne l’attenzione. Non vi era nulla che non potesse essere reso un fenomeno di marketing e far diventare tale una polemica passata sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Vanessa realizzò che le sarebbe piaciuto assistere a un confronto tra i due, prima che fosse troppo tardi. Roberts doveva avere compiuto da poco quarant’anni, oppure essere sul punto di arrivare alla cifra tonda, mentre Corvin, sui propri profili social, aveva condiviso le foto dei festeggiamenti del trentanovesimo compleanno all’inizio di marzo. Erano ancora giovani come uomini, ma attempati come piloti. Lo scontro non poteva essere rimandato all’infinito, se doveva esserci.
Ripensando al post che aveva letto diverse settimane prima, Vanessa ebbe come un flash. Le sembrava che Corvin avesse scritto qualcosa di assurdo, ma non ricordava bene cosa. C’entrava qualcosa una piccola torta a forma di rana in stile fumetto - assurda, per un uomo della sua età.
La didascalia le venne in mente più tardi, quando aveva già smesso di pensarci: “oggi è il primo marzo, quindi si taglia la seconda rana”. Dal momento che non aveva alcuna rilevanza, Vanessa scacciò quel pensiero e non vi si soffermò oltre. Tornò a riflettere, invece, sul Gran Premio di Pau. Aveva prestato fin troppa attenzione a Livio Santangelo e molto poca alla gara, che aveva avuto sviluppi interessanti. In più, il vincitore aveva ricevuto il trofeo proprio dalle mani di Edward Roberts.
Vanessa ammirava molto quel pilota ed era stata felice di vederlo comparire sullo schermo. Sperava che avesse successo nella nuova categoria e che mettesse a tacere i detrattori. Se il successo fosse passato per uno scontro con Remy Corvin sarebbe stato un valore aggiunto, ma Vanessa si sforzò di non sperarci troppo, per non rimanerne delusa se il rumour che le era stato riferito fosse rimasto soltanto una chiacchiera priva di seguito.
***
Oliver Fischer non era esattamente il tipo di uomo che catturava l’attenzione immediata della donna media - non era particolarmente alto, né particolarmente muscoloso, né particolarmente appariscente - ma aveva dei bei lineamenti e un’aria da geek che potevano senz’altro colpire chi sceglieva di andare oltre la prima impressione. Aveva i capelli biondi, sapientemente sollevati con il gel secondo i canoni di almeno quindici anni prima, e portava - verosimilmente per la lettura - un paio di occhiali da vista dalla montatura nera che richiamavano ugualmente le forme dei primi anni del secolo.
Edward si avvicinò e lo raggiunse al tavolo, nel bar nel quale il giornalista gli aveva dato appuntamento. Fischer chiuse il giornale, si tolse gli occhiali - confermando che ne aveva bisogno soltanto per la lettura - e li ripose nella loro custodia, che poi infilò nella tasca della camicia a quadri.
«Mi fa piacere che tu sia qui, Roberts» furono le prime parole che pronunciò. «Mi auguro, ovviamente, di non stare abusando troppo del tuo tempo.»
Per un attimo, a Edward balenò in testa l’idea che Fischer volesse tenerlo lontano da casa, quindi da Selena. Si diede subito dello stupido visionario per avere formulato un pensiero così assurdo: Oliver non poteva avere idea di quando avesse avuto intenzione di lasciare Pau e in che maniera il loro incontro avesse scombinato i suoi piani. Inoltre, ne era abbastanza sicuro, c’era stato qualcosa tra Oliver e Keira, il che lo portava a pensare che il giornalista fosse ormai passato oltre.
Per ogni evenienza, mentì: «Non avevo in programma di andarmene subito dopo la gara. Avrei dovuto vedere delle persone, ma tutto è saltato all’ultimo momento. Quindi, mi sono detto, perché non approfittarne per scambiare qualche parola con un giornalista competente?»
Oliver Fischer parve un po’ spiazzato. In effetti non doveva capitare di frequente che qualcuno lo definisse in quei termini, era molto più probabile che venisse denigrato e tacciato di avere mandato a rotoli la Diamond Formula.
Edward ci tenne a precisare: «Credo che tu abbia agito nella giusta maniera e che meriteresti un riconoscimento maggiore. Se non fosse stato per la tua insistenza, non si sarebbe mai scoperta la verità su Emiliano Diaz, né quella sull’incidente di Herrmann e Harrison.»
Oliver minimizzò: «Dovere. Il mio lavoro è informare, non nascondere la spazzatura sotto un tappeto. Peraltro, sarebbe un’azione controproducente: per mettere la spazzatura sotto al tappeto bisogna prima raccoglierla. Tanto vale metterla in un bidone dei rifiuti, dove merita di stare.»
Quel giro di parole doveva servire per rompere il ghiaccio. In effetti, a parte qualche vaga conversazione a tematica motorsport quando era capitato che si vedessero, non c’erano stati altri scambi, tra di loro, dopo la fine della Diamond Formula. Non c’erano nemmeno mai stati accenni a una presunta vicinanza tra Oliver e Keira.
Edward non era mai stato particolarmente disturbato dall’idea che sua sorella frequentasse il suo passato rivale in amore. Anzi, l’idea che Fischer corresse dietro a Keira era stata un sollievo, per via della quasi certezza che non si sarebbe messo in mezzo cercando di rovinare le cose tra lui e Selena. D’altronde, perché avrebbe dovuto opporsi? Keira era una donna adulta e lo era da molto tempo. Se voleva spassarsela con Fischer, era liberissima di farlo, per quanto lo riguardava. Edward non aveva idea di quanto fosse stato stretto il loro rapporto, ma doveva essere definitivamente naufragato, se ancora esistente, quando Keira aveva scelto di lasciare l’Italia, dove aveva vissuto per diversi anni, per tornare in Inghilterra.
Grande appassionata di competizioni, proprio come Edward, Keira era finita a occuparsi di questioni commerciali presso una scuderia italiana che occupava posizioni di centro gruppo sulla griglia di partenza dei gran premi della classe regina e che vantava anche una vittoria, risalente a molti anni prima, per mano di un pilota che poi aveva vinto diversi titoli mondiali.
Quando era arrivata l’offerta del Progetto Evolution, Keira non era riuscita a tirarsi indietro. Fare parte, fin dagli albori, di quella che considerava una categoria motoristica destinata al successo, era un sogno. Non aveva lasciato del tutto la squadra italiana. Si era presa un lungo periodo di aspettativa e, per l’Evolution, lavorava come consulente freelance. Edward le aveva ripetuto spesso che avrebbe fatto meglio a tornare in Italia per riprendere la vecchia occupazione, ma Keira affermava che sarebbe stato bello, per una volta, trovarsi dalla stessa parte, invece che in due categorie contrapposte, come era accaduto quando Edward gareggiava nella Diamond Formula.
Anche quella sera non vi furono accenni alla sfera privata. Dopo i primi convenevoli, Fischer venne subito al dunque: «Come avrai capito, l’Evolution Grand Prix Series ha catturato la mia attenzione. Parlarne con qualcuno che ne sa di più ha una certa rilevanza, per me.»
«Capisco.»
«Mi spiego meglio: non vorrei parlarne e basta. È una serie interessante, alla quale bisognerebbe dedicare più spazio a livello mediatico.»
Edward azzardò: «Vuoi diventare un influencer che pubblica video sulla nuova categoria?»
Oliver si lasciò andare a una risata.
«Sii serio, Roberts, ti sembro per caso un influencer?»
«Perché no?» ribatté Edward. «Con gli occhiali da nerd che avevi prima, faresti un figurone. Immagino, però, che tu preferisca che a parlare sia la scrittura e non la tua immagine. Ho letto i tuoi articoli sulle formule minori, ultimamente.»
«Quali articoli?»
«Quelli che scrivi con lo pseudonimo di Dirk Strauss.»
«Oh.»
«Come vedi, ti ho scoperto.»
«Come fai a saperlo?» domandò Oliver. «Mi sembrava di essere stato abbastanza attento.»
«Ho visto una fotografia di Dirk e ti ho riconosciuto» lo informò Edward. «Alla fine, a tradirti è stata l’immagine. Posso chiederti perché hai scelto di chiamarti come il padre delle sorelle Strauss?»
«Non avevo idea del fatto che il padre delle Strauss si chiamasse Dirk» ammise Oliver. «Quando mi è stato detto, ormai era troppo tardi per tornare indietro.»
«Vuoi scrivere sull’Evolution?»
«Sì.»
«Spero non sul sito delle formule minori. Non puoi mettere l’Evolution Grand Prix Series sullo stesso piano della Formula 3 e della Formula 4.»
«Come sei prevenuto, Roberts!» Oliver parve divertito. «In realtà, vorrei avviare un blog indipendente - del tutto amatoriale - sulla nuova categoria. Ne ho discusso con un paio di persone conosciute sui social, anche loro vorrebbero farne parte.»
«Se non altro» ribatté Edward, «almeno stavolta non hai scandali di vecchia data da scoprire.»
Oliver sorrise: «Chissà, magari ci sono scandali recenti.»
«Sei proprio un malpensante» scherzò Edward. «Non c’è ancora stato nemmeno il primo degli eventi sperimentali e vedi già del marcio?»
«Meglio mettersi avanti con i lavori, non credi?»
«Fai sul serio?»
«No, non del tutto, almeno.»
«Cosa vuoi dire?»
Oliver rispose: «Siamo di fronte a qualcosa di inconsueto, non lo si può negare. La nascita di una nuova serie di automobilismo viene annunciata con pochissimo preavviso, quando ormai tutto il lavoro a monte è già stato fatto. Si svolgeranno ben quattro eventi che saranno soltanto promozionali, per giunta con un recente campione della Diamond Formula sulla griglia, per non parlare del mistero che la R-Evolution sta facendo sul tuo futuro compagno di squadra.»
«Se è questo che vuoi sapere, Fischer, puoi risparmiare tempo» mise in chiaro Edward. «Non posso passarti informazioni confidenziali. Non spetta a me annunciare chi mi affiancherà.»
«Remy Corvin» replicò Oliver. «Sarò anche un emarginato, ma ho comunque i miei agganci.»
«I tuoi agganci non possono esserne certi.»
«Infatti non sono qui per darlo per scontato. L’idea che Corvin ritorni alle competizioni come tuo compagno di squadra rimane piuttosto suggestiva, ma non è ciò che più mi interessa: tra poche settimane si svolgerà l’EvoPrix di Montecarlo e almeno allora non ci saranno più dubbi. Preferirei focalizzarmi sulle questioni poco chiare che stanno alla base della categoria. Si tratta di un progetto italiano, francese e inglese, questo lo sanno tutti. Chi c’è dietro?»
«Un gruppo di ricerca e sviluppo che non si pone confini, se non quelli dettati dal marketing. I Ghost Driver dovrebbero rappresentare la tecnologia più estrema, ma rimangono comunque una strategia commerciale.»
«Voglio i nomi, Roberts» precisò Oliver Fischer, «e non me ne andrò da qui fintanto che non me li avrai detti.»
«Che cosa ti fa pensare che io li sappia?»
«Corri per il loro progetto. Sei la loro punta di diamante. Mi rifiuto di credere che tu non sappia nulla.»
Edward rimase qualche istante in silenzio, a riflettere su come procedere. Afferrare per il collo Fischer, sollevarlo a forza e trascinarlo fuori dal bar era verosimilmente la soluzione più appropriata, ma non gli sarebbe dispiaciuto tentare un approccio più cordiale e democratico.
Il giornalista concesse: «Va bene, non vuoi dirmi niente, per ora. Non mi aspettavo nulla di diverso. Vuoi bere qualcosa?»
«Se credi di sciogliermi con l’alcool, ti sbagli di grosso» replicò Edward. «Credo che dovrò declinare l’offerta.»
«Non ho detto che devi bere qualcosa di alcolico» chiarì Oliver. «Io stesso preferisco evitare l’alcool, specie quando sto lavorando.»
Edward rimarcò: «Pensavo che la nostra fosse una conversazione informale. Peraltro hai detto che il tuo blog sull’Evolution Grand Prix Series sarà amatoriale.»
«Immaginavo che avresti cercato di tenermi testa» ammise Oliver, «ma non che fossi così determinato. È perché sono io, oppure perché sei stato costretto al silenzio da parte dei vertici del campionato?»
«Forse dovrei fare come fanno tutti, ovvero dirti che mi stai sui coglioni e che non ti rispondo per questo» ribatté Edward.
«Allora perché non lo fai?» lo sfidò il giornalista.
«Perché hai appena detto che vuoi offrirmi da bere.»
«Non ho detto nulla di tutto ciò. Ti ho chiesto semplicemente se vuoi bere. Ciascuno paga per sé. Anzi, siccome io sono l’ultima ruota del carro e tu sei il volto dell’Evolution, dovresti essere tu a offrire da bere a me.»
«Non c’è problema. Se le condizioni sono queste, offro io.»
Edward chiamò un cameriere per ordinare e chiese al giornalista cosa desiderasse.
Entrambi scelsero bibite analcoliche, che arrivarono poco dopo. Oliver sorseggiò la propria, poi gli ricordò: «Non mi hai ancora detto se hai qualche particolare obbligo nei confronti di chi comanda. Hai per caso firmato un contratto in cui sei costretto a non divulgare informazion-...»
Edward lo interruppe, impedendogli di terminare la domanda: «Sei un visionario, Fischer. Forse ti converrebbe tornare nel mondo reale.»
«Quale mondo reale?» obiettò Oliver. «Quello in cui quattordici piloti correranno contro due Ghost Driver telecomandati a distanza?»
«Non vedo perché un simile scenario debba apparire così spaventoso da formulare teorie del complotto» puntualizzò Edward. «Se accetti un consiglio, faresti meglio a continuare a scrivere gli articoli di Dirk Strauss. È quello il tuo lavoro, no?»
«Esatto.»
«Allora concentrati su quello.»
«Stai cercando di scoraggiarmi?» azzardò Oliver. «Temi che sia troppo pericoloso e non vuoi avere cadaveri sulla coscienza?»
Edward rispose: «Tutto ciò che temo è che tu stia esagerando di gran lunga. Sei un bravo giornalista. Anzi, sei un ottimo giornalista. Dovresti focalizzarti sul tuo lavoro, appunto, invece di inseguire fantasie che non stanno né in cielo né in terra. Non ho mai incontrato i vertici del campionato. Ho avuto contatti soltanto con la squadra che mi ha ingaggiato per gli eventi promozionali.»
Oliver portò il bicchiere alla bocca e consumò un sorso della bibita che aveva ordinato.
«Va bene, Roberts, credo che sia giusto smetterla di girarci intorno. Ho parlato con una persona che mi ha menzionato fatti strani, a proposito del nuovo campionato. Quando ho cercato di scoprirne di più, ha rifiutato di fornirmi altri dettagli e mi ha detto, anzi, che era meglio non parlarne più. Non credo che siano soltanto fantasie e, se dovessero esserlo, non sono fantasie che mi sono inventato io.»
Alla base di quella spiegazione, le preoccupazioni del giornalista sembravano più ragionevoli. Anche Edward bevve una sorsata dal proprio bicchiere, per poi riporlo sul tavolo e affermare: «Da parte mia, non sono al corrente di alcun fatto strano. Come ti ho già spiegato, sono stato regolarmente ingaggiato dalla R-Evolution Racing. La squadra ha capitali internazionali e intende affermarsi come un’alternativa ai team che rappresentano le nazioni che hanno dato vita al Progetto Evolution. Puoi stare tranquillo: nessuno intende farmi a pezzi e seppellirmi in cantina affinché io non possa parlare, se è questa la tua preoccupazione... e non mi pare, a dire il vero, che tu fossi in allarme per me, almeno fino a oggi pomeriggio. Se non ti avessi urtato accidentalmente ribaltando il contenuto del tuo zaino, non ci saremmo dati appuntamento per stasera e non saremmo qui a discutere dell’Evolution Grand Prix Series.»
«Allora» ribatté Oliver, «devo ringraziare di avere lasciato aperto lo zaino, perché sei il contatto migliore che potessi trovare, all’interno dell’Evolution.»
«Vedo che nulla riesce a frenarti» osservò Edward. «La prossima volta ribalterò a terra te, anziché lo zaino.»
«Così potrò raccontare che mi hai aggredito e sguinzagliarti dietro una schiera di fanboy che chiederanno a gran voce che tu venga licenziato?»
«Non hai tutto questo seguito, Fischer. Potrei tranquillamente ribattere che te lo sei inventato.»
«Può darsi, ma non giocherei con il fuoco, se fossi al posto tuo. Sai bene quanto me quanto possano essere devastanti i soggetti che riescono a ritagliarsi un po’ di popolarità sui social media. Ho... Ho letto...» Oliver parve esitante. «Forse non dovremmo parlarne, ma certi gossip sono davvero sgradevoli.»
Edward si irrigidì.
«Lo so. È molto spiacevole.» Abbassò lo sguardo. «Sto cercando di non entrare più sui social, perché leggo cose orribili sul conto di mia moglie. A questo proposito, ti ringrazio per esserti schierato dalla nostra parte.»
Era successo qualche mese prima. Quando la notizia della gravidanza di Selena era divenuta di dominio pubblico, ancora una volta c’era stato chi aveva ritenuto opportuno rilanciare il suo passato insieme a Fischer. Un utente con nickname e avatar che richiamavano gli unicorni aveva millantato di avere visto spesso Selena insieme a Oliver e che il nascituro doveva essere frutto di una relazione extraconiugale tra i due.
Per qualche astruso motivo, un individuo senza nome, il cui profilo richiamava mammiferi di fantasia con ali ricoperte di glitter, era stato elevato a fonte universale della conoscenza. Se Fischer in persona non avesse affermato di vivere in un altro Stato e di non vedere Selena da oltre un anno, aggiungendo di avere una relazione serena con una nuova partner e minacciando azioni legali nei confronti di chi diffondeva falsità su di lui, il polverone che si era sollevato non si sarebbe spento altrettanto facilmente.
Oliver chiarì: «Ritengo che la cosa più saggia da fare sia lasciare correre, ma non sempre è possibile. Ci sono tanti “unicorni” che, nascosti dietro a un avatar, credono di potere dire di tutto e farlo diventare vero. A volte bisogna prendere posizione contro di loro, non ci sono alternative. Non ho mai voluto denunciare nessuno, dato che sarebbe solo una perdita di tempo, ma volevo semplicemente che la smettessero con quell’assurdità. Tu e Selena non ve lo meritate e, a dire il vero, nemmeno io mi merito tutto questo.» Svuotò il bicchiere e fece per alzarsi in piedi. «Se vuoi condividere con me quello che sai sull’Evolution, sai dove trovarmi.»
Quando Fischer accennò a prendere fuori il portafoglio, Edward gli ricordò: «Si era detto che offro io.»
«Oh, va bene... Grazie mille. È stato un piacere rivederti.»
Gli voltò le spalle e fece per avviarsi. Lasciarlo andare via sarebbe stata la strada più facile, eppure a Edward sembrava che, in quella circostanza, fossero dalla stessa parte. Lo guardò muovere i primi passi in direzione dell’uscita senza fare nulla. Oliver non esitò, sembrava davvero intenzionato ad andare via.
Edward si alzò in piedi di scatto quando lo vide andare verso la porta. Se lo zaino ribaltato era un segno, doveva correre a fermarlo. Oliver stava già uscendo, quando lo afferrò per un braccio.
«Aspetta, Fischer.»
L’altro si girò e gli strizzò un occhio.
«Hai per caso cambiato idea sul volere pagare il conto anche per me?»
«No» rispose Edward. «Vorrei solo continuare la nostra conversazione. Ci stai?»
«Vuoi rivelarmi qualche segreto?»
«No, mi dispiace.»
«Allora non ho più niente da fare qui» ribatté Oliver. «È stata una bella serata, ma...»
Senza troppa delicatezza, Edward lo trascinò verso di sé.
«Torna al tavolo, Fischer. Hai detto che una delle tue fonti ti ha riferito che succedono cose strane. Dal momento che prenderò parte a quel campionato, vorrei saperne di più.»
Il giornalista lo guardò storto, ma non esitò a seguirlo. Tornarono a sedersi. Gli occhi di Edward caddero sul bicchiere, ancora pieno per metà. L’aveva lasciato così vicino a quello vuoto di Fischer? Non gli sembrava, ma non voleva lasciarsi prendere dalla paranoia.
Riprese a parlare con Oliver, il quale fu piuttosto reticente. La sua fonte era riservata, le informazioni erano molto confidenziali...
«A che gioco stai giocando, Fischer?» sbottò Edward. «Sai qualcosa o non sai niente?»
«So quello che mi è stato detto, ovvero molto poco» rispose Oliver, «e non voglio comportarmi come l’unicorno pieno di brillantini che sostiene che tuo figlio sia un realtà figlio mio.»
A Edward venne spontaneo correggerlo: «Figlia. È una bambina.»
«Quindi non verrà al mondo un Edward Roberts 2.0» osservò Oliver. «Direi che ci siamo salvati da una grande disgrazia.»
«Direi che siamo salvi anche da disgrazie ancora più grandi, dato che, per quanto ne so, tu non hai ancora iniziato a spargere in giro discendenti. Quelli saranno devastanti di default, maschi o femmine che siano.» Edward lo guardò negli occhi. «Allora? Mi vuoi dire che cosa ti ha riferito la tua fonte?»
«È tardi» fu la secca replica di Oliver Fischer. «Finisci la tua bibita, così ce ne andiamo.»
Edward ricordò le brutte sensazioni di poco prima.
«No. Mi ha dato un po’ fastidio, secondo me provoca acidità di stomaco.»
Oliver prese il bicchiere.
«Non sprechiamo il tuo drink. Lo finisco io.»
Senza che Edward potesse fare in tempo a replicare, il giornalista lo portò alla bocca e si scolò in fretta il contenuto. Del resto, cosa avrebbe potuto dirgli? “Mi viene il sospetto del tutto infondato e privo di senso logico che qualcuno abbia manomesso la mia bibita?” Di certo avrebbe fatto la figura del folle.
Dopo avere bevuto, Fischer si alzò in piedi e annunciò l’intenzione di andare in bagno, prima di andare via. Edward ne approfittò per andare a pagare le loro consumazioni, infine tornò al tavolo ad aspettarlo.
Quando fu chiaro che l’attesa sarebbe stata vana, si diresse verso la toilette. Trovò Fischer che si sorreggeva al lavandino per restare in piedi. Gli chiese se andasse tutto bene e gli parve palese lo stato confusionale nel quale si trovava il giornalista. Possibile che...? No, non poteva essere.
Domandò a Oliver dove avesse intenzione di trascorrere la notte. L’altro, seppure a fatica, gli parlò di un impegno di lavoro per la mattinata dell’indomani e gli fece il nome di un piccolo albergo di periferia.
«Ti accompagno» decretò Edward, che non se la sentiva di lasciarlo solo in quelle condizioni. «Se hai bisogno di un medico...»
«No» replicò Oliver, con una certa sicurezza, prima di balbettare che si trattava solo di un piccolo capogiro.
Edward lo accompagnò fuori dal bagno, ignorò le occhiate di una bella ragazza con i capelli neri striati di blu e si diresse fuori, dove aveva parcheggiato.
Caricò Fischer in macchina e lo condusse fino all’hotel. Lo portò fino in camera e gli chiese ancora se fosse sicuro di non avere bisogno di un medico. Alla risposta di Oliver, che fu la stessa ricevuta all’interno del bar, Edward lo aiutò a sdraiarsi sul letto.
Avrebbe dovuto andarsene, partire per tornare a casa, dato che lo aspettava un viaggio di oltre quattro ore, ma scelse di restare a vegliare su Fischer, nonostante non avesse portato con sé altro che uno spazzolino da denti, un tubetto di dentifricio e un cambio di biancheria per ogni evenienza.
Si accomodò su un divanetto, per poi sprofondare inavvertitamente nel sonno. Quando si svegliò, dalla finestra entrava già la luce dell’alba. Si avvicinò al letto sul quale Fischer dormiva. Respirava regolarmente. Quantomeno era ancora vivo!
Quando Oliver aprì gli occhi, Edward gli chiese come stesse. Fischer apparve dapprima disorientato e incerto sulle ragioni della sua presenza, dopodiché lucido e senza particolari sintomi. Ricordava vagamente di essere stato assalito dalle vertigini e dalla nausea, la sera precedente.
«Ti ho accompagnato in camera» lo informò Edward, «poi mi sono addormentato.»
Oliver ridacchiò.
«Chissà cosa direbbero gli unicorni, se sapessero che abbiamo passato la notte insieme.»
«Che i genitori della bambina siamo noi due e che Selena è la madre surrogata?» suggerì Edward, prima di recarsi in bagno.
Si salutarono mezz’ora più tardi, quando ormai Oliver sembrava tornato completamente in sé.
«Sei sicuro di stare bene, Fischer?»
«È tutto a posto.»
«Credi che ci fosse qualcosa, nella bibita?»
«Tu ne hai bevuta una buona metà e non sei stato male» puntualizzò Oliver. «Deve essere stato un malore dovuto alla stanchezza. Ti ringrazio comunque per tutto quello che hai fatto per me.»
Edward cercò di minimizzare: «Non è stato nulla di eccezional-...»
«Sì, invece» rispose Oliver, avvicinandosi. «Se non ci fossi stato tu, chissà cosa sarebbe successo e e dove sarei ora.»
Prima ancora di riuscire a comprendere cosa stesse accadendo, Edward si ritrovò stretto nell’abbraccio di Fischer. Ricambiò e per qualche istante rimasero entrambi in silenzio.
Solo quando si allontanarono, Edward suggerì: «Dovremmo incontrarci per parlare seriamente dell’Evolution Grand Prix Series.»
Oliver annuì.
«Sono contento di sentirtelo dire.» Andò a rovistare nello zaino che aveva dato il via a tutto e tornò poco dopo, porgendogli un biglietto da visita. «Qui c’è il mio numero. Chiamami. Se non dovessi risponderti, scrivimi.»
«Lo farò» confermò Edward. «Tu, magari, vai a fare le analisi del sangue.»
«Credi davvero che qualcuno avesse drogato la bibita?»
«Non si può mai sapere. È sempre meglio avere certezze, piuttosto che sensazioni.»
Furono le ultime parole che rivolse a Fischer, a parte un fugace saluto. Si allontanò dalla camera del giornalista, convinto che quanto accaduto non andasse sottovalutato. Qualcuno doveva avergli messo qualcosa nel drink e averlo fatto nel momento in cui aveva raggiunto Oliver sulla porta, forse nella speranza di far ricadere i sospetti su quest’ultimo e impedire che gli desse fiducia. In fondo, le strane teorie del complotto di Fischer non erano poi così insensate.
MILLY SUNSHINE // Mentre la Formula 1 dei "miei tempi" diventa vintage, spesso scrivo di quella ancora più vintage. Aspetto con pazienza le differite di quella attuale, ma sogno ancora uno "scattano le vetture" alle 14.00 in punto. I miei commenti ironici erano una parodia della realtà, ma la realtà sembra sempre più una parodia dei miei commenti ironici. Sono innamorata della F1 anni '70/80, anche se agli albori del blog ero molto anni '90. Scrivo anche di Indycar, Formula E, formule minori.
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