Il ventunesimo capitolo de "L'Eco della Vertigine".
Dibattere di certe questioni con Oliver Fischer sarebbe stato di gran lunga più appropriato, ma Dalila non se la sentiva di coinvolgerlo fintanto che a tormentarla erano soltanto sospetti. Si era quindi recata da Sergio, dopo essersi assicurata dei suoi impegni per quel pomeriggio. L'amico le aveva detto di presentarsi alle 16.30, perché prima avrebbe dovuto celebrare un funerale. Dalila non l'aveva colto come un segnale di buon auspicio, ma tendenzialmente non era superstiziosa, quindi aveva lasciato correre.
Seduta di fronte a lui, sotto lo sguardo severo di un'anziana donna di servizio che spolverava i mobili retrostanti, Dalila chiese, per stemperare la tensione: «Com'è andato il funerale? C'era molta gente?»
«No, molto poca, soltanto i familiari» rispose il prete. «Il defunto aveva novantadue anni. Non doveva avere molti amici ancora in vita.»
«Capisco.» Dalila si concesse qualche istante di silenzio, prima di confidargli: «Sono qui perché mi è successa una cosa molto strana. Devi sapere che mesi fa mi era caduta una statuetta del presepe e che per mesi mi sono scervellata su dove potesse essere finita la parte che si era spezzata. Oggi, quando sono tornata a casa per pranzo, ho ribaltato accidentalmente un portapenne, che si trovava su un ripiano più basso dello stesso mobile... e cosa salta fuori, oltre alle penne? L'orecchio dell'asinello, che avevo tanto cercato!»
Sergio la fissò con lo sguardo di chi era abituato a conoscere i suoi colpi di testa.
«Dalila, mi fa molto piacere che tu sia venuta a trovarmi, e di certo è lo stesso anche per la signora Brunilde, ma davvero sei venuta qui solo per questo?»
Dalila trattenne a stento un sorriso. La perpetua le aveva sempre dato l'impressione di potere avere un nome quantomeno bizzarro ed era esattamente così.
«Non solo per questo» ammise, «Ma dell'altra faccenda preferirei che ne parlassimo da soli.» Ricordò quanto affermato prima da Brunilde. «Mi pare di avere capito che la signora debba andare a fare il bucato. Te ne parlerò tra poco.»
Ricevette un'occhiata di fuoco dalla signora Brunilde, ma non se ne curò. Quest'ultima sembrava non finire mai di spolverare.
Dopo qualche minuto, Dalila si fece coraggio e le chiese: «Potrebbe lasciarci soli? La ringrazio per avere deciso di farci da chaperon senza riceverne richiesta, ma le assicuro che non dobbiamo fare niente di proibito. Il mondo è pieno di uomini, non sono così disperata da mettermi a fare delle avance a un prete. E poi Sergio è come un fratello per me.»
Quelle parole le valsero un'occhiata ancora più severa da parte di Brunilde, che tuttavia si allontanò.
Sergio accennò un sorriso e la pregò: «Cerca di andarci piano, quella pia donna non ti vede di buon occhio... e non mi pare che tu faccia alcunché per dimostrarle che si sbaglia.»
«Non ho detto nulla di falso» obiettò Dalila. «Ho un fidanzato estremamente affascinante, cosa potrei mai volere da te?»
«Fidanzato» ripeté Sergio. «È la prima volta che ti sento usare questo termine per definirlo.»
«Forse ti farò indignare, ma con Pietro mi trovo bene sia come sintonia, sia in certe circostanze che nella tua posizione troveresti sicuramente immorali» ammise Dalila. «Immagino che tu possa immaginare che io e Pietro...» Esitò. «Noi...»
Sergio puntualizzò: «Non sono nato ieri. Solo perché sono un prete, non significa che non possa immaginare quello che fanno le coppie. L'unica cosa che mi sfugge è perché tu me ne stia parlando.»
«Perché sei uno dei miei più cari amici, l'unico di vecchia data» rispose Dalila. «Ho bisogno di qualcuno che mi capisca. Certo, non devi capirne molto di vita di coppia, ma ci sei solo tu.» Accennò un sorriso. «Con Pietro mi trovo bene in quel senso. Non si occupa solo del proprio piacere personale, ma anche del mio. Se la cava molto bene con tutto quello che precede il rapporto, mentre molti altri hanno sempre preteso che prima di passare al sodo fossi in primis io a fare godere loro. Solo che qualche giorno fa mi è capitata una cosa che mi ha fatto riflettere.»
«Ovvero?»
«Sei sicuro che posso raccontartelo?»
Sergio sospirò.
«Tanto lo farai lo stesso. Cerca solo di non essere troppo volgare.»
«Durante i preliminari, ho chiuso gli occhi e, mentre Pietro mi toccava molto vigorosamente in una maniera molto invasiva della mia intimità, ho immaginato che al posto suo ci fosse Oliver Fischer» lo informò Dalila. «Non intendo dire che vorrei tradire Pietro con Oliver. Intendo dire che vorrei proprio che Oliver mi toccasse a quella maniera ogni singolo giorno della mia vita e che poi passasse a quello che viene dopo. Credo di amarlo. Vorrei che fosse Fischer il mio fidanzato. Me lo sposerei anche. Il problema è che non è che Pietro semplicemente si diletti a maneggiare le mie parti intime. Sento che prova per me qualcosa di simile a quello che provo per Fischer. Cosa devo fare?»
«Parlare chiaro con entrambi, possibilmente non nello stesso momento. E soprattutto, non descrivere a Oliver quello che hai fatto con Pietro.»
«Se lo può immaginare.»
«Ecco, lascia che se lo immagini e basta. Non c'è alcun bisogno che tu gli dica cose tipo: "prima di possedermi, Pietro mi sottopone a lunghe e stimolanti sessioni di petting, diversamente da te che pretendevi soprattutto di riceverlo, ma io penso a te e a quanto mi piacerebbe diventare un giorno tua moglie, a condizione che il piacere sia ripartito in maniera più equa tra di noi".»
Dalila avvampò.
«Davvero parlo così?»
«Sì.»
«Immagino che per te sia stato un sollievo ricevere la "chiamata". La tua vita con me avrebbe potuto essere molto stressante.»
Sergio la rassicurò: «Non sei così terribile. Dico per Fischer, ovviamente, non per me. Quanto ti rivedo, sono sempre molto lieto di avere fatto un voto di castità. E non sono certo di avere visto il peggio di te.»
«Invece sì» ribatté Dalila. Rievocò un episodio risalente a quando aveva sedici anni. «Ti ricordi quella volta in cui mia madre è entrata in casa mentre, nel bel mezzo della cucina, ero in biancheria, tenevo il tuo membro in mano e tu stavi venendo su uno strofinaccio per asciugare i piatti?»
Sergio arrossì violentemente.
«Purtroppo sì, anche se vorrei averlo dimenticato. È stato il momento più imbarazzante della mia vita, nonostante tua madre sia stata molto di vedute aperte e si sia limitata a dirmi di coprirmi e andare via, che doveva parlarti, perché avevi commesso l'imprudenza di farti scoprire e aveva un po' di cose da spiegarti.»
«Non proprio di vedute aperte, dato che con me si è comportata come se fossero stati gli inizi del Novecento» replicò Dalila. «Quando sono rimasta da sola con lei, per prima cosa mi ha ordinato di buttare lo strofinaccio nel cestino dei rifiuti, di andarmi a lavare le mani e di rivestirmi, poi di raggiungerla. A quel punto mi ha detto che, dato mi piaceva spogliarmi parzialmente e armeggiare con strumenti da cucina, se le avessi portato un cucchiaio di legno mi avrebbe insegnato come ci si comporta. Quando le ho fatto notare che avevo sedici anni, ha affermato che nessuno è mai troppo grande per essere picchiato dalla propria madre e che non ammetteva repliche. Dopo che, rassegnata, le ho portato quello strumento di tortura improprio, mi ha fatto mettere con il fondoschiena all'aria, abbassare i pantaloni e perfino le mutande, e ha mi ha impresso sulle natiche l'impronta del cucchiaio. È stato molto imbarazzante.»
Sergio obiettò: «Evidentemente non lo è stato abbastanza, dato che me lo stai raccontando, correndo il rischio che la signora Brunilde entri e ti senta.»
Dalila lo ignorò e proseguì: «E prima di iniziare, ha chiarito che non era per quello che avevo fatto, che riteneva comprensibile anche se un po' precoce per una sedicenne, secondo i suoi standard, ma perché mi ero fatta cogliere sul fatto, invece di scegliere un posto più privato e appropriato. Poi sono partiti i tre colpi di cucchiaio di cui mi aveva avvisata, come se fosse stato il 1903. Ho sopportato stoicamente, perché alle mamme si obbedisce sempre e, se si sceglie di non farlo, allora si affrontano le conseguenze. In più avevo sulla coscienza una serie di malefatte che non aveva mai scoperto e per cui non mi aveva mai punita, quindi almeno in parte me lo meritavo. A quel punto è arrivata un'altra ramanzina, il tutto mentre ero ancora costretta con le chiappe all'aria. Poi siamo retrocessi al 1803 e, totalmente a sorpresa, mi sono arrivate altre tre cucchiaiate ben assestate, più forti di quelle precedenti, prima che mi ordinasse di rivestirmi. Infine mi ha informata che avrei dovuto comprarle un nuovo strofinaccio.»
«Effettivamente tua madre non è stata così moderna come la credevo» convenne Sergio, «Però un po' la capisco: gestire una figlia scatenata come te non doveva essere facile. Forse i suoi metodi bruschi e fuori tempo erano l'unico modo in cui poterti tenere a bada.»
«È esattamente quello che ha sempre affermato» confermò Dalila, «E forse non aveva tutti i torti. Era un po' difficile tenermi sotto controllo.» Ridacchiò. «Chissà cosa penserebbe la signora Brunilde, se mi avesse sentito.»
«Sicuramente che tua madre stesse facendo la cosa giusta e che...» Sergio si interruppe. «Ma, aspetta. Sei venuta qui per parlarmi della tua "chimica" con Pietro, delle punizioni all'antica di tua madre o di cosa?»
«Veramente sono venuta a parlare di morti ammazzati» replicò Dalila. «Scusami se finora ho divagato e soprattutto se mi sto lasciando influenzare dalle fiction, nelle quali i preti hanno spiccate doti investigative.»
«Mi dispiace deluderti, ma nel tempo libero preferisco dedicarmi alle parole crociate, piuttosto all'investigazione.»
«Lo sospettavo. Io, invece, le trovo piuttosto banali. Per le parole brevi, le definizioni sono sempre le stesse. Invece sono giunta alla conclusione che il marito di una mia conoscente possa essere stato ucciso da un collega.»
Sergio ribatté: «Come sei arrivata a questa conclusione così tanto di ordinaria amministrazione?»
«Non prendermi in giro» sbottò Dalila. «Non sono una di quelle visionarie che vedono dischi volanti o spie sovietiche ovunque?»
«Che cosa c'entrano i dischi volanti o le spie sovietiche?»
«Niente. Però affermare che non vedo né gli uni né gli altri mi ha fatta sentire un po' come la testimone di un delitto in un romanzo poliziesco degli anni '50.»
«Sei stata testimone di un delitto?»
«No.»
«Hai prove?»
«Nemmeno.»
«Indizi?»
«Ho riconosciuto un uomo che avevo già visto diciotto anni e mezzo fa dal vivo, era in una fotografia in cui sbadigliava sullo sfondo, poi l'ho riconosciuto nuovamente vedendo delle sue vecchie immagini pubblicate sui social. Adesso, però, le ha rimosse.»
Sergio aggrottò la fronte.
«Tutto qui?»
«Sì. Secondo te potrei provare a mettermi in contatto con quest'uomo? So dove abita.»
«Non mi sembra una saggia idea.»
Dalila annuì.
«Lo so, ma ho fatto un sacco di cose, nella vita, che non erano sagge.»
Sergio le suggerì: «Pensa a tua madre.»
Dalila gli strizzò un occhio.
«Ho quasi trentotto anni. Ormai sono davvero troppo vecchia per essere picchiata da mia madre, specie a quella maniera.»
«Tua madre di anni ne ha settanta» replicò Sergio. «Intendo dire che, se ti succedesse qualcosa, le verrebbe un accidente. A quell'età, il cuore inizia a diventare debole. Non vorrei ritrovarmi a celebrare il suo funerale.»
«Non succederà, non mi accadrà nulla» rispose Dalila. «Sono certa di potere tenere tutto sotto controllo.»
Sergio le suggerì: «Vai a lavorare, Dalila, che a quest'ora dovresti essere nel tuo studio. Poi alle diciotto vai a prendere tuo figlio e incolla con lui l'orecchio dell'asinello. Più tardi, dopo che l'hai messo a letto, chiedi a Pietro di raggiungerti, digli che sei innamorata di Oliver Fischer e che, di conseguenza, specie se prova per te qualcosa di più di un'attrazione fisica, è meglio chiudere la vostra relazione. Poi prendi carta e penna, fingi di essere uscita dal 1903 come tua madre e scrivi a Fischer in una lettera quello che provi per lui. Digli che sai che, avendo perso da poco la donna che amava, non è pronto per quello che gli stai rivelando, ma che non farai nulla che possa turbarlo e non ti mostrerai mai invadente. Afferma che, se ti vede solo come un'amica, cercherai di dimenticarlo e di innamorarti, un giorno, di un uomo che ti ricambi.»
«Me lo stai ordinando?»
«Te lo sto suggerendo.»
«Non sono sicura di potere fare tutto questo.»
«Almeno vai a lavorare. In alternativa, se non ne hai voglia, vai a prendere tuo figlio e incolla l'orecchio dell'asinello.»
Dalila sorrise.
«Sei un uomo responsabile, Sergio. Vorrei essere dotata della stessa responsabilità, ma purtroppo non è così. Cercherò di non fare troppi danni.»
Si alzò in piedi e salutò l'amico, oltre che la signora Brunilde che stava in corridoio, forse appostata a origliare. In quel momento era animata da buone intenzioni, ma queste non sarebbero durate molto a lungo.
Sulla strada di casa, decise di fare una deviazione. Sperava di trovare Maurizio Silvani, anche se avvicinarlo era l'azione più irresponsabile che potesse venirle in mente di commettere. Sergio non sarebbe stato soddisfatto di lei, e nemmeno sua madre, che tuttavia non era neanche lontanamente al corrente delle sue intenzioni. Non aveva bisogno di preoccuparsi per la sua salute. Esattamente come quando era ragazzina, quello che contava era non farsi cogliere sul fatto.
"Caro Maurizio, sarà un piacere conoscerti" pensò, tra sé. "Avrei tante cose da dirti, anche se purtroppo non potrò dirne nemmeno una."
Avrebbe simulato un incontro casuale, oppure si sarebbe inventata una scusa per avvicinarlo. Sorrise, con malizia, immaginando la possibile scena. Non poteva sapere che, nelle ore a venire, avrebbe dovuto affrontare conseguenze ben più spiacevoli del disappunto di Sergio o di un rimprovero da parte della madre, che non aveva mai smesso di sottoporla a estenuanti ramanzine ogniqualvolta la tacciasse di avere commesso un grave sbaglio.
***
Per quanto dall'altra parte fossero passate solo poche settimane, per Tina era ormai molto lontana la drivers parade nella quale, parlando con Silver Knight, di punto in bianco aveva ripensato al profilo di Maurizio Silvani, che Alysse Mercier le aveva mostrato qualche tempo prima. Vi erano alcuni scatti risalenti a molti anni prima, che le erano apparsi vagamente familiari. Sul momento non ci aveva pensato, presa com'era dal proprio presente. Poi, di colpo, il passato era tornato a mostrarsi. Non sapeva che cosa avesse fatto scattare in lei quella molla, ma qualcosa era accaduto e, di punto in bianco, l'aveva collegato all'uomo che, molti anni prima, aveva visto immerso in un'accesa discussione con Valerio Villa, a proposito di denaro.
Alysse aveva accennato al fatto che Silvani era un dipendente dei Forti già parecchi anni, quando Alexandre Mercier era stato assunto a propria volta. Per quanto Tina non avesse idea di quali fossero i rapporti di Maurizio con la famiglia del titolare, non era improbabile che Silvani avesse scoperto da Marina Forti dove sarebbe stato Villa quel fine settimana. Si trattava di un'azienda a gestione familiare, i cui uffici erano collocati in una sede piccola. Non importava che Marina divulgasse a tutti i dipendenti notizie quali il recarsi in un determinato posto nel quale sarebbero state presenti determinate persone, era molto probabile che le voci corressero oppure che, fintanto che certi fatti non erano riservati, i Forti stessi ne parlassero liberamente senza preoccuparsi di essere ascoltati dai dipendenti. In alternativa, non era improbabile che i dipendenti avessero l'abitudine di origliare.
Tina ricordava di come Alysse le avesse riferito che Maurizio Silvani sostenesse di non avere idea di chi fosse Valerio Villa. In un primo momento, avevano riso insieme di quella non conoscenza, per poi realizzare che, per una persona che si dichiarava del tutto disinteressata ai campionati di automobilismo, potesse essere la normalità. A quanto pareva, era stata tutta una copertura, se la teoria di Tina era corretta, e doveva esserlo.
«Devo parlarne con Oliver» aveva detto Tina a Keith Harrison, l'ultima volta in cui ne avevano discusso. «Ci deve essere un motivo, se ho colto quel dettaglio. Tutto succede per una ragione.»
Harrison aveva scosso la testa.
«No, non credo, tutto succede per caso.»
«Non credi, quindi non ne sei certo.»
«No, non ne sono certo. Non ci sono certezze. L'unica differenza che c'è tra questo mondo e quello in cui stavamo dall'altra parte è che qui non è un peso non avere certezze.»
Tina aveva replicato: «E allora perché mi sento pesante come un masso? Perché sento di avere qualcosa di importante da fare, prima di mettermi tutto alle spalle?»
«Perché forse è davvero così» aveva dedotto Harrison, «Ma semplicemente non sai ancora quale sia il tuo scopo. Pensi di dovere comunicare a Oliver quello che hai scoperto, ma potrebbe non essere questo il tuo scopo. Tuo marito non è il solo soggetto coinvolto. Anzi, ci sono persone molto più coinvolte di lui.»
Dalila era una di queste. Tina aveva avuto dei dubbi, ma tutto si stava facendo piuttosto chiaro. Era la Colombari quella con cui doveva mettersi in contatto, e doveva sperare che, al risveglio, ricordasse del loro incontro onirico e potesse esserle d'aiuto in qualche modo. Non era certa che fosse possibile. L'aveva vista, prima che chiudesse gli occhi. Appariva stordita e non pienamente in sé, come se fosse sotto l'effetto di sostanze alteranti.
Tina sapeva che Dalila era arrivata a scoprire la verità, sapeva che aveva incontrato Maurizio Silvani e sapeva anche che questo si era sentito in pericolo al punto tale da decidere di passare all'azione. Doveva sentirsi braccato, ormai, e non essere più quell'uomo lucido che molto probabilmente aveva deciso di sbarazzarsi di Alexandre Mercier con il cianuro nel tè quando il suo giovane collega l'aveva riconosciuto come l'uomo che aveva incontrato in albergo mentre cercava Valerio Villa.
Quella pressione non era stata provocata da Dalila, o almeno non solo. Silvani aveva già dovuto affrontare il ritorno di Mara Mask nella propria vita e non c'era da stupirsi più di tanto della fine che l'influencer aveva fatto. Quella disgraziata era stata rinvenuta uccisa da un forte colpo alla testa nella stessa strada in cui Alysse era domiciliata da qualche mese. Per fortuna la Mercier si trovava a centinaia di chilometri di distanza, quindi non era stata coinvolta in alcun modo nella triste vicenda. Dalila Colombari, invece, era stata interrogata come persona informata sui fatti e, da quando era stata resa nota la notizia della sua scomparsa, c'era cui affermava senza mezzi termini che avesse ucciso Mara Mask e poi si fosse data alla macchia.
In realtà, alcuni giorni dopo il loro incontro, Maurizio Silvani si era recato da lei subito dopo il crepuscolo e, protetto dal buio della sera, era riuscito chissà come a trovare una scusa per farsi aprire la porta di casa. Da allora, le tracce di Dalila si erano perse. Più tardi, quella sera, la signora Enrica aveva udito le urla di terrore del nipote. Si era recata dalla figlia, trovando la porta accostata, oggetti ribaltati e il piccolo Mirko da solo, senza alcun indizio a proposito di che cosa fosse accaduto.
A distanza di due giorni, l'automobile della Colombari era stata ritrovata bruciata in uno strapiombo, a una sessantina di chilometridi distanza dalla sua residenza. Di Dalila non vi era traccia, ma Tina sapeva perfettamente dove si trovasse. Aveva avuto modo di tenere d'occhio Maurizio Silvani, che mancava da casa ormai da giorni. Ricostruire quanto era successo non era stato troppo difficile, avendo avuto modo di tenerlo d'occhio.
Se Tina non aveva commesso errori di valutazione, Maurizio doveva avere stordito Dalila, averla portata fuori casa, avere utilizzato l'auto della Colombari per portarla via, mentre era ancora priva di sensi, poi averla condotta presso lo stabile nel quale la teneva rinchiusa, chissà con quale recondito scopo. Se non altro, almeno aveva deciso di non ammazzarla, come aveva fatto con Mara Mask poco tempo prima. A parte il tenerla in una sorta di scantinato, aveva perfino avuto la decenza di permetterle standard di pulizia quantomeno non troppo indecenti. Dalila era rinchiusa in una sorta di stanza da bagno e, per quanto Tina poteva vedere, le aveva portato sapone, shampoo, asciugamani, dentrifricio e uno spazzolino da denti, oltre che degli indumenti puliti che si era procurato chissà dove.
Dalila era gettata a terra su una coperta, poteva vederla guardando dentro da una finestrella. Dormiva, ma Tina non era sicura che quel sonno non fosse stato indotto. Era certa che, tramite il cibo o le bevande, Maurizio le somministrasse farmaci o droghe che la tenevano stordita. Non le impedirono di stabilire un contatto, come invece non era mai riuscita a fare con Oliver, nonostante i molti tentativi.
Si ritrovarono di punto in bianco l'una di fronte all'altra, all'esterno. Dalila si guardava intorno. Quando era stata sequestrata, non aveva certo avuto modo di vedere dove Silvani la stesse portando.
«Menezes, sei proprio tu?» mormorò. «Quindi sono morta?»
Tina sorrise, all'innocenza di quella domanda.
«No, non sei morta e non devi morire. Devi scappare. Maurizio Silvani non è ancora stato collegato alla tua sparizione e, anzi, non vi sono prove che fosse dalle tue parti quando sei scomparsa.»
«Sono morta e devo pagare per tutte le pessime azioni che ho commesso in vita» replicò Dalila, in tono teatrale, «Altrimenti non si spiega perché tu sia qui a perseguitarmi. Non sei vera. Sei solo una visione.»
«Sei sempre la solita esagerata, perché non ti sto affatto perseguitando» ribatté Tina. «E comunque il tuo curriculum vitae non è niente di che, quindi non darti troppe arie da cattiva ragazza giusto perché lo trovi chic. Per dire, Silvani ha ammazzato volontariamente almeno due persone e potrebbe fare la stessa cosa anche con te. Il tuo palmares appare immacolato, in confronto al suo. Tu sei solo una gattamorta che ha rotti i coglioni a chiunque le capitasse intorno, cercato di insabbiare qualche indagine, collaborato con informatori poco puliti e succhiato un sacco di cazzi. E secondo me hai anche leccato qualche figa, ma il numero di fighe è di gran lunga inferiore a quello dei cazzi, perché non fai altro che metterti in competizione con le altre donne e dubito fortemente che non sarebbe successo con una partner.»
«Due, di cui una one-off, dopo averla conosciuta in un locale, quando ero ancora molto giovane» ammise Dalila. «Con quell'altra ho provato a fare sul serio, ma non ha funzionato, esattamente per i motivi che hai ipotizzato tu. Con gli uomini è sempre stato molto più facile andarci d'accordo... e comunque non è colpa mia se la maggior parte mi hanno lasciata. Tra parentesi, se non mi piacesse spalancare le gambe o succhiare cazzi, la maggior parte dei miei ex mi avrebbero lasciata molto prima. Sognare il principe azzurro e impegnarsi per tenerselo stretto è per caso un crimine?»
«No, quindi la tua condotta in violazione dei rigidi principi morali del passato non è nulla per cui tu non possa punirti da sola, con i tuoi sensi di colpa e la sensazione di non avere realizzato i tuoi sogni» rispose Tina. «Se posso dire la mia, avresti fatto meglio a valorizzare di più te stessa e di meno tutti quelli che ti hanno usata finché ne avevano voglia, e il rimedio non avrebbe dovuto essere passare dall'altra parte ed essere tu a illudere, come mi sembra che tu stia facendo con il tuo attuale fidanzato, ma la cosa non mi tocca. Se sono qui è perché voglio aiutarti a uscire da questa topaia e a fermare quel criminale prima che faccia del male ad altri. Voglio che tu possa tornare a casa da tuo figlio.»
«Mirko...» mormorò Dalila. Una lacrima le rigò una guancia. «Avrà avuto paura, si starà chiedendo se l'ho abbandonato... E mia madre, chissà cosa penserà adesso di me.»
«Penserà che sei una testa di cazzo, immagino, ma stai tranquilla, sicuramente l'avrà sempre pensato» la rassicurò Tina. «Non c'è niente a cui tu non possa porre rimedio. Però devi smetterla di farti stordire dal tuo rapitore e devi scappare. Hai sempre voluto fare la ragazza badass, adesso puoi mostrare quanto vali.»
«Che cosa ne sai di quello che ho sempre voluto fare?»
«Ma dai, si capisce benissimo. Dai esattamente l'impressione di chi ha passato tutta l'adolescenza a pensare che truccarsi pesantemente e ascoltare musica rock rendesse delle vere ribelli. Anzi, delle Verehhhh Ribellihhhh, scritto V-E-R-E-H-H-H-H...»
Dalila la interruppe: «Menezes, quelle acca sai dove te le puoi mettere? E comunque sì, mi sentivo una vera ribelle, ma non per come mi truccavo o per la musica che ascoltavo. Sono banalità, quelle, e io non ho mai voluto essere banale.»
«Ecco, allora non essere banale» replicò Tina. «Smettila di farti drogare e scappa da quello scantinato.»
«Non so cosa mi stia somministrando e come» ammise Dalila. «Immagino sia nell'acqua, oppure nel tè.»
«Ti fidi a bere il suo tè?»
«Se fosse per me, mi rifiuterei di bere, ma vorrei avere almeno una minima probabilità di sopravvivere.»
«Rifiuta di bere, ma non farglielo vedere.»
«Forse, adesso che sei morta, non ti ricordi più come funzionano le cose, ma...»
Tina interruppe sul nascere le proteste: «Fai finta di bere quello che ti porta, poi bevi l'acqua del rubinetto.»
«Il lavandino sarà stato pulito per l'ultima volta nel 1980!» obiettò Dalila. «Ho quasi paura di prendere qualche malattia perfino quando mi lavo i denti!»
«Mi rendo conto che potrebbe sembrare non troppo igienico» ammise Tina, «Ma è l'unico tentativo che puoi fare. Bere l'acqua di quel rubinetto non sarà più pericoloso che bere infusi preparati da un maestro dei tè corretti al cianuro!»
Dalila sbuffò.
«Hai presente quella mia ex di cui ti ho parlato? Era irritante tanto quanto te, e un po' ti somigliava, se mi ricordo bene il sio aspetto. Sono passati dodici anni, da quando siamo state insieme.»
Tina osservò: «Spero vivamente che tu non sia sessualmente attratta da me.»
Dalila ribatté: «Visto il tuo stato metafisico, anche se avessi avuto qualche pensiero vagamente erotico, ormai l'avrei messo da parte. Posso immaginare che, dove sei adesso, non si scopi più.»
«Immagini correttamente.»
«Ci si può amare almeno platonicamente?»
«L'amore è un concetto sopravvalutato, credimi» insisté Tina. «Quello che conta davvero è trovare il nostro posto. Non c'è solo il principe azzurro.»
«Invece c'è eccome, e tu te lo sei sposata» obiettò Dalila. «Mi sono fatta gentilmente da parte, non gli ho nemmeno detto che Mirko era suo figlio, per non mettermi tra di voi. Il tuo ringraziamento è giudicare la mia vita e dirmi che l'amore non conta? Eppure sono io quella che si è fatta da parte per te, non il contrario. Quando ti sei messa insieme a Fischer non hai pensato che l'amore fosse irrilevante.»
Tina alzò gli occhi al cielo.
«Questa è la dimostrazione che non capisci proprio un cazzo! Come se fosse stato ancora necessario cercarne le prove...»
«Lasciami in pace, Menezes» sbottò Dalila. «Ne ho abbastanza di sentire i tuoi deliri.» Le voltò le spalle. «Piuttosto che ascoltarti, è meglio lasciare che quello stronzo faccia di me quello che vuole.»
Fece qualche passo barcollante. Tina cercò di trattenerla, ma la Colombari svanì presto nel nulla. Il loro contatto si era interrotto. O Dalila si era svegliata, oppure era riuscita a estraniarsi, allontanandola.
***
Dalla finestrella in alto arrivava un vago fascio di luce. Dalila aprì gli occhi senza avere idea di che ora fosse. Si sentiva la nausea e, pur non provando ad alzarsi, avvertiva che, se l'avesse fatto, sarebbe stata assalita dalle vertigini. Da quando si era svegliata per la prima volta in quel luogo abbandonato, non era mai riuscita a sentirsi completamente lucida. Sentiva di non avere nemmeno la forza per stare in piedi a lungo, figurarsi se poteva fare qualcosa per cercare di cambiare la propria situazione. Tutto ciò che le era concesso era essere quantomeno sollevata di trovarsi in quella che un tempo era stata una stanza da bagno degna di questo nome. Il suo sequestratore, inoltre, era stato magnanimo abbastanza dal permetterle non solo un gabinetto nel quale sbarazzarsi dei propri bisogni fisiologici, ma le aveva dato addirittura la possibilità di lavarsi. Vi erano infatti sia un lavandino sia una vasca ancora in funzione, anche se l'acqua non era mai troppo calda ed emanava un odore di tubi arrugginiti. Eppure Tina Menezes le aveva suggerito di berla... era facile, per lei, dare simili consigli! Se si fosse trovata al suo posto, forse ci avrebbe pensato due volte.
Dalila richiuse le palpebre. Non aveva idea di che ora fosse, ma non aveva alcuna importanza. Prima o poi Maurizio Silvani si sarebbe affacciato a sorpresa, le avrebbe lasciato del cibo, una bottiglia d'acqua e, con un po' di fortuna, anche del tè. Dalila non sarebbe riuscita a fare nulla, se non a lasciare che, veloce come era arrivato, se ne andasse richiudendo la porta a chiave. Tanto valeva non sforzarsi nemmeno di pensare a una soluzione per uscire da quella situazione, se non aveva la possibilità di metterla in pratica. Tutto ciò che aveva da sperare era che qualcuno la stesse cercando.
Era difficile focalizzarsi su se stessa, quando non aveva nemmeno idea di cosa ne fosse stato di Mirko. I primi giorni si era sforzata di parlare, di supplicare Silvani di dirle cosa avesse fatto di suo figlio. Maurizio le aveva assicurato che stava bene e Dalila sentiva il bisogno di credergli.
Gli aveva domandato anche: «Perché mi hai portata qui? Cosa vuoi farmi? Hai ucciso tu Mara Mask? Perché non hai fatto lo stesso anche con me?»
«A causa tua, rischio di colare a picco» era stata la risposta di Silvani. «Se succederà, tu crollerai insieme a me.»
Non aveva aggiunto altro e se n'era andato, lasciandola rinchiusa in quella stanza dimenticata dal mondo. Dalila avrebbe voluto chiedergli anche tanto altro, ma perché avrebbe dovuto, se non vi erano possibilità di ricevere una risposta concreta?
Non c'erano risposte, ma solo domande. Avrebbe mai riabbracciato suo figlio? L'avrebbe mai più preso in braccio? Gli avrebbe mai raccontato, un giorno, di quanto avevano cercato l'orecchio dell'asinello del presepe, quando era troppo piccolo per ricordarsene, senza avere avuto idea, per tanto tempo, del fatto che fosse semplicemente finito dentro al portapenne?
E Oliver Fischer? Sarebbe vissuta a lungo abbastanza da rivederlo? Gli avrebbe mai potuto scrivere una lettera per confessargli i propri sentimenti, come Sergio le aveva consigliato? Avrebbe dovuto farlo quel giorno stesso, invece di mettersi alla ricerca di Maurizio Silvani. Non dubitava che quell'uomo fosse già da tempo al corrente della sua esistenza, ma forse non si sarebbe spinto così oltre, se Dalila non fosse andata a risvegliarlo.
Avrebbe mai avuto la possibilità di fare leggere a Sergio la lettera che ancora non aveva scritto, supplicandolo di farle da "editor"? Il suo amico, senz'altro, le avrebbe detto qualcosa come: «Non puoi scrivergli questa roba! Altro che farti da editor, questa lettera è proprio da buttare.»
Oppure, chissà, le avrebbe detto che era perfetta, perché doveva mostrare se stessa.
«In fondo è giusto che Fischer sappia che sei così» avrebbe aggiunto. «Devi metterlo nelle condizioni di potere scappare a gambe levate, fintanto che sarà in tempo.»
Cosa fare, se Oliver le avesse risposto, senza margine di replica, che non ci sarebbe mai stata alcuna possibilità per loro? Sicuramente non si sarebbe comportata come una stalker invasata. Avrebbe accettato la fine di una relazione che non era mai iniziata, su questo non aveva alcun dubbio, ma come avrebbe colmato quel vuoto?
Le venne spontaneo pensare a Pietro, a come la guardava e a come la toccava. Le bastò immaginarsi il rapido scatto con cui era solito sbottonarle i pantaloni per provare un brivido che le attraversava tutto il corpo, specie al ricordare di quanto fosse ancora più rapido nell'insinuarle una mano dentro la biancheria e nell'iniziare a stimolarla.
Rievocò la sera in cui tutto era iniziato, dopo essersi lasciata condurre nel bagno di quella discoteca così dispendiosa. Non indossava un paio di pantaloni, quella volta, bensì un abito cucito da sua madre, ma non aveva fatto troppa differenza. Si era sentita a disagio, nel sapere che Pietro aveva una fidanzata ufficiale con la quale stava per sposarsi, ma si era detta che, per scoprire qualcosa in più su di lui, non sarebbe stato così terribile spingersi un po' troppo oltre. Era Bruni a doversi preoccupare della propria vita privata e di una situazione sentimentale che senz'altro gli stava troppo stretta, non si sarebbe messa problemi per questo.
Aveva messo in chiaro che, avendo già concepito un figlio a causa di una svista, non avrebbe accettato una penetrazione non protetta, ma non era stato un impedimento. Soltanto pochi minuti dopo le sue mutandine di pizzo erano appese sfacciatamente alla maniglia della porta.
«Sei imbarazzata?» le aveva chiesto Pietro, lo sguardo che inevitabilmente si portava in basso.
«Per niente» aveva risposto Dalila, ed era sincera. «Non sei tu, piuttosto, in imbarazzo, a guardare senza fare niente?» Sorrise, nel vedere Pietro avvicinarsi, alzando lo sguardo. «Non vuoi mostrarmi quello che sai far-...»
Le parole le erano morte in bocca, mentre Bruni iniziava ad accarezzarle le cosce. Non aveva indugiato a lungo. Doveva avere l'abitudine di andare subito dritto al punto, a giudicare da come, pochi istanti più tardi, senza alcuna esitazione aveva iniziato a darle piacere con le dita.
Dalila aveva cercato di trattenere i gemiti. Era in bagno pubblico e, per quanto la musica sovrastasse ogni suono, temeva che qualcuno potesse udirla. Era riuscita a mantenere il silenzio almeno finché, diversi minuti più tardi, senza alcun preavviso, Pietro si era inginocchiato e aveva aveva iniziato a usare la lingua, cogliendola di sorpresa.
Dalila ricordava di avere pensato, quella sera, a quanto Bruni fosse l'uomo perfetto e a quanto, dopo l'orgasmo, avrebbe voluto ricambiare.
«Non adesso, con il rischio di non incontrarci mai più» aveva replicato Pietro. «Sapendo di essere in debito con me, allora sono sicuro che accetterai di rivedermi.»
Seppure dispiaciuta di non potergli dimostrare di essere senza dubbio all'altezza della sua fidanzata ufficiale, Dalila era stata felice di udire quelle parole. All'epoca, frequentare un uomo affascinante come Pietro Bruni le era sembrata la svolta più naturale. Non aveva mai totalmente messo da parte i propri sentimenti per Oliver Fischer, ma il padre di Mirko era felicemente sposato con un'altra donna e Dalila non avrebbe mai minato la felicità sua e di Tina Menezes. Non l'aveva fatto nemmeno quando la relazione tra i due era appena iniziata, arrivando a nascondere a Oliver la verità sulla paternità di Mirko, ragione per la quale si era dovuta sorbire, all'inizio, dure critiche da parte di sua madre.
«Ha il diritto di sapere!» aveva affermato, con fermezza, il giorno in cui Dalila le aveva confidato di essere incinta e di volere crescere il bambino da sola, dato che il padre si era nel frattempo fidanzato con un'altra donna. «Anche se non state insieme, ha dei doveri nei confronti di vostro figlio!»
«È fidanzato con un'altra» aveva insistito Dalila. «Non intendo dare l'impressione di essere stata la sua amante.»
Sua madre le era parsa divertita, mentre obiettava: «Ti preoccupi della reputazione? Proprio tu, che hai sempre giocato a trasgredire le regole?»
«Il fatto che abbia giocato a trasgredire le regole» aveva messo in chiaro, «Non significa che mi piaccia trasgredirle davvero.»
«Nemmeno io e tuo padre stavamo insieme» aveva puntualizzato sua madre, «Però non si è tirato indietro, non si è limitato a fare il lavoro.»
«Quando mi avete concepita, era già ufficialmente fidanzato con la donna che poi ha sposato. Tu eri già l'amante. Si era già deliberatamente messo in quella situazione. Quando Oliver ha fatto il "lavoro", non stava ancora insieme a Tina. Non ho dubbi che tra i due ci fosse già attrazione reciproca, ma sono certa che a Oliver piacevo anch'io. Ha scelto lei. Sono cose che capitano. Certo, sarebbe meglio che la partner scartata non scoprisse di essere incinta subito dopo, ma non posso tornare indietro...» Dalila si era passata una mano sul ventre. «Non vorrei nemmeno tornare indietro. Voglio già bene a questo bambino.»
Sua madre aveva sorriso e la sua voce di era fatta finalmente più accomodante, quando le aveva riferito: «Anch'io non pianificavo una gravidanza, quando è successo. Però sono felice che sia arrivata tu. Ti capisco benissimo.»
«Quindi» le aveva chiesto Dalila, «Non andrai a cercare Oliver Fischer in capo al mondo per informarlo del suo misfatto?»
«Se fosse in mio potere farlo, lo andrei a stanarlo, gli direi di lasciare la sua attuale fidanzata e gli ordinerei di sposarti. Però viviamo nella realtà, non in un mondo immaginario.»
«Ti ho fatto una domanda seria.»
Sua madre l'aveva rassicurata: «No, certo che no. Come potreo informarlo di un fatto così importante contro la tua volontà? Ti sto solo chiedendo di pensarci bene, prima di prendere una decisione così drastica.»
«Ho già preso una decisione» aveva replicato Dalila, «E mi auguro che tu intenda rispettarla.»
«La rispetterò» le aveva assicurato sua madre, «E ci sarò sempre, per voi. Essere una madre single non è facile, ma non sarai da sola.»
Era molto probabile che in quel momento Mirko si trovasse insieme a lei. Era successo tutto troppo in fretta, in quei mesi, e non aveva aveva avuto modo di fare conoscere meglio sua madre e Oliver. Era molto probabile che, dopo la sua sparizione, i due si fossero ritrovati, di punto in bianco, a dovere interagire l'una con l'altro. Sperò che la cosa non fosse troppo difficile, per i due, per ritrovarsi a realizzare che, per complicato che fosse, i due erano sicuramente in una condizione migliore della sua - anche se dovevano essere terrorizzati da quello che poteva esserle accaduto.
Il pensiero di Fischer la distolse da quello dell'intimità con Pietro. Bruni rimase nella sua mente soltanto perché questa rievocò il giorno in cui avevano assistito alla differita televisiva in chiaro del gran premio nel quale un devastante incidente aveva messo fine alla vita di Tina Menezes. Era stato terribile. Per quanto una piccola parte di lei non avesse mai smesso di immaginare un universo alternativo nel quale era la compagna di Oliver, non si era mai augurata che potesse capitare qualcosa di male a Tina. La Menezes si era sempre comportata gentilmente con lei, aveva insistito affinché mettesse Fischer al corrente della verità e l'aveva accolta in casa propria quando Dalila aveva avuto bisogno del suo aiuto.
L'incidente di cui Tina era stata vittima, inoltre, le aveva evocato i vecchi tempi in cui suo padre le parlava della morte dell'amico Delacroix, nonché tutte le volte in cui, da appassionata di vecchia data di automobilismo, le era capitato di mettersi davanti al teleschermo e di assistere, di punto in bianco, a scene simili. La prima volta in assoluto era stata il giorno del suo settimo compleanno. Subito dopo pranzo, a casa stavano guardando la sessione di qualifiche del sabato, quando di colpo era stato inquadrato il rottame di una monoposto talmente malmessa da non distinguere nemmeno quali potessero essere i colori della livrea. Ai tempi Dalila non aveva idea di chi fosse il pilota coinvolto, il cui decesso era stato annunciato circa un'ora più tardi, ma quel ricordo era rimasto indelebilmente scolpito dentro di lei.
Perdere Tina Menezes era stato un duro colpo per il mondo del motorsport. Era da molti considerata una delle donne di maggiore successo della storia dell'automobilismo a ruote scoperte, se non la più importante in assoluto, vista la tendenza a considerare l'ormai non più esistente Diamond Formula - nella quale vi erano stati diversi successi femminili - come una categoria di secondo livello.
Anche per Dalila, a livello personale, era stato un duro colpo perdere Tina da un giorno all'altro. La Menezes aveva fatto inesorabilmente parte della sua vita e accettare che non ci fosse più e che, al contempo, la sua assenza rischiasse di stravolgerle la vita privata non era stato facile da accettare.
Poi Dalila ricordò. Tina c'era. Le aveva parlato. Aveva sempre avuto la sensazione da qualche parte dovesse esserci ancora qualcosa delle persone che aveva perso nel corso degli anni, quindi l'idea che altrove la Menezes ci fosse ancora non le sembrava totalmente assurda, ma di certo due mondi separati non potevano venire a contatto. Era stato solo un sogno e, nel sogno, le aveva risposto per le rime e le aveva voltato le spalle, prima di andare via. Non era stata molto gentile nei suoi confronti, questo no, ma si trattava di un sogno, appunto. Non c'era la possibilità di decidere razionalmente come comportarsi, ma allora, perché si sentiva colpevole di essersene andata, come se fosse accaduto tutto davvero?
Spossata, chiuse gli occhi e tentò di dimenticare tutto. Si riaddormentò e fece un sogno confuso del quale le rimase impressa solo la presenza di Cya'N'Hyde sul palco dell'Ariston. Aveva vinto il Festival di Sanremo e si esibiva un'ulteriore volta alle due di notte, prima che la trasmissione terminasse. Mentre alla fine risuonava a tutto volume la sigla dell'eurovisione, Dalila si svegliò di soprassalto. La nausea si era fatta ancora più forte. La assalì il pensiero che sarebbe stato meglio ascoltare altre mille volte Cya'N'Hyde, piuttosto che riprendere coscienza e ritrovarsi chissà dove, stordita, in balia di un pluriomicida e lontana da tutte le persone a cui teneva.
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